The Rolling Stones – Tattoo You

Rolling Stones

“Tatto You” non è stato semplicemente un fottuto disco di rock and roll, è stato l’ultimo album rock degno di questo nome. Da allora si è vista tanta roba, ma il rock classico finisce nel 1981 con questa bellezza (o cagata assoluta, dipende dai gusti). [aggiunta 08/11/14: sì, ho scritto una puttanata micidiale, però ogni tanto ci vuole, almeno per ricordarci che il genepì a colazione non fa bene]

In “Tattoo You” non ci sono capolavori come Street Fighting Man, non c’è Paint It Black, non c’è la bellissima Stray Cat Blues, c’è solo un ritorno ad un sound più puro, più semplice, più blues e a volte semplicemente molto Rolling Stones.

Se vi dicono che i Rolling Stones hanno fatto la loro fortuna sulle spalle dei grandi del blues, passando senza ritegno da Robert Johnson a Muddy Waters, beh, hanno ragione da vendere, ma questi ragazzi bianchi hanno preso quanto c’era di importante in quelle note ispirate da Dio (anche se Lester Bangs direbbe «da Satana») e l’hanno portato da noi lasciando che potessimo cibarcene.

Il blues (sopratutto nella sua accezione rock) è una musica che parla alle budella, non alla testa. È inutile che vi infangate con roba tipo John Zorn o Nico, a che vi serve se prima non avete assaporato quella musica da cui tutto, volente o nolente, proviene.

Se credete di parlare di roba “alta” concedendovi un chiacchierata su Led Zeppelin, Deep Purple o Rolling Stones siete proprio fuori strada. Non era di certo musica per i palati fini quella, non è fatta per riflettere troppo, quel momento di psichedelia di Whole Lotta Love che poi esplode nelle mani di Bonham che ci fa tornare nella realtà non serve per poter concentrarci meglio verso le derive esistenzialiste di Céline, e di certo la suadente progressione di As The Sun Still Burns Away dei Ten Years After non è concepita per una serata accompagnata da una gara di sonetti improvvisati tra amici.

Quello che facevano tanto tempo fa i Rolling Stones era mettere lì un paio di note una dietro l’altra e farti balzare dalla sedia come un pischello. Tutto tranne che la miglior band rock di sempre, anche se sono sempre restio nel dare delle classifiche, chi vi fa credere che esiste un metro di giudizio oggettivo nella musica rock probabilmente è un flippato che crede che pure le feci di Frank Zappa su un piatto suonino divinamente.

Tattoo You

Ovviamente registrato sotto la Rolling Stones Records, il disco è un mix perverso di pezzi tirati a caso tra jam session e registrazioni di altri album, il tutto ben confezionato da esperti di marketing e da un grandissimo copertinista come Peter Corriston.
Non c’è molto da dire su questo album, perché và ascoltato senza pretese e senza alcuna guida, lasciandosi trasportare.

Start Me Up fu un grande successo pure come 45 giri, le radio in tutto il mondo l’hanno mandata per anni, e ancora oggi il suo riff fa la sua porca figura. Una vitalità così in un disco rock raramente si ripresenterà.

Con Hang Fire si capisce subito che i Rolling Stones volano basso, che gliene frega a loro? Non percepite come hanno ormai appreso quello che serve? Come non si può almeno rimanere basiti dalla facilità con cui gli Stones ormai padroneggiano questo linguaggio musicale? Al di là dei meriti, sappiamo bene tutti che i Rolling Stones non valgono una gamba di band come gli Who o i Soft Machine, ma non stiamo parlando di roba così, parliamo di qualcosa in basso, ma non per questo meno apprezzabile.

Slave per me è meglio di un orgasmo. Sei minuti e mezzo in cui la linea di basso e la batteria vanno avanti imperterriti, Richards ogni tanto lo perdiamo per strada, Jagger insieme a Pete Townsend (che ci fa non lo so) si fa capo corista di un gospel scarno, senza profondità, senza poesia, al sassofono Theodore Walter “Sonny” Rollins mi fa sognare, seguo le note fino all’ultimo, e mentre il fruscio del vinile prende il loro posto sono ancora estasiato.

Little T & A è il pezzo più bello disco, semplice, rock, Keith Richards canta una folle cavalcata rock and roll che nel 1981 sta per diventare, di punto in bianco, tragicamente anacronistica (pezzo che la fa la sua porca figura anche in Argo, l’ultimo film di Affleck).

Conferma il trend, in chiave molto più nera, Black Limousine,  un tripudio di scontatezze certamente, ma in grande stile. Una goduria per uno schifoso masticatore di blues.

Neighbours è stato un pezzo abbastanza fortunato degli Stones, il che non è poco considerano la loro sterminata produzione di singoli di successo. Si torna ad un sound più moderno, un sound che caratterizza i Rolling Stones nel periodo di passaggio tra i ’70 e gli ’80.

