System of a Down, la discografia

System+of+a+Down

Sì, è ultimamente faccio solo speciali su dischi vecchi, perché?
Perché non ho soldi per quelli nuovi.
Cazzo.

Comunque, basta auto-commiserarsi e avanti tutta.

La prima cosa che si nota in tutte le recensioni sui SOAD è la menata sul genere. Ma sono forse nu metal, sono folk metal, sono disco music metal, ma che saranno mai ‘sti System? A me le sotto-categorie mi fanno venire certi pruriti alle zone basse che non vi immaginate, già non sopporto parlare di classic rock, soft-rock e robe simili, però ha un senso, ma il nu metal è qualcosa di ridicolo, mi spiace dirlo. È alternative, basta, ci piace così, chissene se è nu o , è alternative, ci va bene. Poi le influenze tradizionali armene son lì a far scena, mica per altro.

Il sound dei SOAD è la perfetta commistione di Slayer e Dead Kennedys. Dagli Slayer prendono sopratutto il sound metal, non tanto dalle idee fasciste di merda che li contraddistinguono (non è vero? Contenti voi), dai Dead Kennedys prendono invece tantissimo, tanto che delle volte ascoltandoli attentamente mi sembrava di ascoltare la band di Biafra velocizzata e metallizzata.

Lungi dal dire che i SOAD sono una copia dei Kennedys, anche perché già dal primo album trovano quelle sonorità che li distingueranno per sempre dal resto del mercato musicale, sopratutto grazie al grandioso lavoro di Rick Rubin.

Il valore politico dei testi invece è pressoché nullo, o quantomeno banale. Legalizzerebbero qualsiasi cosa, odiano il governo e la natura è bella (ma il sesso è meglio). Ovviamente sono anti-Bush (il che è apprezzabile). Riescono meglio invece le loro uscite comico-demenziali, certamente le più divertenti e plausibili di tutto il metal.

Il successo arrise presto ai SOAD, appena cominciarono a macinare qualche singolo accattivante Rick Rubin se li mette sotto contratto per la sua American Records, che all’epoca aveva già un decennio buono di attività ma sopratutto aveva prodotto gli Slayer, band che Tankian e Malakian adoravano da tempo.

Rubin è un vecchio volpone, storica la sua trasformazione del sound degli Slipknot da “Iowa” (2001, prodotto da Ross Robinson)  a ”Vol. 3: (The Subliminal Verses)” uscito nel 2004, stessa casa di produzione, la Roadrunner records, ma con una idea del sound e del marketing più moderna. Per i fan della band infatti Vol. 3 è stato un momento di rottura fondamentale, gli Slipknot diventano melodici e udibili per i più, per alcuni un tradimento bello e buono, per altri il miglior disco della band.

Essenzialmente Rubin riuscirebbe a far entrare nel giro del metal i Franz Ferdinand, e nel giro del brit-pop Burzum. Lui può.

System Of A Down

1998: esce “System of a Down” e tutti siamo un po’ più felici.
Felici perché i SOAD sono una boccata di aria fresca in un metal già all’epoca auto-referenziale, anche se non ai livelli indecorosi di questi anni.

L’album presenta in velocissima successione perle di genialità, rabbia e anche di virtuosismo (che scopriremo essere inesistente in live). Niente di masturbatorio, un metal così diretto non ricapiterà mai più, tanto che infatti i SOAD sono l’unica band metal che apprezzo davvero degli ultimi dieci anni.
Un metal che ha tanto da spartire con il rock autentico a livello ideologico, più che la forma si predilige la sostanza.

Suit-Pee, Know e Sugar ci iniziano al sound dei SOAD, i cambi veloci che si distinguono in questi pezzi non sono mai velleitari o puramente d’effetto, ma neanche denotano una forma prog, la costruzione dei pezzi (molto intuitiva) viene tradotta per noi da Rick Rubin e ci sembrano quasi dei musicisti ormai maturi. In questi tre pezzi c’è la goliardia, la malinconia, la velocità e la riflessione, il tutto in un timing complessivo che supera di poco i sette minuti, il che li avvicina felicemente al primo punk-hardcore (anche se siamo molto lontani dall’ecletticità di band come i Minutemen).

Soil, War? e P.L.U.C.K. sono notoriamente tra i pezzi più amati dai fan della band, eppure sono sempre stati quelli che mi hanno meno convinto in questo album. Non amo apparire bastian contrario, credo sia una etichetta abbastanza infamante. Eppure, nella maggior quadratura musicale di questi tre pezzi, mi sembra che i concetti invece siano piuttosto mediocri. Finché i SOAD  si mantengono ad un livello goliardico mi convincono, appena tentano di “alzare” la qualità lirica mi cascano dal pero. Wars? non ha semplicemente senso, ma al contrario del solito qui si cerca di dare input più interessanti, peccato che poi ti ritrovi cose così:

International security,
Call of the righteous man,
Needs a reason to kill man,
History teaches us so,
The reason he must attain,
Must be approved by his God,
His child, partisan brother of war

Eh? Che diavolo volete esprimere o farci capire? No, davvero, mi piacerebbe saperlo. Io capisco che non bisogna mai badare troppo ai testi nel rock, chi li esalta di solito ha come metro di letterario Licia Troisi piuttosto che Marion Zimmer Bradley (per citare il fantasy, mi son tenuto basso basso), chi invece ci capisce apprezza comunque la valenza del messaggio, sebbene espresso con semplicità può essere valido. Peccato che qui il messaggio sia nella testa di Tankian e Malakian, a noi restano solo deliri incomprensibili.

Soil è uno dei peggiori testi che abbia mai letto sul suicidio (credo riferito ad una vicenda reale), P.L.U.C.K. dovrebbe essere una seria critica sul genocidio armeno ma il concetto più profondo espresso è: revolution, the only solution. Uao. Probabilmente sono io che rompo il cazzo, sia chiaro, però nel contesto di un disco come questo P.L.U.C.K. appare una prova al di là delle capacità lirico-espressive della band.

Il pezzo più particolare è certamente Mind, il pezzo più “corposo” di tutta la loro discografia, con uno dei cambi di velocità più violenti mai suonati (eppure perfettamente incastonato nella struttura del pezzo, non c’è nessun intento meramente spettacolare).

Detto questo il resto dell’album non presenta alcun difetto, il che per me spara questo esordio tra i migliori che abbia mai ascoltato in assoluto.

Arriva il 2001 e arriva anche “Toxicity”, il quale abbatte il disco precedente sotto ogni aspetto, cura ingegneristica, elaborazione dei pezzi, espressione di un concetto e ovviamente in termini di vendite.

Stavolta ad aprire le danze c’è Prison Song, il quale di certo non spicca tra le composizione poetiche più rilevanti dell’ultimo decennio, ma c’è un balzo in avanti in questo album nelle liriche che va comunque segnalato. La musica invece giova di una maggiore profondità, i suoni sono disposti con maggior accuratezza da parte di Rubin, il risultato è una vera e propria invasione di riff e urla dei SOAD nelle nostre case, e quindi nelle nostre orecchie, quasi impossibile nell’ambito dell’alternative metal trovare un album realizzato con tanta cura del suono e del sound complessivo.

Scivola via “Toxicity”, al contrario del primo album, dove non sempre la successione dei pezzi poteva suonare perfetta (ci sono parecchi raccordi di Rubin per ovviare proprio a questo) stavolta tutto si incastra senza problemi, come se questo disco fosse uscito tutto assieme (anche se “Steal This Album!” ci mostrerà che non era così, ovviamente).

Non c’è un solo pezzo di “Toxicity” che abbia un difetto evidente. Da Deer Dance a Chop Suey! non solo i pezzi hanno strutture diverse (e non è scontato nel metal, per niente) in minutaggi brevi, ma anche i vari momenti emotivi estremamente contrastanti si susseguono con logicità, ed è naturale passare dalla devastante malinconia di Chop Suey! per buttarci in un mega-pogo con Bounce.

Toxicity che da il nome al disco è uno singoli metal più conosciuti nel mondo commerciale, anzi, voglio sbilanciarmi: è il singolo metal più conosciuto da chiunque ascolti rock e i suoi derivati. La forma lascia il posto ad un messaggio universale, le psichedeliche immagini che si susseguono di una città nemica dell’uomo sono molto sentite nei primi del 2000, in particolare nell’America democratica che ancora si disperava per la sfiorata vittoria di Al Gore alle presidenziali. Il contesto aiutò i SOAD? Piuttosto direi che i SOAD sono un ottimo risultato di quel particolare contesto, ancora un po’ confusi nel primo album, adesso il loro messaggio può dirsi anche politico e sociale.

Potentissima ATWA colpisce un altro bel pezzo di America rievocando Charles Manson (un incubo inconscio tutt’ora presente nella cultura statunitense).
Poco nascosta invece la hidden track dell’album: Arto, ormai un pezzo leggendario tra i fan, che ha il merito di aver rivalutato il nome di Arto Tunçboyacıyan (a quando qualcuno che ci riabiliti il mio amato Mulatu? Mi vanno bene pure i Slough Feg!).

Dopo la celebre fuga degli mp3 (il caso “Toxicity 2”) i SOAD decisero di correre ai ripari pubblicando “Steal This Album!”, un disco che si presenta nei negozi riprendendo esteticamente le classiche cover “fatte in casa” delle copie dei cd pirata.

Il collage di pezzi scartati dal secondo album sono per molti il massimo raggiungimento dei SOAD, e sinceramente faccio molta fatica a comprenderne i motivi.

Sicuramente c’è di mezzo una visione critica superficiale, che consta nel dire: ci sono i miei pezzi preferiti della band! Peccato che questo non sia un metro di giudizio applicabile per un album.
“Steal This Album!” è molto forzato nella quadratura del sound che Rubin impone a tutti i lavori che gli passano tra le mani, i pezzi sono hanno l’omogeneità di “Toxicity”, né la complessità espressiva.

Oltre a Boom!, pezzo celebre anche grazie al video di Michael Moore (un nome che pone il messaggio dei SOAD all’interno di una protesta sociale molto sentita e che, lo dico senza malizia alcuna, faceva vendere bene i dischi), e l’ottima prova di Tankian in I-E-A-I-A-I-O e l’apertura geniale e divertente di Chic N’ Stu il resto appare piuttosto raffazzonato e molto piatto se confrontato alla profondità di un album come il precedente.

Però è impossibile non salvare da questo macero le tracce acustiche Ego Brain e Roulette (mentre trovo ancora oggi confusa Streamline, eppure la mia ragazza mi insulta anche spesso, passandomela come la miglior canzone di sempre dei SOAD), magnificamente espressive e malinconiche.

“Steal This Album!”, per quanto mi riguarda, sebbene sia un disco che ascolto con piacere, è un passo falso piuttosto pesante nella striminzita discografia della band.

soad

Ed eccoci arrivati dunque al biennio del silenzio assoluto, 2004-2005, dove i SOAD stavolta semplicemente “aiutati” da Rubin (Malakian ormai vuole fare tutto da solo), compongono la loro opera più ambiziosa, il doppio… ah, no, già, non è un doppio, mi sbaglio sempre perché SONO DUE DISCHI USCITI A DISTANZA DI SEI MESI!

Il che potrebbe anche starci se non fosse che i due album sono in realtà un album diviso in due parti! Cazzo no!

Sì gente, a me rode ancora questa immane colata di merda che si nasconde dietro la scusa del “marketing” di ‘sta ceppa, potevano fare un doppio, un normale doppio, però quello non te lo potevano mica far pagare quaranta e passa euro, così te ne spiattellano due (che in realtà sono lo stesso) e via di vaselina e sorrisi compiaciuti del mio rivenditore di fiducia. Dannati metallari del cazzo!

Ma la cosa più irritante in assoluto non è tanto questo furto clamoroso seguito da biglietti ultra-mega-costosi per concerti suonati da impediti* ma quanto la schifosa ipocrisia della band stessa, che ci spiattella lì lì un disco moralista e iper-democratico, dove c’è la critica politica più spietata e comprensibile della loro storia, peccato che stavolta a coprire la sostanza ci sia troppa forma (iconograficamente rappresentabile con un chilo di merda).

Non era meglio non invischiarsi col discorso politico? Perlomeno non ci perdevate pure la faccia, IDIOTI!

Mezmerize”, quello uscito prima, resta comunque un disco più che sufficiente. Se stavolta il lavoro dei SOAD non solo riesce a guadagnare maggior respiro degli altri e anche profondità (sia nella complessità del sound che nelle liriche, almeno quando non fanno i cazzoni) manca però la violenza che caratterizza i primi due album, rallentando un po’ ma mantenendo comunque i cambi repentini e la magnifica potenza melodica.

Proprio sulla melodia stavolta c’è da riprendere per le orecchie la band, molto più scontata e banale che nei lavori precedenti.

Invece “Hypnotize” è una vera fregatura, favolosamente confezionata e degnamente suonata, ma resta una fregatura. Più che il seguito “Mezmerize” sembra la collezione degli scarti di “Mezmerize”, anche perché il disco non quadra per nulla, perdendo il respiro complessivo del disco precedente e perdendo anche la qualità compositiva. Tralasciamo Lonely Day, un pezzo scritto a tavolino per far cassa (quando la sentì su MTV fu davvero un giorno triste), ma la parte che più mi lascia esterrefatto è la rapida successione di Stealing Society, Tentative, U-Fig e Holy Mountain. Non trovo questi pezzi brutti, ma semplicemente ridondanti, si è persa sia l’ecletticità che distingueva comunque il prodotto finale dei SOAD che la costruzione ponderata degli album.

Io apprezzo moltissimo gli album che mantengono una sonorità ben precisa dall’inizio alla fine (“Toxicity” ne è un ottimo esempio), ma stavolta è un gira e rigira di idee e impressioni sonore senza capo né coda.

Se in “Mezmerize” Question! è l’apice, l’orgasmo multiplo del fan di vecchia data, invece in “Hypnotize” ci accontentiamo della feroce Attack (dal vivo rende davvero male, se non fosse per il bravissimo Tankian) e della chiusura di Soldier Side, pezzo che apriva il disco precedente, e che dovrebbe farci intuire una sorta di forma a concept album che però in realtà non esiste. Mah.

Una volta divisi cominciano le esperienze da solisti e mentre Shavo si è dato al cazzeggio creativo (collaborazioni mordi e fuggi, dj-set e video making, insomma: il vero genio della band)  gli altri hanno fatto sul serio, senza mai toccare nemmeno alla lontana le vette raggiunte come SOAD.

Di Tankian ho già abbondantemente parlato recensendo “Harakiri”, per Malakian e Dolmayan si apre invece l’esperienza degli Scars On Broadway, un primo disco discreto seguito da un secondo che voleva essere “duro e puro” e invece fa solo ribrezzo.

Ritornati assieme recentemente, sembra però non essere ancora finita quella “pausa creativa” che si erano dati, probabilmente sanno benissimo che di nuovo in studio non riuscirebbero mai a tirare fuori un ragno dal buco, e piuttosto che svilire ulteriormente il nome della band si fanno i cazzi loro e ogni tanto monetizzano con qualche tour mondiale.

*in realtà negli anni i SOAD migliorarono non poco le loro prestazioni dal vivo, però quando ho scritto il pezzo ero molto scazzato. Inoltre i ritmi più soft degli ultimi due album aiutarono non poco le esibizioni della band.

[“System of a Down”, voto: 7/10]

[“Toxicity”, voto: 7,5/10]

[“Steal This Album”, voto: 5/10]

[“Mezmerize”, voto: 6/10]

[“Hypnotize”, voto: 4/10]

Pink Floyd, la discografia (parte terza)

[questo post è preceduto da questo]

Ed eccoci nel mitico 1973, anno in cui i nostri sfornano “The Dark Side of the Moon”. Se la portata rivoluzionaria di un album si basa essenzialmente sulle novità tecniche e sulle ripercussioni pratiche nel modo di fare musica Dark Side in realtà si impone come modello perfetto di “come si costruisce a livello massimo di ingegneria del suono un album”.

Dark Side come sound è la perfezione assoluta, unitarietà allo stato puro, a voglia di criticare lo stacco blues di Money o la supposta lentezza di Us and Them, questo album è compatto come un dannato pezzo di marmo, non ci trovi un difetto.

Anche qui però i Floyd mi cadono a livello concettuale.

In teoria il disco è un concept album ma… di che cacchio parla esattamente? Secondo un articolo nel primo speciale italiano del Rolling Stone è un disco “sull’inconscio umano”, ma per Waters negli anni il significato di questo album è cambiato, prima era solito martellare i coglioni dei giornalisti sul fatto che era un album che serviva a comprendere le differenze sostanziali tra l’uomo e la scimmia (Darwin ringrazia), ora dice che l’album spiega come “la vita non sia un gioco”.

La povertà letteraria di Waters non dovrebbe indisporre nessuno, a parte i fanatici che hanno bisogno di idoli per andare avanti nella vita, in fondo anche un genio come Barrett era un perfetto idiota, quindi non c’è da stupirsi se anche Waters alla fin fine non sia chissà chi.

Stavolta nessuna suite, sotto la l’idea di concept (falsa) Dark Side si estende per nove canzoni (escludendo quindi Speak To Me, una brevissima ouverture) pillole del miglior soft rock di tutti i tempi.

La musica commerciale ha il suo capolavoro al quale quasi nessuno si ispirerà mai, non tanto per la composizione, ma per quella ricercatezza nel sound che dicevamo prima. Tantissimi però coverizzeranno questo album, dal tentativo dei Dream Theater (per me tutt’altro che decente) e quello interessante dei Flaming Lips, l’unico ad ergersi dal punto di vista della cura ingegneristica.

Fatto sta che nel 1973 il kraut rock aveva trovato la sua degna conclusione (“Faust IV“, “Future Days“, “Neu“) cominciando la sua parabola discendente, Oldfield aveva pubblicato il suo capolavoro “Tubular Bells“, il prog trova il suo apice compositivo in “Lark’s Tongues In Aspic” mentre i New York Dolls, ora burattini nelle mani di Malcolm McLaren, ponevano le basi per un nuovo rock. A tutto questo i Pink Floyd non daranno nessun peso, isolandosi sempre di più nella loro bolla dorata.

C’è pochissimo da aggiungere su questo album leggendario, per chi ama il sound della band non può che ammettere che questo è il suo massimo raggiungimento (chi dice “Animals” e “The Wall” ha per me un’idea distorta del rock e dei Pink Floyd in particolare, ma ne parlerò meglio successivamente, se me ne ricordo). Ecco, l’unica postilla che metto è che, per quanto leggendario, questo sia un album del tutto inutile.

Mi sembra chiaro ormai quanto i Pink Floyd siano prima di tutto una macchina ingegneristica, la loro musica non ha né scopo né idee che non siano puramente estetiche. Le melodie cantabili che ti trascinano per mezz’ora, altro non sono che idee riciclate ma riproposte in Full HD (o in 4K se preferite), è il massimo raggiungimento per il soft rock, ma il minimo risultato artistico per la band.

Il 1974 servirà per raccogliere tutto il materiale necessario per “Wish You Were Here” e con quello che rimase ci fecero pure “Animals”.

Wish_You_Were_Here_-_cover

Wish You Were Here” esce nel 1975 e la miriade di interviste e biografie sulla band non lasciano scampo: se c’è un album che i Pink Floyd hanno amato quello è proprio “Wish You Were Here”.
Perché questo più degli altri?
Cos’ha Wish che gli altri album non hanno?

Wish si discosta dal resto per una sorta di bipolarismo intrinseco, da una parte il sentimentalismo, dall’altra una velenossima critica all’industria musicale.

Tutti noi conosciamo la genesi di Shine on You Crazy Diamond, ma perché perché il pezzo e diviso in due, apre e chiude l’album ed è così lungo? Questo genere di domande non sono superficiali, capire come un disco viene costruito può essere un punto di vista per comprenderlo rivelatore. Questo omaggio a Syd Barrett non è una ballad, ma un vero e proprio velo che copre l’intero album e il resto dei pezzi. Attorno ai Pink Floyd c’è sempre stato Barrett, in ogni momento, in ogni composizione, in ogni idea, lui era un diamante perfetto, un genio irraggiungibile, e loro lo sapevo bene. All’interno del velo ci sono le prime uscite del vero Waters. Shine on, con i suoi toni che vanno dallo space rock all’orfico e al solito soft rock, dipinge un vuoto esistenziale mille volte meglio di qualsiasi altro pezzo o album della band, sicuramente mille volte meglio di “The Wall” o di “The Final Cut”.

