A Toys Orchestra – Midnight Talks

…a toys orchestra

Di band in Italia più che meritevoli c’è ne sono in quantità, è trovarle il casino. Se sei fortunato riesci ad ascoltarle alla sagra del tartufo, se hai i giusti contatti magari te li spari nelle orecchie direttamente dal loro blog o su SoundCloud, ma di certo non ne sentirai parlare in radio o in TV, e la critica musicale nostrane un po’ per pregiudizio un po’ per fatica li rilega agli articolisti di seconda mano, con recensioni di trenta o sessanta parole in tutto.

Fino a dieci anni fa era tutto un po’ più semplice, e band come i Verdena, i Linea 77 e i Subsonica raggiunsero una notorietà eccezionale considerando la cultura musicale media in Italia (senza scomodare i Bluvertigo, i Tre Allegri Ragazzi Morti e così via), ma era comunque un’ondata commerciale (per dirla come un quattordicenne nel forum di Ondarock). Oggi nel marasma di internet se ti autoproduci e difficile finire nelle prime pagine di Google.

Gli a Toys Orchestra sono una delle realtà musicali più interessanti, a livello mondiale. E non sto esagerando, anche se è facile pensarlo perché… beh, perché sono italiani, dico bene? La band capitanata da Enzo Moretto sta facendo grande musica, e la fa più o meno da quando sono nati. Non sconvolgetevi, niente di trascendentale, il loro è un ottimo pop rock senza pretese, ma è comunque mille volte meglio del brit pop che imperversa in tutte le riviste “rock”.

Nel 1998 si formano gli a Toys Orchestra, che dopo tanta gavetta (ma anche tante soddisfazioni) arrivano nel 2001 a pubblicare il loro primo album.

Quando si parla di “Job” (2001) si parla spesso, troppo spesso, di indie rock. Di certo la prima comunità musicale ad apprezzare la band campana fu proprio quella indie, ma da loro a band come i The Dirtbombs o i Yeah Yeah Yeahs ci passa il mare. C’è l’indie, come ci sono gli Smiths, i Radiohead e tanto altro, ma c’è sopratutto tantissimo di loro. Già in “Job” l’anima e il sound della band sono intuibili, anche se ancora non nella condizione di poter uscire fuori con tutta la loro complessità (a causa principalmente di un produzione a bassissimo costo, un lo-fi che oggi va tanto di moda come ci insegna il successo di Ty Segall, ma che all’epoca era la regola per molte band emergenti senza soldi). Detto questo, a parte due o tre idee l’album risulta mediocre e senza ispirazione.

Nel 2004 grazie ad una etichetta fiorentina specializzata in indie rock (che poterà ancora di più a categorizzare la band nella ristretta cerchia dell’indie), la Urtovox, possono pubblicare “Cuckoo Boohoo“. L’album è un gran passo avanti in confronto a “Job”, una maturazione inaspettata. La complessità musicale viene sottovalutata praticamente da qualsiasi recensore o critico italiano, il quale di certo si rende conto di essere di fronte ad un lavoro ben al di sopra della media, ma allunga comunque le mani. Eppure “Cuckoo Boohoo” per quanto non un capolavoro, è un album forte della sua umiltà e leggerezza. Grazie ad un fortunato singolo Peter Pan Syndrome molte porte cominceranno ad aprirsi per la band. Ma come non citare pezzi straordinari come Hengie: Queen Of The Border Line (geniale citazione di Angie dei Rolling Stones), Elephant Man e Asteroid, anche se in realtà non c’è una sola traccia che non valga perlomeno un ascolto.

