MGMT – Oracular Spectacular

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Gli MGMT sono proprio il classico fottuto e odioso esempio di come la fama uccida la musica.

Si può parlare di rock per gli MGMT?
Certamente, sotto la folta coltre di elettro-pop c’è un’anima psichedelica che proviene dal garage più spensierato, filtrato dignitosamente da esplosioni funky mai ridicole.

Però (e questo “Però” pesa tanto) la grandezza di questa band si esprime e si consuma tutta nelle prime cinque tracce del primo album, dopo di che la fama e i soldi si sono divorate ogni residuo di talento del duo di Brooklyn.

Cacchio gente, “Oracular Spectacular” è un signor disco, un esordio* con i fiocchi e i contro-fiocchi. E lo è ancor di più alla luce di recenti sviluppi funky e disco nella musica rock, da Panic Station degli eredi dei KC & the Sunshine Band (i Muse) al nuovo disco di George Clinton ovvero “Random Access Memories” (aka Daft Punk). Ma mentre questi due esempi mainstream sono IL MALE questo primo album dei giovanissimi MGMT era una boccata d’aria fresca.

Comunque se ce l’ho ancora con RAM dei Daft Punk è solo perché prima non mi dispiacevano affatto (e voglio presto recensire la loro discografia in un solo post presto o tardi), ma il loro ultimo album è quanto di più anacronistico e commerciale (nel senso peggiore del termine) che abbia mai posato la sua plastica sul mio piatto.

Tornando a noi: cosa c’era di giusto in “Oracular Spectacular”?
Tutto! Dal sound dell’album ai singoli pezzi un album d’esordio così è solo da incorniciare.

Peccato che sia stato seguito da “Congratulations” (2010), che io acquistai con la scratch cover, l’unica vera sorpresa di un disco piatto e senz’anima, e dal nuovissimo “MGMT” (2013) che forse nella loro testa doveva essere considerato come un nuovo inizio ed invece si è rivelato essere la definitiva pietra tombale sulla band.

Il problema di recensire album così è che inutile spenderci parole a caso citando altre band o ripercorrendo a ritroso le influenze che lo hanno generato, “Oracular Spectacular” è semplicemente un buon disco, ma che raffrontato a questa nuova tendenza funky (a volte mascherata tramite la dubstep altre dall’elettronica) si rivela come un piccola profezia scevra di ogni inflessione data al mercato o dalla moda.

  • Pro: psichedelici, moderni, festosi, mai idioti o esageratamente scontati.
  • Contro: la differenza tra le prime cinque tracce e le seguenti cinque è abissale.
  • Pezzo consigliato: Weekend Wars.
  • Voto: 7,5/10

*in realtà il loro primo album sotto il nome di The Management è “Climbing to New Lows”, assai dignitoso anche se senza la maturità acquistata successivamente, ma il progetto MGMT oltre al rinominarsi si pone anche delle coordinate che potenzialmente potevano regalarci album più che discreti. Peccato.

PUBBLICITÀ SUBLIMINALE:
c’ho un canale su YouTube. Mi dispiace.

È morto Lou Reed

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Chi ha davvero cambiato il rock, non tecnicamente – ovvero quei cambiamenti che non cambiano proprio un cazzo, ma nella sostanza, nel messaggio, sono pochissimi eletti che si possono contare sulle dita di una mano.

Tutte quelle inutili classifiche con “le prime cento band” sono sfilate pop di cento inutili complessi che hanno prodotto dischi notevoli, per bellezza e anche autenticità, ma che in una intera discografia non hanno avuto il peso di una singola canzone contenuta in “The Velvet Underground & Nico”.

Diffidate da quegli osceni libri che si intitolano “500 dischi fondamentali”, “2000 album imprescindibili”, inutili compendi di critici in piena crisi auto-erotica, i quali dato che ormai le gare a chi piscia più lontano o ce l’ha più lungo sono diventate desuete allora fanno a chi ha ascoltato più dischi. Gente più ridicola di questa è solo quella che queste baggianate se le compra. E io l’ho capito dopo averne comprate tante.

Lou Reed è stato uno dei pochi ad essere davvero fondamentale, imprescindibile, un profeta che semplicemente voleva tutta l’attenzione su di sé.

