Black Mountain – Black Mountain

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I Black Mountain sono una band relativamente giovane conosciuta più dai critici rock che tra gli appassionati di rock, il che è un po’ quello che accadde per esempio ai Rare Bird di cui avevo parlato l’ultima volta.

Al contrario dei Bird i Black Mountain non sono certo avanti coi tempi, anzi, sono un po’ indietro.

La smodata passione di Stephen McBean per i ’70 e i ’60 non è certo un mistero, già nel suo primo ensemble, i Pink Mountaintops, progetto parallelo ai Black Mountain, McBean e compagnia bella si sdavano sul rock psichedelico, con un’anima però un po’ pesantuccia.

McBean fuori dai Black Mountain sembra Syd Barrett imbottito di valium, una noia tremenda. Dicono che per chi ama la musica psichedelica dischi come “Outside Love“, del 2009, sia un gran bel disco. Beh, a me piace la psichedelia, eppure “Outside Of Love” mi fa sinceramente schifo. Noioso oltremodo, ripetitivo, i testi che dovrebbero essere strappalacrime invece si rivelano banali e melensi. Sarà una questione di sensibilità, non lo metto in dubbio, ma a tatto i Pink Mountaintops mi fanno venire prurito alle parti basse.

Tutt’altra storia i Black Mountain che nel 2005 si presentarono con il miglior disco mai prodotto dalla Jagjaguwar. Ovviamente omonimo il primo album dei Black Mountain sembra a tutti un ottimo tributo ai Black Sabbath, ma niente di più, ma per me non è così semplice.

Dopo il successo McBean continua a scrivere canzoncine per la nonna con i Pink, ma nel 2008 stupisce ancora con “In The Future“, secondo disco dei Black Mountain, con una quantità incredibile di pura genialità, banalità, prog-rock, noise e ballate degne, al massimo, di Lenny Kravitz. Ce n’è per tutti i gusti!

“In The Future” è davvero una piccola perla nel 2008, un disco incompreso ancora una volta dal pubblico ma non dalla critica. È difficile nel 2000 poter ascoltare riff potenti e fughe psichedeliche come in Tyrants, e nello stesso album potersi fare un viaggio con Queens Will Play e la folle Bright Lights, oppure infilarsi nel trascinante rock tribale di Evil Ways. Tutti i lavori di questa band sono seguiti spesso da innumerevoli tracce che non rientrano nel cd, ma che sono tutt’altro che riempitivi, piuttosto spingono ancora più in là le idee della band, come in Black Cats, dove il sound è molto moderno, con una strizzatina a tratti alla new wave.

Trovo che nella gioiosa ecletticità dei Black Mountain ci sia tanta ingenuità, ma anche tanta sincerità. La band sperimenta i suoi limiti, niente di nuovo o di rivoluzionario, ma non c’è la pretesa di esserlo. Questa umiltà traspare decisamente nei primi due lavori dei Mountain.

Per i primi due dischi si parla fin troppo spesso di Led Zeppelin, quando in realtà degli Zep c’è solo qualche rimando, certamente McBean tende di più verso i primi monolitici Black Sabbath, i Blue Öyster Club e i Blue Cheer, ma anche i Dead Meadow senza contare gli Hawkwind, questi ultimi molto rivalutati in tempi recenti anche dal garage rock (vedi il californiano Ty Segall).

Non disdegnano ogni tanto qualche rimando jazz e al pop raffinato (Angels) ma continuo a premere sulla sincerità, che poi non è che sia un merito soltanto della musica, diciamo, fuori dal mainstream, perché anche giovanotti di belle speranze come Mitch Laddie fa revival (blues) ma meccanicamente, senza l’energia di gente come McBean, che pure nei soporiferi Pink Mountaintops ci mette l’anima, e si sente.

Inoltre anche se spesso ci vanno giù di wall of sound non essendo fanatici del low-fi a tutti i costi, tipo i Purling Hiss, il loro suono è sempre pulitissimo e molto calibrato. Nessun eccesso, nessuna nota storta, c’è un grande controllo, forse anche troppo. In effetti una caratteristica fondamentale del loro sound nei primi due album è un po’ questo eccessivo controllo, che alla lunga estranea, crea come una sorta di vuoto mentale nell’ascoltatore, si percepisce spesso nelle tracce dei Black Mountain un malessere esistenziale affascinante. La ripresa di Tyrants, la terribile ripetitività del riff in Don’t Run Our Hearts Around distruggono lo spazio e il tempo, inconsciamente ci finisci dentro, assieme a loro. Guardate che c’è una grande consapevolezza nella psichedelia dei BL, il che mi sembra sia stato poco sottolineato anche dai critici più entusiasti, i quali si sono decisamente soffermati sui ricordi rock che i riff rimandano, senza invece prendere in considerazione le qualità intrinseche alla band.

L’ultima fatica in studio dei Black Mountain è il mediocre “Wilderness Heart” (2010), più in linea con le altre band prodotte dalla Jagjaguwar, roba perlopiù pseudo-intellettuale o triste-intimistica, o semplici scempiaggini come i Foxygen, gruppo californiano di grande successo ma senza un bel niente da dire.

Ma andiamo a conoscere meglio l’album d’esordio dei Black Mountain.

Black Mountain 2005

Modern Music è un inizio sconcertante. Avevo detto Black Sabbath e Hawkwind, ed invece eccoci a partire con un pezzo pieno di ecletticità e allegria, e un istrionico McBean che ripete: we can’t stand your modern music, we feel afflicted! e a chi si riferisce? Probabilmente a tutto il movimento della new wave più afflitta, all’indie più autolesionista, al brit pop senz’anima, o più in generale a tutta quella musica moderna senza passione, meccanica, vuota. Ok, ci dicono, ci rifacciamo al passato, ma solo alla sua musica.

Netto lo stacco con Don’t Run Our Hearts Around, un riff potente ma imperniato di psichedelia pura, il pezzo è un susseguirsi di variazioni imprevedibili ma mai eclatanti (mi piace un casino).