Welcome to the Machine è una prova dell’ipocrisia di Waters, che ancora esprimeva la propria insofferenza verso il genere umano prendendosela con l’industria musicale (coerente), ma come poi saprà bene esprimere con “The Wall” in realtà era il pubblico che lo amava a disgustarlo. Continua questo malessere in Have a Cigar, cantata dal Donovan dei poveri ovvero Roy Harper. Dietro una perfetta incastonatura ingegneristica c’è solo insofferenza medio-borghese, Waters utilizza il rock come mezzo per far vedere quanto lui sia bravo e quanto gli altri invece siano degli stronzi, non il massimo obiettivamente.

Wish You Where Here, anch’essa dedicata a Syd, è forte come non mai in quanto empatia. Un colosso del soft rock, conosciuta e cantata in tutto il mondo (come Yesterday e Mamma Mia).

Da notare quindi come se nell’intenzione della band di omaggiare un amico, e ancor prima un mito per tutti loro, la forza del rock ci propone delle liriche più profonde, un suono più “ampio”, un soft rock che ha qualcosa da comunicare, appena la palla torna a Waters si scade in una critica di basso livello, fatta di veleni e diatribe effimere.

“Wish You Were Here” è un grande album, ma è anche il primo passo verso la fine della band.

Ora i Pink Floyd fanno tour mondiali, i tempi si dilatano, la voglia di stare insieme diminuisce sempre di più, lo storico astio nella band si fa strada in modo inesorabile, e per produrre un disco assieme la forza trainante ormai sono solo i soldi.

Proprio in questo clima i Pink Floyd assemblano “Animals” (1977). Questo album semplicemente ripropone il materiale di scarto del disco precedente, infatti levando la vena “romantica” che pervade gli omaggi di Wish resta solo l’odio o l’ostentazione quasi ossessiva di questo.

Leggere “Animals” come un’opera di stampo orwelliana, o comunque semplicemente dispotica, è una visione distorta del messaggio completo che il disco, tramite Waters, ci comunica.

Waters maschera ancora una volta il suo odio verso l’umanità adesso non più contro l’industria musicale, ma contro l’industria in senso lato.

Peccato che le liriche siano elementari per quanto riguarda l’aspetto letterario, e che la musica sia un riciclare continuo di due o tre spunti interessanti. Taluni vendono in “Animals” un disco fortemente politico, peccato che sia una guerra contro tutto e tutti, piuttosto è un disco nichilista ma i concetti espressi sono banali e superficiali. Altri vedono in “Animals” un disco quasi d’avanguardia per alcune sonorità dark (considerazione incommentabile).

Musicalmente la prova compositiva dei Pink Floyd non propone nulla di strabiliante, l’ennesimo ottimo lavoro di Wright, una buona prova del resto della band, uno straziante quanto banalissimo Roger Waters.

Accumulando rabbia, odio e insofferenza verso il genere umano in tutta la tournée del ’77 Waters concepirà “The Wall”, la fine di un’idea di band, di un sound e di un pezzo di rock.

Ma prima di “The Wall” i membri della band, ormai allo sfascio totale, sfiancati da un disco che di soddisfazioni ne darà ben poche, cominciano a prodigarsi in progetti solisti. C’è il piatto e inconsistente “David Gilmour” (ma che sarà per lui una fonte di ispirazione per gli album successivi, il dovrebbe far riflettere) del 1978, che verrà seguito nel ‘84 da “About a Face” il quale sebbene le collaborazioni di spessore fa cagà, fino all’ultimo “On a Island” del 2006, probabilmente il miglior disco solista di Gilmour, perché il più modesto.

Sempre nel ’78 esce “Wet Dream” di Richard Wright, purtroppo niente di che, seguito da quell’aborto vestito da album di “Identity” (1984) e dal ben concepito “Broken China” (1996). Il 1984, data che vede l’uscita di due dischi solisti dei Pink Floyd, seguiti a ruota nel 1985 anche da Mason (di cui, lo ammetto, non ho mai ascoltato nulla da solista, ma dicono che non sia malvagio) sono ovviamente lo sfogo personale dei membri della band dopo il crollo verticale seguito dalla produzione di “The Final Cut”, l’ultimo album dei Pink Floyd sotto la tirannide perpetuata da Roger Waters.

Quando esce “The Wall”, ovvero nel 1979, i Pink Floyd erano ormai totalmente al di fuori della realtà musicale inglese. Se a Londra era già bello che scoppiato il punk, e da un anno buono eravamo agli albori della new wave, i Pink Floyd (ops! volevo dire: Roger Waters) decidono che è il momento giusto per un disco soft rock leggermente più hard pieno di singoli formato radio-tv. E poi si lamentano se li chiamano “dinosauri”.

“The Wall” è un lavoro auto-referenziale, un disco autistico, che non vuole avere niente a che fare col resto del mondo, rinnegando se possibile anche la sua umanità.

E difatti sconvolgente come il pubblico festeggi l’alzata di quell’enorme muro bianco che li separa dalla band, un’enorme vaffanculo galattico perpetuato da Waters nei confronti di un pubblico che odiava ma amava (ah, il potere dei soldi).

E da questa idea da perfetto stronzo ci tirerà fuori lo spettacolo più ipocrita, geniale, ed esteticamente favoloso della storia del rock.

“The Wall” è Roger Waters, peccato che i Pink Floyd siano scomparsi.

Fuori dal suo tempo Waters compone un’opera enorme su se stesso e la sua visione del mondo, seguita dai soliti testi che si alternano a momenti felici a momenti di una banalità sconvolgente. Se da una parte le doti di istrione di Waters vengono fuori con tormentoni alla Is There Anybody Out There?, o in ballad lacrimevoli come Mother, è impossibile non sorridere pensando che questo dovrebbe essere uno dei più grandi parolieri dei rock e poi sorbirsi Young Lust o Comfortably Numb. Credo che gente come Tom Waits meriti qualcosa in più, no? No? Ok. Pazienza.

Musicalmente non c’è una virgola fuori posto, se non che suoni vecchio oltremodo e superato sotto tutti i punti di vista.

Se fino a “Wish You Were Here” il fatto che la musica rock progrediva mentre i Pink Floyd restavano gli stessi ci poteva anche stare, data la ricerca ossessiva di Waters di far cassa su un sound ben preciso (che li ha resi una delle band più particolari della storia e anche tra le più inimitabili), una volta uscito fuori dallo schemino pre-costruito ecco che esce un album che, non mi sento un’idiota a dirlo: può piacere solo ad un fanatico masochista. Come me, per l’appunto.

Sul film non mi pronuncio, scandaloso tecnicamente, il peggior Alan Parker di sempre.

Imbastardito e senza più vergogna Waters (accompagnato da Gilmour, suo nemico, ma pecora nella vita com’è risaputo) fa uscire un best of nel 1981 dal nome esplicativo; “A Collection of Great Dance Songs”. Eh beh.

Contenente pezzi addirittura re-mixati (non ricordo quali di preciso, e ‘sti cazzi che me lo riascolto) propone One of These Days, Sheep, Money, Shine On You Crazy Diamond, Wish You Were Here e Another Brick in the Wall. Ecco dunque cosa rimaneva dei Pink Floyd, diventati macchietta di se stessi, mostrandoci quello che nella loro discografia si riconduce ad una forma commerciale del rock, svelando dunque che dietro la freddezza di certe composizione c’è proprio una idea di rock lontanissima dal suo furore originario, che non deve per forza esprimersi con rabbia e violenza, ma che comunque qualcosa deve esprimere, cosa che i Pink Floyd si sono palesemente dimenticati, forse già da “Ummagumma” in poi.

D’ora in avanti sarà un gioco al massacro.

Pink Floyd - The Final Cut - Front

Piacevole “The Final Cut”, un disco discreto, ma che se contestualizzato storicamente (siamo nel 1983) si salva solo per l’ottima ingegneria del suono (un’orgia di soluzioni pazzesche che valgono l’acquisto) e basta. Interessante per i fan, indecente per il resto del pianeta. Giustamente, direi.

Concluso ormai il “fattore Pink Floyd”, a causa dell’implosione mentale di colui che l’aveva creato, il gruppo si scioglie e partono le esperienze soliste.

Abbiamo già visto sinteticamente quelle di Gilmour, Wright e Mason (ok, di lui no, ma vabbè, si rimedierà), ora prendiamo in considerazione Waters, a bocce ferme dal 1970. Ed eccolo nel 1984 con “The Pros and Cons of Hitch Hiking” (venti euro buttati nel cesso), seguito da “When the Wind Blows” del 1986, una colonna sonora di non so cosa che ancora non ho mai comprato, e che credo un giorno comprerò (perché sono marcio dentro), e si giunge al 1987 col più famoso disco solista di Waters ovvero “Radio K.A.O.S.”. Tornano le tematiche nichiliste di “Animals” e la musica è di un piattume devastante.

Dopo una serie di album in cui ripropone “The Wall” in tutte le salse (che poi è un po’ come avere un blog dove si postano solamente foto della propria fava), fa uscire anche “Amuse to Death” (1992) un album dimenticato da tutti, eppure il migliore di Waters dopo “The Final Cut”. Conclude lo scempio con “Ça ira” (2005), discreta prova compositiva senza motivo di esistere.

Ed eccoci dunque alla merda, eccoci quindi ai miei soliti toni incazzosi quando mi ritrovo davanti album che meriterebbero la gogna mediatica ed invece vengono ancora salvati da quella schiera di fanatici folli che credono che il loro idolo caghi oro e pisci acqua minerale.

Nel 1987 David Gilmour si rende conto che pubblicare album con la sua faccia non rende poi così tanto, nemmeno se ci piazzava a caratteri cubitali “DAL CHITARRISTA DEGLI STRA-MITICI PINK FLOYD DI ‘STO CAZZO” vendeva quanto gli serviva per appagare il suo ego, ormai libero dalla presenza sodomizzante di Waters.