Non mitizzate Lou Reed. Un brutto carattere, un idiota borghesuccio tutto orgoglioso del suo nulla, conobbe John Cale che era praticamente analfabeta. Ma è anche per tutto questo che è stato, è sempre sarà, tra i più grandi.

E per Dio, non ricordatelo per “Berlin”, non piangetelo sulle note di Walk on the Wild Side, o sui terribili “pow pow pow” di Satellite of Love, ma a ritmo di I’m Waiting for the Man, quando non era ancora Lou Reed ma un semplice drogato qualsiasi, col chiodo, ad aspettare una nuova dose per tirare avanti, e per sognare.

Pere Ubu – Dub Housing

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Quando nel 1896 Alfred Jarry si presentò al Théâtre de l’Œuvre di Parigi sapeva bene quali sarebbero state le reazioni al suo Ubu Roi. Sdegno, orrore, disgusto e scandalo, non necessariamente in quest’ordine. A Jarry non interessava rivoluzionare il teatro a questo ci pensavano gli altri. A Parigi era già passato Ludwig Chronegk con la sua compagnia di Sax Meiningen e soli nove anni prima della pièce di Jarry tra i punti di riferimento rivoluzionari per il teatro c’era il Théâtre Libre di André Antoine.

Chronegk e Antoine sono due seri e colti protagonisti del nuovo teatro naturalista (più il secondo in realtà) nato sotto l’egida di Émile Zola, la grande rivalsa intellettuale della borghesia, l’inizio di un nuovo modo di vedere la realtà, e di tutto ciò a Jarry non poteva fregare di meno.

Quando nel 1975 i Pere Ubu nascono dalle ceneri dei Rocket From The Tombs siamo negli anni d’oro della disco music. Mamma Mia, singolo del terzo album degli ABBA, spopola in tutto il globo, gli Earth, Wind & Fire si auto-celebrano con una live che prende il nome di un loro successo “Gratitude”, tra i dischi più ballati in discoteca c’è il secondo album dei K.C. and The Sunshine Band. Il rock dichiaratamente estetico trova la sua definitiva consacrazione in “Alive!” dei Kiss, ma dove sono i veri rockettari?

Era l’anno delle seghe mentali, dal kraut-rock dei Neu! all’ambient di Brain Eno, fino allo sconvolgente e improbabile “Metal Machine Music” di Lou Reed, in classifica compariva soltanto il soft rock dei Pink Floyd, mentre gli Henry Cow pubblicavano il loro capolavoro. La rivoluzione ambient era agli albori, gli altri miti erano Queen, Journey e Springsteen, e di tutto ciò ai Pere Ubu non poteva fregare di meno.

Ciò che lega Jarry ai Pere Ubu non è solamente il nome del protagonista dell’Ubu Roi (Père Ubu, ovvero Padre Ubu) , ma è uno stile di vita e una genialità fuori dagli schemi usuali. Chi dice che la grande Arte è tale perché universalmente comprensibile oltre a dire una scemenza non può assolutamente capire queste due entità che proprio dell’incomprensione e della incomunicabilità fecero un’Arte tra le più universali di tutte.

Recensire i Pere Ubu è un compito difficile perché il contesto socio-culturale che gli appartiene si ingrandisce di anno in anno in maniera indiretta, ovvero tramite una progressiva oggettivazione della storia della musica. In pratica più il tempo passa e più le tematiche legate agli album dei Pere Ubu diventano chiare e fungono da imprescindibile chiave di lettura per gli anni ’70.

Quando si parla di questa band, almeno per quel che concerne i primi album, è quanto mai limitativo parlare semplicemente di rock. La new wave (il movimento a cui generalmente vengono legati i Pere Ubu) ha le sue fondamenta in “Marquee Moon” dei Television e “Blank Generation” di Richard Hell & The Voidois, ma quanto di quelle fondamenta è presente nei Pere Ubu? Assolutamente tutto, ma immerso e diluito in tanto altro.