Ennesimo salto con Druganaut, si può parlare di prog, ma sempre senza orpelli inutili, duetti di ottima fattura tra McBean e Amber Webber, psichedelia e chitarra elettrica che passa dall’essere protagonista di sostanziosi riff all’essere totalmente disassemblata in suoni distorti ma sempre espressivi.

In No Satisfaction la band si lancia in un folk leggero. Mi piace il ruolo del testo, la ripetizione ritmica di: ‘cause everybody like to claim things, everybody shame things and everybody likes to clang bells around è un po’ più sofisticata di come si presenta. McBean ragiona su alcuni luoghi comuni del loro far musica, del revival, sul modo di vivere questa esperienza, cantando we can’t get no satisfaction per me rivela una sorta di “costrizione”, un modo di apparire che però non si confà con la realtà che si cela dietro, la mancanza di un reale sentimento di appartenenza verso la comunità, esplicata bene nel pezzo successivo (inoltre si citano i Velvet di Lou Reed, avete presente I’m Waiting for the Man?).

Set Use Free è un pezzo semplice ma costruito con grande maestria, terribilmente malinconico ed estraniante. Rimandi a Killer dei Van Der Graaf Generator sono da vedersi nel testo, questo sentirsi killer, assassini delle emozioni che ci circondano, il tema della liberazione dalle macchine (=società) per tornare ad essere davvero, a poter amare, a poter essere liberi è di una banalità sconcertante, ma ben esplicato.

Invece No Hits rivela una propensione all’elettronica (moooolto velata) che si ripresenterà in vari aspetti in tutti gli album dei Black Mountain, ma ad oggi non ha trovato ancora un sviluppo interessante. Molto prog, ma senza una direzione precisa.

Heart Of Snow si presenta con un prog classico, ma il sound della band riesce a far riscoprire il gusto di ascoltarsi anche la più banale struttura prog pensabile. Un pezzo molto delicato e tragico.

Devo dire che dal 2005 ad oggi ancora non sono riuscito a trovare niente di interessante nell’ultima traccia dell’album, Faulty Times, buttata lì così, un pezzo alquanto insipido e senza il piglio dei Mountain, più scolastico diciamo.

Credo sia un disco che merita, come anche il secondo, “In The Future”, forse nel 2005 avevate altro da fare mentre la critica adorava questo album d’esordio, ora però non avete troppe scuse per non ascoltarlo.

  • Pro: non è semplice revival, la band non ha enormi qualità, e probabilmente non ha già più niente da dire dopo soli due album, ma c’è molta passione e tanta sincerità, che al giorno d’oggi è merce rara.
  • Contro: se non vi piace lo stoner rock non è esattamente un disco che vi consiglierei. Riffoni che si perdono in ripetitivi momenti psichedelici, voci suadenti e mai un momento di vera rabbia rock, praticamente una palla.
  • Pezzo Consigliato: è difficile perché alcuni pezzi sono molto slegati tra di loro, comunque credo che Druganaut sintetizzi efficacemente il sound e le idee dei Black Mountain.
  • Voto: 6,5/10

Rare Bird – As Your Mind Flies By

Rare Bird

Parlare di prog è sempre difficile.
Prima di tutto una considerazione: è un genere piuttosto da checche. Ma io lo amo oltremodo.

La sua struttura così semplice lo rende un terreno estremamente fertile per i barocchismi, inoltre fa anche sì che lo si possa mischiare con qualsiasi genere esistente, dal free-jazz all’elettronica.

I cultori del prog sono sparsi in tutto il mondo, purtroppo anche il materiale disponibile è sparso in tutti gli stramaledetti angoli del mondo, ed è spesso introvabile, o a prezzi inaccessibili per un uomo con una sola vita da vivere. Non è un caso se il disco di cui oggi vi parlo l’ho trovato nei bassifondi di Belgrado la scorsa estate, ad un prezzo per loro molto alto, ma grazie ai magici poteri dell’inflazione divenne per me accessibile.

Dei Rare Bird, fateci caso vi prego, non ne parla nessuno. Nessuno. Sono tra le band più sconosciute del prog, ed è una cosa davvero strana. Vedete, i veri appassionati di prog, per farsi odiosamente fighi con gli amici, amano scovare dischi sconosciuti di band improbabili (e improponibili), per poi propinarle in serate accompagnate da metanfetamina e dvd di Spongebob. Eppure i Rare Bird si trovano ancora in una condizione di limbo assai particolare.

In realtà qualcosa per cui gli Uccello Raro (ok, me la potevo risparmiare) sono ancora ricordati c’è. Purtroppo, però.
Nel 1970 uscì un loro 45 giri, con una hit: Sympathy. Fu un successo mondiale, un grande colpo per la band, peccato che la canzone faccia davvero cagare. Cioè, dannazione, è una roba un po’ Beatles sotto LSD e Procol Harum in stato confusionale, senza contare che è oltremodo noiosa. Dove sono i barocchismi? I sali-scendi vorticosi? È per me incomprensibile come un band che arriva al successo con una palla allucinate come questa possa fare un disco che spacca il culo come “As Your Mind Flies By“.

Un attimo ancora però.
Il loro primo disco, ovviamente titolato “Rare Bird” come la band, esce nel 1969, ed è una mezza fregatura. Cioè, l’inizio è decisamente epico: Beautiful Scarlet (il link è di una versione live, mille volte più figa di quella da studio) certamente non è un pezzo che sprizza di originalità, ma è suonato decisamente bene. Ok, magari non è così epico, però dai, è interessante. Il resto del disco invece è assai anonimo e poco interessante.

Ma in difesa di “Rare Bird” (1969), va detto che in quell’anno lì non è che esistessero poi chissà quali esempi di prog. E riascoltando il disco, contestualizzandolo nell’anno in cui è uscito, ne riesce abbastanza rivalutato.