Il terzo disco degli a Toys Orchestra esce soltanto nel 2007, ed è finora il migliore: “Technicolor Dreams”. Le voci di Enzo e di Ilaria D’Angelis si amalgamo molto bene, il ritmo a tratti diventa leggermente più frenetico e nervoso del lavoro precedente. L’eleganza dettata da una asciuttezza del suono ben calibrata, tende ad esplodere in alcune tracce in barocchismi totali che lasciano stupefatti. Il diverso approccio è evidente in Panic Attack #3, continuo ideale di Panic Attack #1 e Panic Attack #2 (del #2 non ho trovato il link purtroppo) nel disco del 2004, l’energia sprigionata in questa terza ed ultima parte (finora) è devastante e distruttrice. I testi, anche se fin qui non ne avevo parlato, sono uno dei punti forti della band, ed in questo disco trovano una evoluzione poetica non indifferente anche se ancora lontani dall’unione tematica ideale nel quarto disco (che è quello che mi appresto a recensire), poi purtroppo persa nel quinto “Midnight (R)Evolution” (che affronta malamente tematiche sociali, ma senza la poesia e l’eleganza decadente che di solito caratterizzano la produzione lirica della band) uscito l’anno scorso. L’inserimento di elementi derivanti dell’elettronica è perfettamente gestito. Meravigliosa Technicolor Dreams, finita insieme ad altre canzoni del gruppo nel bruttissimo film Remeber The Daze ; l’album secondo me presenta meno tracce eccellenti del precedente, ma acquista una maggiore armonia tra i pezzi risultando un lavoro perfettamente omogeneo.

Con “Technicolor Dreams” inoltre arriva il supporto della RAI, che si rende conto delle potenzialità effettive della band e la sponsorizza in giro per il mondo trovando fortuna nel Regno Unito.

Dopo una importante collaborazione con un’altra grande realtà musicale italiana, gli Afterhours, e qualche altra collaborazione cinematografica di pessimo gusto arriva il 2010, e con lui “Midnight Talks”.

cd

Quando l’album uscì lo comprai sulla fiducia, convinto che il gruppo valesse venti euro senza neanche la prova d’ascolto (cosa che mi rimangerò con il disco successivo).

La copertina mi fece un po’ effetto e la cosa mi piacque.

Mentre metto il cd nello stereo guardo meglio la confezione, una scelta grafica tremendamente indie (la Urtovox non si fa riconoscere insomma). Mi ricorda un po’ quella di “Requiem” dei Verdena, e fa saltare in mente anche quella ancora più scarna di “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” degli Arctic Monkeys.

Il disco inizia con Sunny Days e la prima cosa che subito l’orecchio nota è la profondità. Il suono del piano è molto più caldo che nei lavori precedenti, anche se la melodia rispecchia perfettamente quello che mi aspettavo. Dopo a mala pena due minuti il pezzo accelera di punto in bianco, si passa a Red Alert così, senza aver il tempo di orientarsi i Toys mostrano come la loro abilità compositiva si sia raffinata e anche la tecnica ha fatto dei progressi notevoli. Il finale è una botta di adrenalina inaspettata, anche se sempre con la compostezza e l’eleganza che caratterizza questo gruppo.

Mystical Mistake si apre con un attacco decisamente più rock che pop. Lasciate perdere la canzone in sé, piuttosto calatevi nella realtà stilistica della band finora, di chi segue un filo logico da anni e si ritrova nella terza traccia di un cd degli a Toys Orchestra un attacco così. Ti spiazza, felicemente.

The Day Of The Bluff ci calma e ci fa riflettere. Il disco racconta di quelle personalità che si aggirano la notte, tenta di comunicarci l’incomunicabilità della società contemporanea; la difficoltà di una reale comunicazione sfocia nella depressione, nelle perversioni, nella malinconia.

Celentano è un tributo al vecchio Adriano, potevamo viverci senza.

Plastic Romance e Plastic Romance (part Two) sono l’apice di questo album. I testi superano di gran lunga la poetica contemporanea e trovo una certa difficoltà a paragonarli alle band che sbancano in questi giorni. La prima parte è a ritmo di marcia, una marcia vittoriosa che che però stride con la tragica storia di un amore impossibile e perverso tra un ragazzo e una bambola di plastica. Nella seconda parte si ripete la parte finale del testo, donandogli la giusta malinconia con un pizzico di autoironia.

