Zig Zags – 10-12

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Non hanno nemmeno pubblicato un solo sudicio album, eppure mi fanno impazzire.

Quando una band unisce garage, punk, psichedelia e metal senza fare un pastrocchio (o della fusion pseudo-intellettuale) per me vuol dire che ha le carte in regola.

Il ritorno progressivo al garage “esoterico” (e passatemela, dai) alla Nuggets partito dalla California non è semplice revival o una moda. Lo sta certamente diventando, basta considerare la sterzata commerciale di Mikal Cronin o la nascita di nuove band copia-incolla come gli Hot Lunch (quelli dalla Pennsylvania non quelli glam metal da San Francisco) ma la furia del rock autentico, fatto di sudore e feedback, resiste strenuamente alla base.

Queste band non sono mosse come nei ‘60s dalla voglia di spiccare il volo seguendo il nuovo sogno Beatles (sarà stato almeno il 96% delle band), o magari proprio contro la distopia Beatles (vedi i Monks), perché oggi non c’è un modello o un nemico, oggi si combatte contro il nulla.

Sono un trio gli Zig Zags, voci acide, chitarre distorte che spaziano dall’hardcore punk fino agli Spacemen 3, batteria spesso martellante, ipnotica. Cosa c’entrano con questa guerra al grande nulla di mia totale invenzione?

Quando la politica repressiva di Reagan negli USA si fece pesante l’hardcore sembrava l’unica risposta possibile (anche contro la plastica zuccherosa che radio e televisione di stato promulgavano), ma in quel caso c’era un nemico da combattere e non c’era nemmeno troppo tempo per pensarci sù. Si imbraccia una chitarra e si registra con gli amici in garage o nella palestra della scuola, era vero rock perché spesso ignorava le regole base per suonare decentemente, facevano le cose così come venivano, lasciandosi trascinare dalla rabbia che a quel punto divenne forma. Per questo molti album del periodo sono straordinari, perché trascendono la fruibilità per accettare la sostanza, non c’era una ricerca estetica a priori nel tentare di riprodurre la sensazione di repressione, ma era questa stessa a visitare le band e a farsi strada nelle pessime registrazioni di buona parte della produzione hardcore.

Il garage contemporaneo, quello senza un nemico ben preciso, trova la sua dimensione ideale nell’interiorità. Non denuncia, semmai ammalia con brusche virate drone e un abuso di ritmi martellanti, costruendo un muro di rumori lancinanti quanto rassicuranti.

Ty Segall è un po’ il ragazzo di città che ha voglia di sfogarsi, mette sul piatto buona musica ma senza chissà quale profondità, i Thee Oh Sees sono la band che hanno sondato meglio finora le possibilità di questo nuovo garage sprofondando nella psichedelia, gli Zig Zags, a mio modesto (modestissimo) avviso saranno quelli che lo eleveranno definitivamente.

Unione ideale tra le jam catastrofiche e anarchiche degli Harh Toke, meno puerili dei Criminal Hygiene, restando nella classica forma-canzone gli Zig Zags combattono questo vuoto che ci circonda senza lasciare un attimo di respiro all’ascoltatore, e lo fanno con una propria personalità.

10-12” è una raccolta uscita in un numero limitato di musicassette e in formato digitale su Bandcamp, sono spizzichi e bocconi di una band in fase di crescita, dove non mancano le banalità come i colpi di genio.

C’è ovviamente una buona parte di garage punk senza pretese (se non quella della fruibilità), parliamo di Randy, Tuff Guys Hands, Turbo Hit (gran bel singolo, fra l’altro), Down The Drain, Eyes, I Am The Weekend, No Blade of Grass, che poi altro non sono se non la base che sorregge la struttura sulla quale  gli Zig Zags svilupperanno il loro sound dal 2012 ad oggi.

Ma il ritmo, la distorsione, quell’helter skelter autistico che inconsapevolmente è la risposta alla desolazione quotidiana (vuota ormai di qualsivoglia senso e futuro) si trovano in Human Mind, Love Alright, Scavenger e Monster Wizard. E aggiungiamo a questo elenco anche la recente Voices of the Paranoid, una versione disillusa e acida dei Thee Oh Sees.

Probabilmente sono in errore nel contestualizzare una musicassetta composta perlopiù di banale garage punk in un discorso così ampio e difficile da decifrare quali sono i nostri tempi, la contemporaneità. O forse no. Fatto sta che qui non si sente la mancanza del Vero Genio come negli album di Ty Segall (sempre in equilibrio tra convenzionalità e grande rock), o quella di una opera davvero compiuta nei Thee Oh Sees (anche se con “Carrion Crawler/The Dream” ci sono andati vicino), la strada che hanno imboccato gli Zig Zags sembra una di quelle che lasciando il segno, se non nella musica quantomeno in chi la ascolta.

  • Lo Consiglio: a chi sta amando questa California e i suoi protagonisti, ma anche a chi cerca del punk decente o della psichedelia d’annata senza per forza cadere nel revival.
  • Lo Sconsiglio: a chi crede siano una band per intellettuali (anche se dalla mia recensione sembrano potenzialmente la band preferita da Heidegger), a chi cerca nel punk qualcosa di più Clash piuttosto che della fottuta psichedelia.
  • Link Utili: per la pagina Bandcamp clicca QUI, per l’altra recensione che ho scritto sulla band invece QUI.