I Genesis si erano appena presentati e non si può di certo dire che “From Genesis To Relevation” fosse già un lavoro maturo. I Van Der Graaf Generator cominciano il loro glorioso percorso con “The Aerosol Grey Machine“, carino, ma confuso. Invece King Crimson quell’anno tirarono fuori un dannato capolavoro, un disco che è ancora considerato uno dei massimi esempi di progressive rock della storia: “In The Court Of The Crimson King“. Mamma mia! Direbbe Super Mario.

In Italia Le Orme produssero una versione edulcorata di In “The Piper At The Gates Of Down”, ovvero il geniale “Ad Gloriam“, mentre sul fronte trash c’è l’indimenticabile “In Cauda Semper Stat Venenum” dei tragici Jacula (sì, a parte Le Orme, il nulla più totale).

In questo contesto va detto, in tutta onestà, che i Rare Bird avevano prodotto un disco con un sound piuttosto maturo, e decisamente molto prog. Proprio sotto In “The Court Of The Crimson King”, come consapevolezza, c’è il primo disco dei Rare Bird. Poi chiaramente andrebbe fatto un altro discorso sulla qualità del disco, e cazzi e mazzi, ma sai che palle!

Comunque arriva il 1970, e con lui i capolavori internazionali del Prog. Non mi metto a fare l’elenco, l’unica cosa che si può dire è che ogni band trova il suo sound, si cominciano a sviluppare il folk, il jazz e la musica tradizione all’interno di tracce molto lunghe, l’idea di suite nel prog ormai si fa strada. E non mi vergogno affatto ad affermare che il miglior disco di quell’anno magico fu proprio “As Your Mind Flies By“.

As Your Mind Flies By

Prodotto dalla famosissima Charisma Records, un po’ l’etichetta per eccellenza del prog inglese, il disco non solo dimostra che la band ha studiato, si è migliorata, ed ha sviluppato una personalità unica, ma pone nuovi limiti al prog ancora neonato.

What You Want To Know è in assoluto il pezzo più bello che abbia mai aperto un dannato disco prog dopo 21st Century Schizoid Man. Una cosa: non usano la chitarra elettrica. Sono un gruppo rock. Fanno prog. Non usano la chitarra elettrica. Poteva essere una merda, ed invece è bellissimo. L’hammond suonato da Graham Field è pura poesia, non c’è la potenza (e anche la volgarità, che amiamo) di Jon Lord, ma nemmeno il tocco jazz di Steve Winwood, è una cosa tutta sua, poesia.

Si arriva a Down On The Floor, un bellissimo pezzo che non ha nulla da invidiare alle produzione coeve dei Genesis, tanto per fare un nome. Sebbene uno spiccato carattere “medievaleggiante” non è niente che si possa ricondurre per esempio ad “Alchemy” (1969) dei Third Ear Band, o a qualcosa dei Jethro Tull, i Rare Bird sono esageratamente moderni e unici.

Hammerhead conferma l’eccezionale forma dell’organista (non ho detto che è virtuoso, dico solo che sa che sa che note toccare, senza stupidi barocchismi), le doti vocali di Gould non sono eccelse, ma non facendo niente di trascendentale fa già moltissimo. Il sound complessivamente è calibrato molto bene, e la band se ne esce con eleganza, senza gli inutili orpelli del prog più pomposo, come in molte cose degli Emerson, Lake & Palmer (che sarebbero stata tanta roba senza un quinto delle note che mettevo ad ogni pezzo).

I’m Thinking conclude il primo lato con potenza e armonia. Folle e geniale connubio tra un prog fatto di fughe con l’organo e uno più rilassato, una amalgama che non lascia niente al caso. Uno dei miei pezzi preferiti di tutti i ’70. Nel finale Steve Gould si lascia scappare un sommesso wow, come se anche lui si fosse accorto che stavano facendo qualcosa di Grande.

Il lato B…
Non so davvero come parlarvi del lato B di questo disco.
Una delle prima suite dell’epoca prog si nasconde in questo lato. Si chiama ovviamente As Your Mind Flies By, ed è forse la più bella suite di tutto il genere. Incredibile come già nel ’70 i Rare Bird avessero assimilato il prog, praticamente in questa suite ci sono i cinque successivi anni racchiusi, sintetizzati. Non è normale. È qualcosa di visionario, pazzo, controcorrente.

La critica elogiava questa band, ma nessuno sembrava comprenderli a fondo. Eppure questo disco, in confronto a gran parte dei dischi prog, non soffre di abrasioni dovute al tempo, sembra nuovo, brillante, moderno. Sarà perché è un capolavoro nascosto, sarà perché non è sulla bocca di tutti, sarà perché quando lo metti sul piatto non ti aspetti molto, forse una qualcosa tipo alla The Nice, o al massimo alla The Move, ed invece ti becchi questo capolavoro della musica popolare, una delle massime espressioni del suo genere.

Se amate il prog dovete avere questo disco.

  • Pro: è un disco piuttosto avanti con la sperimentazione prog fino al 1970, dimostra una maturità eccellente, nessun orpello, nessun riempitivo, nessuna infiltrazione di jazz o blues, è un prog esageratamente puro per l’epoca. Inoltre la chitarra è sostituita da un piano elettrico alquanto ispirato.
  • Contro: se non ti piace il prog è una pappa noiosissima, una roba da checche che piangono davanti a “Picture At An Exhibition” e non hanno un orgasmo ascoltando gli MC5.
  • Pezzo Consigliato: ascoltatelo tutto, dalla prima traccia alla suite.
  • Voto: 7/10

Ty Segall – Goodbye Bread

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[Dopo un paio d’anni mi pento di parecchie cose in questa recensione, ma il bello di fare recensioni perché mi va sono anche queste uscite così entusiastiche, esagerate, prorompenti. Da qui ho cominciato ad aprirmi alla scena garage californiana, e adesso nel 2015 posso dire che è stata la protagonista di questo blog per un paio d’anni buoni. Quindi grazie Ty, non so bene di cosa, ma grazie.]

Ty Segall è californiano gente, cresciuto come solo in California crescono i veri uomini, pane, acqua e garage rock.