E infatti ecco arrivare “A Momentary Lapse Of Reason”  (del 1987) ovvero la sagra delle banalità, non a caso sarà un successo mondiale e il tour che ne seguirà viene tutt’ora ricordato come il più seguito dei Pink Floyd (testimoniato dal celebre “Delicate Sound of Thunder”, doppio live del 1989). Gilmour incapace di portare avanti il lavoro da solo si farà seguire da compositori esterni, il disco è indecente, ma tanto ormai siamo già verso gli anni ’90, la gente và a vedere qualsiasi merda sia riconosciuta come “fighissima”. Non si spiegano sennò i dati di vendita degli ultimi album di AC/DC e Stooges, o di band mediocri come Strokes e Foxygen.

Nel 1992 si apre per la band una piccola parentesi cinematografica che non si discosta in termini tecnici dalle precedenti prese in considerazione, ovvero il quasi sconosciuto “La Carrera Panamericana”, un bruttissimo documentario su una famosa gara automobilistica che si svolge in Messico a cui parteciparono per l’occasione anche Gilmour e Mason.

A concludere la storia di questa band ci pensa “The Division Bell” (1994), che quanto meno recupera una certa unitarietà sonora, oltre a contenere qualche momento “felice”, come in Wearing the Inside Out di Wright, un gioiello di soft rock, l’interessante Marooned, e l’ultima e celebre hit dei Pink Floyd, ovvero High Hopes, il quale almeno è un pezzo elaborato bene e con un assolo finale degno di Comfortably Numb.

Ormai leggende viventi i Pink Floyd possono anche cagare sul palco, fanno sold-out a prescindere. Anch’io da perfetto coglione ogni volta che Gilmour o Waters hanno fatto visita al nostro paese me li vado a vedere spendendo cifre eticamente ignobili, e a volte anche per più date nello stesso tour.

Il più attivo resta Gilmour, nel 2006 esce come abbiamo già detto il suo miglior lavoro solista, esattamente un anno dopo la mitica riunione della band con Waters per il Live 8. La melensa On a Island che dà il nome al disco ci propone un’idea generale del prodotto di Gilmour, favoloso dal punto di vista degli equilibri, del sound e della solita ingegneria del suono stratosferica (anche se oggi è un po’ più facile che nel ’75) ma senza sostanza. Rimandi addirittura a “The Wall” la creatura di Waters (Take a Breath), un blues acustico di qualità con This Heaven, e poi tanta roba inutile perlopiù. Un disco totalmente fine a se stesso, fosse stato fatto da un signor nessuno poteva anche interessare per un certo tipo di sonorità, peccato che quel tipo di sonorità c’è dal 1970. Cazzo.

Semplicemente una fregatura “Metallic Spheres” (2010) con i The Orb.

Ora i Pink Floyd sono un marchio prima ancora che una band, un simbolo, e per alcuni addirittura una band underground o di musica alternativa se vogliamo, quando invece sono stati una della band più esplicitamente commerciali della storia.

È un male? Io non credo, però trovo quanto meno strano che qualcuno ancora ci si batta per definire i Pink Floyd come una band sperimentale o addirittura fuori dagli schemi. Uno schema c’è l’avevano, e dal 1970 fino a “The Wall” l’hanno mantenuto con una costanza asfissiante, il che non è certo segno di una qualche forma di genialità creativa, ma di una mentalità da spietato marketing.

Un lavoro storico come “The Piper at the Gates of Dawn” non lo ripeteranno mai più. La svolta per il rock derivata da questo album è stata tra le più profonde mai legate ad un singolo lavoro, le sue idee melodiche, timbriche e compositive hanno influenzato tantissimi album successivi, e ancora oggi se ne percepisce l’ascendenza su tante scene europee o oltreoceano (tutta la scena californiana contemporanea, tanto per dirne una). Un discorso diverso va fatto per “The Dark Side of the Moon”, campione in fatto di vendite e porrà dei nuovi standard per la qualità del suono, ma sono solo questi i suoi meriti. Invece “The Wall” è un disco rock ben scritto, ben ideato e con un messaggio molto forte (“siete tutti brutti e cattivi e avete trattato me [Roger Waters] come una fottuta merdina!”) ma sopratutto è un’incredibile show live, il più memorabile della intera storia del rock dopo quelli di Woodstock..

Beh, basta così, so che ho saltato migliaia e migliaia di cose e avrò cannato qualche data e qualche nome, però chissene, ora sono stanco e vado a letto.
Alla prossima.

Pink Floyd, la discografia (parte seconda)

[questo post è preceduto da questo]

Ritorniamo nel 1969 con “More”, un’opera interessante ma quanto mai sopravvalutata. In sé l’album contiene della buona musica, non un vero e proprio passo avanti per i Pink Floyd, ancora alla ricerca di una vena creativa che esploderà l’anno successivo, però c’è un qualcosa che inficia pesantemente su questo album come su “Obscured by Clouds” del ’72: questi due album erano pensati in teoria per essere colonne sonore.

Fare musica per film è una cosa seria. La musica dev’essere non solo accompagnamento, ma deve rientrare nel progetto filmografico ed essere una parte narrante attiva. Per quanto Moroder sia bravo (ehm) la colonna sonora rifatta di “Metropolis” è uno scempio mai visto, aggiunge parole, concetti e suoni del tutto estranei all’opera di Lang, distorcendone inevitabilmente la visione. Al contrario la semplice The End di Jim Morrison, che Francis Ford Coppola ha voluto per il suo “Apocalypse Now”, funge come un coro greco donando profondità al personaggio e ci aiuta a comprendere meglio la poetica e il messaggio che sta dietro al film. Per non parlare di lavori ben più raffinati dove la musica è ancora più importante dell’immagine per comprendere lo sviluppo della narrazione come in “Trois coleurs: Bleu” di Kieślowski, oppure nei film del grandissimo Sergio Leone musicati da Ennio Morricone, dove il regista (un totale ignorante in fatto musicale) per ideare una scena partiva quasi sempre dalle note di Morricone, costruendo il montaggio in sincrono con esse.

Quello che invece fa Schroeder (il regista di “More” (1969) e di “La Vallée” (1972) musicati dai due album sopra detti dei Pink Floyd) è un’operazione di tragico copia-incolla, prendendo i pezzi composti dai Pink Floyd e incollandoli nei suoi film raramente con criterio. “More” per i primi ’50 minuti sembra un film di propaganda per le droghe (ma per fortuna non è così), e la musica è messa lì senza un vero perché, già con “La Vallée” ci sono dei riferimenti ben precisi tra musica e trama, ma il lavoro di sovrapposizione delle tracce in alcuni momenti del film è abbastanza casuale, o comunque non riesce mai appieno.

Nel ’70 ci provano addirittura con il genio Antonioni, l’album si chiama come il film: “Zabriskie Point”; una prova leggermente migliore come incastonatura cinematografica, anche se quasi tutte le proposte musicali dei vari artisti impegnati col film non furono molto apprezzate da Antonioni (i Floyd parteciperanno con tre pezzi, di cui due originali, ma inizialmente dovevano occuparsi dell’intera colonna sonora). Da ascoltare Come In #51, probabilmente la miglior versione esistente di Careful with That Axe, Eugene.

Presi come album “More” e “Obscured by Clouds” hanno i loro pregi e i loro difetti, e per quanto mi riguarda sono entrambi dischi più che dignitosi (anche Clouds, che a livello di composizione è banale, ma il suo dialogo con l’azione filmica è migliore di “More”), ma come musica per film fanno proprio pena.

ummagumma

Il 25 ottobre del 1969 esce “Ummagumma”, assieme al celebre bootleg in Belgio con Frank Zappa. “Ummagumma” è un doppio, in bilico tra la sperimentazione e nostalgia.

La nostalgia si esprime con il primo disco, una live, dove i Floyd ripercorrono la loro breve storia: dalla psichedelica cosmica di Astronomy Domine al pandemonio controllato di A Saucerful of Secrets (sonorità che saranno riproposte nel celebre “Pink Floyd: Live at Pompeii” del ’72).

Il secondo disco è certamente il più interessante (ma non necessariamente il migliore). Ci tengo a far notare come nessun membro dei Pink Floyd dirà mai di esser stato soddisfatto dal proprio lavoro in questo album, rinnegato da quattro quarti della band. Proprio per questo “Ummagumma” risulta essere il miglior album dei Floyd del post-Barrett fino al ’70, la libertà creativa, i problemi, le pressioni, le angosce e le diverse personalità vengono fuori con prepotenza, un disco autentico e che denuda i singoli membri e li mostra in tutti loro difetti. Con Sysyphus Wright mostra intanto di essere quello con le basi musicali più solide, e come per i Velvet Underground e gran parte dei movimenti d’avanguardia conosce bene John Cage e i suoi insegnamenti. Con un sound angoscioso e forzato Sysyphus resta la prova di maggior spessore dell’album. Grantchester Meadows e Several Species Of Small Furry Animals Gathered Together In A Cave And Grooving With A Pict sono due uscite di Waters molto divertenti quanto fini a stesse. Non ha intenti “alti” il buon Waters, e forse con queste due composizioni sembra quasi beffarsi un po’ del resto della band, quando in realtà come confermerà negli album successivi non si discosterà poi così tanto da questa idea goliardica di sperimentazione.

The Narrow Way è un’occasione per David Gilmour di dimostrare di possedere una qualche dote compositiva. Alla fine non và oltre il compitino, ma le atmosfere si collegano comunque all’irrequietezza che aleggiava nella band e quindi nel mood nell’album stesso. Si conclude il giro con The Grand Vizier’s Garden Party di Mason, il più onirico dei quattro. Virtuosismo (non incredibile) senza direzione. Anche nel loro volto più sperimentale i Pink Floyd deficitano però di narrazione musicale. Meglio se mi spiego, però.