“Stu” si fa sentire con quel soffice tocco d’organo di Worried About You, Jagger si lascia andare completamente e tocca tutte le sue corde, dall’incantatore di Angie al ruggito di Satisfaction.

Tops è l’ennesimo pezzo effimero e perfetto, incastonato in un disco che suona da solo, una volta preso il via i Rolling Stones sono andati dritto per dritto. I cori, fra l’altro, mi ricordano qualcosa dei bravi MGMT.

Heaven ripropone invece quelle atmosfere pseudo-psichedeliche che secondo me non hanno mai trovato motivo di esistere nella discografia dei Rolling Stones.

No Use In Crying riporta sui binari giusti la discussione. Dopo un minuto e mezzo Jagger trasforma questa semplicissima linea melodica in uno dei pezzi più ispirati della lunga carriera di questa band.

Il disco si conclude con Waiting On A Friend, uno sguardo verso questi ottanta che sono arrivati, e nei quali i Rolling Stones resteranno poco più che delle macchiette di loro stessi, come è in fondo tutt’ora.

Per me questo è il disco che segna il passaggio, il rock dei cosiddetti dinosauri è finito, non resta che qualche rimasuglio qua e là in queste tracce del 1981.

  • Pro: blues-rock d’annata, l’ultimo disco dei Rolling Stones (ascoltabile).
  • Contro: per i miei gusti troppe ballate, e Heaven non sa davvero di niente, ma proprio di nulla assoluto. Lato A tre volte più interessante del lato B.
  • Pezzo Consigliato: Little T & A è una chicca, rock and roll vecchia maniera, spensierato e senza pretese.
  • Voto: 6/10

Gogol Bordello – Gypsy Punks: Underdog World Strike

Gogol-Bordello

Su questo disco dei Gogol Bordello si è detto di tutto, in primis perché ebbe un enorme successo, poi perché inusuale, e infine perché non si sapeva assolutamente cosa dire.

Si sa, quando un critico – di qualunque cosa – è un vero professionista, tende a dire solo le cose essenziali, quelle che servono al lettore per definire correttamente il giudizio che quel  dato critico si è fatto dell’oggetto criticato. Questo genere di critica non esiste, quasi mai. Tanto meno qua in questo blog, dove il linguaggio raramente è tecnico o conforme alle recensioni musicali, e tutto viene filtrato dal gusto soggettivo del blogger. Il problema è che io lo scrivo questo, mentre la gran parte dei “critici” sul web si ergono a maestri onniscienti e super-oggettivi della musica tutta. Che pena.

Comunque, dato che pochi sapevano spiegarsi razionalmente il fenomeno dei Gogol Bordello e il loro successo nel 2005, si spesero tante (troppe) parole. E pensare che avevano già due dischi e una collaborazione alle spalle con Tamir Muskat, il musicista che ha fatto fare molto probabilmente il salto di qualità alla band di Eugene Hütz.

Comunque più o meno nel 1993 (tanto tempo fa) nasceva una delle tantissime band di folk-punk della scena est europea. L’influenza musicale più prominente è certamente quella rumena/ucraina, ma senza disdegnare quello che i russi avevano ormai irrimediabilmente insegnato in quegli anni. La mente creativa della band è Eugene Hütz, secondo Wikipedia addirittura figlio d’arte (suo padre era chitarrista nei Meridian, chi siano sinceramente non ne ho idea), immigrato non per scelta di vita ma per necessità ha visitato molti paesi assimilando qua e là molte delle sfumature poi caratterizzanti il sound della band.

L’Ucraina lascerà certamente un forte influenza nei testi del musicista, legato alle sue tradizioni e ai temi che sconvolsero l’est nei ’90 e poi nei 2000 con la rivoluzione arancione, ma musicalmente sinceramente c’è una riflessione certamente più americana. Il punk dei Gogol Bordello è ben lontano dai miti del punk come gli Stooges di Iggy Pop, è invece molto più vicino ideologicamente ai Fugazi. Di gypsy puro ne resterà sempre di meno più il tempo passerà.

I primi dischi sono grandiosi per forza, per energia, per colore, ma peccano in produzione e filologicità. Certamente un punto fermo per i Gogol Bordello è il “casino controllato”, ma l’amalgama dei suoi provenienti da “Voi-La Intruder” (1999) e da “Multi Kontra Culti Vs Irony” (2002) non è esattamente il massimo, c’è molta confusione mista a grandissime idee. Anche pezzi di un certo livello come Occurrence On The Border (Hopping On A Pogo-Gypsy Stick) risultano alla lunga stucchevoli e ripieni di suoni che c’entrano poco, per molti sono una tinta di world music, per me sono solo riempitivi di cattivo gusto.

Bisogna dire che all’epoca l’etichetta che li produceva era la Rubric records, una casa di produzione americana che produce roba allucinante, band che rientrano in categorie molto larghe (alternative/neo-psychedelia/indie rock!) che vogliono dire tutto, ma che urlano “non so neanche io che cazzo sto suonando”. Il che sinceramente un po’ rispecchia i primi lavori dei Gogol Bordello.

La SideOneDummy Records, si rese conto nel 2005 che con i Gogol Bordello poteva farci un affare mica da poco. Per quanto sia apprezzata in patria la SideOneDummy (e per quanto la produzione di questo album sia sotto il nome di niente poco di meno che Steve Albini) di certo non si può dire che sforni talenti a sfare, ma sicuramente mise ordine al sound dei Gogol Bordello, il che però pose definitivamente fine alle sperimentazioni partite con la collaborazione nel 2004 con il sopra citato Tamir Muskat. Il disco in questione è “Gogol Bordello Vs Tamir Muskat“, il capolavoro compositivo della band, che riuscì a interpretare i suoni folkeggianti dell’est in una dimensione elettronica tutto tranne che scontata, data la profonda tamaraggine che spesso pervade l’elettronica dall’est.

Come detto alla SideOneDummy dell’aspetto culturale gliene fregava una cippa (se non in termini di “esoticità”), mentre la questione sociale che proponevano Hütz e compagni era molto più sentita che nelle altre pietose band che si ritrovavano tra le mani. Forzando le caratteristiche ska e punk della band, e facendo sì che la dimensione territoriale della band diventasse quasi una simpatica macchietta, crearono un fenomeno di risonanza mondiale.

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Si salva decisamente la dimensione ideologica del gruppo, che proprio nel disco che li vedrà assicurarsi un roseo futuro, esploderà in tutta la sua nichilista e festaiola potenza: “Gypsy Punks: Underdog World Strike (2005).

Il disco si apre con Sally, un pezzo che a parte essere piuttosto auto celebrativo non si capisce cosa dovrebbe trasmettere. Le tematiche sono lontane dall’est e toccano il punk più prevedibile dei depressi fine ’90 americani. Hütz scimmiotta un accento da immigrato, risulta difficile però capire quanto questo sia naturale o forzato.

I Would Never Wanna Be Young Again è la seconda delusione, un punk-rock con fughe di violini e urla a tutto spiano, un pezzo efficace dal vivo e alle feste mentre si ci regge a malapena le mutande, ma in sé non ha molto da dire.

Già con Not A Crime c’è un netto miglioramento, il ritmo esotico misto a un punk più puro e meno standardizzato riportano i Gogol Bordello nella loro dimensione originaria con una nota psichedelica (l’assolo di fisarmonica che conclude con una serie di suoni elettronici).

Immigrant Punk è un tributo al punk londinese, un format perfetto per la radio, il tema è finalmente legato alla loro dimensione est europea, e il punk ne risulta l’unico mezzo di denuncia sociale possibile: There is a little punk mafia/ Everywhere you go/ She is good to me an I am good to her.

60 Revolutions è un’esplosione gioiosa, una canzone che esprime perfettamente la forza live della band, un pezzo ottimo perché incastra caratteristiche più commerciali ad un gypsy punk di ottima fattura.

Avenue B ha una melodia decisamente mediterranea, un pezzo genuino di grand’impatto, anche a livello compositivo una delle vette del disco.

Dogs Were Barking è un pezzo decisamente auto celebrativo, costruito scientificamente, tutti i cliché prevedibili tutti assieme.

Per me Oh No è una sorpresa, il suo ardore tutto spagnoleggiante, un flamenco-punk che propone qualcosa di diverso dal resto dell’album. Riascoltare “Gypsy Punks: Underdog World Strike” dopo almeno due anni mi ha fatto rivalutare questa traccia in particolare.

Start Wearing Purple è stato il loro primo singolo, ed è certamente uno dei momenti più divertenti del disco, una sorta di grande marcia (come mostrava il video) di pura felicità, sembra di esser stati appena catapultati in mezzo ad una festa!

Think Locally Fuck Globally ci riporta a quella dimensione di “se compro un disco di una band punk di stampo gitano mi aspetto abbiano queste idee politiche”, il che è anche giusto, ma musicalmente si poteva fare qualcosa per non farla sembrare la solita prevedibilissima ballata del cazzeggio.

Underdog World Strike si torna alla dimensione del prevedibile, anche se in chiave pseudo-epica.

Illumination nella sua disarmante semplicità credo dimostri le grandi doti di istrione di Hütz  e anche una chiave di lettura mai degnamente sviluppata nella carriera dei Gogol Bordello fino ad oggi. Il testo inoltre è perfettamente riflesso nella voce e nella melodia del pezzo, una perla di saggezza.

Santa Marinella resta nella memoria solo per la sua lunga sequela di imprecazioni e bestemmie in italiano. Il che, a mio modesto parere, è un po’ poco per una canzone.

Il disco si avvia alla fine, il penultimo pezzo è Undestructable, il testo mi piace molto, la musica… posso dire che mi sembra ridicola nella sua semplicità? Insomma, la mia è solo un opinione, però credo di aver sentito roba molto più impegnata al ristorante argentino in centro.

Mishto! conclude l’album, ed è una vera goduria per chi ama questo genere musicale. Io la apprezzo, al massimo, però mi rendo conto che sintetizza bene i concetti musicali fin qui espressi, inoltre è un’ottima prova per i musicisti della band.

Anni fa questo disco mi piacque da morire, era tra i miei preferiti, oggi non più. Sarà per la mia maggior consapevolezza dello strato culturale-musicale dell’est acquisita in questi anni, sarà perché si sente troppo l’americanizzazione e la commercializzazione in confronto ai lavori precedenti, non lo so, però adesso mi sembra un lavoro appena sufficiente, con alcuni pezzi davvero mirabili, ma nel complesso poco da dire.

Restano una delle migliori esperienze live di tutto il panorama musicale mondiale.

  • Pro: uno dei pochi proseguimenti sulla scia dei grandi Fugazi almeno concettualmente, inoltre delle band pseudo-balcaniche certamente i Gogol Bordello sono il meglio, festaioli e rivoluzionari da poltrona quanto basta.
  • Contro: troppi cliché, chiara mano americana che inficia un po’ su questa “nostalgia” ucraina.
  • Pezzo Consigliato: 60 Revolutions credo riassuma bene il meglio che questa band può dare (o che ha dato).
  • Voto: 5/10

Blue Phantom – Distortions

La recensione di oggi è davvero una chicca allucinante. Per ascoltare decentemente questo disco sono finito nella cantina di noto venditore di vinili fiorentino, l’originale è una rarità assoluta nel campo del collezionismo. Certo, mi direte, ci sarà su YouTube (e difatti oggi l’ho trovato per i link), ma un recensore che ascolta un album su YouTube è credibile? Credo che anche la ricerca aiuti la recensione, diventa molto più sentita e attenta proprio perché frutto di uno sforzo (anche se minimo) invece che frutto di un semplice svago girando tra i collegamenti consigliati dal Tubo.

I Blue Phantom non sono molto conosciuti all’infuori dei circoli del collezionismo e non sono da confondersi con i Phantom Blues Band (band blues in attività che vanta collaborazioni con Etta James, Joe Cocker e i Rolling Stones) o con i Blue Phantom Band (band italiana in attività fondata nel ’71, fanno un blues vecchio stile, dal vivo sono indimenticabili) o con le temibili Phantom Blue (le cinque fattucchiere dell’heavy metal).

La band ha probabilmente come factotum il polimorfo Armando Sciascia, dato che il compositore del disco si firma “H. Tical”, celebre pseudonimo del violinista. Siamo nel 1971, Sciascia è stato un grande sperimentatore come dimostrano molte delle sue colonne sonore, difatti per confermare ulteriormente la sua paternità và ricordato come Distortions, il disco che mi appresto a recensire (prima o poi, se non mi perdo in ulteriori digressioni), sia stato usato come colonna sonora di molti film del discusso regista spagnolo Jesús Franco (sì, proprio Jess Franco).

Di certo uno dei più importanti lasciti di Sciascia è stata la fondazione della Vedette, la sua casa discografica, nel lontano 1962. In quell’anno l’eclettico compositore italiano aveva dato la sua arte all’inutile regista Renzo Russo, il film in questione è il noiosissimo Sexy, un delirio di chiacchierate futili e balletti stomachevoli. La Vedette dal canto suo una delle case discografiche sicuramente più attive dell’epoca, e la qualità era piuttosto elevata: si passa dal rarissimo Contrasto dei Pooh, a nientepopodimenoche il primo disco degli Equipe 84, c’è posto anche per il mai abbastanza compianto Giorgio Gaber, il capolavoro dei Metamorfosi Inferno, ma c’è spazio anche per Stefano Rosso! Di certo il colpaccio la Vedette lo fece quando prese il posto della mitica Elektra e pubblicò in Italia nel 1970 Morrison Hotel dei The Doors, uno dei picchi della band americana tornata finalmente al blues che le apparteneva (anche per taluni è invece una netta virata verso idee più rock). Sciascia ha prodotto oltretutto un’altra rarità del panorama italiano: il leggendario Uno dei Panna Fredda.