Pills On My Bill è una ballad di tutto rispetto, una roba con i coglioni, mica quella schifezza di Haunted dei Deep Purple recentemente recensita (ho ancora i conati di vomito). Anche la parte orchestrale risulta assai meno tamarra del previsto (si sa come va a finire di solito con le ballad).

Frankie Pyroman è il secondo diretto sulla stomaco dopo Mystical Mistake. Và innanzi tutto elogiato il rapporto strettissimo tra testo e musica, dove quest’ultima ha quasi valore narrativo per esaltare la qualità del testo e del racconto.

Backbone Blues è il modo di fare blues della band. Passabile.

Look In Your Eyes scopre subito le carte con una linea melodica che ci ricorda tantissimo le cose migliori sentite in “Cuckoo Boohoo”. L’evoluzione tecnica e di produzione permette però ai Toys di fare l’ennesimo salto di qualità. I testi ancora una volta godibilissimi.

Con Summer non ci stupiamo più della qualità nella ricercatezza di un sound pulito ma non freddo. La pecca maggiore di Summer è la sua lunghezza, il pezzo è semplice, perché annacquarlo inutilmente con almeno un minuto abbondantemente in più?

The Golden Calf è la traccia che ha meno da dire di tutto il disco. Ben suonata è dire poco, ok, ma non aggiunge nessuna sonorità o idea al disco. Un riempitivo di cui non se ne sentiva il bisogno e che allunga il brodo inutilmente. Più apprezzabile dal vivo.

Somebody Else è un finale banale ma efficace. Riassume deliziosamente la poetica di questo album, travolge nella sua malinconia per poi esplodere nel suo grido di disperazione finale, evoluzione definitiva da quello isterico di Panic Attack, ora gli a Toys Orchestra sanno a chi urlare, ed è proprio a noi che è indirizzato quell’urlo di meravigliosa angoscia.

Non recensirò “Midnight (R)Evolution” il disco uscito sull’onda di “Midnight Talks”, perché è il risultato di una triste operazione commerciale. Ci sono degli spunti interessanti ma non è un lavoro ben ponderato come di solito è quello dei Toys.

  • Pro: un pop rock meno banale del solito.
  • Contro: gli a Toys Orchestra sono una band esageratemente caratterizzata, di certo pretende tanti ascolti prima di essere assimilata, ed è possibile che il sound non vi piaccia per niente inficiando così ogni ascolto futuro.
  • Pezzo Consigliato: come per “Superunknown” qualche recensione fa, non posso che consigliarvi di ascoltarvi tutto il disco tutto d’un fiato.
  • Voto: 6,5/10

Deep Purple – Bananas

deeppurple

So che per questo post sarò pestato in strada da qualche fan dei Deep Purple, ma è giusto così. I motivi per cui “Bananas” è secondo me uno degli Album Più Brutti Di Tutti I Tempi non sono da ricondursi all’album in sé quanto alla storia dei Purple.

Che i Deep Purple abbiano fatto la storia del rock più hard non sono di certo io che lo dico, è un dato oggettivo. Dischi come “In Rock” ti fanno QUANTOMENO balzare dalla sedia ad ogni fottuto riff, potenza pura, un botto di virtuosismo (troppo per i miei gusti), ogni elemento della band interpretava al meglio il suo strumento. Ma non è sempre stato così.

La band inglese è tra le più incasinate di sempre, raramente gli stessi elementi stavano assieme per più di due album e i membri più longevi sono quelli che hanno saputo mettersi da parte durante le feroci liti che seguivano ad ogni tour o ad ogni registrazione. Di certo i più focosi furono Ritchie Blackmore e Ian Gillian i quali ci hanno lasciato un mastodontico campionario di insulti più o meno velati; si va dal «Non ho mai sopportato gli atteggiamenti da padre-padrone di Ritchie» di Gillian ad un più colorito Blackmore «Ian Gillian? Ha perso la voce nel 1973 e ancora non se ne è accorto.» [citazioni da JAM, num. 119 del 2005]

Il sound della band trova una sua definizione esaustiva proprio con “In Rock”, nel lontano 1970. Tra alti e bassi i Deep Purple arrivano al 1975 con “Stormbringer” ancora più che in forma, ma lasciando Blackmore sul ciglio della strada in pieno agosto, perdendo insomma il membro certamente più creativo e caratterizzante del gruppo. Dal 1975 in poi i Deep Purple sono ascoltabili solo come una forma estrema di masochismo.

Nel ’84 Blackmore decide che i Rainbow non sono più cosa adatta a lui (grave errore, poiché potenzialmente erano uno sviluppo creativo certamente migliore di una reunion di ottuagenari) e cerca di portare agli antichi fasti i Purple. Quello che uscì fu “Perfect Strangers“, tutt’altro che perfetto ma sicuramente qualcosa di a me straniero.

Quando nel ’93 si ritrovarono di nuovo assieme Gillian e Blackmore (ormai inaciditi anche dall’età) furono subito insulti in quantità e dischi davvero deprimenti nella loro incapacità di proporre qualcosa di nuovo ed interessante. Blackmore se ne va sbattendo la porta e rifugiandosi nei suoi Blackmore’s Night.

Inizia così l’epoca di egemonia di Steve Morse, il quale di certo non manca di tecnica, peccato che in quanto songwriting abbia voluto sperimentare tutti i suoi limiti con il grande pubblico.  Subito dopo arrivò anche Don Airey a sostituire il mai abbastanza compianto John Lord. Airey è riconosciuto (giustamente, direi!) come uno dei migliori interpreti della tastiera tra i pensionati e gli ARCI di tutto il mondo, anche se il suono del suo hammond nei lavori con i Purple non sempre sembra in armonia con il resto dell’ensemble.

Da questo immondo pandemonio resta da capire cosa siano i Deep Purple. Secondo Gillian sono «un’idea», ma sinceramente parlare di una band come di un concetto che trascende i suoi componenti mi pare alquanto imbecille come ragionamento. È come dire che i Soft Machine sono un concetto quindi anche Gary Glitter a seguito della band di paese può suonarli a loro nome alla Festa del Porcino.

Comunque l’idea Gillian non poteva mica tenersela per sé, così nel 2003 i Deep Purple compiono un atto davvero inconcepibile visto la palese mancanza di idee appurata in “Abadon (1998, disco essenzialmente di rivisitazione dei lavori passati, una roba agghiacciante), fanno un nuovo disco, tutto, tutto, tutto sbagliato: “Bananas“.

Bananas

Uscito per la famosissima EMI questo affronto al decoro acustico fu prodotto da Michael Bradford che guarda caso scriverà anche gran parte dei pezzi di questo album. Bassista, produttore famoso ed ingegnere prestatosi a tante personalità come Run D.M.C., Kula Shaker, Madonna New Radicals ma solo una volta a testa (gatta ci cova), Bradford viene ancora oggi menzionato per il suo lavoro con i Purple da “Bananas” a “Rapture Of The Deep” da schiere di fan incalliti. Inoltre “Bananas” vanta certamente il primato come copertina più brutta della storia del rock e forse di qualunque genere musicale conosciuto, ideata, credo, dal loro fruttivendolo di fiducia.
Ma cominciamo pure con l’ascolto.

Il disco si apre con House Of Pain, composizionedegna della miglior band del vostro liceo (suonata però da dei professionisti). Il pezzo non esprime alcunché se non una serie indefinita di cliché, ci sono dei discreti musicisti che a tratti ricordano qualcosa dei Deep Purple ma anche dei Bad Company e degli Aerosmith. Peccato che nell’atroce copertina del disco ci sia scritto Deep Purple e così, innocentemente, mi immaginavo un nuovo disco della band che ha fatto la storia del rock e non la loro cover band attempata. Inutile. Mi viene da pensare male sul titolo della canzone.