Album ormai conosciutissimi come “Parable Of Arable Land” (1967) dei Red Crayola hanno nella loro dimensione caotica un sottoinsieme narrativo piuttosto forte. Il disco è un passaggio ipotetico da “Junkie” (1953) il romanzo di Burroughs (edito in Italia con il titolo “La scimmia sulla schiena”) al free-jazz più spinto, frutto di una esperienza (la droga) che viene narrata tramite il caos più inascoltabile. La narrazione in un disco sperimentale può essere la chiave di lettura più affascinante e funzionale, che permette all’ascoltatore di non limitarsi ad un ascolto attivo ma meramente tecnico, quanto ad una immersione diversa dal solito nell’ambiente sonoro, fatta di stimoli e impressioni che devono essere colti dalla nostra personale sensibilità. In questo senso non si discosta nemmeno così tanto un album come “From The Caves Of The Iron Mountain” di Steve Gorn, Jerry Marotta e Tony Levin , un viaggio straordinario in queste meravigliose montagne che ha nei suoi ambienti sonori dei rimandi narrativi piuttosto espliciti (il suono dei passi, per esempio).

“Ummagumma” è un dunque un ottimo sunto dei Pink Floyd nel momento di passaggio tra Barrett e Waters.

Prima di passare ad “Atom Heart Mother” soffermiamoci un attimo su Roger Waters, in particolare con il suo primo album solista  per il film “The Body” (“Music From “The Body””) del 1970. In realtà l’idea e la composizione di questo album, per alcuni sperimentale (per me un passatempo, oppure una sorta di musica descrittiva morbosamente realista), è di Ron Geesin, lo stesso che comporrà per i Floyd la mastodontica suite di Atom, autore assolutamente marginale, celebre per una continua spettacolarizzazione di esperimenti musicali di nessun valore. La sperimentazione per Waters è un qualcosa di leggero, divertente ma non troppo irriverente, difatti Waters non vuole essere un profeta della musica rock, piuttosto ha quella spinta nell’invenzione a tutti i costi di matrice infantile (perché non porta a nulla, non perché sia scritta male).

L’idea di un suono sperimentale commerciabile nasce proprio con i Pink Floyd (anche se ha i suoi precedenti nella Tobacco Road dei Blues Magoos e in “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, con la sostanziale differenza che per i Floyd divenne un marchio di fabbrica) ma nasce in primis da Waters, che già con i suoi interventi in “Ummagumma” riesce a utilizzare il linguaggio della sperimentazione in chiave incredibilmente soft-rock.

Atom Heart Mother” era essenzialmente il “o la va o la spacca” della band, orfana definitivamente di Barrett e senza le sue idee così appetibili al mercato dovevano per forza di cose concludere qualcosa. Grazie a Geesin riusciranno a donare alle impressioni inizialmente confuse dei singoli membri una unitarietà inaspettata (di questa esperienza faranno tesoro fino a “The Wall”, per poi dimenticarla senza un motivo preciso).

Il primo lato di “Atom Heart Mother” è occupato dalla suite composta da Geesin (il quale non vedrà mai il suo nome stampato sull’album, anche se da qualche anno i legali hanno rimediato a questa “svista”) che mescola senza timore sperimentazione (Red Crayola, Magma) al blues e al prog rock. Probabilmente la suite più divertente della storia del rock assieme a Echoes (di cui parleremo dopo). Difficilmente il rock meno impegnato riuscirà a sfornare musica di questo livello, non ci sono dubbi: per quanto riguarda il soft rock commerciale i Pink Floyd di Waters sono il meglio a disposizione, e questa suite lo certifica. Il lato B propone quattro tracce, la prima minimalista e in bilico tra l’intellettuale e l’effimero, ovvero If di Waters, la bella e nostalgica Summer ’68 di Wright (che conferma la sua statura compositiva nei confronti di Waters, genio sregolato senza direzione fino al ’79), seguita dalla ottima Fat Old Sun di Gilmour, ancora oggi un suo cavallo di battaglia nelle live, una delle sue poche composizioni degne di nota. Conclude la carrellata Alan’s Psychedelic Breakfast, composta da tutti i membri della band e che trova la sua definitiva consacrazione nel leggendario bootleg “A Psychedelic Night” sempre del 1970.

Poco prima dell’uscita di questo album, come detto “o la va o la spacca” (e andò assai bene, sbancando anche in U.S.A.) uscì anche la prima raccolta dei Pink Floyd, che non è “Relics” la quale uscirà l’anno successivo, ma bensì “The Best of Pink Floyd” meglio conosciuto nelle recenti ristampe come “Master of Rock”. Questo disco è un vero e proprio spaccato della band nel periodo più critico, ovvero il passaggio di consegne da Barrett a Waters, e ci propone tutti pezzi o coevi e precedenti a “The Piper at the Gates of Dawn”, quasi una bocciatura ufficiale di quanto fatto oltre quel primo leggendario album!

Ripresi dalla botta di soldi arrivati con “Atom Heart Mother” (i quali aiutano sempre a ritrovare una certa autostima) nel 1971 pubblicheranno il ben più famoso”Relics” (la copertina originale era un disegno di un fantasioso strumento musicale, quella odierna rappresenta lo stesso strumento ricostruito da Storm Thorgerson e poi regalato a Mason, autore del disegno originale), il best of anche stavolta prende molto da Piper, ma spuntano fuori singoli dagli album successivi: i Pink Floyd stanno finalmente superando la sudditanza dal genio di Barrett.

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Poco prima di “Relics” viene fatto uscire “Meddle” (sempre nel 1971), un disco che ho amato profondamente, di certo uno di quelli che ho ascoltato di più da adolescente, ma che negli ultimi anni ho dovuto ridimensionare non poco (questo non toglie il piacere dell’ascolto, sia chiaro).

Difatti il buon “Meddle” è la più grande presa per il culo mai sentita nel rock (ok, non la più grande, però ci voleva una cosa d’effetto se no qua ci s’addormenta). Non per la musica, che è tutt’altro che scarsa o mal suonata o cazzi e mazzi. Ancora una volta il lavoro di ingegneria del suono è impressionate (non lo abbiamo detto di Atom, ma è un discorso trasversale che d’ora in poi vale per tutti gli album dei Floyd che prenderemo in considerazione), ci sono pezzi che sono nella leggenda, ma il concetto dietro l’album e la sua composizione ne sviliscono non poco il prodotto finale.

“Meddle” è il copia-incolla di Atom, non solo per struttura del disco in sé (un lato per la suite e l’altro per i pezzi singoli) che va bene, ci mancherebbe, è una libertà indiscutibile e che non toglie né dona valore ad un album, ma per il copia-incolla della struttura della suite (con pochissime variazioni in generale), e poi per l’aver trovato delle sonorità che “funzionano” e averle riproposte tali e quali senza alcun tentativo di migliorare il prodotto musicale finale.

I Pink Floyd, leggasi anche come “Roger Waters e i suoi fantastici amici”, hanno trovato la formula magica per fare della musica tutta uguale ma vendibile come unica. Il sound particolare e inimitabile e la cura certosina dal punto di vista ingegneristico sono da una parte una sicurezza per i fan (vedi me, che adoro il disco in questione) ma certamente non sono un pregio per chi vuole avvicinarsi ai Pink Floyd con ormai una certa cultura rock appresa negli anni.

C’è poco di sincero e di autentico in “Meddle”, lo studio freddo e distante della band fa poco rock, ma piuttosto pop o soft-rock da masturbazione emo-tiva. Che poi tutto questo sia filtrato dal Rock e dalla sperimentazione non cambia il risultato finale. La critica sociale nei Floyd praticamente non esiste, e la capacità liriche di Waters, oggi innalzato come uno dei più grandi parolieri del rock, sono in realtà assi povere di contenuti e sopratutto a livello letterario (ovvero a quello che le compete, nulla più, nulla meno) sono piuttosto mediocri. Quello che resta alla fine è un sound.

Stavolta il lato A ci presenta i singoli e il B la suite. One of These Days già contiene in in potenza qualcosa di “The Dark Side of the Moon” ed è uno pezzi più riusciti nella carriera dei Pink Floyd. Poi c’è Fearless tra le migliori collaborazioni made in Waters/Gilmour a mio modesto avviso, semplice ma intensa, favolosa  l’intuizione di Waters di inserire il You’ll Never Walk Alone (anche se, se non ricordo male, il sample usato da Waters deriva da un collage di un altro musicista, ma non mi sovviene alcun nome, inoltre questo post lo sto scrivendo a braccio in piena notte, dunque abbiate pazienza per queste dimenticanze o imprecisioni del cazzo!) famosissimo coro dei tifosi del Liverpool. Si chiude con San Tropez e Seamus, un lato A di un pop raffinato ma sopratutto, non mi stancherò mai di ricordarlo, straordinario per l’ingegneria del suono. Si è persa quasi totalmente la vena psichedelica.

Echoes è una sintesi perfetta del sound dei Pink Floyd, copiando quanto fatto con Geesin (rivelatosi un spunto di fondamentale importanza per la loro carriera a venire, e ringraziato a suon di patate) riescono condurci in un viaggio immaginifico, costruito con sapienza ma anche con una certa dose di freddezza. Resta un pilastro della composizione del soft rock, ben poca roba nel prog che vedeva i King Crimson sfoderare in due anni “Lizard” e “Island” (preparandosi all’apice compositivo di “Lark’s Tongues In Aspic” del ’73) e i Soft Machine robetta come “Volume Two” e “Third”. I paragoni con la scena progressive ormai non reggono più, ma i Pink Floyd sono già un prodotto a sé stante, proprio come voleva Waters.

Divertente il “caso” italiano di Paolo Ferrara e del suo “Profondità”, un album che creò qualche diatriba anni fa a causa di alcune assonanze con i pezzi dei Pink Floyd, se non addirittura dei veri e propri plagi. Secondo qualcuno la band di Waters avrebbe copiato molte idee da questo disco di Ferrara per poi inserirle in album come “Meddle” ma anche in “The Dark Side of the Moon” e “Wish You Were Here”. Vi invito all’ascolto delle tracce facilmente reperibili su YouTube, capirete da voi come le sonorità siano ben oltre la data suggerita da Ferrara (1972, secondo l’esimio), ma resta comunque un album piacevole e per niente scontato. Un caso simpatico, nulla più.