Quando ascolti Segall non sai bene da dove partire. Delle volte sembra appena uscito da una jam session con Iggy, delle altre invece con i Sonics, non è raro che mi rimembri a tratti anche i Seeds, i Troggs e i Crime.

La musica di Segall non vuole colpirvi il cervello, punta dritto dritto alle budella. I suoni distorti, il feedback, errori palesi e le sbavature, tutto fa parte della potenza espressiva di questo cazzone.

Per me è difficile fare un recensione di “Goodbye Bread“. In realtà la cosa è andata così: mi giravano le palle perché volevo recensire il Richard Hell dei tempi d’oro, però poi ho pensato che faccio troppe recensioni di vecchiardi, in seguito mi è venuto in mente che potrei fare una recensione sui Foxygen (che, per inciso, odio) e mentre mi lambiccavo con questi dilemmi iTunes, che se ne stava lì a buttare in sequenza casuale miliardi di ore di musica, mi spara a tutto volume California Commercial, proprio da “Goodbye Bread” di Ty Segall. È stata come un’illuminazione, una sorta di luce in fondo al tunnel. Non è il mio disco preferito del giovane californiano, però da qualche parte dovevo pur cominciare.

L’ambiente di Segall è quello underground pesante, uno dei tanti sconosciuti che infestano le radio streaming e i locali più infami con i loro brufoli e la loro scocciante gioventù. Paffuto e biondo, Segall a prima vista potrebbe anche apparire come un bravo ragazzino arrivato tardi al concerto dei Nirvana, ed invece è proprio un pazzo, anzi: è incazzato.

Molti amanti dell’indie sono rimasti sconvolti dall’implume Segall, riconoscendo sulle prime qualche accordo depresso-introspettivo si sono avvicinati, per poi ritrovarsi sommersi da pura rabbia rock. Ehi, niente contro l’indie, mi piacciono pure gli Underground Youth, però il garage è unico, anche per i personaggi tipo Segall.

Va bene, si ispira a gente come Iggy, come ai Black Sabbath e ai Black Flag, come pure alla psichedelia di Syd Barrett e dei White Witch e via dicendo, ma chi con un po’ di cervello non lo fa? Probabilmente lo fa anche Jeffrey Novak, non tanto bene però, ma Segall sembra attingere proprio dalla forza originaria che smuoveva tutti quei maledetti geni.

Sì, ok, forse, e dico forse, “Goodbye Bread” è il suo disco più moscio a tratti, però è quello che mi è capitato sotto mano adesso. È uscito nel 2011 sotto la grandissima Drag City, un’etichetta con le palle. Il sound appare più canzonato e “limitato” almeno in confronto ai lavori precedenti, un po’ come se durante le registrazioni qualcuno tenesse per le palle in prode Ty, ma in realtà non ci trovo niente di sconvolgente, anzi, anzi

Ty arriva a questo album dopo una serie infinita e incatalogabile di collaborazioni, di tutti i tipi e con con tutti i tipi più strani della scena californiana. La sua prima esperienza di rilievo è certamente con i The Traditional Fools (2008), un paio di 45 giri ed un album con i coglioni, ma un po’ dispersivo. Poi sembrava dovesse fare quasi il serio con Mikal Cronin, ed invece “Reverse Shark Attack” risulta essere uno degli album più fancazzisti e divertenti del 2009.

Inizia a collaborare con i Sic Alps nei ’10, si fa una bella cultura anche psichedelica, e si prepara mentalmente alla collaborazione con White Fence. Chi vi dice che “Hair” (2012) il disco di Segall con Fence sia roba da checche ci capisce sinceramente poco o pochissimo. Segall, come ben dimostra la sua discografia, non è solo Stooges, non è solo garage (e già sarebbe comunque tanto), ma principalmente è divertimento. Tira fuori due o tre dischi all’anno, che cazzo credete gliene freghi di come viene incasellato, o se delude i fan del “feedback a tutti i costi”? “Hair” vede collaborare due grandi e giovanissimi rocker, ma se Segall è il lato oscuro del rock, quello viscerale, quello puro, invece White Fence fa parte di quel rock psichedelico angosciante, ironico e disturbante. La loro passione per i sixties e i seventies si fa sentire tutta in “Hair“, con colpi di genio assoluti come in Time e Easy Rider, oppure in totali momenti di noia, eppure anche la merda di Fence e Segall è preferibile a una qualunque band della Jagjaguwar (a parte i primissimi Black Mountain).

Praticamente sto spendendo più parole per i dischi peggiori che per i migliori. Ma in realtà va bene, è quello che volevo sotto sotto.

Il crescente successo che investe Segall lo porta nel 2011 a fare una bella raccolta di singoli dal 2007 al 2011 ovviamente, un modo per farsi conoscere anche da noi europei, che in California a cercare i suoi dischi proprio questo weekend non possiamo andarci. E nemmeno nel prossimo.

Quello che ne viene fuori da quella stranissima valanga di singoli sono perle di saggezza che rischiavano di essere perse per strada. Roba garage-punk come Bullet Proof Nothing, rigurgiti barrettiani come in Fuzz Cat, rumorosissime hit come Ms. White. Sembra che Segall, un fottuto ragazzino (ma non lo erano forse anche i Sonics, i Count Five e gli Stooges?) per giunta californiano, abbia riscoperto il garage, e ce lo stia insegnando di nuovo.

Goodbye Bread

Dopo “Lemons” (2009) e “Melted” (2010), due dischi a tratti notevoli ma anche presuntuosi, esce il nostro “Goodbye Bread“. Obbligatoriamente, come ogni buon disco garage, va ascoltato ad un volume ESAGERATO, meglio senza cuffie.

L’album si apre con la title track e se vi sembra un pezzo “serio” provate ad ascoltarlo così.

Si passa alla sopracitata California Commercial, garage puro e semplice.

Seguono a fuoco Comfrontable Home, You Make The Sun Fry e I Can’t Feel It. C’è rumore, ma ci sono già tante idee che verranno sviluppate con Fence in “Hair“. Ascoltandole non si capisce proprio come Segall abbia tirato fuori due dischi al sangue come “Slaughterhouse” e “Twins” (entrambi dell’anno scorso), ed è infatti impossibile se non si conosce la discografia del ragazzo.

My Head Explodes mi fa bene al cervello, sento confluire più ossigeno quando la ascolto. Si comincia con un misto di indie e grunge, per poi scoppiarti in faccia a piena potenza: rumori assordanti e distorti, e c’è pure la chitarra spaziale alla Hawkwind!

Si spazia un po’ con The Floor, eclettica e modesta, moscia invece Where Your Head Goes, c’è un po’ di Barrett anche in I Am With You, per il finale c’è Fine, che non sa di un cazzo, probabilmente a Segall stava alquanto fatica scrivere ancora qualcosa di decente (tra ottomila collaborazioni e al ritmo di due dischi all’anno mi stupisco che non ci sia molta più merda).

In conclusione si può può benissimo dire che “Goodbye Bread non è un disco particolarmente rilevante nella discografia di Segall, ma da qualche parte bisogna pur cominciare no? Inoltre sono dell’avviso che anche quando caga Segall fa della musica molto più sincera e vera della maggior parte delle band che dicono di fare rock.

Segall non fa arte, non fa roba intelligente, non sta riscrivendo i capisaldi della musica, fa rock, fa garage. E lo fa bene, dannazione.

  • Pro: alcune idee sono stupefacenti nella loro semplicità, come in California Commercial, o come nel gustosissimo climax di My Head Explodes.
  • Contro: questo dipende voi: Segall cazzeggia per tutto il tempo, sbavature e ingenuità costellano tutto il disco dalla prima all’ultima traccia, se la cosa vi piace non è un difetto, se invece vi dà fastidio state lontani mille miglia da questo disco e in generale da Ty Segall.
  • Pezzo Consigliato: ho un fottuto debole per Goodbye Bread. Che ci posso fare?
  • Voto: 7/10

Scotch – Evolution

Scotch

La italo disco è un fenomeno complesso, con una storia intricata ed una serie infinita di interpreti, conosciuti perlopiù dagli appassionati del genere.

Un po’ come tutti i sotto-generi la italo disco è una sintesi di ciò che “tirava” ai suoi tempi, ovvero nei luccicanti anni ’80 (credo si intuisca una certa tendenza alla disco music, ve la butto lì), la struttura musicale era ridotta all’osso, e tutta la magia di questo genere si basa sull’uso smodato di sintetizzatori e sequencer. Un delirio vero e proprio di effetti e suoni spesso del tutto casuali.

Molte band italiane venivano dal prog, ovviamente le più tamarre (Circus 2000, Gleemen, tanto per citarne due), tutti gli altri erano perlopiù dj di dubbia capacità compositiva e perfetti signor nessuno accompagnati da produzioni generalmente scadenti.

Gran parte del successo (brevissimo) di questa italo disco fu in Germania, terra dove notoriamente se negli anni ’80 andavi a giro con un sintetizzatore e portavi occhiali dalla montatura rosa shocking eri Gesù sceso in terra, basta vedere la loro sconsiderata passione per artisti come Moroder, Jean-Michel Jarre o i Kraftwerk. I nostri italiani, piuttosto virtuosi nell’uso vigliaccamente glamour del sintetizzatore, ebbero vita facile nelle discoteche tedesche, molto meno in quelle nostrane. Solo successivamente c’è stata una rivalutazione di questo genere, e proprio in questi anni molti giovani si stanno avvicinando con dolce e ingenua curiosità alla scoperta di questo dimenticato fenomeno commerciale.

Per sintetizzare quanto detto basta ascoltare successi (sì, lo sono stati) come Orient Express dei Wish Key, o la altrettanto celebre Forever And One Day dei 93rd Superbowl.

Tra i maggiori rappresentanti della italo disco mi permetto di citarne gli unici due di cui ho ascoltato per intero almeno due dischi (è davvero difficile trovarne a giro, prima di tutto perché prodotti in numero piuttosto limitato, e poi perché credo molti dotati di raziocinio abbiano bruciato le copie in loro possesso) Dean Harrow e i mitici Scotch.

Dean ho scoperto essere una faccia abbastanza conosciuta nel territorio della trash TV italiana (grazie Wikipedia, quando c’è da trovare la merda sei sempre ben fornita). Ha partecipato recentemente a reality show, ha condotto su Match Music un programma dove mandava a manetta discutibili successi degli anni ’80, e si fa vedere in trasmissioni dal forte contenuto intellettuale come Uno Mattina. Come musicista puntò tutto sul suo fisico e una forte caratterizzazione del personaggio ultra-mega-tamarro che portava a giro. Punta di diamante della sua produzione è certamente il video di Mad Desire, uno scempio musicale accompagnato da delle immagini totalmente sconnesse. Scene con lui tamarrissimo che passeggia intervallate da sequenze in cui tira pugni alla camera, o scene di una presunta love story senza alcuna dinamica riconoscibile, c’è pure un momento in cui va al cinema a vedere se stesso cantare (e la sala è vuota!!!).

Gli Scotch sono considerati dagli esperti del genere come una delle vette compositive più alte della italo disco. Fondati dal factotum Manlio Cangelli (fondatore anche dei sopra citati Wish Key) oggi la band la riassumiamo nella figura di Vince Lancini, il cantante.

Vince Lancini è un uomo felice, che ancora oggi riempie discoteche di provincia (molto piccole) con la sua ingombrante presenza (gli è venuta ‘na panza…) cantando su una base da karaoke i successi degli Scotch, una fine che vi assicuro comune alla gran parte delle star di questo sotto genere.

Avevo già ascoltato “Evolution” (1985), erano i primi anni del liceo che passavo principalmente tra i negozi di vinili e le fumetterie; ricordo che stavo cercando un disco dei The Castaways quando il negoziante mise sul piatto il primo disco degli Scotch. In tutto quel rigurgito inespressivo di sintetizzatori mi innamorai irrazionalmente di una canzone, Disco Band, che entrò nel mio cervello per mesi, se non per anni. Mi odiavo ogni volta che le note di quei cinque minuti di puro terrore mi saltellavano in testa, era come se una maledizione mi perseguitasse.

Per esorcizzare questo male sapevo benissimo cosa fare, ma avevo paura. Non puoi, ed è per me un imperativo categorico, parlare male di un disco se prima non lo hai ascoltato. Ma per ascoltarlo bene, per concentrarti davvero su quello che stai ascoltando, lo devi comprare.

Comprare un disco che so benissimo essere un prodotto di qualità scadente e che odierò con tutto me stesso dal primo all’ultimo minuto non è esattamente un gran bel passatempo. Per carità, negli anni mi sono dovuto ricrede più di una volta! Ero tremendamente prevenuto su “Kick Out The Jams” ma dopo averlo ascoltato (bene) divenne uno dei miei dischi preferiti. Ho apprezzato molto “Gogol Bordello Vs Tamir Muskat mentre ho trovato odioso “Uncle Meat (ed io adoro Zappa). Anche quando parto prevenuto, o positivamente o negativamente, l’ascolto per me è quanto il più possibile (s)oggettivo, se è una merda è una merda, chiunque l’abbia fatta.

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Beh, ora l’ho comprato.
La copertina, come potete vedere, è oltremodo brutta, c’è questo tipo primitivo-jamaicano che passeggia con uno stereo in spalla seguito anche nel retro da dei dinosauri visibilmente perplessi, disegnato come se fosse una specie di murales messicano.

Non è un caso dunque che il disco cominci con Primitive Man. Suoni che rimandano esageratamente al trash made in ’80, come se Calvin Harris si fondesse con Wang Chung. Nel suo trash non si può comunque apprezzare il tentativo melodico, poteva certamente risultare molto più tamarro. Poi comincia a cantare il nostro Vince. Purtroppo. I suoi versi – chun’ tangatagatun ah! – misti a testi obiettivamente poco ispirati si sovrappongono alla inamovibile struttura del pezzo, completandosi nella più totale inutilità. La traccia sfuma senza aver mai sviluppato niente, come se l’avessero troncato a metà «dai belli, ‘sta roba dura troppo, passiamo al prossimo pezzo!»

Take Me Up fu un successo, anche se faticate a crederlo, è così. Riassunto efficace di una serie di sonorità che riempivano le discoteche dei mitici ’80 quando ormai il 33 giri di Donna Summer del dj di turno si era oltremodo consumato. Il ritornello allegro e simpatico rimanda a tutta quella simpatia forzata che le major imposero nella musica degli anni ottanta, mentre Gang of Four, Pere Ubu, i primissimi Talking Heads analizzavano nuovi aspetti della nostra società tramite le loro innovative prospettive, ma anche in chiave diciamo “disco” (prendiamola larga) c’erano Frankie Goes To Hollywood, Eurythmics, o il già citato Moroder che comunque sviluppavano tematiche più complesse e una musica più ricercata (non sempre, ma vabbè). Anche questo pezzo sfuma senza alcun sviluppo degno di nota.

Si arriva sconfortati a Man In The Man (ambiguetto il titolo), linea melodica nulla, si nota la presenza di un sintetizzatore (ma và!) e il testo che lascia il tempo che trova. Si cerca, essenzialmente, di trovare un sound, una soluzione musicale che non esige certamente nulla da se stessa, niente di più ricercato di molta spazzatura che passano in discoteca oggi quando finiscono li dischi di Boyz Noize e Tiga. Sfumato, di nuovo, sul nulla.

Born To Kill, potrei giurarci, sembra scritta con Music 2000 (vecchio gioco della Playstation) tenta di dare una nota scura all’album, ma a noi ci basterebbero un paio di note decenti. Il testo non l’ho capito, forse per ignoranza, forse perché scritto con la tecnica del cadavere squisito, non lo so, comunque ecco un frammento delle liriche:

My devil, I, I’m so crazy
Yes desperation, no soul
Shake your tongue
Push around your stone
Born to kill the queen of the earth

Aggiungeteci anche una serie di suoni a caso e un assolo di chitarra sul finale (!), che poi, ineluttabilmente, sfuma, troncando anche questo pezzo.

Si arriva al lato B che si apre con Komburn [non ho trovato un link su You Tube, forse c’è su Spotify], un minuto inutile. Davvero.

Ed è così che ci apprestiamo a  gustare un altro successo degli Scotch, Delirio Mind. Non so, e mai credo vorrò sapere, se questo pezzo è stato scritto con l’intenzione di essere davvero una canzone di disco music seria, oppure come una tristissima parodia. Morirò con questo dubbio. Dopo una prova vocale di Vince (mi sono alzato in piedi con le mani in tasca per non prendere a pugni il disco) il pezzo si sviluppa sulla solita linea melodica e ritmica tutta uguale, con delle digressioni farneticanti, credo che il fine ultimo di questa traccia sia provocare un esaurimento nervoso nell’ascoltatore. Ci sono dei momenti in cui il sintetizzatore tira fuori dei suoni degni della colonna sonora di un film di Barbie. Il finale, stavolta compiuto, non ha senso, ovviamente.

Si passa a Loving Is Easy/Evolution. Le prime note sembrano quelle di un pezzo dei Justice suonato da una band di quattordicenni. Forse amare sarà anche facile, ma scrivere canzoni decenti per Margutti (c’è nei credits, non so chi sia, in questo pezzo c’è anche un tale J.Less, qualcuno ne sa qualcosa?) e Lancini sembra davvero una impresa impossibile.
Una tamarrata rara questa canzone, una perla di indecenza musicale preziosissima se volete sconvolgere i vostri amici, uno dei massimi apici che il trash abbia mai raggiunto. In finale “orgasmico” poi una roba che nemmeno i Troggs più arrapati (perdonatemi di aver messo una delle mie band preferite vicino a questi mentecatti).

E così, con immensa fatica, siamo giunti al mio incubo. Eccola, eccola davanti a me, ecco Disco Band.

Un successo inspiegabile seguì questa canzone, coronata di uno dei video più brutti (se non proprio il più brutto) della storia. Guardatelo, poi riprendiamo:

Nell’album questa cosa dura anche di più. I testi facciamo finta che non esistano, roba che fa sembrare Gioca Jouer una poesia di Ungaretti. Ma la musica? Davvero si può ballare una cosa del genere? E come si balla, come nel video? Ve la immaginate una discoteca piena di invasati che vestiti da rasta-dottori e ingessati doloranti che ballano al ritmo di questa roba? Forse la musica fa schifo, ma lo spacciatore di Margutti e Lancini era un Dio della droga, potete scommeterci il culo. Ok, non resisto, ecco il momento più aulico del testo:

Running down with me
My sailor
Smiling high with you
My cirriots
Smiling high with me
My radio
Baby
You’re my really disco band

Ma che cavolo vuol dire? E quando Vince ricomincia con i suoi versi da menomato tipo rangadadagadagadu!  cosa sta esprimendo, a parte un progressivo deperimento del suo stato cognitivo?

Ultimo pezzo: sono salvo. Losing In Time spicca per una certa ricercatezza della melodia, una prova compositiva certamente insperata dopo una sequenza micidiale di nulla assoluto. Mi prudono le mani mentre l’eclettico e tamarro sintetizzatore fa il suo dovere, ma non posso comunque far finta di nulla, questa canzone non è del tutto orribile, ha un senso, va bene che suona come la base per un Canta Tu, e forse il fatto che segni la fine di questo album che me la fa apprezzare di più, non lo so neanche io ormai. Chiaramente il pezzo ricicla i suoi due-tre strofe senza ritegno per quattro minuti, e finisce in uno sfumato che spezza (sì, di nuovo) un discorso musicale comunque ben avviato.

La prima parola che mi viene a mente è: incompleto.
Va bene, forse non la prima, e neanche la seconda, ma diciamo la prima che non sia una imprecazione. Il disco è incompleto, nessuna traccia viene sviluppata degnamente (a parte Deliro Mind e Disco Band) la povertà compositiva è lampante, l’unica nota che emerge è l’uso del sintetizzatore, caratteristica principale della italo disco, sai che roba.

Non spendeteli questi soldi ragazzi, sul serio, non ne vale la pena. Compratevi un libro, un disco di Ty Segall, un pacchetto di preservativi, qualcosa di utile insomma, ma non questa roba. Nel caso siate degli appassionati di trash a 360 gradi invece uscite subito di casa, oppure andate su eBay, e comprate questo disco. Dopodiché potete morire felici.

  • Pro: io odio questo disco.
  • Contro: tutto, praticamente tutto.
  • Pezzo Consigliato: Delirio Mind è il lato oscuro della musica.
  • Voto: 1/10

Justice – Audio, Video, Disco

Justice

Secondo me molta gente non ha capito un tubo dei Justice.
Già prenderli seriamente oppure paragonarli ad altre band (Daft Punk?), per me sono errori di valutazione.

Gaspard Augé e Xavier de Rosnay non sono due francesi con la passione per l’elettronica, sono due ragazzi che hanno voglia di imparare divertendosi. Una filosofia che in musica purtroppo è enormemente sottovalutata. Non voglio fare paragoni eccelsi (Captain Beefheart, ma solo dell’idea di principio, ovviamente, sempre a pensar male!) ma prendiamo in esame band come gli MGMT o i Klaxons, senza quella vena di fancazzismo che li caratterizza non avrebbero molto da dire.

“Audio, Video, Disco” dice già tutto, ed è stupido – davvero stupido – tacciarli di non aver fatto nulla di che perché è soltanto prog rock, è molto stupido, per il semplice fatto che già il titolo dell’album svela la semplicità del loro far musica: Ascolto, Vedo, Imparo.

Stupirsi poi per una svolta rockeggiante degli Starsky & Hutch della musica elettronica è un po’ patetico. Già in  (2007, meglio conosciuto come “Cross“) ci sono fortissime declinazioni prog, basti pensare alla mini-suite Phantom divisa in due parti, una grandissima prova compositiva che strizza l’occhio ad un prog davvero pe(n)sante.

Ricordo di aver letto in un vecchio numero del Rolling Stone (sì, lo compravo, e me ne vergogno) una loro intervista, parlavano dei loro esordi, e non mi stupì leggere che tra tante cose avevano pure militato in una cover-band dei Green Day. Visto? Niente di esaltante, niente di trascendentale, nessun rimando a John Zorn, a Frank Zappa o a cippalippa, a loro piacevano i sempliciotti e scontati Green Day.

Definire il valore di una band solo e soltanto dai punti di riferimento e dalla scelta di un genere è davvero sconfortante. Cosa trasmettono i Justice, realmente?

Prima di tutto una ecletticità non indifferente, un sound che spazia dai Daft Punk a Andrew Lloyd Webber, una giocosa musica da rave party senza pretese se non quella di essere subita passivamente.

Guardando (ed ascoltando) il quarto episodio della prima stagione di Misfits*, quello in cui Curtis fa quel gran casino dopo aver visto la sua ex, ti rendi conto di come i Justice siano uno specchio quantomeno realistico della nostra generazione (sono del ’90). In discoteca, nell’episodio citato, danno Phantom part II remixata dai Boyz Noize, tutt’attorno le luci e i laser oscurati dal muro dei corpi che passivamente subiscono note di cui a mala pena percepiscono i bassi, seguendo una linea ritmica a volte più in sintonia con la loro testa che con quello che manda il dj. I Justice si fanno promotori della dispersione musicale, del collage (Kraftwerk, Electric Light Orchestra, Yes, e chi più ne ha più ne metta) e del ri-collage (il remix), sono moderni, contemporanei, e lo fanno senza un reale bisogno di espressione alta, senza il bisogno di aggiungere nulla se non la loro passione per quello che ascoltano, vedono ed imparano.

La cifra stilistica è importante, la presenza di questa enorme croce illuminata che li segue ovunque, dalle copertine degli album ai video fino all’enorme dj set dal vivo è un simbolo ormai caratterizzante. I loro video seguono esattamente la loro idea di musica, così progressive, non c’è un reale inizio ed una fine, c’è solo una infinita progressione, da non vedersi come sinonimo di miglioramento, ma il naturale e ineluttabile divenire delle cose. Notate come fra l’altro nella prima cover si mostra una croce spaziale, mentre stavolta un monolite antico come Stone Age. Hanno già detto molto del disco soltanto con la copertina.

Il percorso della band è psichedelico, si va da collaborazioni con i Fat Boy Slim a Britney Spears, ma il successo arriverà con We Are Your Friends, storico feat con Simian (il video è geniale) nel 2006. La loro via è certamente segnata da Pedro Winters, manager già di Daft Punk e Cassius, e sebbene la sua impronta sembra che i Justice ascoltino molto di più l’elettro-prog dei Battles e i dj californiani. Nel 2007 con “Cross” probabilmente siglano uno dei capolavori assoluti dell’elettronica di stampo popular, e con “Audio, Video, Disco” (uscito ben quattro anni dopo) alzano il tiro.

L’etichetta naturalmente è la francese Ed Banger Records di Winters.

audio-video-disco

Il disco comincia, almeno per i miei gusti, nel migliore dei modi. Horsepower è una fuga prog che sembra cominciata già da tempo, il sapore è decisamente Andrew Lloyd Webber, ma non quello bravo, quello tamarro e rimbecillito del “Phantom Of The Opera“. Barocchismi inutili, ma con gran stile.

Trovo che Civilization sia di una potenza vergognosa. Dal vivo rende mille volte il disco, riflette esattamente quello che dicevo sopra, e ce ne fa capire un’altra: i Justice hanno imparato le basi del prog, e le usano per lo stesso motivo con cui avevano assimilato i Daft Punk, lasciare che ai ragazzi arrivi addosso un muro di suoni e parole, nient’altro (ma con una qualità compositiva sempre più interessante).

Un cretino, ovvero un recensore di Onda Rock, ha voluto paragonare Ohio a Because dei Beatles. Ok, Ohio non solo non c’entra niente, ma siamo ben oltre la semplicistica musica pseudo-intellettuale dei Beatles di “Abbey Road” (grazie al cielo). La progressione di Ohio ci trasporta in un viaggio senza meta (leit motiv del disco, e della musica dei Justice), il percorso non progredisce, ne aggiunge mai nulla di nuovo, è solo un andare avanti per inerzia (ammetterete, finalmente, che i Justice fanno una musica mille volte più comunicativa e contemporanea di più o meno tutte le band rock esistenti, almeno per onestà intellettuale).

Canon si presenta con un intro dal sapore medievaleggiante (i Third Ear Band di “Alchemy“?) per poi esplodere in una follia prog che va dagli Emerson, Lake & Palmer ai già citati Battles. Una prova compositiva degna di Phantom, che sinceramente comprova che i Justice non stanno lì a far girare dischi su un piatto.

On ‘n’ On ha avuto su di me l’effetto covalente di un calcio nelle palle. Cos’è? Ma dove sono finiti i Justice di “Cross”? Il sapore anni ’80 di questa traccia mi stupisce, e mi lascia un ottimo sapore in testa. Semplice, intelligente, sembra di vedere un bambino che si prodiga nell’assimilare ciò che ha attorno. C’è molta ingenuità, ma anche modestia in questo modo di comporre musica.

Brianvision fa tornare finalmente i Justice in linea con la loro produzione precedente, ameno nel sound. Il tono epico mi piace, ed è anche ironico, i suoni che ad un certo punto si perdono per poi ricompattarsi in una struttura ritmica serratissima, chiaramente questa è una recensione di pancia, ma voler fare recensioni “serie” sul rock è un po’ come i documentari sull’origine della ricetta della carbonara. Non serve a gustarti di più un piatto, e poi se non ti piace l’uovo non ti piace e basta.

Divertente Parade, mi fa ridere perché mette un po’ a nudo questa parata continua che si sente spesso negli album di rock commerciale, gente in festa a ritmo di tamburi che come pecorelle seguono i loro idoli vestiti in modo carnevalesco. Fateci caso.

Newlands dalle prime note mi sembrava un pezzo degli AC/DC o degli Who. Perché? Perché probabilmente piacciono ai Justice. Se piacciono anche a noi tanto meglio, se no chissene. Mi sembra un ottima filosofia per un musicista.

Helix è il pezzo che mi piace meno. Non fraintendetemi, bella composizione, suoni in linea con l’album, strizza pure l’occhio ai Fat Boy Slim (che mi piacciono) quindi niente da ridire, però non mi entusiasma come gli altri pezzi. Forse perché ormai me l’aspettavo? Probabilmente se i Justice si ripetessero con un disco uguale a questo mi farebbe completamente cagare proprio per questo motivo, siamo alla penultima traccia ed ora basta, abbiamo capito.

Audio, Video, Disco conclude il giro panoramico dandoci una efficace sintesi di questo album. Il rimando ai Daft Punk ritorna, senza vergogna, e i Justice ci salutano sperando di averci divertito con la loro musica senza pretese, se non quella di essere ascoltata.

  • Pro: obiettivamente? Mi è piaciuto tantissimo a pelle, però i Justice non si sprecano a darci nuove idee. Un lavoro assolutamente di poco conto per la musica contemporanea. Vi stupisce? Non avete letto bene la recensione allora. Detto ciò correte a vederli dal vivo e a comprare il disco.
  • Contro: ripetitivo a tratti, però sinceramente oltre al fatto che non si sta parlando di grande musica, ci sono pochi difetti effettivi.
  • Pezzo consigliato: propongo (ancora una volta) un ascolto completo. È un lavoro fatto di impressioni musicali, alcune molto interessanti, altre semplicemente orecchiabili.
  • Voto: 6/10

[*andatevi a leggere perché secondo me Misfits era davvero una figata. Cioè, lo so che non ve frega ‘na cippa, ma andateci lo stesso.]