Il disco dei Blue Phantom viene pubblicato con l’etichetta Spider records, una sotto-etichetta della Vedette dimenticata per strada dall’inefficiente Wikipedia. Dell’ensemble che traduce in musica le indicazioni di Sciascia non sappiamo nulla neppure oggi, un gruppo da studio che molto probabilmente era legato al compositore italiano, quello che sappiamo di certo che uscì solo Distortions e un singolo a lui legato sotto il nome dei Blue Phantom, poi il nulla: niente live, nessuna apparizione in riviste o TV, nessuna paternità riconosciuta, niente. Gran parte di queste informazioni le ritengo sicure, difatti le ho prese dal blog di John’s Classic Rock, in Italia una fonte più che mai autorevole per tutto ciò che concerne il prog made in Italy.

Le influenze derivano certamente dai grandi come Le Stelle di Mario Schifano, qualcosa da Dies Irae (1970) dei Formula Tre, e forse forse dallo sconosciuto quando eccezionale Plays Eddy Korsche – Rock & Blues (1970) dei Free Action Inc., in ambito internazionale c’è tanto dei primi Iron Butterfly,  avrà forse ispirato il disco d’esordio de L’Uovo Di Colombo (omonimo, 1973) e azzardo magari Generazioni (Storia Di Sempre) (1975) dei miei amati E.A. Poe. Il disco è interamente strumentale.

Blue Phantom - Distortions

L’album si apre con una potentissima Diodo. Il riff anticipa in maniera impressionante l’heavy metal inglese più oscuro, mentre la prima variazione con un tastierista sotto acido ci fa tornare in clima psichedelico, un’andirivieni tra riff spettacolari e fughe allucinate.

Metamorphosis ci ricorda che siamo di fronte a degli anonimi che suonano in modo perfetto. Un po’ confuso a tratti, per fortuna la chitarra e la batteria sono ispirate da non so quale divinità musicale. Una chiave di lettura alquanto particolare per il ’71, anche se si presta molto meglio come colonna sonora che come singolo.

Microchaos è una breve perla di saggezza. Riff potenti, suoni da un altro pianeta si intersecano perfettamente, nulla in realtà è lasciato al caos. Questo è un singolo con i coglioni.

L’attacco di Compression per un attimo rimanda a quei torbidi film erotici italiani dei primi settanta che Sciascia certamente conosce fin troppo bene. Per fortuna il suo sviluppo è dedito alla psichedelia più favoleggiante possibile, rimandi con i classici della psichedelia a sfare, un piacere sovra-dimensionale.

Equilibrium riprende un po’ il pezzo precedente, con una profondità maggiore, un tema molto più riconoscibile e un pizzico di Santana (pizzico eh, non mi insultate).

Lato B, si ricomincia col riffone, Dipnoi però è certamente più folle dei suoi precedenti Diodo e Microchaos. Virtuosismi che si susseguono, e mi ritrovo a pensare: questi ci sanno fare di brutto, così mi rendo conto che questo disco vale molto più del suo già folle prezzo da collezione.

Distillation mi fa balzare dalla sedia, un’attacco potentissimo, una cosa del genere se la sognano i Black Sabbath (ci sono tantissime sfumature che rimandano all’heavy metal dalla band di Iommi & Osbourne, comunque l’accostamento – che è stato fatto spesso da altri recensori – è piuttosto difficile per me). Il pezzo dopo qualche minuto parte per i conti suoi, una jam psichedelica di ottima fattura.

Violence è l’ennesima allucinazione corredata di moog e fughe barocche. Il brano è tra i più ispirati del disco, una struttura solida dentro la quale la fantasia dei musicisti capitanati da Sciascia si propaga oltre i limiti consentiti dalla razionalità (esagero un po’, ma è tutta colpa dell’esaltazione di poter ascoltare un rarità di questo tipo).

La calma dopo la tempesta è Equivalence, sostanzialmente una buonissima colonna sonora per un film diretto ipoteticamente da Syd Barrett.

Psycho-Nebulous ha un grande difetto per i miei gusti, inizia come se fosse già a metà pezzo. Mi ha sempre dato fastidio questa pratica, per fortuna mai troppo abusata, quando si cerca di comporre “rock d’avanguardia”. Va bene che il disco è bello ma non è mica Parable Of Arable Land, quindi se magari ti attieni a quanto fatto finora non sputtani tutto nel finale. Comunque Psycho-Nebulous è un chiarissimo caso di riempitivo senza funzione, strano, noioso, di una psichedelia che non ha alcuna funzione se non quella di un fastidioso scampanellio di musicisti sotto acido.

Nella versione CD del 1998, che ho giustamente recuperato solo stamani, sono presenti inoltre Uncle Jim (un bellissimo divertissement alla Barrett, ma arrangiato divinamente) e una versione singolo di Diodo.