Nel ’72 esce “Obscured by Clouds”, sul quale direi di aver speso il giusto numero di righe. Ma nel 1972 esce anche il meno conosciuto “Pink Floyd – Zürich 1972”, con una bellissima versione di Childhood’s end da Obscured, che merita l’ascolto per quanto mi riguarda.

[per la prima parte clicca qui, per la terza qui]

Pink Floyd, la discografia (parte prima)

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Questo speciale sulla discografia dei Pink Floyd [diviso in tre parti, questa, quella e quell’altra] lo faccio per allontanarmi ufficialmente da due categorie di pensiero sulla band:

  •  la prima è quella per cui The Piper at the Gates of Dawn” è l’unico disco decente della loro discografia, per me non è così, anche se lo ritengo il migliore (tranquilli, spiego anche il perché);
  •  la seconda categoria è quella per la quale qualsiasi cosa abbiano prodotto i Pink Floyd, dagli album alle raccolte, dai singoli ritrovati ai bootleg, fino ai dischi solisti  dei componenti della band è oro colato, dannato oro colato. O comunque meglio di tanta altra roba a-prescindere;

I Pink Floyd sono stati la terza band rock che ho conosciuto, subito dopo Genesis e Led Zeppelin, non c’è dubbio che esista un legame affettivo tra me e il gruppo, non lo nego né tanto meno cercherò di negarlo proponendovi una visione oggettiva della loro discografia, le mie opinioni sugli album sono un miscuglio che va dall’ascolto giovanile e passivo fino alla riflessione storico-contestuale, senza dilungarsi troppo e senza alcun punto di riferimento se non la mia esperienza.

Non parlo quasi mai delle band fuori dal contesto degli album prodotti, non mi interessa, ho letto biografie di molti gruppi e anche dei Pink Floyd, ma non le ritengo quasi mai rilevanti a meno che non ci sia una diretta correlazione tra il prodotto finale e la percezione dell’ascoltatore (badate bene: non dell’autore ma dell’ascoltatore).

Possiamo cominciare?
Bene.

Piuttosto celebri i primi passi dei Floyd, spesso ci si dimentica come la band non soffrì mai così tanto la fame come qualcuno dice, infatti già con i primi singoli da Arnold Lane/Candy and Currant Bun fino anche ai meno celebri Apple and Oranges e Julia Dream riscuoteranno subito un buon successo. Il pubblico che accoglierà i Pink Floyd di stampo fortemente “barrettiano” è un pubblico ormai ben allenato alla psichedelia (quasi sempre legata al garage almeno in America), in fondo anche Fresh Garbage degli Spirit era un hit, i ragazzi ascoltavano i The Leaves, i Canned Heat, il grandissimo Tim Buckley, i The Move, i Jefferson Airplane e duemila altre band che non mi metto qui a elencare.

Quindi il sound dei Floyd non era ostico per niente alle orecchie europee e statunitensi, in particolare per essere una band psichedelica i Pink Floyd non tratteranno mai male l’ascoltatore e quasi mai lo porteranno ai limiti della sopportazione, anche nelle sperimentazioni più “estreme” i Pink Floyd resteranno sempre ben aggrappati a dei canoni estetici e comunicativi universali.

La forza carismatica di Barrett dettava legge nella band, la sua creatività esplosiva lo poneva inevitabilmente al di sopra degli altri membri. Probabilmente Syd Barrett è stato uno dei musicisti più influenti di tutta la storia del rock, e la portata di questa influenza non è ancora stata ancora stimata con precisione.

Anche singoli come It Would Be So Nice di Richard Wright soffrono fortemente l’ascendente musicale di Barrett, si salva proprio il b-side di questo singolo, ovvero Julia Dream di Roger Waters, non così tanto forse, ma di certo se c’era una personalità che voleva spiccare nella composizione di singoli appetibili (non facendo carta carbone di Barrett) quello era Waters.

I Floyd si fanno strada nei locali più “in” del momento, la psichedelia in quegli anni sta già perdendo la sua carica rivoluzionaria iniziale per diventare un divertissement per la medio-borghesia, la gente leggeva Burroughs, Kerouac e Bukowski, ma pochi ne assimilavano il contenuto, stava nascendo una moda.

PINK FLOYD - THE PIPER AT THE GATES OF DAWN A

Nel 1967 esce “The Piper at the Gates of Dawn”, con molta probabilità il più grande album psichedelico di tutti i tempi, e anche quello che ne decretò la fine come genere (nella sua accezione classica, of course), inoltre è uno degli album più seminali di sempre e che ancora oggi ha delle influenze gigantesche (Thee Oh Sees, White Fence, Jacco Gardner, Jeffrey Novak, solo per citarne alcuni dei giorni nostri).

Piper è una raccolta incredibile di idee e intenzioni, da una parte Barrett che vorrebbe diventare come Jimi Hendrix, dall’altra lo stesso Barrett che al massimo è l’incubo folle di Jimi (mettete in confronto Interstellar Overdrive a Uranus Rock, Syd è chiaramente contemplativo e introspettivo, Jimi estroverso e manierista). Distorto, confuso, allegro e irriverente, sono pochi gli aggettivi che sfuggono alla penna del critico quando si ritrova di fronte ad un disco così complesso quanto elementare, così importante quanto incompreso.

Qui c’è la sintesi di tutto il movimento psichedelico, diluito in brevi pillole appetibili (anche commercialmente) dalla fulgida e insana mente di Syd Barrett. Il resto della band fa da comparsa se eliminiamo Take Up Thy Stethoscope and Walk, il singolo di Waters che musicalmente però non si discosta dal sound imposto da Barrett (e intavola già dal 1967 quel personaggio che Waters si porterà dietro di critico dell’umanità, impegnato a discostare l’uomo dalla scimmia, un ruolo che, a parer mio, non riuscirà mai a interpretare in modo credibile).

Astronomy Domine, l’attacco di Lucifer Sam (geniale la recente cover dei MGMT), il riff di Interstellar Overdrive, lo scampanellio delle biciclette di Bike (splendidamente coverizzata nel secondo album di Ty Segall), tutto in Piper è passato alla leggenda. L’unico brano ereditato dai singoli è The Scarecrow (uscito quello stesso anno assieme alla celebre See Emily Play) per il resto Barrett dimostra la sua infinita capacità creativa, un genio incredibile.

Peccato che Barrett decise di bruciarsi il cervello, dimostrando ancora una volta che anche un genio può essere un perfetto idiota. In fondo anche un visionario come Kubrick disse che Spielberg è un grande regista, e lo disse da sobrio, dunque a posteriori possiamo dire che al buon Barrett non è andata poi così male.

Il successo di singoli come Interstellar Overdrive inizieranno i Floyd ad una carriera non proprio qualitativamente altissima nel cinema (diciamo pure merdosa, dai). La traccia sarà difatti utilizzata per “Tonite Lets All Make Love In London” di Peter Whitehead, un regista mediocre noto soltanto per aver registrato molte band rock agli esordi, lo si ricorda perlopiù per il precedente “London ’6667” che raccoglie due registrazioni dei Pink Floyd e qualche intervista. Secondo Wikipedia Whitehead è considerabile come un precursore del video-clip, ma è solo una delle tante voci imbarazzanti di Wikipedia, nulla più.

Nessun album dei Pink Floyd intaccherà in modo così profondo la musica rock, per quanto le vendite siano propense a farci credere che con “The Dark Side Of The Moon” e “The Wall” i Floyd abbiano espresso il loro meglio, il che non è improbabile almeno se consideriamo l’uscita di Barrett e l’inevitabile avvicendamento di Waters come la creazione di un’altra band diversa dalla prima, Piper è una pietra miliare che la musicologia deve prendere in considerazione in modo più serio e analitico, un monumento dalle proporzioni colossali.

L’attività dei Floyd tra il ’67 e il ’69 è frenetica, il che quasi sempre presuppone un notevole calo della qualità, eppure questi tizi riusciranno a produrre comunque qualcosa di interessante.

Senza il genio folle di Barrett i Floyd rischiano seriamente di diventare una copia edulcorata di Arthur Brown o dei The Move, ma si salvano grazie ad una serie di scelte dettate dal caso e dal cinismo di Waters.

Gilmour arriva per rattoppare i vuoti lasciati da Syd e porta un sound nella chitarra che pian piano verrà fuori e resterà nell’immaginario collettivo fino ad oggi. Una tecnica pulita, un suono sempre riconoscibile. Peccato che non valga un laccio di Barrett in quanto composizione, non è un caso se con l’insuccesso di Point Me at the Sky Waters deciderà conclusa l’esperienza dei singoli (sapendo bene di non poter più contare sulle idee geniali ma appetibili commercialmente di Barrett) e si concentrerà sugli album e sul donare un sound ben preciso alla band. Il suo.

Nel ’68 ci riprovano con il cinema, scrivendo qualche pezzo mediocre per il tragico “The Committee”, una merda allucinante del prode Peter Sykes, conosciuto dagli studenti del DAMS e dai nerd per aver dato vita al mitico serial “The Avengers”, un divertente serial inglese che seguiva la moda cinematografica del momento delle spy-story e si basava sui feuilleton a tinte poliziesche e pieni di figa.

Dopo questa indecente prova si rifaranno con “A Saucerful of Secrets”.

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Il disco è una pietra miliare della band, un po’ meno del rock. Perché dico questo? Waters prende le redini della band e la trasporta verso dei lidi pericolosi, dalla psichedelia di stampo garage si passa al prog inglese, ma sopratutto mette giù le basi per un sound talmente particolare da essere unico.

Se da una parte il sound inimitabile dei Floyd è una caratteristica che esalta i fan, dall’altra rende inattaccabili i suoi detrattori, i quali quelle sonorità proprio non riescono a mandarle giù. Forse il problema dei Pink Floyd di Roger Waters è quel lavoro da equilibrista che non porterà mai la band alla sperimentazione estrema come invece poteva sembrare con “A Saucerful of Secrets” e con “Ummagumma” dell’anno successivo, e neanche ad un tentativo di fare genere (tranne che per il caso “The Wall”).

Quindi sebbene Saucerful non sia una pietra miliare del rock (per quanto riguarda la composizione e la portata innovativa – che è di fatto nulla) è un disco abbastanza della Madonna. Bisogna chiaramente apprezzare il sound della band, ma questo vale per tutti i gruppi con un sound così “personale”, unito al fatto di avere a cuore il prog.

Saucerful è dannatamente prog, un prog che si muove in termini quasi mai seri o puramente tecnici, ci sono molti rimandi ancora alla psichedelia americana, e Barrett incombe sulla band come un fantasma che li tiene tutti per le palle (Jugband Blues). Per quanto mi piaccia questo album alla lunga stanca, spesso le idee buone vengono ripetute fino alla nausea, ma alcuni spunti sono indimenticabili.

L’atmosfera generale dell’album si percepisce da due tracce potenti e epiche sotto molti aspetti: Let There Be More Light e Set the control for the Heart of the Sun. Riff ripetuti all’infinito aleggiano nell’aria e scandiscono il tempo come in un rituale sacro, nel mezzo un mucchio di idee non sempre attinenti, ma ben costruite e sopratutto ben realizzate dal punto di vista dell’ingegneria del suono.

Ed ecco quindi comparire fin da subito un altro caposaldo che caratterizzerà la band in tutti i suoi album successivi, e in particolar modo da “Atom Heart Mother” in poi, ovvero la cura maniacale del suono dal punto di vista prettamente ingegneristico. Una carta che i Floyd sapranno giocare bene sempre dal 1970 in poi.

Detto questo Saucerful è stato molto rivalutato recentemente come album, forse anche troppo, in particolare considerando il brio del primo album, qui del tutto sparito.

Nel ’69 Barrett si ripresenta con l’uscita del singolo Octopus/Golden Hair, un prologo di quel che sarà “The Madcap Laughs”, il suo primo album solista del 1970.

Di “The Madcap Laughs” ci sarebbe molto da dire, ma se mi prolungassi per ogni album sarebbe un post ancora più tremendo di quanto già è. Delle sessioni di registrazione di questo incredibile disco si è parlato fin troppo, tanti ancora però non ascoltano con attenzione questo lavoro, come anche il successivo “Barrett” uscito qualche mese dopo (e con qualche acciacco in più).

Dalle leggende che lessi su quelle sessioni notai perlopiù due cose: la fragile e inconsistente personalità di Gilmour, quasi intimorito da Barrett, e la totale follia di Wyatt nel vedere in Barrett qualcosa che in realtà non c’era già più.

Il disco è ovviamente geniale, ben diverso dalle sonorità di Piper, maturato non direi, piuttosto Barrett si è dato ad altro continuando a sfornare singoli straordinari per ecletticità e commerciabilità (Terrapin, Love You, Here I Go, Octopus, Long Gone, She Took A Long Cold Look). Quello che si evince accostando il Barrett del dopo-Piper e il resto dei Floyd è che sebbene nella totale pazzia che stava divorando Syd in quegli anni era lui quello ad avere le idee chiare, al contrario del resto della band, la quale era alla disperata ricerca di singoli “alla Barrett”. Sarà la progressiva presa di posizione di Waters a salvare i Pink Floyd da un lento ma chiarissimo declino (almeno per i critici e per gli ascoltatori dell’epoca). Per lui sarà facile superare la passività di Gilmour, la timidezza di Wright e l’indifferenza di Mason per poter imporre la sua idea su cosa dovessero essere i Pink Floyd.

Le sonorità di Madcap derivano da tutto quello che Barrett ascoltava, dai Nice ai Soft Machine, ma sintetizzato dalla sua personalissima visione. Wyatt vedeva in Barrett un genio avveniristico, cosa che Barrett è stato finché la droga non gli ha bruciato il cervello. Ora era solo un genio sregolato, ma che da solo, senza cioè l’aiuto di altri musicisti e di amici, non avrebbe potuto fare molto.

Barrett” è l’ennesima (e ultima) prova di quanto detto: un genio unico, un fenomeno irripetibile, ma la sua portata è stata irrimediabilmente bruciata da una emotività prepotente che lo rese troppo fragile per questo mondo.

Lontano dalla pochezza della critica sociale di Waters (nulla in confronto ad altri musicisti coevi del bassista dei Pink Floyd), Barrett viveva in un mondo tutto suo, magnifico e terribile, fantasioso quanto tragicamente reale.

Quando a Lucca, al Summer Festival del 2006, Waters (per l’occasione accompagnato anche da Mason, me lo ricordo bene dato che c’ero anche io) dedicò la prima parte del concerto a Barrett deceduto il giorno prima, avevo sedici anni, e per quando idiota già lo fossi sapevo comunque bene che Barrett non avrebbe mai potuto fare altro ormai, dato il suo stato mentale e fisico, eppure mi sentì molto triste. Mi resi conto che un’epoca intera era stata spazzata via, e che quel concerto altro non era che un rituale pagano per ricordare quello che fu, come più o meno tutti i concerti dei sopravvissuti a quegli anni di sesso, droga e non sempre rock and roll.

[per la seconda parte clicca qui]

Mikal Cronin – MCII

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Cosa ci si aspetta da un disco come “MCII”?

Probabilmente non tutti conoscono ancora Mikal Cronin, un bravo ragazzo californiano dal sound grezzo e violento che con dischi come il precedente (omonimo del 2011) e il bellissimo “Reverse Shark Attack” con Ty Segall si è imposto, almeno per la critica musicale, come tra i giovani più interessanti di una California rivitalizzata nella psichedelia e nel garage.

Quindi riponiamoci la domanda: cosa ci si aspetta da un disco come “MCII”?

Semplice: due palle come mongolfiere, casino, garage e divertimento a sfinire.

Ma nella vita non tutto è come vorremo che fosse.
Comprato all’uscita nella speranza che il buon Cronin mi rompesse definitivamente le casse, sembra che il mio più recente acquisto invece mi stia rompendo assai i coglioni.

La virata di Cronin è quella per un rock più “arioso” nei riff, che ammicca in modo svergognato ad un garage imbonito da spiaggia californiana più che da festival della birra con i Thee Oh Sees in scaletta.

Le prime tre tracce scorrono, non c’è che dire, in confronto a qualsiasi altro lavoro di Cronin c’è una certa armonia, il suono varia dal pulito allo sporco senza intoppi, mix e produzione con i fiocchi. Dei tre pezzi che ci introducono al secondo album di Cronin segnalo solamente Am I Wrong, leggermente più animata o quantomeno personale, un buon livello di composizione (ma sempre elementare, il che va bene finché cazzeggi, ma non quando fai finta di fare roba “seria”).

Si rialza Cronin con See It My Way, che sembra uscita pari pari da “Hair” di Segall e White Fence, con un pizzico meno di psichedelia. La forma “singolo” però mi disturba. Cronin ha confezionato un perfetto biglietto da visita per radio e TV, non è un caso se quindi la critica lo accoglie come il suo miglior lavoro.

See It My Way non è un brutto pezzo (il testo ha anche un che di garage), ma un po’ come You Make The Sun Fry, singolo da “Goodbye Bread” di Segall, appare studiato a tavolino e manca di autenticità, se capite cosa intendo.

Peace Of Mind nella sua “confezione da spiaggia” non perde una certa piacevolezza, inficiata comunque da un continuo rimando a sonorità troppo commerciali per non essere notate.

Quando le mie speranze ormai sembravano perse in un abisso di chitarre acustiche e giovani californiani palestrati in camicia hawaiana arriva Change, che sulle prime mi rinsavisce, e in effetti il riff funziona bene, peccato che il resto subisca un po’ ancora questo forzato imbonimento.

Provo una certa rabbia per questo cambiamento di rotta.
Non sono di certo uno che si affeziona ad un sound, se un artista che mi fa cagare cambia rotta e mi piace è ok, e anche se un rocker incazzoso diventa una checca rifatta a me va bene se la musica comunica comunque qualcosa. La rivoluzione nel sound dei Meat Puppets da “Meat Puppets II” a “Up On The Sun”, sebbene mi abbia scombussolato sulle prime, mi ha regalato uno dei miei dischi preferiti, tutt’ora il mio preferito della band.

Quindi porcamiseriamaledetta non me ne frega nulla se Cronin adesso si sente a contatto con Madre Natura e deve farcelo percepire pure a noi a suon di litanie acustiche, perché se ci metti l’anima, se ci metti il rock, va più che bene. Ma non è proprio il caso di questo album.

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La chitarra è diventata light senza un motivo preciso, perché non c’è nulla nella musica e nella composizione che lo giustifichi, è tutto decisamente piatto, ripetitivo, impersonale e tragicamente scontato. Un bel cambiamento in confronto al primo album: “Mikal Cronin”.

Don’t Let Me Go è un altro pezzo che sembra proprio pensato per essere un bel tormentone per i giovani californiani che viaggiano a tutta birra per strade deserte con la radio a palla, una cosetta che non dispiace a nessuno, che non ferisce ma nemmeno colpisce, superficiale.

Non più cosa aspettarmi mentre il disco volge a Turn Away. Almeno si finge di cambiare ritmo, ma le sonorità restano quelle. Encomiabile lo sforzo di donare all’album un sound ben definito, e vorrei tanto che voi capiste che VA BENE e oltretutto è PIACEVOLE, ma che essenzialmente manca di passione.

Con Piano Mantra entra in gioco pure un piano che spizzica qua e là qualche accordo degno di Allievi, mentre si aggiungono degli archi e il tutto prende il colore di un Leonard Cohen poco ispirato, spezzando inspiegabilmente la trama sonora fin qui portata avanti. I testi che seguono non sono certo di un T.S.Eliot o di un Bukowski, ma questo nel rock va bene, tranne quando la musica e il tono fanno pensare che il musicista abbia qualcosa di profondo e importante da dirci (ed invece ci becchiamo una riflessione alla Baci Perugina). Su queste sonorità (in realtà no, ma vabbè) e con un’idea più genuina di climax consiglio vivamente Panic Attack #3 degli italiani a Toys Orchestra: così si scrive un cazzo di pezzo.

No, vabbè, sono troppo scazzato per questo disco, davvero troppo.