[I lettori attenti si saranno accorti che è sono scomparsi i voti e i vari Pro e Contro che mettevo alla fine di ogni recensione. Ho deciso che era meglio così.]

Hot Lunch – Hot Lunch

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Personalmente sono piuttosto infastidito dalla ricerca convulsiva del low-fi a tutti i costi. Avete presente, no? Migliaia di band che cercano di ricreare un’aura di mistica autenticità nei loro album, sperando che qualche feedback qua e là registrato alla cazzo di cane li renda in qualche modo rilevanti, o quantomeno più autentici della sbobba che passa MTV.

Beh, sull’autenticità di questi Hot Lunch non c’è niente da recriminare, garage e punk diretti allo stomaco sono le fondamenta incorruttibili della buona musica – non che il resto faccia cagare, insomma anche Steve Reich me la alza un casino, ma preferisco decisamente vedere delle chitarre spezzarsi dopo due minuti di spettacolo, piuttosto che sorbirmi due ore di disquisizioni pseudo-intellettuali alla fine di un concerto cervellotico seduto scomodamente in platea.

Quindi sì, ok, è merda autentica, ma c’è anche dell’arte? Insomma, dov’è la Grande Musica Rock dietro tutto questo, dov’è quella realtà fottutamente banale e spesso degradante riscoperta da una nuova prospettiva (avete presente Pere Ubu, Richard Hell, Velvet Underground, Nick Cave, ma anche Mule, Cracker, Soft Boys giusto per non citare sempre i soliti)?

Eccomi qui oggi a presentarvi l’ennesimo album autentico senza un cazzo da dire. Ehi, senza rancore però.

Dato che il low-fi ormai non tira più tanta patata come qualche mesetto fa, gli Hot Lunch si buttano sullo shit-fi (c’è scritto nelle tag della loro pagina su Bandcamp, che dire?). Come suona lo shit-fi? Mah, direi peggio di “Horn the Unicorn” di Ty Segall ma meglio di qualsiasi album di Daniel Johnston.

Chiaramente gli Hot Lunch non hanno pretese (il che va sempre bene, anzi rilancio: non c’è band che abbia enormi pretese artistiche che non faccia assolutamente, obiettivamente e insindacabilmente cagare), bei riff sparati al giusto volume, tutto materiale in linea con la ottima produzione californiana contemporanea, peccato che manchi il genio. O non si è ancora manifestato.

I ragazzi vengono dal florido stato della Pennsylvania, stato che ci ha donato gli osceni Utopia (la feccia del rock per eccellenza) e Will Smith, e ora questa band divertente ma fotocopia di altre diecimila.

La cover di Lovely One, del buon Ty Segall (bel pezzo fra l’altro, uscito nel 2009 nel sottovalutato “Lemons”, anche se preferisco decisamente la versione più grezza contenuta nella raccolta “Singles 2007-2010”), dice già molto sulle radici degli Hot Lunch e sull’importanza sempre maggiore della scena californiana, ma cosa aggiungono di loro?

Qualche traccia più che ascoltabile come Do You Want to Give $$, Ass, Brainfry, ma in sostanza nulla che non si sia già sentito un miliardo di volte. Proprio come Jeffrey Novak e Mikal Cronin anche gli Hot Lunch hanno capito che non c’è necessariamente bisogno di andare verso una direzione più “alta”, quella seguita assiduamente dai Thee Oh Sees di John Dwyer dal 2007 tanto per capirci, ma anche assecondare il mercato pseudo-underground può essere un’idea non troppo disdicevole (e nel caso specifico di Cronin cercando di sbarcare il lunario prostituendosi con il pop-rock vergognoso dell’ultimo album), in soldoni: perché non divertirci e nel caso tirarci sù un po’ di grano?

Niente di immorale o schifoso, sia chiaro, sono assolutamente certo che i più grandi album album punk e rock nascono dalla pazzia, dalla lussuria e in generale da una buona commistione di ignoranza, droghe e ambizione.

Alla fin fine tra Novak e Cronin vi assicuro che l’album d’esordio di questi Hot Lunch è qualcosa di ben più valido, un acquisto che comunque vi intratterrà qualche ora se amate il genere.

Ah, non confondete questa band con l’omonima formazione da San Francisco, astro nascente della label Who can you trust?, la quale annovera anche gli ultimi lavori dei magnifici Zig Zags e degli italianissimi In Zaire. Questi Hot Lunch sono molto più hard e glam rock, ma finora altrettanto banali.

  • Pro: l’album fila liscio senza annoiare eccessivamente.
  • Contro: dopo la seconda volta lo saprete a memoria, e non lo ascolterete mai più.
  • Pezzo consigliato: Brainfry.
  • Voto: 6/10 (il voto è influenzato non poco dal fatto che il download dell’intero album è gratuito dalla loro pagina Bandcamp)
  • Link utili: QUI l’album su Bandcamp, QUI gli “altri” Hot Lunch in una compilation con altre band della Who can you trust?.

E infine il classicone di Reich, che ci sta sempre: