Has a Shadow – Sky is Hell Black

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Questa orribile foto è l’unica che ho trovato di dimensioni decenti, rubata ad una intervista in spagnolo alla band su Noisey: http://noisey.vice.com/es_mx/read/entrevista-a-has-a-shadow

Fanno shoegaze su ritmiche garage rock in salsa low-fi e drone, vengono da Guadalajara in Messico, le loro copertine sembrano concepite da un Odilon Redon dada, si fanno chiamare Has a Shadow e spaccano decisamente i culi.

Le impressioni sonore di “Sky is Hell Black” tramortiscono e sono meno banali di quanto possano sembrare ad un primo ascolto. I giri di basso di Victor “Remi” Garay sono adattissimi per una band drone, la voce dall’oltretomba e l’organo esoterico di Daniel Graciano delineano lo spazio (mentre conduce le semplici variazioni della drum machine), Rodolfo Samperio aggiunge un pizzico di melodia con la chitarra elettrica e ovviamente la distorsione. Musica e testi di Marciano e Garay, testi che si proiettano in questo vastissimo spazio sonoro con una potenza simbolista di rara efficienza.

L’album si apre con John Lennon, il ritmo serrato di drone, garage e shoegaze si mescolano con le liriche (I’m a ghost /I’m the key /of your existential fiction /I’m a ghost) ma siamo ancora lontani dalle vette che seguiranno. 

La title track presenta il primo vero giro di organo riconoscibile, giri che diverranno un leitmotiv di “Sky is Hell Black”, un elemento fortemente garage magnificamente in disaccordo con i muri sonori darkeggianti e i testi. Il ritmo rilassato di Don’t apre alla parte più intrigante del disco.

Can’t Stop the Fall si presenta come un pezzo rubato a dei ipotetici demo di John Dwyer per “Floating Coffin” (2013), la chitarra di Samperio raggiunge acuti che spezzano la trama sonora per poi ricongiungersi come in un loop.

La trama musicale May Never avvolge l’ascoltatore, le immagini suggerite vanno dalla solitudine al bisogno di una ricerca, ma l’esperienza sonora si congiunge con Drive dove un riff portentoso si erge tra le complesse stratificazioni sonore (roba che avercene in “m b v” dei My Bloody Valentine!) completando un quadro musicale meraviglioso. 

Una intro garage o addirittura surf rock per Poison In Me, l’organo di Graciano continua a sviscerare giri garage perfetti, ma siamo ancora lontani dallo standard o dalla classicità se volete, qui i generi sono perfettamente mixati, si può tranquillamente dire che gli Has a Shadow fanno scuola a sé. Ci sono pure i cazzo di coretti, eppure col cavolo che sembra una di quelle banali ballate uscite fuori dal secondo album di Mikal Cronin o dal revival barrettiano di Jacco Gardner, siamo lontani anche dal garage drone di Thee Oh Sees o di “Slaughterhouse” di Segall, è proprio un altro pianeta.

The Way continua sulle stesse ricette sonore finora proposte, mentre il ritmo dark di Untitled di avvicina più ai Joy Division (permettermi la licenza di questo accostamento). 

Grazie alla californiana Captcha Records questo album si è fatto strada tra le band di Los Angeles provocando non poche ripercussioni, prima tra tutte lo splendido sound delle L.A. Witch di cui presto riparlerò in una recensione a loro dedicata.

Per quanto mi riguarda “Sky is Hell Black” è uno degli album più belli dell’anno appena passato, il tempo magari lo riscoprirà come un capolavoro, o forse lo dimenticherà del tutto, eppure questi Has a Shadow già da qualche anno sperimentano la loro darkgaze smuovendo le coscienze di chi ascolta, intanto io cercherò di recuperarmi il più possibile, voi cominciate pure da questo album, non ve ne pentirete.

  • Lo Consiglio: se ti attizzano i My Bloody Valentine e A Place to Bury Strangers ma li vorresti più dark e cattivi hai appena trovato il santo Graal.
  • Lo Sconsiglio: se lo shoegaze ti fa ogni volta alzare dalla sedia per controllare che la puntina sia ancora lì, se a Odilon Redon preferisci sempre e comunque una più comprensibile scuola veneziana del settecento allora questo album non fa per te. Davvero.
  • Link Utili: bene carissimi se volete ascoltarvi TUTTO l’album non avete che da cliccare QUI, se volete dire alla band che avete avuto un erezione ascoltando “Sky is Hell Black” cliccate QUI per la pagina Facebook, mentre se volete saperne qualcosa di più sul catalogo della Captcha Records non avete che da cliccare QUI.

E ora, come di consueto, qualche video:

Videoclip di Drive.

Bruttissimo videoclip di Sky is Hell Black (ma almeno potete sentì il pezzo).

Live micidiale e ipnotica dei nostri.

Lejonsläktet – In och Ut

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Sul web come nel cartaceo si sta sempre attenti a non diffondere le proprie fonti, come se le idee o le scoperte avvenissero per intercessione divina. Ma secondo voi oggi faccio una recensione di un EP di folk psichedelico svedese perché ci sono inciampato sopra mentre andavo all’Università? 

Uno dei miei siti preferiti da tempo è Revolt of the Apes, nato nel 2010 per supportare il grandioso Austin Psych Fest ora semplicemente uno dei migliori luoghi per scoprire le nuove leve della psichedelia mondiale. In quei lidi ho scoperto gli Shooting Guns e proprio nello stesso post che nominava questi Lejonsläktet, anche se con un nome così non mi avevano proprio posseduto fin dal primo istante. 

Il progetto è di due super hippie: Alexander Eldefors e Volter Hagman

Ord från hjärtat och toner från smärtan. En berättelse från höst till sommar. Ett äventyr om två personer och en skiva.

Questi sgorbi che il mio fido traduttore di Google decripta così: Parole dal cuore e toni di dolore. Una storia dall’autunno all’estate. Un’avventura di due persone e di un disco. Che dire: un furgone, tanta birra, qualche acido e via verso una “nuova” avventura. 

Ben tre quinti di questo EP sono litanie acustiche piene di autentico stupore e amore, forse un po’ troppo melensi per il sottoscritto ma di indubbio fascino per chi, e di sicuro c’è qualcuno tra voi che leggete, è più sensibile verso le poche note e parole sussurrate di Naturen i blodet, skogen i håret, il ritmo dolce di una Som På Räls o la progressione intensa ma sempre nei termini più soft possibili di Illa Grönt.