In Sun Goes Down l’unica nota decente è Airey che ogni tanto dà qualche sferzata di classe sui tasti. In generale si tenta di dare un tono epico ad una traccia che dimostra ancora volta che sanno suonare ma nient’altro. Paziento fino alla fine del pezzo, perché io ho speso dei soldi per un disco dei Deep Purple e voglio continuare ad ascoltare anche se le orecchie sanguinano.

Di Haunted sapevo che era una della ballad meglio riuscite dei Purple. Beh, sappiate che non è così, anzi. Gillian non canta, si lamenta (e pure male) mentre Morse fa addirittura il verso a Brian May. L’aulico testo di Tormentato ci ricorda che quando le liriche dei Deep Purple non significavano un tubo (vedi Black Night) ma almeno la musica era spettacolare, ora che sono addirittura al limite della decenza la musica sembra uscita fuori da un karaoke. Dire che è una delle ballad più riuscite è un affronto a Soldier Of Fortune mica da ridere.

Ammetto che in Razzle Dazzle per un attimo la tastiera usata da Airey mi è sembrata giocattolo. Gillian si ridicolizza oltremodo, il pezzo non è né buono né cattivo ed è la cosa peggiore per una canzone come per un album, la totale assenza di creatività crea situazioni davvero imbarazzanti. Ad un certo punto c’è pure il gatto di Airey che salta su una pianola (mi rifiuto di pensare che la stia suonando da sobrio).

Silver Tongue si presenta con un riffone bestiale, ed insieme a lui la speranza che “Bananas” riservi forse qualche soddisfazione. Come non detto. Il pezzo è scritto col culo, ad un certo punto parte una fuga condotta da Morse di carattere prog, poi diventa metal, infine arriva Airey vestito da John Lord e ricomincia d’accapo, tutto questo accompagnato da un Gillian pronto per il karaoke in riva al mare con gli amici. Confusione totale.

I primi ed eterei suoni che ci introducono Walk On ci richiamano alle atmosfere dei Caravan, spiazzandoci effettivamente un po’. Spunta così una struttura da blues rock non da buttare via (visto quanto sentito finora). Gillian si prodiga al Canta Tu col solito impegno e notiamo una cosa dalle nostre casse Indiana Line: gli effetti. Roba da sigla delle Winx, ma che cacchio c’entrano? Che si stava fumando Bradford durante le registrazioni? Il pezzo comunque risulta troppo lungo e il finale è un pasticcio noioso senza motivo di esistere. La frustrazione aumenta notevolmente.

Picture Of Innocence riprende a tratti le cose sentite in “Abadon”, un blues rock frizzante ma che non sa di un cazzo (perdonatemi le parolacce, ma siamo già a mezz’ora d’ascolto e questo aborto con i solchi mi sta facendo innervosire). Airey tira fuori qualche bella idea, il finale però risulta oltremodo tamarro.

I Got Your Number sembra un pezzo dei Foreigner. E non è un complimento. C’è un bell’assolo sempre del prodigo Airey, stroncato troppo presto da un riff abominevole di Morse, Gillian a tratti ricorda Kyle Gass. 

Con Never A Word mi sembra di esser stato catapultato di nuovo in un disco dei Caravan, ma smetto di fare paragoni perché li ho insultati una volta di troppo. Ma… la traccia è bella (o forse solo decente, ma ormai sono in pieno effetto allucinatorio)! La linea melodica è molto delicata, appena accennata, la voce sembra perfetta (sono in estasi), tutto sembra al posto giusto, l’emozione inizia a commuovermi e… e… finisce di punto in bianco?!? Ma come? Sviluppi una bella linea melodica, e poi sul più bello la tronchi così? Senza un senso? Dio, come odio questo album!

Bananas non può che cominciare nel peggiore dei modi. Un casino insensato di generi, di idee (?), Gillian/Canta Tu, l’hammond buttato lì senza motivo, assoli di armonica che non lasciano scampo. Follia. Comunque anche stavolta i membri della band dimostrano le loro grandi abilità tecniche (peccato per la musica di merda). Gli ultimi secondi del pezzo rimandano alle atmosfere di Morricone nei vecchi ’60, confondendoci ed irritandoci ancora di più.

Doing It Tonight è qualcosa di atroce. Una roba tipo latino-americana con chitarra, tastiera, basso e batteria, cantata dal fratello scemo di Paul Rodgers. Rockeggiante quanto basta per farci rimpiangere anche gli ultimi lavori di Santana. Più simile a Heavy Samba che a Santana comunque.

Il tutto si conclude con Contact Lost (col cervello, aggiungo io) dedicata agli astronauti morti nell’incidente dello Space Shuttle Columbia. Sull’attacco di questo pezzo strumentale mi sono messo le mani nei capelli. Che-razza-di-disco-dei-Deep-Purple-è-mai-questo? Come si fa a dire che è buono, che è decente, con che coraggio? Il pezzo non è terribile, poco più di un minuto strumentale per Morse essenzialmente, ma che senso ha? E perché gli effetti sonori che riempiono questo album sembrano quelli di Bim bum bam?

Se Gillian avesse avuto la decenza di chiamare la sua band in un altro modo questo era solo l’ennesimo disco ben suonato ma che non sa di un tubo della storia (Steve Vai ne sa qualcosa), ed invece si è trasformato in un affronto diretto alla storia del rock stesso, macchiando il buon nome dell’hard rock. Una band con tante banane ma poca musica che abbia qualcosa da dire.

Se il disco non ha avuto una vera e propria stroncatura dalla critica (e da alcuni fan) è per il solito problema della critica musicale italiana, e di come si parla spesso di musica. L’aspetto tecnico predomina ancora oggi a discapito di quello creativo, laddove per creatività si possono intendere tante cose, dall’approccio al genere fino a certe scelte particolari di arrangiamento, ma di certo non ‘sta sbobba. I Deep Purple negli anni ’70 hanno incattivito il rock, l’hanno reso più pesante, alcune loro intuizioni hanno plasmato il genere e fomentato epigoni in tutto il mondo. Quello che invece i Deep Purple fanno con “Bananas” è far cassa su un nome, il che inficia assolutamente nel giudizio finale su questo album.

  • Pro: è un ottimo porta vivande in stile vintage.
  • Contro: è un pessimo frisbee e un disco di merda.
  • Pezzo consigliato: ho speso venti euro per questa merda, e vi giuro su Dio che rimpiango The Wanderer! Ma quale pezzo consigliato…
  • Voto: 2/10

Serj Tankian – Harakiri

Tankian

“Harakiri”, l’ultima fatica di Serj Tankian, è l’ennesima prova che la critica musicale serve unicamente come lettura mentre si è al cesso. Nessuno ha voluto stroncare definitivamente l’ex-cantante dei System Of A Down perché ci credono, dentro di loro ci credono: prima o poi tirerà fuori il capolavoro.

Mah.

Dal 1994 ad oggi Tankian ne ha fatta di strada. Mettersi qui e lasciar scorrere i nomi degli album dei SOAD mi sembrerebbe davvero un’ingiustizia, meriterebbero di essere approfonditi in un’altra recensione, o nell’occasione di un nuovo album (anche se sono tra quelli che sperano che non esca mai).

La band in sé riuscì a mio avviso a fare qualcosa di incredibile: non si fece categorizzare. Non esiste una vera e propria casella nella quale inserire il lavoro dei SOAD, di solito inutilmente trascinati nello scompartimento del nu-metal, ma la verità è che sono pochissimi gli album d’esordio come “System Of A Down (1998) che mostrano una così prominente personalità, un sound straordinariamente già calibrato ed innovativo, un disco in cui si fa fatica a scoprirne le influenze più prominenti a parte quella conclamata dei Dead Kennedys.

Quello che ha fatto la fortuna dei SOAD è stato proprio quel sound, risultato di una amalgama di artisti così diversi tra di loro che hanno trovato fino al 2005 un’armonia (musicale) impressionante.

Tankian stupiva per quella voce; i suoi barocchismi hanno caratterizzato tutta la produzione dei SOAD e trovava la sua perfetta controparte negli agghiaccianti striduli del deus-ex-machina della band Daron Malakian.

Lo scioglimento dei SOAD arriva in un momento molto contorto della loro discografia, l’anno successivo l’uscita nel 2005 di “Mezmerise” e “Hypnotize“. I due lavori divideranno i fan, tra chi reputò questi due dischi una semplice trovata commerciale per vendere il doppio e chi invece invocò la definitiva maturazione della band.

Sciolti i System Malakian e Tankian, le due anime della band, cominceranno due percorsi slegati, il primo fondando gli Scars On Broadway, mentre Tankian si getterà su dei lavori da solista, concentrando la sua attenzione nel far sentire a tutti quanto è bravo a cantare.

L’uscita di “Elect The Dead“, il disco d’esordio del nostro cantante d’origini armene, non lascia molti dubbi su chi fosse la mente del gruppo, anche se va detto che l’avventura di Malakian finora non ha prodotto alcunché di rivelante. Nel 2007 veniamo tartassati dalle uscite dei singoli da “Elect The Dead”, uno più inutile dell’altro. Sebbene siano più che ascoltabili pezzi come The Unthinking Majority o Lie Lie Lie, resta comunque un fatto inappuntabile che il disco non trasmetti niente, se non un triste riciclo di uno dei cantanti più apprezzati del momento.

Ma la cazzata Tankian la fa con “Imperfect Harmonies“, in cui rivisita in chiave orchestrale “Elect The Dead”. Sebbene l’album, e ancora di più la live, siano apprezzabili per l’accostamento dell’orchestra alle doti vocali di Serj, non si può non leggere questo disco come un chiaro esempio di mossa commerciale a causa di una evidente mancanza di idee.

Il 21 dicembre 2012 sarà fine del mondo dicono ma non per Tankian chiaramente, il quale ha già annunciato il suo nuovo lavoro: “Orca“, in uscita il prossimo anno. Cosa? Cosa? Ma neanche il tempo di ascoltare “Harakiri” e già annunci un nuovo disco? La vena creativa ha ripreso a funzionare? Oltretutto “Orca” secondo alcuni rumors dovrebbe essere una sinfonia. In meno di anno Tankian pare aver ritrovato un po’ troppo, obiettivamente.

Ma ascoltiamoci “Harakiri”.

serjtankianharakiricover

Il disco è uscito quest’anno sotto la Serjical Strike Records, etichetta ovviamente del prode Tankian, che oltre a se stesso produce band di dubbio gusto. A primo ascolto “Harakiri” non sa di niente. Undici tracce che scorrono bene, senza problemi, ma anche senza attirare l’attenzione.

Cornucopia ci ricorda quanto bravo sia Tankian a cantare. Bene. Grazie. Me l’ero dimenticato. Il ritornello lascia troppe perplessità, in generale il pezzo appare un po’ piatto. C’è in tutto il disco, almeno a mio avviso, un serio problema di produzione. Un altro problema… ma quando cacchio finisce la traccia? Quattro e passa minuti per Cornucopia sembrano alquanto esagerati, senza contare che ad ogni cambio di ritmo c’è una dilatazione temporale un pochetto esasperata.

Figure It Out è un pezzo che se prodotto da persone competenti poteva anche essere un bel pezzo. Così è una serie di riff che si susseguono, come dei loop, un pezzo da garageband.

Ching Chime è qualcosa di tristissimo. Il solito giochetto di parole che piaceva a Tankian dai tempi dei SOAD, stavolta si va dalla imitazione del suono delle monetine ai riferimenti alla Cina, nei System di solito venivano fuori cose allucinanti e divertenti stavolta viene sù un pezzo appena sufficiente, ripetitivo perché troppo lungo. L’ennesima buona prova vocale di Tankian, un po’ più colorata delle precedenti.

Butterfly parte bene, ti carica subito con un bel riffone con i coglioni (finalmente) e i primi cambi ci fanno sognare che speranza c’è. Niente di eccezionale, ma ascoltabile, purtroppo ancora una volta i quattro minuti sembrano troppo per quello che la canzone ha da dire.

Da Harakiri ci si aspetta qualcosa di più, perché è comunque il pezzo che dà il nome al disco, quindi… quindi… ma che succede? Una moltitudine di idee ci vengono sparate tutte assieme, quando il pezzo si calma e ci lascia ancora un po’ confusi sull’inizio a palla, diventa una sorta una melodia strappa-lacrime, senza un passaggio decente dall’una all’altra parte. A mio avviso sintetizza benissimo il disco di Tankian, indecisione, confusione, non si mai cosa vuole trasmetterci esattamente. Ben suonato, ben cantato, ma senza niente da dire.

Occupied Tears arriva alla sufficienza, ma anche stavolta non è comunque un pezzo degno di nota, rientra in una mediocrità dilagante. Ormai la struttura portata avanti da Tankian comincia a ripetersi in modo troppo lampante per non annoiarsi.

Deafening Silence mi fa davvero incazzare. Qualche suono elettronico a mò di: senti come sono moderno, buttati lì senza un motivo, ancora una volta una canzone troppo da garageband. La melodia è apprezzabile, Tankian canta bene (non so più che dire, è così evidente?), un pezzo che comunque ancora una volta non ha niente da dire e al terzo minuto inizia seriamente a rompere le palle.

Forget Me Knot appena comincia mi sembra una canzone di Sinead O’Connor. Giuro. Poi per fortuna canta Tankian. Lo schema ripetitivo non si denuncia in modo troppo chiaro stavolta, comunque secondo me non raggiunge la sufficienza, ok che ha un sound molto più appetibile, come se in cabina mixaggio si fossero svegliati ad un certo punto, ma quattro minuti e mezzo sono troppi, troppi, troppi, per dei pezzi così. E qui mi rendo conto che l’idee erano davvero troppo poche e così ogni pezzo dura il doppio di quanto gli sarebbe normalmente concesso. Ondate di tristezza colpiscono il mio animo e il mio portafoglio.

Reality TV è un pezzo riflessivo sulla TV come già Tankian ne ha fatti. Di certo il peggiore di sempre.

Uneducated Democracy è una botta di vita inaspettata! Ok, un po’ confuso a tratti, ma più che apprezzabile nella sua vivacità, si scorre velocemente tra impressioni musicali veramente ispirate, il miglior singolo di tutta la carriera solista del povero Serj (anche se un minuto glielo avrei levato, così, tanto per).

Il disco si chiude con Weave On, traccia piatta che cerca di coinvolgerci, ma stanca, perlomeno c’è un librettista d’eccezione come Steven Sater.

Temi che vanno dall’ambiente alla TV, Tankian tenta di toccare tutte le corde, e a livello di lyrics c’è, peccato per la musica. Complice una produzione che non riesce ad esaltare alcuni pezzi che potevano dare di più (come Ching Chime, Occupied Tears e Uneducated Democracy) e complice anche una vena creativa alquanto smorta il disco non può superare la sufficienza. L’aria d’innovatività che la critica italiana ha voluto vedere in questo album è del tutto frutto di una allucinazione collettiva. I pochi suoni nuovi che vengono proposti sembrano lì per puro caso, per il resto c’è una involuzione dal disco precedente. Sebbene l’album nel suo complesso sembri superiore, và detto che in “Elect The Dead” Tankian sperimenta molti più ritmi, ha molte più idee, cerca di spiazzare l’ascoltatore (ma non ci riesce), qui invece c’è una linea netta che viene perseguita traccia per traccia, omogeneizzando il disco in unica melassa appiccicosa. Altro che evoluzione.

  • Pro: Tankian canta bene.
  • Contro: una cosa è rendere il disco ascoltabile nella sua interezza, una cosa è fare un disco di copia-incolla da quattro minuti ciascuno.
  • Pezzo Consigliato: Uneducated Democracy è un pezzo con un senso, che si fa amare nella sua ecletticità. Un’eccezione dal 2006 ad oggi nella produzione di Tankian.
  • Voto: 3/10