Il lavoro è sicuramente un prodotto del tutto inusuale, sebbene le ottime premesse di Sciascia con dischi come Mosaico Psichedelico (1970), in Distortions i suoni e le idee sono inspiegabilmente avanguardistiche, un disco da avere assolutamente per la sua unicità e genialità.*

  • Pro: è un disco unico nel 1971, un caso musicale da studiare e conservare gelosamente.
  • Contro: momenti in cui la follia psichedelica dilagano senza un motivo apparente, a volte la sperimentazione non trova un motivo di essere e dà oggettivamente fastidio.
  • Pezzo Consigliato: Diodo è davvero bellissima, ma anche l’inedita Uncle Jim mi ha esaltato tantissimo all’ascolto.
  • Voto: 6/10

[*ERRATA CORRIGE: come gentilmente fattomi notare nei commenti “Mosaico Psichedelico” è una raccolta postuma mentre il link è riferito a “Impressions in Rhythm and Sound” (qui il link a Circuito Chiuso) album del buon Sciascia del 1970.]

Christina Pluhar & L’Arpeggiata – Stefano Landi, Homo fugit velut umbra…

Perché Christina Pluhar e L’Arpeggiata? Essenzialmente perché leggendo questo bellissimo articolo stamani mi sono ricordato del disco, e riascoltandolo mi è presa voglia di parlarvene.

Per chi di voi non la conoscesse… beh, non sconvolgetevi, poiché l’artista in questione è una ripescatrice di classici perlopiù dell’epoca barocca, quindi potete immaginare che non è che abbia tutto questo mercato.

Comunque L’Arpeggiata fa Musica senza troppi scherzi. Le rivisitazioni più celebri sono quelle di Emilio de’ Cavalieri (Rappresentatione di Anima, et di Corpo, 2004) e di Stefano Landi, certamente semplificano alcuni aspetti della composizione, ma senza rinunciare ad una tecnica sopraffina e ad un suono pulito e affascinante, il tutto senza mai stravolgere le precise strutture barocche dei due maestri.

Recentemente l’ensemble si è dato a progetti importanti e di ottima fattura. Non posso non segnalarvi lavori come Via Crucis (del 2010, un percorso dolcissimo tra rarità altrimenti dimenticate, come una ninnananna napoletana e alcune perle di Monteverdi) oltretutto accompagnati da tre bravissimi coristi conosciuti come i Barbara Fortuna, dalla Corsica, i quali sebbene abbiano solo un paio album all’attivo vantano un’esperienza come singoli eccelsa.

Recenti anche gli ultimi due lavori su Monteverdi, Teatro D’amore (2009) e Vespro Della Beata Vergine (2011) meritano un plauso per la elegantissima interpretazione del celebre compositore italiano.

Comunque resta ancora oggi, almeno a mio modestissimo avviso, Homo fugit velut umbra… (2002) di Stefano Landi il loro capolavoro assoluto, con la fondamentale partecipazione di Marco Beasley, Johannette Zomer e Alain Buet.

Il disco è una raccolta di madrigali per cinque voci a basso continuo, di certo non un’opera ai livelli de Il Sant’Alessio (1632) sempre del compositore romano, ma è comunque un lavoro pregno di quella straordinaria malinconia e tensione verso la morte che caratterizza gran parte di quello che ci è pervenuto di Landi.

Landi fu un compositore piuttosto elastico per la sua epoca, aveva imparato molto dai grandi napoletani  (vedi l’uso della canzone villanesca che lo contraddistinguerà) e sapeva leggere con una certa facilità i gusti del suo tempo (pastorali e madrigali a più non posso), non a caso fu tenuto di conto da tutti i mecenati romani più importanti del suo secolo.

Homo fugit velut umbra...

Della raccolta offerta dalla francese Cristina Pluhar, Homo fugit umbra… (La vita dell’uomo fugge come un’ombra) il pezzo più rappresentativo dell’angoscia esistenziale di Landi è La Passacaglia della Vita. Una forma musicale che deriva direttamente da una delle miriadi di variazioni possibili dalla Ciaccona, su cui si sono dilettati almeno una volta più o meno tutti i compositori dalla seconda metà del seicento all’ottocento.

Di questa Passacaglia ci sono molte versioni, recentissima quella di Franco Battiato (Apriti Sesamo, 2012), un nome che certamente può riportare l’attenzione verso Landi e magari verso i lavori più filologici della Pluhar.