Il problema che di solito si incontra nel parlare di questa band è nel descrivere la loro musica a parole senza risultare dannatamente criptici. Chiaramente col primo paragrafo di questa recensione mi sono giocato il 99% dei visitatori casuali o di chi voleva semplicemente “quella cazzo di recensione!” ma mi sta bene, perché dell’Arte o se ne parla in maniera esauriente o è meglio stare zitti.

Di cosa parlano i Pere Ubu?
Prima di tutto dobbiamo capire che più che raccontare qualcosa i Pere Ubu esprimono qualcosa. Quello che ne esce fuori è la vera blank generation, quella che Richard Hell ci svela con una formula semplicemente punk i Pere Ubu riescono a farcela vivere con espedienti che si avvalgono di una esecuzione “teatrale” del loro essere punk, uno spettacolo uditivo non dissimile da una pièce teatrale radiofonica.

Quando un critico etichetta una band art-rock, art-punk o cose così, di solito sta a significare che non c’ha capito un cazzo di quello che ha ascoltato, ma gli è piaciuto. In questo caso art-punk è una denominazione perfetta, se non l’unica, che possiamo affibbiare a questa band.

I suoni industriali e post-apocalittici che pervadono i primi album dei Pere Ubu sono pennellate che colgono gli aspetti più introversi del nichilismo giovanile a metà degli anni ’70; se il punk è un’arte naturalista che punta a rappresentare in modo scientifico l’età industriale (vedi il sound sporco della Detroit di MC5 e Stooges) e il disagio adolescenziale (Sex Pistols, Clash, Richard Hell, etc.) quello che fanno i Pere Ubu è descrivere l’universale partendo dalle piccole impressioni vicine al particolare.

Non vorrei che qualcuno leggendo pensasse che uso dei giri di parole solo per masturbarmi mentre mi rileggo, per evitarlo sintetizzo quanto detto affermando che i Pere Ubu sono difficili da approcciare perché il loro sound è piuttosto peculiare e unico, ma essendo l’eccezione ad un panorama musicale già delineato sono anche quelli che propongono un nuovo punto di vista grazie al quale possiamo comprendere fino in fondo il quadro generale.
Questa aura ermetica che avvolge i Pere Ubu è la stessa che immergeva Jarry e la sua Patafisica, una corrente di pensiero che non a caso sarà molto cara alla band.

I rumori fastidiosi, i suoni acidi e il nervosismo che pervade le prime opere della band americana altro non sono che la trascrizione in partitura delle paranoie mentali che ben si sposano delle volte con un certo senso di inconcludenza.
Si può tranquillamente affermare che i più onesti cantori dell’era moderna sono proprio i Pere Ubu.

Ma ora è meglio se passiamo alla recensione vera e propria.

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Recensisco “Dub Housing” (1978) non perché sia il miglior disco dei Pere Ubu (anche i sassi sanno che il loro primo album, “The Modern Dance”, è inarrivabile) ma perché è l’album a cui sono più affezionato.
Sì, sono un cazzone, portate pazienza.

Quella che considero la migliore e sintetica descrizione di questo capolavoro assoluto del rock è la seguente:

Lo stile straordinariamente vivo di colore e di metafora, inzeppato di allusioni e trasposizioni culturalistiche, impastato di terminologie classiche o rare, come di parole di un gergo […] provinciale, per quanto di una costante acutezza e finezza, rivela, a contrasto, una sorta di voluta atonalità, come di un discorso costantemente tenuto sulla corda più tesa, prossima a spezzarsi.

Queste parole non sono di un esperto musicologo o di un critico di Blow Up, le ho tratte da una straordinaria introduzione scritta da Sergio Solmi (notevole poeta e grandissimo saggista particolarmente legato a Leopardi) al testo teatrale dell’Ubu Roi di Jarry. Mentre leggevo in treno questo passaggio non mi sovvenne nulla, ma ascoltando quello stesso giorno “Dub Housing” mi resi conto che l’humus non era poi così diverso da quello dei pazzi testi recitati da David Thomas, dalle finezze di Tony Maimone al basso, dallo spezzettato e nervoso lavoro al synth di Allen Ravenstine (il vero protagonista di questo secondo album dei Pere Ubu).

Si comincia con Navvy, forte del ritmo serrato della batteria di Scott Krauss mentre Dave Thomas interpreta un ragazzo che ciondola scomposto e che di tanto in tanto urla un “libertà!”, i nervosi interventi di Ravenstine sono semplicemente geniali, il pezzo in sé è un classico imprescindibile.

Dal dialogo tra il basso di Maimone e un giro di synth pregiatissimo veniamo introdotti in On The Surface, quasi un pezzo surf rock ma pregno della nevrosi che caratterizza l’album, il filo teso sempre in procinto di spezzarsi tra festosità e nevrosi totale è un must ricorrente nel sound di molti dei primi pezzi dei Pere Ubu.

Dub Housing esprime e racconta i suoni e le sensazioni della band durante la registrazione di questo album in questa abitazione residenziale nella quale vivevano. Se vogliamo potremmo un sintetico manifesto di questo secondo disco.

Caligari’s Mirror fa della dicotomia tra festosità e nevrosi il suo sound. Il testo tra il parodico e il grottesco fa riferimento ad un certo specchio di Caligari, probabilmente si tratta di un gioco, più precisamente di una deformazione, quella da Calibano a Caligari (uniti entrambi da diverse accezioni di grottesco), in questo modo la band citerebbe lo specchio in cui Calibano non accetta la sua natura mostruosa ne La Tempesta di Shakespeare* e avrebbe anche maggior senso contestualizzato col resto del testo (la deformazione di citazioni shakespeariane è il fulcro di gran parte dell’opera di Jarry).

Thriller! è una gemma di angoscianti impressioni sonore da vero film di serie B dell’horror, un momento anarchico che sembra uscire da alcuni dei passaggi più angosciosi di Sysyphus di Richard Wright (lo so, è quantomeno azzardato in termini strettamente musicali come paragone) ma se Wright in “Ummagumma” sperimenta seguendo fedelmente le orme del maestro John Cage, i Pere Ubu invece disegnano un quadro paranoico fatto di suoni legati alla modernità alquanto “avanguardistico”, l’angoscia è voluta e ricercata con accuratezza.

Il lato B si apre con le visioni nonsense di Thomas seguite da un rock de-strutturato alla Captain Beefheart, la sinergia tra i membri della band in questa I, Will Wait è davvero spettacolare.

Su questo tenore anche la successiva Drinking Wine Spodyody, un’orgia sconclusionata magistralmente eseguita.

(Pa) Ubu Dance Party ancora una volta è in equilibrio tra un vero e proprio party e un sound più “industriale”, è anzi il pezzo che sviluppa maggiormente questo dialogo con un riff surf-rock e una coda che è un crescendo nevrotico disarmonico.

Blow Daddy-o è un breve divertissement con il synth che si ripete come in un loop accompagnato da brevi e veloci fraseggi degli altri strumenti. Non c’è un vero inizio né una vera fine. Nel titolo “daddy-o” si riferisce ad uno slang che purtroppo si può ricondurre a molte cose, in questo caso credo sia al dispregiativo che si affibbia a chi è più vecchio di te ed è anche un po’ rompicazzo.

Le prime note di Codex ci trasportano in uno scenario post-apocalittico, Thomas esprime in modo sublime lo scorrere lento e inesorabile del tempo nella mente:
I think about you all the time
step after step
block after block
laconico ma esaustivo. Le ultime note in coda suonano come mai definitive, l’unico modo con cui poteva concludersi ”Dub Housing”.

Questa recensione è stata per me necessaria, ovviamente non esaurisce in alcun modo la questione Pere Ubu, e forse non avvicinerà nessuno a questo splendido album. Questo perché è davvero lunga, pesante e a tratti semplicemente scritta da cani, ma non mi sarei sforzato tanto se non ne valeva pena.

“Dub Housing” è uno dei capolavori del rock, della musica e non mi sento un’idiota ad asserire che lo è anche dell’Arte in generale.

  • Voto: 8,5/10

UN CONSIGLIO:
in Italia è stata prodotta probabilmente la miglior versione in vinile di questo disco. È della Get Back, sfortunata etichetta toscana legata principalmente al garage rock, la quale ha avuto la straordinaria possibilità di incidere dai nastri originali dei Pere Ubu. Con questa edizione possiamo assaporare il fantastico lavoro ingegneristico che Ken Hamann fece per rendere giustizia alla complessità sonora della band. Se la trovate acquistatela senza esitazioni. Ah, tranquilli, non sono ammanicato, quando la Get Back ha chiuso i battenti non avevo neanche diciotto anni.

[i Pro e i Contro non sono presenti alla fine di questa recensione perché credo di essere stato esauriente, quindi sì: pecco di presunzione e non è una novità]

*lo specchio di cui parlo non è nel testo originale, ma è una figura ormai legata al Calibano shakespeariano. L’iconografia di questo celebre specchio è stata introdotta nell’edizione del 1891 del romanzo Il Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde. Entrata nell’immaginario collettivo (per ben ovvi motivi) la figura di Calibano e il suo specchio sono quasi inseparabili.

Arctic Monkeys – AM

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Trovo che tutta l’attesa che ha preceduto questo album sia sintomatica di come il mainstream stia cercando (inutilmente) di uccidere il rock, e penso che sia anche rivelatore di tutti questi finti rocker o critici di rock i quali a casa ascoltano Oasis, Arctic Monkeys, Franz Ferdinand, Strokes, Foo Fighters e compagnia cantante, però commentano e criticano album dei Faust, dei Pere Ubu o chennesò dei Thee Oh Sees*.

Grazie ad internet tutto va più veloce, in particolare la comunicazione. Il rock definito giustamente e onorevolmente “underground” ha trovato la sua rivalsa a 196 kbps. I vari Captain Beefheart, Can, Amon Düül II, si sono rinsaviti come mai nella loro vita discografica e hanno cominciato a girare in quelle bancherelle (o librerie di iTunes) dove prima si spacciavano solo Muse, Kaiser Chiefs e Queen of the Stone Age.

E quindi, dai primi eroi dell’underground a 196 kbps, molti hanno potuto percorrere una strada che continua tutt’ora: quella del rock autentico, quella di quel genere così particolare da ispirare i sentimenti più bassi fino alle riflessioni più alte.

Cos’abbia dunque a che fare il rock col brit-pop o con l’indie da classifica proprio non l’ho afferro. È un mio limite, lo ammetto.

Gli Arctic Monkeys non provocano, non feriscono, il loro linguaggio da bulletto di strada inglese fa però breccia in una intera generazione (come ci dimostrano gli straordinari dati di vendita) ma nel momento stesso in cui si rivelano in tutta la loro bellezza, evaporano. Gli album di questa band sono come i nastri di 007, dopo che li hai ascoltati si auto-distruggono.

Dall’indie che strizza l’occhio al fenomeno brit-pop ai ritmi da rock discotecaro di questo ultimo album, i Monkeys si sono affermati come La band inglese per eccellenza, le loro songs sono una sfilza allucinante di hit per caratteri sensibili e indie e critici con vergognose pulsioni verso “The Next Day” di David Bowie.

Di colpo gli album usciti quest’anno di Thee Oh Sees, Has A Shadow, Fuzz, Harsh Toke,  scompaiono e le bocche si riempiono di lodi sdolcinate verso “RAM” dei Daft Punk (un dannato disco funk, oltretutto innocuo e spudoratamente commerciale, alla faccia dei Monophonics) , verso “Right Thoughts, Right Words, Right Action” dei Franz Ferdinand, e ora su quest’ultimo gingillo pop degli Arctic Monkeys.

Spero non mi fraintendiate, la musica della band di Alex Turner merita il plauso della critica. Un gioiello perfetto che ritrae con i suoi accordi spensierati tutto il nulla che ci circonda, il solito album autistico di chi guarda il mondo dall’alto del suo piedistallo. A livello filmografico lo si potrebbe tranquillamente accostare ad un blockbuster di enorme successo, ma senza la ricercatezza o la profondità di chi con il blockbuster, o col mainstream come usa adesso dire, cerca di veicolare messaggi un po’ più profondi (le differenze tra Transformer e Pacific Rim vi dicono niente?).

Perché fare una bella revisione dei dischi meno conosciuti dell’hardcore anti-reganiano quando puoi fare l’ennesima lista degli album che preferisci di David Bowie? Perchè non proporre numeri speciali di riviste sugli Amon Düül II o su Arthur Brown quando puoi fare l’ulteriore review da ottomila pagine sui Led Zeppelin o addirittura lo specialone sui Green Day? 

La verità è che sia anche a 33 o 45 giri, o a 196 kbps piuttosto che a 320, il rock autentico rimane una passione per pochi sfigatissimi, che non voglio chiamare “eletti”, perché per essere uno sfigato che adora Moonlight On Vermont e la favorisce a qualsiasi canzone dei Toto, o che preferisce “MMM” a qualunque album degli Strokes, o che venera i Sonics a discapito dei Franz Ferdinand di ‘sta ceppa non c’è bisogno di una spada regale poggiata sulla spalla, ma solo di una birra economica in mano e un film di Kevin Smith in VHS.

Arctic-Monkeys-AM-recensione

Prodotto dalla Domino e col titolo di “AM”, voluta ma quanto mai disgraziata citazione ai cari Velvet Underground del finito Lou Reed, l’album si apre con la super-hit Do I Wanna Know?. Già da questa piccola perla indie-pop possiamo riflettere sui generi che sono stati accostati a questo album, ben riassunti dalla sintetica scheda della sempre inutile Wikipedia: indie rock, rock psichedelico (!), garage rock (!!), post-punk revival (!!!). Ci mancava il folk-metal ed eravamo a posto.

Una cosa alla volta. Do I Wanna Know? sono le riflessioni di un invertebrato verso una bonazza qualsiasi, il che, sia chiaro, potrebbe anche andarci bene, se non fosse la conclamata mancanza di palle nel genere indie che ci fanno rimpiangere i tragici testi dei Deep Purple o dei Led Zeppelin, che tra il nonsense e i riferimenti a Tolkien erano comunque un po’ più dignitosi. La musica è il solito brit-pop-indie che già i Monkeys hanno sperimentato nei primi album, con un tono più “elettronico”.

R U Mine? potrebbe essere una demo perduta di “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”, il primo e più riuscito album dei Arctic Monkeys. L’unico problema sono questi coretti davvero troppo brit-pop per essere sparati a cassa piena. La sensazione è che dal primo album ad oggi i Monkeys siano sempre più attratti dalle classifiche piuttosto che dalla musica.

One For The Road è una hit pop che gioverebbe di una bella cover degli Scissor Sister.

La “rockeggiante” Arabella dovrebbe essere la prima e “pesante” nota rock dell’album, ma qui mi sono messo le mani nei capelli. Intendiamoci, questo album l’ho comprato perché ne parlano come il nuovo Salvatore, e il primo mi piacque a sedici anni (anche se ora fatico ad ascoltarlo), ma qui siamo su un piano davvero diverso. Tralasciando i testi, perché nel rock sono importanti in modo piuttosto relativo, io sono rimasto sconvolto da chi mi definisce tutto ciò “rockeggiante”! Sembra la parodia di un pezzo rock, non rivoluziona i paradigmi del genere, né li rispetta a pieno perché altrimenti i Dirty Streets quest’anno avrebbero sfornato un album capolavoro mentre è semplicemente un album hard-rock che sfiora la sufficienza.

Passiamo a I Want It All, e qui mi faccio delle domande. Se “AM” è il disco dell’anno cos’era “Carrion Crawler/The Dream (2011) dei Thee Oh Sees? Porto spesso questa band ad esempio perché non sono dei fenomeni, ma fanno del rock con le palle, e neanche tanto scontato, ma qui stiamo parlando di canzoncine da classifica. Ma solo l’unico che se ne accorge?
Arriviamo ad un pezzo sulla bocca di tutti ‘sti “critici”: No. 1 Party Anthem mi fa riflettere ancora più del precedente. Mentre ascoltavo questa bestemmia mi viene in mente che una roba del genere, però decente, l’avevo già sentita. Queste sonorità molto più mature, molto più quadrate e sviluppate e con un romanticismo nei testi ben più aulico lo troviamo in un recente album rock ITALIANO, ovvero “Midnight Talks” (2010) degli A Toys Orchestra! L’album sforna un indie molto vicino a quello di “AM”, ma molto meno imbarazzante.
Inutile Mad Sounds, con quei “ullallallà” che mi fanno venire l’orticaria più o meno come come i “powpowpow” di Satellite Of Love. Altrettanto prevedibile e pop Fireside, finora questo album non ci pone di fronte né un sound nuovo, né delle idee nuove, né qualcosa che possa essere categorizzato nel rock, al massimo lo inquadrerei bene in quelle classifiche che vedono Strokes, Justine Timberlake, Rihanna e versioni riviste degli Oasis spadroneggiare senza concorrenza.