  • Pro: beh, mica fa cagare.
  • Contro: santo cielo se fa cagare…
  • Pezzo consigliato: Apathy. È del disco precedente dite? E secondo voi non lo so?
  • Voto: 4,5/10

Led Zeppelin – II

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[AGGIORNAMENTO DEL 2015: È bello vedere come, a distanza di soli due anni, ci sia stato un grosso cambiamento per quanto riguarda la mia opinione sull’hard rock, e su band come gli Zep. Fare questo blog mi ha aiutato a crescere, scrivere i miei pensieri li ha cristallizzati e resi più “reali”, e al tempo stesso mi ha evidenziato certe incoerenze. Oggi degli Zep salvo solo il primo album, ma ciò non significa che io debba cancellare i miei “peccati del passato”, perché fanno parte di me e della mia personale evoluzione nei gusti e nella critica. Magari un giorno gli dedicherò una monografia, per ringraziarli e al tempo stesso demolirli con una ruspa. Già pregusto i commenti su mia madre…]

Forse con l’estate comincerò a scrivere qualche recensione più contemporanea, intendiamoci: del 2013 ne abbiamo parlato, anche se troppo spesso concentrandoci su residui bellici come i Deep PurpleIggy Pop, David Bowie e Burdon, senza contare l’ultima “fatica” dei Daft Punk e ora ci tocca pure attendere il nuovo album dei Black Sabbath.
Allora perché buttarmi su un disco stra-mega-conosciuto e vecchio come “Led Zeppelin II” o “II” o “il disco dei Led Zeppelin con il collage assieme ai piloti del dirigibile del famoso incidente, un po’ ingiallito”.

Ultimamente va di moda insultare gli Zep, considerati sempre più come dei bravi plagiatori o poco più. Personalmente non credo che gli Zep siano la più importante band rock di sempre, non credo che nessuno lo sia, ognuno ha i suoi meriti e la storia ci aiuta non poco a capirli e a valutarli con oggettività.

I Beatles non hanno di certo portato una rivoluzione concettuale nel rock, al massimo lo hanno denigrato a livello di protesta sociale (è inutile citare Imagine o il testo provocante di Come Together perché non è niente in confronto a quello che il rock fin lì era significato in termini di provocazione), però è innegabile che il loro “sound”, miscuglio di pop, di tanto George Martin e delle mode del momento, abbia scolpito nella mente di molti musicisti un’idea di rock ben precisa e resistente alle avversità del tempo.

Vi parla uno che di dischi dei Beatles ne ha, e alcuni li apprezza in particolar modo, ma che ha anche bisogno di una certa dose di onestà intellettuale.

Il discorso che ho appena fatto sui Beatles si può benissimo estendere a grandissima parte del rock leggero come a tutti i generi che ne derivano, raramente il rock “autentico” che rispetta quell’idea di trasgressione e provocazione si è fatto strada nel mainstream, motivo per il quale non considerare i Beatles come una grande band di rock è stupido, lo è stata per una certa corrente, sì ok: quella più legata al pop e alle mode, ma è pur sempre un rock che lo si voglia o no, e può piacere o far cagare.

A me non piace quasi alcun genere di metal, ma denigrare band come gli Slayer solo perché non mi piacciono oppure perché non rispecchiano la mia idea estetica-concettuale di come dovrebbe essere il rock mi sembrerebbe stupido. Ogni cosa va elogiata o criticata all’interno del suo contesto naturale, se no ogni critica o elogio sarà campato in aria.

Tutto ‘sto casino per dire che ridurre “II” come un disco hard-rock(-blues) di irriducibili plagiatori è davvero idiota.

Jimmi Page ruba qua e là riff o intere canzoni senza rimorsi da ben prima di unirsi agli Yardbirds, ma trovo una certa difficoltà a non accumunarlo a quasi tutto il rock tra gli ultimi ’60 fino ad oggi. Dai Cream ai Mountain si prendeva e si copiava senza problemi, tutti venivano dal blues e dal be-bop (sì, anche dal be-bop), senza contare le più recenti derive della psichedelia e del garage-rock (il rock più autentico, a mio avviso) e i pezzi spesso pluri-plagiati diventando spesso inni generazionali per più generazioni!

Basti pensare alla I’m A Man di Bo Diddley, da grezzo blues a rock vero e proprio con gli Yardbirds (e geniale garage quasi proto-punk con i The Litter), o al caso di Gloria inno garage dei Them ripreso da Hendrix come dai Doors, senza dimenticarci la celebre versione dei Shadows Of Knight.

La linea di confine tra citazione e plagio nella musica è sempre stato molto sottile, fin dai tempi di Corelli! Giudicare una band solo dalla originalità ridurrebbe il numero delle band nel mondo a qualche centinaio, di cui gran parte del tutto inascoltabili.

Se l’originalità folle e controllata dei Magma fa storia e ha un peso nell’arte in generale (assieme alla musica in particolare), quella degli Zep non ha alcun valore, però suona da Dio.

Cos’è cambiato dai New Yardbirds ai Led Zeppelin? Due cose, fondamentali per il sound di tantissimo rock a venire:
il numero delle chitarre
Peter Grant

2

Innanzi tutto non ci troviamo di fronte a un power-trio, ovvero quello che sembrava essere ormai il prototipo per fare rock “duro” dopo Cream, Jimi Hendrix Experience e Mountain. Questo chiaramente deriva dalla line-up precedente, eppure pensate quanto ha influito per l’hard rock delle origini che le band più ascoltate avessero quattro componenti, mentre quello che poi sarà il formato trio dal ’70 in poi vede i suoi maggiori protagonisti in alcune formazioni prog.

La differenza con gli Yardbirds è lampante, Page non si contende più il ruolo di prima donna, lui adesso è la prima donna. Anche se poche band nella storia vengono ricordate con una tale unità e parità come gli Zep (il discorso vale addirittura per John Paul Jones!) non vi sono dubbi su chi fosse la mente dietro il dirigibile, anche se col tempo Plant mostrerà qualche dote compositiva non sempre scadendo nel banale e nel cattivo gusto (ma della sua discografia solista salvo solo due album dall’infamia generale).

Da notare come anche Page fuori dagli Zep abbia perlopiù prodotto allucinanti cagate, e chi si masturba ascoltandosi “Outrider” è un dannato maniaco del cazzo.

Il fatto che Page non sia colui che sta dietro il sound della band (non è un caso dunque se il resto della sua discografia, limitata a delle collaborazioni, sembri una parodia dei suoi primi dischi e di quelli con gli Zep) non deve però farci cadere nel tranello di pensare che fosse l’amalgama magica di Page sui ritmi tribali di Bonham mentre Plant urlava come una ragazzina in calore ad aver donato un sound unico ai dischi degli Zep, perché c’è un fattore ben più importante: Peter Grant, il vero fondatore di questo gruppo.

Grant colse i fattori interessanti degli Zep e li armonizzò al massimo, donandoci così album equilibratissimi come “II”.

Whole Lotta Love è il riff per eccellenza, mi spiace per i sostenitori dei Purple, ma c’è poco da fare. Assieme a band come gli stessi Deep Purple e i Black Sabbath (mentre il sound preso singolarmente per queste band porterà alla nascita di generi diversi fra loro) ovvero band adorate dal pubblico, in particolare americano, avevano una cosa fondamentale in comune: la mancanza di contenuti.

Il rock non è una cosa seria, lo diceva anche Bangs quindi c’è da crederci, ma da qui ad arrivare ai testi di queste tre band ce ne passa di acqua sotto i ponti. Gli MC5 scandalizzavano, Zappa faceva riflettere (e come lui i Fugs, e più di loro i Godz), i Troggs erano eccitanti, gli Stooges erano punk prima di essere punk, ed erano molto più punk di tutto il punk venuto dopo. Chi cazzo erano dunque quei tre là sopra? E sopratutto: ma di che cazzo vaneggiavano? Di figa e Tolkien assieme, di concerti andati a fuoco, di cimiteri atomici, ma che caaaaaaaaaaaaavolo è?

L’unico problema di album per me favolosi come “II”, come “In Rock”, come “Paranoid” è che sì suonano bene, ma di rock, dello spirito del rock, hanno solo gli strumenti! A quattordici anni mi andava pure bene, e vi dirò che io ascolto ancora con estremo piacere tutti gli album degli Zep, e addirittura il mio pezzo preferito è In The Evening dell’ultimo album (caso rarissimo per me che dopo il quarto album una band continui a piacermi), ma oggi è impossibile non rivalutare la portata musicale di queste band storiche dimenticandosi con totale disonestà intellettuale cosa vuol dire fare ed essere rock.

Però smettiamola di rompere il cazzo agli Zep per i plagi o per le palesi copiature non scritte a chiare lettere nel libretto, “II” è un album che fa accapponare la pelle, se si escludono i riferimenti all’epica fantasy (che porteranno ad una deriva nei testi di certo rock e di molto metal che tutt’ora ritengo oscena e indecente) quell’album spacca come poco nella storia. L’attacco allucinante di Page su Bring In On Home (la prima parte è del grandissimo e indimenticabile Sonny Boy Williamson) o il leggendario assolo di Bonham nella sua Moby Dick sono pezzi di rock tutt’altro che mediocri o frutto di una band buona solo a plagiare.

Diogesùcristo, ma poi si parla solo di ‘sti plagi famossissississimi quando in giro c’è della roba sconcertante: avete presente il celebre attacco di Mississippi Queen dei Mountain? Dopo pochi mesi l’uscita di quel gran disco che è “Climbing!” ci fu questo allucinante plagio dei neozelandesi Human Instinct presente in “Stoned Guitar”, Midnight Sun. Mica male, eh? Citazione dite? Quella sì che è una cazzo di vergogna, però toccare lo stoned è tipo reato ora come ora, mentre spalare merda a caso su band come gli Zep fa tanto fighi (e la questione è la stessa).

Ah, mi sono dimenticato di recensire il disco. Vabbè, tanto lo sappiamo tutti a memoria.

  • Pro: difficile dire di ascoltare rock e non avere questo album in casa, o perlomeno è poco credibile.
  • Contro: profondo come una pozzanghera, lyrics degne di The Wanderer.
  • Pezzo consigliato: ma ascoltatelo tutto e basta, cazzo.
  • Voto: 7/10

[è tipo la trentesima volta che cito The Wanderer di Glitter come esempio negativo, vi rendete conto di quanto stia ancora male per quel disco???]