Forse, e dico forse, il meglio questa band lo dà nei primi due pezzi. Ett Svagt Hopp Om si apre come una hit da MTV prodotta dai sempre meno ispirati MGMT, e in effetti qualche similitudine non si fatica a trovarla. Vagamente (o furbescamente) esoterica Som Om Sanden Rinner Ut, la quale non può sfigurare in un festival di fattoni come l’Austin Psych Fest. 

Questo “In och Ut” (2014), esordio (almeno credo) discografico che precedete il loro primo album non promette un granché, se non qualche minuto speso bene ascoltando una musica tutto sommato piacevole ma che non si predispone ad un secondo ascolto. 

  • Lo Consiglio: a chi vuole rilassarsi ascoltando un musica che viene dal cuore (oddio, sto per sciogliermi nel miele…).
  • Lo Sconsiglio: a chi si rilassa ascoltando “Y” dei The Pop Group, o in generale se non hai voglia di perderti nel viaggio mentale di due hippie svedesi.
  • Link Utili: clicca QUI se vuoi ascoltarti l’EP su SoundCloud, clicca QUI per la pagina Facebook della band, clicca invece QUI se vuoi un’opinione più appassionata e professionale della mia sui Lejonsläktet.

E ora, come di consueto, qualche video:

Il video di Som Om Sanden Rinner Ut è l’unica roba che ho trovato su YouTube che non fossero cazzate.

Sempre sull’onda dello psych-folk ci sono gli ottimi Quilt, scoperti nelle sessioni di Folkadelphia.

 

Mr. Elevator & The Brain Hotel – Nico & Her Psychedelic Subconscious

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Freak, psichedelici, anni ’60 e troppo esplosivi per ignorarli, Mr. Elevator & The Brain Hotel sono una delle realtà più frizzanti dalla California.

Capitananti da un geniale Thomas Dolas, già da qualcuno elevato al ruolo di nuovo Ray Manzarek e nemmeno troppo a caso, sono un trio dalle potenzialità ancora da definire. Le strepitose acrobazie sui tasti di Dolas ricordano Ray Manzarek come il più cattivo Brian Auger, il basso di Andrew Minter sembra uscito fuori da una band beat post-Rubber Soul, il ritmo garage alla batteria di Wyatt Blair è il collante necessario per rendere il sound di questa band davvero riconoscibile.

Fin qui mi sono limitato a riportarvi notizie dall’internet, ma cosa c’è di preciso nel finora unico album pubblicato dai Mr. Elevator & The Brain Hotel?

Intanto partiamo dal 7” uscito l’estate scorsa, “Are You Hypnotize?”, citazione poco velata al mitico album di Jimi Hendrix, eppure l’unica cosa che hanno in comune è il rifarsi a quel periodo storico piuttosto che al suo rock, perché la roba che sgorga fuori dalle casse è puro garage rock, non quello rivisitato contemporaneo (Thee Oh Sees) ma una vera e propria ripresa degli stilemi classici del genere. 

Certo, la coda della title track di questo breve lavoro lascia intendere una ricerca, una sorta di sperimentazione sul modello dei sixties, mentre Dreamer e acido garage rock con un pizzico di indie. Tutto sommato una presentazione mediocre.

Ad ottobre la Burger Records rilascia il loro album d’esordio, questo “Nico & Her Psychedelic Subconscious”che è almeno due passi avanti i primi due singoli estivi, fra l’altro non presenti dell’album. Subito lanciatissimo il trio psych garage si ritrova in poco tempo ad essere l’headliner di numerosi festival e parte in giro per l’America per far impazzire folle di nuovi e vecchi garagisti e qualche bluesman (proprio ieri hanno suonato in compagnia dei Howlin Rain).

Già rinvangare una figura mitologica come Nico (per molti al pari di un Unicorno su un tappeto volante) è un ottimo modo per ricevere attenzione, ma qui non siamo mica dalle parti della Nico razionale alla “Desert Shore”, ma come ci suggeriscono questi tre californiani siamo nell’inconscio, nell’irrazionalità, nella follia colorata degli anni ’60 che una figura pop come Nico rappresenta.

La corsa spericolata di My Purple i, quell’attacco acido alla Manzarek di Mermaid Song, quel giro rubato al primo Santana di Right Where You Ought To Be (che si trasforma presto in una cantilena psichedelica filo-barrettiana), fino ad una classica Don’t Hold Back.

Parte di corsa anche Infinity, per poi perdersi in un sogno sempre più vicino a Syd Barrett che a Nico.

Diciamo che gli acuti di questo album sono nella breve e acidissima jam Grape Jelly, dove probabilmente sono racchiusi tutti gli elementi che rendono questo album decisamente intrigante. Ascoltatela su Bandcamp, così potete decidere se proseguire o saltare a piè pari questa band. Mentre i primi due pezzi d’apertura sono da antologia, Nico mescola sapientemente Doors, Question Mark & The Mysterians, The Music Machine e altro, riuscendo comunque a possedere un sound personale e riconoscibile! Lo stesso vale per la coda dove si sviluppa la caoticità dell’inconscio (& Her Psychedelic Subconscious).

Un album da avere assolutamente per chi adora questo genere di revival maturi e decisamente non retorici, Thomas Dolas sarà di certo uno dei protagonisti assoluti di questa nuova scena californiana. 

  • Lo Consiglio: ai garagisti di vecchio e nuovo corso, inoltre a tutti quelli che il rock di una volta dona sempre emozioni nuove.
  • Lo Sconsiglio: se credi che Ray Manzarek sia un musicista sopravvalutato allora è meglio che lasci perdere.
  • Link Utili: cliccate QUI per la pagina bandcamp della band e ascoltare l’album, mentre QUI per la pagina Facebook, se volete farvi un giro tra le ottime proposte della Burger Records invece cliccate QUI.

E ora, come al solito, qualche video:

Acida live con punte indie nel mitico Jam In The Van:

Ecco, sempre nel Jam In The Van, la psichedelica esecuzione di Nico and Her Psychedelic Subconscious:

Beh, dato che li ho citati…

Jack White – la discografia (parte terza)

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— clicca QUI per la prima parte, clicca QUI per la seconda parte —

2007-2010: GLI ULTIMI RUMORI

Dopo aver lasciato la V2 Records con un pugno di mosche ecco arrivare in scivolata la Warner Bros. Records, con tanti milioni che rischiano di dare alla testa al buon vecchio White. 

Ci sono voluti 10 anni per arrivare al sesto e ultimo album dei White Stripes, di gran lunga il peggiore della loro fortunata discografia. “Icky Thump” (2007) esce sia per CD che per vinile, ma con delle leggere differenze tra i due prodotti (fatto che stranamente non segnala mai nessuno) nella registrazione della title track e di Rag And Bone.

Icky Thump è un bel pezzo rock con le influenze messicane che sporadicamente segnano questo album, diviso a metà tra sperimentazione e folk. Segue una You Don’t Know What Love Is (You Just Do As You’re Told) con un bel riffone ma senza rabbia, di maniera

La parte centrale dell’album, che comprende l’ultimo pezzo del lato A del primo LP e tutto il lato B è una debacle senza precedenti300 M.P.H. Torrential Outpour Blues (il peggior blues della premiata ditta), Conquest (una vergogna senza precedenti), Prickly Thorn, but Sweetly Worn e St. Andrew (This Battle is in the Air) (due pezzi folk senz’anima) sono il punto più basso della loro discografia, di questa parte si salva solo il Bone Broke, un pezzo comunque troppo lungo. Con il riff di Bone Broke i vecchi Stripes ci avrebbero fatto un pezzo punk da due minuti scarsi. 

Little Cream Soda dimostra che il successo non intacca la voglia di sperimentare di  White, peccato che la carica sperimentale non sia alla pari con la qualità.

Rag And Bone è uno dei pochi picchi di quest’album (nell’edizione in vinile è cantata solo da Jack) e dà anche l’inizio all’album vero e proprio. Sì perché quello che è successo prima era probabilmente frutto di qualche goliardata alcolica in fase di produzione. Spero.

Infatti il secondo LP si rivela decisamente il migliore contenendo due tra gli episodi più felici dei White Stripes, ovvero: I’m Slowly Turning Into You e Catch Hell Blues. La prima è l’unico pezzo dell’album che coniuga la spinta innovativa nel sound con il garage delle origini, il giro di organo, l’assolo distorto, la voce mefistofelica di White, tutto è perfettamente calibratoCatch Hell Blues è invece l’ultimo grandissimo pezzo blues della band, figlio di I Fought Piranhas Instinct Blues ma ben incastonato nel sound complessivo di “Icky Thump”, una perla.

A Martyr For My Love For You potrebbe benissimo comparire nella tracklist del secondo album dei The Raconteurs (che uscirà l’anno dopo) mentre Effect And Cause è il classico pezzo acustico a concludere l’album, l’unico pezzo folk degno di questo nome di tutto il disco. 

Ma a parte quella merda stratosferica di Conquest ‘ndo stanno le mitiche cover? E c’è da chiederlo? Ma ovviamente una è presente nella versione giapponese (sigh!) ed è Baby Brother di Vern Orr, ovviamente da spezzare il fiato, mentre nella versione per iTunes (doppio sigh!) ci sono sia Baby Brother che Tennessee Border del grandissimo Hank Williams. Cosa non fa fare il denaro…

È del 2008 la collaborazione con Alicia Keys. Another Way To Die è pezzo forte del nuovo “007: Quantum of Solace” (diretto da un un mediocre Marc Forster). 

Nel 2008 Jack White e Brendan Benson presentano al mondo “Consolers of the Lonely” secondo e finora ultimo album dei The Raconteurs, un album che regna supremo su tutta la produzione indie di quell’anno, più ispirato del primo ma a tratti fin troppo ricercato e rifinito, il prodotto fin qui più commerciale di Jack White.

Il riff facile e appetibile di Salute Your Solution, l’indie pop da classifica di These Stones Will Shout, il garage pop di Five On The Five, il rock da stadio di Hold Up (con tanto di ritornello da cantare a ritmo con le braccia tese verso la band), la progressione banale al piano di You Don’t Understand Me, sono i punti meno interessanti dell’album. Per carità, c’è sempre quello straordinario talento nel creare melodie già sentito in passato, ma ormai lo stupore lascia spazio alla banalità.

I pezzi decenti sono la title track che coniuga bene il riff garage al indie rock da Coachella o Lollapalooza, Old Enough è un pezzo che sembra rubato al primo album (anche se senza quella punta malcelata di malinconia perde tantissimo), Attention è un pop rock energico e ben costruito.

I pezzi forti sono l’inaspettata cover di Rich Kid Blues direttamente da “Terry Reid” (1969), secondo album di (pensa un po’) Terry Reid, conosciuto perlopiù per aver rinunciato al ruolo di cantante sia nei Led Zeppelin che nei Deep Purple, mentre la conclusiva Carolina Drama è il classico pezzo acustico con cui White ama concludere in questo periodo i suoi album. 

Dopo aver interpretato brevemente Elvis nel divertentissimo e brillante “Walk Hard: La storia di Dewey Cox” (davvero brevemente), nel 2009 si cimenta nel super-progetto: The Dead Weather

Alison Mosshart alla voce (The Kills), Dean Fertita alla chitarra (Queens of the Stone Age), Jack Laurence di nuovo al basso (Greenhornes, Blanche, The Raconteurs) e Jack White alla batteria (il suo primo amore). Insieme formano il classico super-gruppo e come il 99% dei super-gruppi propone un musica auto-celebrativa del tutto inutile.

Il lato A di “Horehound” bene o male tiene. 60 Feet Tall è di rara piattezza, Hang You From The Hevens uguale, I Cut Like A Buffalo già meglio, So Far From Your Weapon tiene il passo e si migliora un po’, Treat Me Like Your Mother è garage mascherato (era meglio lasciarlo nudo) dopo di che il nulla.

Si salva la cover di New Pony di Bob Dylan, ed è la peggiore di tutte le cover prodotte da Jack White

Che dire, un progetto inutile tranne per le tasche dei diretti interessati, sorretto solo dalla spasmodica passione dei fan di Jack White. Il secondo album, “Sea Of Cowards” (2010) timidamente definito “superiore al precedente” dalla critica che, quasi all’unanimità, non se l’è sentita di stroncare un album con il Profeta Jack White, in tutta sincerità fa cacare come il precedente. Dura giusto una mezz’oretta, hanno capito che la cosa migliore e far felici i fan di White e delle volte sembra di sentire i Raconteurs sperimentali. Terribile.

2012-oggi: UN CHITARRISTA QUALUNQUE

Tra collaborazioni, TV e apparizioni varie avevo perso di vista Jack White così tanto da aver quasi del tutto ignorato ad aprile del 2012 l’uscita di “Blunderbuss” il suo primo disco solista.

Era agosto ed ero ad Atene, stavo facendo un interrail che percorreva tutto l’est Europa, e ogni volta che potevo fermarmi a comprare qualche album lo facevo. A prezzi stracciati ho acquistato vinili stupendi, dai Rare Bird ai Cracker, passando per Ian Dury e Joe Cocker. Arrivato ad Atene finisco in questo piccolo negozio dove stavo valutando l’acquisto di un “Safe & Milk” ristampato quando la mia attenzione si focalizza su un tizio blu su una copertina blu. Jack White? Beh, perché no?

Sostanzialmente i White Stripes sono stati la colonna sonora dei miei anni al liceo, e sebbene gli ultimi album di Jack mi avessero fatto abbondantemente cacare l’idea di un Jack White che lascia perdere le super band e l’indie rock non poteva che attizzarmi.

Che dire di “Blunderbuss”? Un disco più che sufficiente, considerando che dal 2007 mancavano all’arco di Jack delle vere frecce da scoccare, qui qualcosa c’è, ma niente da far strappare i vestiti e uscire nudi, urlando, sotto la pioggia. Sebbene il talento melodico sia tornato più forte che mai e l’indie pop di ‘sto cazzo e andato a farsi fottere assieme alla sperimentazione intorno alla merda dei Dead Weather, questo è un album debole e che segna la fine di Jack White come uno dei protagonisti della scena rock mondiale.

Notevole Missing Pieces, scorre che è una meraviglia, mentre è nostalgica del garage punk di un tempo Sixteen Saltines (anche se molto più vicina ai Raconteurs o a “Icky Thump” che a “De Stijl”), irresistibile Freedom At 21

A vederlo non si direbbe mai, ma Jack White è invecchiato e parecchio. Posato, riflessivo, esterofilo fino all’impossibile, basta ascoltarsi Love Interruption, Blunderbuss, Hypocritical Kiss, Hip (Eponymous) Poor Boy, Take Me With You When You Go e On And On And On per capirlo.

Discrete I’m Shakin’ e I Guess I Should Go To Sleep

Una volta persa la furia giovanile Jack White si è immediatamente posato sugli allori. Si può essere immuni al fascino del denaro e del successo, ma non lo si può essere all’età.

Sta per uscire il nuovo album che, temo, non comprerò. Su internet potete trovare i nuovi singoli che presentano “Lazaretto”, ascoltandoli non posso che dedurre che sarà un lavoro nettamente inferiore al sufficiente “Blunderbuss”, ma di certo non vale l’acquisto con tutta la roba che c’è a giro. 

L’impatto di Jack White sul rock è stato deciso e limitato. Si è imposto subito per creatività, fruibilità e le vendite spropositate, non si può di certo dire che il suo peso storico sia notevole. Il garage rock dei White Stripes non ha mosso eccessivamente le acque, ad oggi i gruppi garage (principalmente della scena californiana) hanno altri punti di riferimento, piuttosto che rifarsi al blues del Delta preferiscono la psichedelia e lo space rock, niente Son House insomma, ma tanti Hawkwind e Blue Cheer

Oltre ade averci regalato tre album garage di rara potenza (“The White Stripes”, “De Stijl”, “White Blood Cells”) e un album rock monumentale come non se ne vedevano dagli anni ’70 (“Elephant”) Jack White non ha dato altro. Non che sia poco, anzi, è stato uno degli ultimi rocker degni di questo nome, e i White Stripes la miglior band rock del post-Nirvana (nel mainstream ovviamente), ma di seminale non c’è stato niente o niente è ancora fiorito, sta di fatto che ad oggi le band più influenti nel garage rock (Thee Oh Sees, Crystal Stilts, Ty Segall e compagnia cantante) hanno già bellamente dimenticato i White Stripes. 

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Jack White – la discografia (parte seconda)

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2003-2004: IL PROFETA DALLA FREDDA MONTAGNA

Dopo l’esperienza del terzo album e l’esibizione folgorante al David Letterman Show, arrivano contratti decisamente più vantaggiosi e con la tanta voglia di stupire Jack White mette mano a due progetti ambiziosi, la già citata Third Man Records e sempre nel 2001 pubblica “Sympathetic Sounds of Detroit” una collection in cui White dona maggiore visibilità al garage rock di Detroit tirando fuori nomi come The Hentchmen (avete mai ascoltato di loro Beat That da “Three Times Infinity”?), The Detroit Cobras (autori dell’ottimo “Baby” del 2005), The Von Bondies, i Come Ons e altri. 

Ma è il 2003 l’anno in cui Jack White diventa, almeno per i mass media, il nuovo profeta del rock.

Il suo apporto alla colonna sonora del film di successo “Ritorno a Cold Mountain” (dove recita, altra sua passione finora espressa solo a sprazzi) lo lancia come star a tutto tondo, è amato dai presentatori e dal pubblico statunitense, il gossip attorno a lui arriva a livelli da VIP di Hollywood. Tanto per capire come delle volte le note biografiche servano solo a riempire le pagine di recensioni altrimenti vuote e banali tutti questi fatti non hanno alcuna influenza in “Elephant”, quarto e acclamatissimo album della premiata ditta Jack&Meg. 

Anche qui c’è poco da dire, ormai Jack conosce il mestiere, anche se qualche scivolone stavolta si fa sentire. Soporifera You’ve Got Her in Your Pocket, opulenta e ripiena di effetti del tutto inutili There’s No Home For You Here (peccato perché il pezzo è una bomba), un po’ troppo ammiccante The Hardest Button to Button, sebbene il testo mi spezzi e il riff mi piaccia è davvero una traccia un po’ troppo scritta a tavolino. Detto questo per il resto l’album contiene i soliti pezzi da paura, riff micidiali e qualche idea davvero notevole.

La parte che preferisco è certamente il trittico punk: Hypnotize, The Air Near My Finger e Girl, You Have No Faith In Medicine. Tre pezzi che valgono da soli l’acquisto. Poi ci sono i riff di Seven Nation Army, Black Math, il blues esaltante di Ball and Biscuit, fino ad alcune perle fuori dagli schemi come la minimale In The Cold, Cold, Night cantata da Meg, la folle e potente Little Acorns, la cover ancora una volta definitiva di un classico di Burt Bacharach (!) I Just Don’t Know What to Do with Myself, supportata da uno dei pochi video musicali che ho davvero apprezzato fino in fondo. Per la seconda volta si conclude l’album con un pezzo acustico (It’s True That We Love One Another, ambiguo e bellissimo) cantato da Jack, Meg e Holly Golightly, che non chi sia e mi sta alquanto fatica cercare.

Tra le altre cose al duo di Detroit capita pure di partecipare al cult movieCoffee and Cigarettes” di Jim Jarmusch, il corto a loro dedicato è inferiore solo a quello della coppia Iggy PopTom Waits.

Nel 2004 esce finalmente un DVD che porta nelle case degli hipster e dei garagisti le prodezze live di questa band, “Under Blackpool Lights”, e con il DVD arrivano nuove cover spezza-fiato. Pesca ancora dalla foce del Delta Jack White con Leadbelly (Take a Wiff on Me, De Ballit of de Boll Weevil quest’ultima a chiudere il concerto), c’è una Outlaw Blues di dylaniana memoria, un giusto tributo al grandissimo Screaming Lord Sutch (anche se qui la cover definitiva di Jack the Ripper è dei Fuzztones) e l’altrimenti introvabile cover di Jolene di Dolly Parton.

Jack dal vivo tramuta e distorce le sue stesse creazioni, rallentandole o velocizzandole, suonandole con la pianola piuttosto che con la chitarra o viceversa, ma sopratutto fa un casino memorabile.

Sempre nel 2004 escono i già citati “The Legendary Lost Tapes”, con chicche del calibro di una Ain’t Superstitious suonata nei The Upholsterers, inediti degli Stripes live come Little Red Book, One & Two, House Of The Rising Sun e una tragica versione funk di Seven Nation Army. Da avere solo per i completisti, altrimenti è una roba assai inutile. 

Nel 2005 invece succede di tutto, dalla nascita dei The Raconteurs alla sperimentazione d’avanguardia. E non son mica tutte rose e fiori.

2005-2006: “LUNGI DA ME, SATANA” (MATTEO 16,23)

Get Behind Me Satan” è solo la punta dell’iceberg, e per uno che comincia sempre i ringraziamenti negli album con “thank you to: God, family, etc.” non c’è da stupirsi se al quinto album ti cita in copertina il Vangelo, è pur sempre un dannato bluesman. Ma come un vero profeta Jack White non si dà pace e pubblica ben due album in un anno.

Il 16 Maggio esce “Broken Boy Soldiers” album di debutto per i The Raconteurs, la sua nuova creatura che unisce il tiepido Brendan Benson (chitarra, seconda voce) ai garagisti di vecchia data Jack Lawrence (il bassista più hipster della storia del rock) e Patrick Keeler (batteria). 

Un passo avanti e due indietro questo debutto, non tanto per la qualità musicale che resta piuttosto alta, risulta piuttosto difficile trovare dei difetti in “Broken Boy Soldiers”, i pezzi sono tutti ben costruiti e suonati, persino il video di Steady, As She Go è girato da Jim Jarmusch! Ma senza la vena mefistofelica che contraddistingue il blues di White (in parte rilegato a Blue Veins) o la furia garage, quel che resta è davvero poco.

Intendiamoci bene: Jack White non ha scritto capolavori della musica rock, non ha distrutto stilemi né inventato nulla, la sua caratura si misura in termini di sound, stile, melodia, genio creativo, ma mai di concetto. Una volta che al garage rock sporco e furioso di “The White Stripes” e “De Stijl” si sostituisce l’indie rock di “Broken Boy Soldier” ne guadagnano l’immediatezza e la fruibilità, ma si perde la forza e la potenza di pezzi allucinanti come The Big Three Killed My Baby, Astro, When I Hear My Name e via dicendo. 

Il garage trasognato di Hands, la psichedelia velatissima di Boy Broken Soldiers, l’indie spinto di Intimate Secretary sono tutte ottime idee ben realizzate, con un velo di malinconia latente estraniante (e che purtroppo scomparirà nel secondo album della band), sottolineato in Together

Level è chiaramente il momento più alto dell’album, un riff spaziale e una struttura che si presta di brutto alle variazioni live del nostro. Store Bought Bones è un misto fritto di prog e glam rock, piacevole tutto sommato. Yellow Sun e Call It A Day proseguono la linea indie rock malinconica che caratterizza l’album. Chiude un blues quieto, lontanissimo da quello di una Suzy Lee o di Little Bird, è Blue Veins che solitamente chiude i loro concerti. 

Il 29 Marzo esce “Guero” la nona fatica di Beck (tra le meno apprezzate dalla critica) in cui White compare suonando il basso (!) in Go It Alone

A Giugno esce “Get Behind Me Satan”, quinta fatica dei White Stripes. Se con i Raconteurs Jack dà sfogo ad un indie più spensierato e manierista con il suo quinto album assieme alla ex moglie sputa fuori il suo inferno interiore.

Nettamente inferiore a qualsiasi album precedente, Get Me si sviluppa almeno in modo originale, lasciando al garage rock un ruolo di comprimario e lasciando scorrere il country, il blues e il twist

L’opening, celebre, con quella Blue Orchid esageratamente MTV-style, è una falsa partenza, l’album comincia con le note di marimba di The Nurse, le rapide incursioni di pianoforte e chitarra garage che la destrutturano la rendono il pezzo forte di questo album. 

Il genio melodico viene fuori con la scanzonata My Dorbell, il country con Little Ghost, il twist si presenta con la frizzante The Denial Twist, un po’ deboli le note sdolcinati di Forever For Her (Is Over For Me) e la poco ispirata White Moon

Il blues mefistofelico (che poi è quello che ci piace di questo residuo di Delta Blues vivente) fa la sua gloriosa comparsa con una micidiale Instinct Blues, e di colpo si ritorna ai White Stripes di “Elephant”. La sensazione permane decisamente nel divertissement con Meg protagonista: Passive Manipulation, per poi rilassarsi con Take, Take, Take ennesima prova delle innate qualità melodiche di White. Inutile invece l’acustica As Ugly As I Seem

È ancora una volta il blues a far soffrire le casse, Red Rain con i suoi riff diabolici e l’incedere esoterico della batteria è il terzo picco di questo album dopo The Nurse e Instinct Blues. Chiude una I’m Lonely (But I Ain’t That Lonely That) inadeguata per la voce acuta e spezzata di Jack White, forse per taluni è proprio questo che la rende unica, a me sembra solo un bel pezzo cantato con difficoltà.

Da segnalare la cover di Walking with a Ghost contenuta nell’omonimo EP, solo l’ultima di una serie di cover perfette.

Nell’Ottobre del 2006 esce anche l’indecifrabile “Aluminium”, progetto di musica d’avanguardia che vede Richard Russell (tizio della XL) e Joby Talbot (compositore) accompagnati da un’orchestra rivisitare alcuni dei successi dei White Stripes. Personalmente l’ho trovato assai indecente, ma Jack White stesso ha appoggiato il progetto che è poi sfociato in uno spettacolo a Londra. L’album è quasi introvabile (a causa della sua tiratura limitata), ma su eBay se ne trovano ancora delle copie. Se potete evitatelo.

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Jack White – la discografia (parte prima)

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Tra i musicisti più conosciuti e apprezzati al mondo, John Anthony Gillis (aka Jack White III) ci piace perché oltre tutte quelle puttanate da marketing spicciolo (vestirsi di bianco rosso e nero indossando una chitarra bianca rossa e nera su un palco bianco rosso e nero e ora vomito) è un tipo vero, autentico, che aveva qualcosa da dire.

Sia chiaro fin da subito che se volete sapere vita, morte e resurrezioni varie di questo chitarrista di Detroit vi comprate una biografia o vi spulciate Wikipedia. Delle note biografiche a me frega un cazzo. Bene.

1990-1999: I PRIMI RUMORI

Tra il 1990 e il 2000 Jack White comincia a dimenarsi tra diverse band tutte inerenti il suo principale interesse: il garage rock. Sebbene le note e più volte ribadite dallo stesso origini da puro bluesman, non c’è mai stata una band in cui White non producesse del dannato rumore con chitarre di seconda mano e registrazioni malandate, puro garage rock d’antan. Mischiando quel buon vecchio blues allo scalmanato garage delle giovani band di Detroit in cui suonava, comincia a sviluppare le sue caratteristiche come chitarrista, riff semplici ma efficaci, strutture basilari quando non banali, volume altissimo e un’energia da paura.

Tra Goober & the Peas, The Go, Two-Star Tabernacle e The Upholsterers Jack White comincia a farsi le ossa, intanto tutti gli input che band come The Dirtbombs stavano distribuendo a giro con i loro graffianti album vengono ben accolti nella città degli MC5 e degli Stooges

Tra tutte queste esperienze nel 1997 comincia anche quella dei The White Stripes. Come tutte le cose notevoli nel rock si comincia per gioco, Meg alla batteria si limita a tenere un ritmo mentre Jack può ricamarci sù con tutta la sua creatività. Non c’è alcun dubbio su chi sia la mente della band, ma sopratutto non c’è dubbio su quali siano i meriti di Jack White e cosa abbia portato al rock. Tecnicamente niente, ma la sua mente ha creato alcuni dei riff più potenti e sorprendenti degli anni ’10 del 2000. 

Sebbene il progetto in duo The Upholsterers (unico album pubblicato: “Makers Of High Grade Suites”, 2000)  sia la più famosa delle collaborazioni di White prima dei White Stripes, anche grazie alla citazione contenuta in “It Might Get Loud” il documentario di Davis Guggenheim del 2008, con tanto di storiella sul suo lavoro di tappezziere e menate varie, certamente la band più importante per il suo sviluppo sono stati i Two-Star Tabernacle in compagnia di Dan John Miller dei Blanche (band dove al banjo militava un certo Jack Laurence). Un po’ country, un po’ blues e un po’ garage, ma soprattutto tante idee buttate qua e là dal nostro raccolti in due bootleg: “Live At Gold Dollar Set List” (1998) e “Live At Paychecks Set List” (1999).

Se nei The Upholsterers c’era molto del sound degli Stripes nei Two-Star Tabernacle ci sono le prime idee: Hotel Yorba, Now Mary e Who’s To Say (scritta in collaborazione con Dan John Miller) sono tre indistinte perle che prospettano solo in parte l’esplosione del genio creativo. C’è già il rumore, la distorsione, l’unica è la batteria non ancora minimale anche se il twist di Damian Lang che di solito si scatena nei suoi Detroit Cobra è qui del tutto asservito alle grette ritmiche garage.

Un po’ di Son House, un po’ di Oblivians e un pizzico di Captain Beefheart, dopo una serie di b-sides che verrano ripescati solamente nel 2004 in “The Legendary Lost Tapes”, arriva nel 1999The White Stripes”, un debutto col botto.

1999-2000: DA CAPTAIN BEEFHEART A MTV C’È UN PASSO

Avevo già parlato di questo album in una recensione, le cose da dire sono poche ma essenziali per capire non solo il perché questo sia il miglior album di Jack White in assoluto, ma anche come questo sia uno degli album “più rock” degli ultimi 20 anni. 

Le idee sono poche e riciclate, i riff minimali e l’uso della batteria al limite del ridicolo, ma l’energia e la facilità con cui White inventa o reinventa riff della Madonna ha dell’incredibile. Dall’esplosività (manco a dirlo) di Jimmy The Exploder al blues distorto e mefistofelico di Suzy Lee a delle cover pazzesche. La versione di White di Stop Breaking Down di Robert Johnson rende quella dei Rolling Stones quanto meno inadeguata, One More Cup Of Coffee di Bob Dylan è l’unica cover di Dylan che non soffre di sudditanza verso il Maestro, lo standard blues St. James Infirmary trova in questo album la sua più alta interpretazione. Già questo basterebbe a renderlo un album notevole.

C’è il garage ignorante e cattivo di Cannon, Astro, When I Hear My Name, Broken Bricks e Little People, i riff devastanti di The Big Three Killed My Baby e Slicker Drips, e infine il solito blues (I Fought Piranhas) che grazie a Jack White torna a quel sound infernale delle origini. 

L’album non conosce ancora il successo mondiale, ma già col secondo aggiusteranno il tiro.

Nel 2000 esce “De Stijl”, omaggio sia nel nome che nella copertina al grande e breve movimento artistico olandese, omaggio che forse poteva anche risparmiarsi il buon White, dato che a parte gli orpelli e l’evidente fascinazione per il design minimale di Piet Mondrian, Gerrit Rietveld, Van Doesburg non si va di certo in alcun modo verso il senso di questo movimento. Ma fa figo, e quindi…

Acidità a parte il secondo album dei White Stripes è una bomba, anche se meno esplosiva della precedente. Il primo lavoro era stato dedicato al leggendario Son House, questo invece ad altri due grandissimi: Blind Willie McTell e Gerrit Rietveld, il primo ovviamente uno dei massimi esponenti del Delta Blues, il secondo un designer ante-litteram del neoplasticismo (detto anche De Stijl) autore della famosissima sedia rossa e blu, oltre che architetto di importanza non indifferente.

Non mancano gemme in questo album, minore al primo solo perché non può più sfruttare quell’elemento di novità che è il carisma e il rumore di Jack White. La triade iniziale è da lasciare senza fiato, il garage rock puro e semplice di You’re Pretty Good Looking (For a Girl), la sua versione minimale (quasi a voler mimare lo stile olandese neoplastico, peccato che concettualmente ci sarebbe qualche problemino, ma lasciamo stare) nella spettacolare Hello Operator e infine il solito blues strascicato e diabolico di Little Bird

La prima cover è di Son House, Death Letter, ed è di nuovo una cover definitiva, che porta il blues di Son House a vette fino a quel momento inesplorate. 

Lo slide sporco di Sister, Do You Know My Name? e di A Boy’s Best Friend lascia il posto alla chitarra acustica di Truth Doesn’t Make A Noise, il primo vero esempio del Jack White maturo che si esprimerà al meglio con i The Raconteurs

Si torna al garage incazzato con Let’s Build A Home, Jumble Jumble e con lo splendido riff di Why Can’t You Be Nicer to Me?. Conclude l’album una divertente cover di Blind Willie McTell, Your Southern Can Is Mine, cantata da i due membri della band. 

È sempre del 2000 il 7” pubblicato dalla Sub Pop “Party of Special Things to Do” con tre ottime cover di Captain Beefheart dei nostri, tra cui China Pig tratta da “Trout Mask Replica”.

Ma è nel 2001 che i The White Stripes diventano un fenomeno mondiale, grazie alla solita MTV. La cosa interessante è che al contrario di QUALUNQUE band nella storia dell’universo ad aver sbancato con MTV gli Stripes saranno gli unici a mantenere sia la fama che la buona musica. 

Sempre per la Sympathy for the Records, ma stavolta col supporto di V2, XL e sopratutto dell’etichetta di Jack White stesso, la Third Man Records, esce “White Blood Cells”. Ormai la vena garage esplode in tutto il paese, l’importanza di band come i Von Bondies e di altre ora supportate dall’etichetta di White comincia a seminare qualcosa che oggi ragazzi come Ty Segall invece non raccoglieranno come potrebbe sembrare in un primo momento. Ma del lascito di questi White Stripes parleremo più avanti.

Si ripescano Hotel Yorba e Now Mary dai Two-Star Tabernacle, si continuano a fare passi avanti verso una maturazione del sound, ma con poca creatività. Jack White comincia chiaramente a ripetersi, sebbene abbondino i riff nuovi e indimenticabili (Dead Leaves And The Dirty Ground, I’m Finding It Harder To Be A Gentleman, Aluminum, la garage-punk Fell In Love With A Girl, il rock minimale di Expecting) si aggiunge poco a quanto già detto negli album precedenti, e se adesso si comincia a scrivere canzoni più “complesse” si perde l’immediatezza di una Astro, o la potenza di The Big Three Killed My Baby. Si intuisce già questo comunque ottimo album che la propensione di White verso il pop e una canzone più appetibile alla MTV potrebbe prendere il sopravvento sul garage scomposto e minimale di questi anni.

Divertente la parentesi sessuale-minimale di Little Room, dolcissime le note di We’re Going To Be Friends, ma la perla è This Protector, Jack al piano che duetta con Meg praticamente in presa diretta su quell’otto piste che finora ha accompagnato il duo di Detroit, con errori e voci del tutto lontane dallo standard “di plastica” alla MTV.

— clicca QUI per la seconda parte, clicca QUI per la terza parte —

So Stoned, è in vendita il nuovo 7″ degli Zig Zags!

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Brainded Warrior b​/​w So Stoned” è il nuovo 7″ della skate band da Los Angeles, dopo la furia del primo singolo ora anche quella sana vecchia vena punk-demenziale cara a questi tre mascalzoni. Al contrario di Brainded Warrior stavolta non è registrato con l’aiuto del buon vecchio Ty Segall, per concludere credo sia inutile ribadire quanto sia ultra-figa la copertina di Keenan Keller.

Vi lascio il link della pagina bandcamp dove potrete ascoltare fino alla sfinimento i favolosi riff di ‘sti stronzi: http://zigzags.bandcamp.com/

Và, vi lascio anche ad un set completo registrato in una “Red Light Session” della Converse:

Shooting Guns – Brotherhood of the Ram

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Che l’heavy metal non sia solo Sammy Hagar, Van Halen e i film fanta-porno ci si può arrivare, che dai vestiti fatti di jeans strappati ai lustrini ci sia un passo va altresì bene, ma che ora esista dell’heavy metal in salsa psichedelica forse per qualcuno è anche troppo.

Non che sia una novità, in fondo Iron Butterfly e ancor prima Blue Cheer non erano così lontani dalla psichedelia, ma oggi questa relazioni non è più tale, si è passati alla coppia di fatto e alla comunanza dei beni. Le jam infernali degli Harsh Toke e i riff pesantemente sabbathiani dei Kadavar sono solo la punta dell’iceberg, un genere che non è mai morto in questi giorni sta ri-vivendo per la prima volta.

Che ci siano dei contatti subliminali tra le nuove leve del rock americano e la Psichedelia Occulta italiana forse sono solo io che lo dico, essenzialmente perché è una cretinata pazzesca. Eppure quando sento gli In Zaire o gli Shooting Guns ci sono molte corde in comune che vibrano nel mio inconscio. Come al solito in Italia la forma spesso sovrasta la sostanza, anche se “Sette” de La Piramide Di Sangue prova che si può trovare un equilibrio anche da noi, ma va detto per onestà intellettuale che a ‘sti statunitensi vien proprio naturale. 

Si ritorna con questo album al “no brains inside of me” ripetuto con un falsetto disturbante in Maze Fancier (Thee Oh Sees), siamo alla ricerca musicale di una perdita totale di coscienza, lontana dall’utopia felice degli Acid Test perché rassegnata e insensibile. Siamo negli anni ’10 del 2000, Grateful Dead, Acid Mothers Temple e gli altri figli dei fiori sono un punto di riferimento musicale, ma non concettuale.

Gli Shooting Guns sono canadesi, proprio come i Black Mountain di Stephen McBean, e qualche somiglianza nel sound la si trova senza difficoltà, ma se nei Black Mountain anche i riff più furiosi (Don’t Run Our Hearts Around, Tyrants) restano legati anche concettualmente ai seventies, gli Shooting Guns sono proiettati da tutt’altra parte, verso una nuova angoscia esistenziale (di carattere mondiale, per quanto riguarda la cultura occidentale).

I primi due pezzi di “Brotherhood of the Ram” (2013, RindingEasy Records*) sono potenti quanto introversi. Nella furia doom, stoner e psych si mescolano, sia Real Horse Footage che Motherfucker Never Learn sono pieni di rabbia. Il titolo della seconda è quantomeno esplicativo, da notare però come nessun urlo liberatore si faccia strada, i pezzi sono tutti strumentali in questo album e la mancanza di una voce umana porta ad interiorizzare ancora di più il flusso ipnotico dei riff.

Con Predator II mi sembra quasi di ascoltare qualcosa degli Zombi (il duo space rock Steve Moore e Anthony Paterra da Pittsburgh, ascoltatevi “Spirit Animal” del 2009) ma invece dei gentili sintetizzatori ci piazzano chitarre stoner a manetta, il tutto in salsa space crea un clima epico e dannatamente piacevole. 

Go Blind ha un inizio obiettivamente perfetto. È come se gli Shooting Guns ci invitassero in un altro mondo, uno di quelli belli scuri pieni di tenebre e quant’altro, ma senza la vena spiccatamente tamarra del metal, e senza nemmeno ricercare chissà quale estetica di ‘sta ceppa, naturalmente loro non sono accanto a noi nel cammino, la solitudine durante l’ascolto è totale.

La title track è una bomba assoluta, sebbene dalle prime note mi sentissi a metà tra Mahogany Frog, Pink Floyd e Mike Oldfield, quando la potenza di Brotherhood of the Ram si svela è una botta di adrenalina mica da ridere. 

Sul finale una rumorosissima No Fans chiude le danze, un velo di esoterismo si coglie qua e là, come se tra gli Shooting Guns e Torino non ci fosse un oceano. 

Questo è il secondo album della band canadese, il primo probabilmente lo recensirò dato che qualcos’altro da dire c’è eccome, ma sono sfaticato e quindi me la sbottono qui.

  • Lo Consiglio: a coloro che doom, stoner e metal assieme fanno rizzare i capelli (in senso positivo) ma se ci butti là anche una spruzzata di psych allora sei a posto almeno per un’oretta buona.
  • Lo Sconsiglio: se siete poco avvezzi al metal strumentale e così ripetitivo, ovviamente c’è un senso se un riff viene ripetuto invece che progredire in millemila note, però se non lo cogliete forse questo album vi lascerebbe perplessi e annoiati.
  • Link Utili: cliccate QUI per la pagina Bandcamp di questa folle band, cliccate invece QUI per scaricare gratis questo album (fate come me, donate almeno due lire a ‘sti tipi, ok?), cliccate QUI se volete intripparvi nella home della label canadese degli Shooting Guns. 

*La RindingEasy Records è il distributore dell’album fuori dai confini canadesi mentre l’etichetta di riferimento degli Shooting Guns è la Pre-Rock Records, fra l’altro nome spettacolare a mio avviso.

E ora qualche video:

Live ipnotica dei nostri, il pezzo in questione è Harmonic Steppenwolf, pezzo di apertura del loro primo album “Born To Deal In Magic: 1952​-​1976”.

Live di Motherfucker Never Learn in uno studio di Calgary nell’Alberta.

C’entrano come una capricciosa a merenda accompagnata da del tè caldo, però mi andavano quindi BANG! beccatevi gli Zombi.

 

Il nuovo allucinante singolo firmato Zig Zags!

“Road tards, rat milk, magic frogs and motorbikes. ghost pirates, trailer park babysitters, king kong bundy and werewolf santas. nwobhm, early metallica, the wipers, budgie and bobby soxx. it ain’t retro, it’s total fucking recall. get me off this dying rock. escape from la while you still have the chance. over.”

—Randy 2024

Lo so che sto trascurando decisamente questo blog, ma c’ho delle cose, comunque conto di cazzeggiare meno e scrivere di più. I promise, and promise is a promise.

Beccatevi il nuovo singolo dei mitici Zig Zags, una roba tipo psych-punk-metal post-apocalittico, so che è una definizione dannatamente “alla Blow Up”, ma tant’è…

Personalmente dopo l’ascolto mi sono sentito per metà deluso e per metà esaltato. Speravo che la band di Los Angeles si spingesse verso la psichedelia (qualche intuizione nella collection “10-12” si era sentita, e che intuizioni!), ed invece sembrano seguire l’andazzo dettato dalla In The Red in California, niente di male, anzi, il sound di questi tre scalmanati rappresentanti dello skate punk (lo dicono loro mica io) ne giova assai come peraltro avevamo avuto modo di ammirare nel precedente 7″ “Scavenger/Monster Wizard“. Forse la mia sete di psichedelia non è stata assetata, ma ciò non toglie che tra Kadavar, Harsh Toke, Ty Segall, Thee Oh Sees (e varianti degli stessi) e qualche altra band che sciorinerò in codesti giorni a seguire, gli Zig Zags si ritagliano uno spazio bello grosso.

P.S.: il Randy della citazione è il tipo in copertina, praticamente l’Eddie della band.