Nella versione proposta dalla Pluhar non solo l’abilità tecnica fa da padrona, ma la voce di Beasley è forse l’assoluta protagonista di questa melodia così struggente. Le note di Landi feriscono, il pizzicare delle corde così solenne trasforma la Passacaglia in una tarantella funesta mentre Beasley riesce a comunicarci (sebbene un registro secondo me piuttosto moderno) il profondo avvilimento del testo, qui di seguito lo ripropongo nella sua interezza:

O come t’inganni
se pensi che gl’anni
non hann’da finire,
bisogna morire.
E’ un sogno la vita
che par si gradita,
è breve il gioire,
bisogna morire.
Non val medicina,
non giova la China,
non si può guarire,
bisogna morire.
Non vaglion sberate,
minarie, bravate
che caglia l’ardire,
bisogna morire.
Dottrina che giova,
parola non trova
che plachi l’ardire,
bisogna morire.
Non si trova modo
di scoglier `sto nodo,
non vai il fuggire,
bisogna morire.
Commun’è il statuto,
non vale l’astuto
‘sto colpo schermire,
bisogna morire.
Si more cantando,
si more sonando
la Cetra, o Sampogna,
morire bisogna.
Si more danzando,
bevendo, mangiando;
con quella carogna
morire bisogna
La Morte crudele
a tutti è infedele,
ogni uno svergogna,
morire bisogna.
E’ pur ò pazzia
o gran frenesia,
par dirsi menzogna,
morire bisogna.
I Giovani, i Putti
e gl’Huomini tutti
s’hann’a incenerire,
bisogna morire.
I sani, gl’infermi,
i bravi, gl’inermi,
tutt’hann’a finire
bisogna morire.
E quando che meno
ti pensi, nel seno
ti vien a finire,
bisogna morire.
Se tu non vi pensi
hai persi li sensi,
sei morto e puoi dire:
bisogna morire…

Le tracce del disco si succedono tutte con facilità, la Pluhar con Beasley sono riusciti a modernizzare Landi senza sconvolgere la sua natura e, se vogliamo, il suo sound, un’interpretazione che sebbene si basi su strutture semplici ne esce in modo tutt’altro che scontato.

Ne A che più l’arco tendere si assiste ad un duetto eccelso, Sinfonia riassume i suoni e le impressioni del disco con un efficacia esaltante, T’amai gran tempo è un sali scendi di pregiata fattura, virtuosismo raffinato.

C’è poco altro da dire in realtà, il disco è davvero un’eccezione nel panorama musicale internazionale, il gusto estetico di Cristina Pluhar e le sue collaborazioni hanno prodotto e producono certamente alcune delle migliori rivisitazioni della musica barocca.

  • Pro: la miglior interpretazione dei madrigali di Landi forse di sempre.
  • Contro: non ci sono aspetti negativi, è tutto estremamente curato.
  • Pezzo consigliato: ovviamente La Passacaglia della Vita.

La Questione Scaruffi

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DISCLAMER: Questo articolo è brutto e vecchio e invecchiato male, leggiti QUESTO che è molto meglio!

Piero Scaruffi, per chi non lo sapesse, è una delle personalità più assurde d’Italia (anche se preferisce l’America è pur sempre italiano).

Scaruffi è uno storico del rock (non ama tanto la definizione di critico) che tempo fa tirò fuori una enorme Storia Del Rock ora on-line nel suo vecchissimo (e se vede) sito, un’opera enciclopedica/critica/storica che fa sembrare la Gerusalemme Liberata poco più che un romanzo tascabile alla Camilleri. C’è di tutto, dai Rolling Stones alla band del circolo ARCI sotto casa (se vivi a New York, chiaramente), e il metro di giudizio di Scaruffi è di certo alquanto differente da quello del critico medio, dunque per me è stato fonte, assieme ad altri, di informazioni preziose.

Tutti, o quasi, odiano Scaruffi. In Italia almeno il 98% della popolazione.

In Primis perché il Piero nazionale non sa tenere a freno la lingua, se una band, anche rinomata (se non soprattutto), non gli piace, la distrugge sotto ogni punto di vista.

Per sintetizzare se no qui si fa notte: Scaruffi premia la sperimentazione, il nuovo (che segua però una precisa logica di pensiero, non: nuovo fine a se stesso), le correnti che cambiano davvero il corso della storia musicale, che pongono nuovi limiti o ne che distruggono di vecchi.

Per me è un ottimo metodo di critica, anche se mi trovo spesso in disaccordo con le idee di Scaruffi, non posso far finta di non notare che questo accade quasi sempre quando ci sono in ballo band che mi piacciono. E questo lo dico per onestà intellettuale.

Piero+Scaruffi+Beatles+scaruffi

È ormai storico il suo astio verso i Beatles, visti nel suo libro come un mezzo commerciale prima ancora che musicale; tale considerazione gli ha creato una folta schiera di nemici che, almeno a mio avviso, sono quasi sempre dei perfetti cretini.

Quando mai in Italia si dà peso al giudizio di un critico? Quasi mai, e c’è una ragione ben specifica perché ciò accade: il critico italiano medio tende a parlar bene di qualunque band, meglio ancora se famosa. Leggersi certe recensioni sul Rolling Stone fa venire i brividi, il servilismo verso le case discografiche è lampante, quasi perverso nella sua continua ostentazione.

Inoltre c’è da dire che gran parte dei provetti critici nostrani raccontano panzanate a tutto spiano, per poi fare le pulci a Scaruffi.

Che i Beatles siano nati come risposta politically correct al rock and roll nero non mi pare una bestemmia, è un dato di fatto negabile soltanto con una disonestà intellettuale assoluta. Possiamo discutere sul fatto che fossero validi o meno, o che fossero solo capitati al momento giusto nel posto giusto (o col produttore giusto nell’etichetta giusta), possiamo discutere sulla qualità dei singoli e degli album, ma è innegabile che i Beatles non hanno inventato nulla di trascendentale, ma piuttosto sono stati portavoce di uno stile e di un modo di fare musica a loro coevo. Se avete letto delle note negative in questa analisi è perché partite col pre-concetto (sbagliato) che non inventare sia una cosa negativa. Perché? Non è che siete come Scaruffi allora?

Parliamo dei critici sul web che vogliono la testa di Scaruffi? Una leggenda metropolitana che va molto di questi tempi, figlia chiaramente di un ignoranza mascherata da conoscenza, è che i Led Zeppelin abbiano copiato dagli Humble Pie. 

Ma porca pupazza, tra tutti i santi gruppi da cui i Led Zeppelin hanno spudoratamente copiato (anche se è inesatto, e poi vediamo perché se me lo ricordo) mi prendi gli Humble Pie di Frampton e Marriott? Già trovare le somiglianze per me è una forzatura. Nascono praticamente nello stesso anno, ma da due situazioni assolutamente diverse. I primi dalle ceneri degli Yardbirds (o dei New Yardbirds, o dei Nouvelle Uccell’ o come cavolo si chiamavano dopo il duecentesimo cambio di formazione) band dalla formazione blues che dà alla chitarra quell’importanza fondamentale che poi sarà l’oggetto della discussione musicale in ambito rock per gran parte dei primi ’70. I secondi nascono dalla ex-band di Steve Marriott, gli Small Faces, i mod in diretta concorrenza con i mod per eccellenza: gli Who. Cacchio gli Small Faces ci acchiappavano di soul e di presenza sul palco alla Who, ma gli Yardbirds facevano ben altre cose.

Una volta che Humble Pie e Led Zeppelin si sono formati già di partenza le diversità sono chiare, limpide. I Pie sono la versione hard degli Small Faces, ma senza la vena psichedelica, e sopratutto senza idee particolarmente sconvolgenti (c’erano anche i Cream là a giro, mica la banda dei fiati di San Miniato basso), mentre gli Zep non solo sono la versione molto (alla terza) più hard degli Yardbirds, ma portano avanti nuove idee plasmando il vecchio blues, che sarà una fonte di approvvigionamento costante in tutta la loro carriera da hard-rocker, spingendo verso una psichedelia più funzionale e meno “a caso”, polverizzando il primato del prog e portando il grande rock nei grandi stadi.

Un paio di differenze insomma.

ester168

Vabbè, come al solito nei miei post non si capisce niente, ma la questione è proprio terra terra. Prima di criticare Scaruffi vorrei perlomeno avere un pizzico della sua cultura (generale). Poi chiaramente è un borioso del cacchio, la pagina di nonciclopedia su di lui è più attendibile di quella di wikipedia, non ci sono dubbi, però è anche vero che c’è una forte analfabetizzazione musicale in Italia.

Anni fa, quando Scaruffi parlava bene di Beefheart, dei Red Crayola, dei Fugazi, dei Pere Ubu, di quel gran cazzone di Klaus Schulze, nessuno se li cagava di striscio (parlo del mondo ancora più analfabetizzato musicalmente che è internet) ora sono i miti di un sacco di gente.

Io credo che la critica musicale, come la critica artistica in generale, solo nel tempo dimostra la sua validità.
Nel 1874 la gente s’andava a vedere CabanelBouguereauBaudry, e quella era considerata da tutti i critici Arte Immortale, mentre quegli sfigati che facevano la mostra a casa di Nadar (fotografo piuttosto eclettico, a mio avviso assomiglia tantissimo allo zio Eduard di Mort À Crédit) erano considerati imbecilli destinati a finire nel dimenticatoio per sempre.

P.S.: Essendo nata nei commenti la solita diatriba sui Beatles eccovi una mia riflessione in merito.

P.P.S.: [2021] Questo articolo è vecchio e scritto di getto da un giovane me molto irriflessivo, se volete un aggiornamento su questa “questione” eccovi un succosissimo link.