Why’d You Only Call Me You’re High non scappa alle precedenti critiche. Mi diverte il fatto che You’re High si possa tradurre in un gergo della mia zona: perché mi chiami solo quando ce l’hai alta? che a Firenze vorrebbe dire l’esatto contrario del senso inteso da Turner.

In questo sconcertante contesto Snap Out of It è solo ridicola. Cosa rappresenta della contemporaneità in modo così efficace questo album? 
If that watch don’t continue to swing
Or the fat lady fancies having a sing
I’ll been here
Waiting ever so patiently for you to
Snap Out Of It

Adesso le lyrics di Black Dog mi sembrano scritte da Bob Dylan.

A ritmo di marcia con Knee Socks, si rallenta con la conclusiva I Wanna Be Yours. Un organo elegiaco, la voce da piacione alle esibizioni on stage di MTV o dell’Hard Rock Café e finisce qui.

Il pregio maggiore di questo album è la sua compattezza, se un album comunque più rilevante come “MCII”, uscito sempre quest’anno del californiano Mikal Cronin, suona più o meno come un infinito copia-incolla di due idee, “AM” invece propone nel suo ambiente sonoro lineare tante sfaccettature di un sound molto meno genuino dei primi album, ma più maturo e studiato.

Vorrei riprendere il discorso lasciato in sospeso qualche paragrafo fa e soffermarmi per valutare i generi proposti da Wikipedia per definire “AM”, (per alcuni Wikipedia dovrebbe essere l’enciclopedia definitiva, spero che Jena Plissken ci salvi tutti facendoci saltare in aria prima che ciò diventi ufficiale):

  1. indie rock: sacrosanto.
  2. rock psichedelico: mah. I Black Angels fanno rock psichedelico, La Piramide di Sangue pure, ma come si fa ad inserire questo album nel filone psichedelico? Davvero: non capisco.
  3. garage rock: Ty Segall, Thee Oh Sees, Crystal Stilts, anche il rock sporco e noise dei Action Beat è garage sotto molti punti di vista, ma “AM” manco per un sordo.
  4. post-punk revival: un momento! Cosa intendiamo per post-punk? Pere Ubu? Pop Group? Suicide? Va bene che è un genere vasto e che comprende molte cose (come tutti i generi rock, alla fine sono soltanto classificazioni a posteriori che si affibbiano un po’ a casaccio) ma cazzo, tra “Dub Housing” e “AM” c’è un abisso più profondo dello sconcerto e dell’orrore che ho provato ascoltando “Glitter”!

Concludo affermando senza ombra di dubbio che gli Arctic Monkeys sono la band pop più valida d’Europa, con un background culturale invidiabile e una testa a capo che sforna hit che valgono milioni. Ma non sono una band rock.

  • Pro: in assoluto il miglior brit-pop, gli fanno le seghe Kaiser Chiefs, Franz Ferdinand, Killers e gli altri compagni di picnic.
  • Contro: se vi piace il rock inteso come musica autentica, e vi masturbate non su You Porn ma con le pagine di Creem dei primi ’70 allora potrebbe procuravi un infarto, o peggio le infamate degli amici (come nel mio caso).
  • Pezzo consigliato: R U Mine? credo sia il meno peggio, Arabella invece è un gioiello trash da serata goliardica.
  • Voto: 3,5/10 (vi consiglio di leggere la guida ai voti e solo dopo insultarmi)

*non voglio insinuare che se ti piacciono gli Strokes allora non puoi recensire “Orgasm” dei Cromagon, dico solo che probabilmente sei un pazzo bipolare. Tutto qua.