Pausa Estiva

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Nel caso qualcuno non se ne fosse accorto il blog è in pausa, che per comodità definiremo “estiva”.

La cruda verità ci racconta un’altra storia, quella di un paesello abbandonato dal Signore come tanti altri, dove la connessione è solo un lontano miraggio, per alcuni sondabile solo grazie alla Fede, per altri invece (i più radicali) un concetto astratto e non comprovabile.

Come farò quindi ad ascoltare nuovi EP e pezzi in anteprima? Non lo farò. Il più vicino negozio di dischi è a un’ora e mezza da qui e vende principalmente neomelodica napolitana, quindi escludo grandi acquisti. Per fortuna ci sono vecchi album che non ho ancora ascoltato e quindi potrei mettermi avanti su qualche recensione (tornando, tra le altre cose, ad occuparmi degli Album Più Brutti Di Tutti I Tempi) ma non prometto niente perché la pigrizia regna suprema su questo blog, come ben sapete.

Se posso risponderò ai commenti, ma non aspettatevi risposte veloci ed esaustive.

Da Settembre tornerà tutto come prima. Credo.

The Blind Shake, il nuovo 7” made in Italy

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Vi avevo già segnalato i The Blind Shake, figli illegittimi dei Rocket From The Crypt ma per niente nostalgici.

I micidiali riff di “Key to a False Door” (2013) fanno parte del miglior garage psych da festival estivo, con quei pezzi che delle volte si ingarbugliano in un lancinante feedback per poi riprendersi dietro il ritmo forsennato della batteria. Roba seria insomma.

Proprio ieri sono stato contattato dalla Depression House Records, etichetta italiana che ha curato l’uscita il 20 maggio del nuovo 7’’ dei Blind Shake, mi sono ritrovato così ad accendere lo stereo a tutto volume in piena notte nella speranza di sconvolgere il mio apparato uditivo.

Va detto che “Key to a False Door” aveva i riff giusti ma mancava ancora un sound più curato e qualche pezzo davvero memorabile (anche se vi invito a riascoltare Le Pasion e Crawl Out). Con questo nuovo 7’’ credo proprio che le cose si facciano decisamente più interessanti.

Get Youth (lato A) ha semplicemente tutto, un bel riff sconquassabudella, un sound al limite della schizofrenia, feedback che spuntano dalle fottute pareti, è un garage psych che merita una certa attenzione oltre che uno stereo con un impianto audio della Madonna.

Deve molto a John Reis l’attacco al fulmicotone di Brickhouse Burro (lato B), ma questa band ha comunque una spinta in più degli ultimi The Night Marchers, il trio da Minneapolis ha un’energia che dal vivo dev’essere a dir poco devastante, e dalla foga di Brickhouse si può facilmente intuire.

Mike e Jim Baha creano l’ambiente sonoro e i riff, Dave Roper alla batteria è sempre pronto a scatenare l’inferno a richiesta.

Per quanto ottimi pezzi come Calligraphy del precedente album siano già di per sé un’ottima prova delle qualità della band, per me con questo suono più rumoroso, più distorto e arrabbiato hanno fatto quel passo avanti decisivo. E poi hanno sempre quel pizzico del sound tipico della Castle Face Records che impreziosisce tutto.

Adesso attendo con ansia di ascoltare un nuovo LP!

  • Link Utili: clicca QUI per il blog della Depression House Records, invece se vuoi ascoltarti gli album su bandcamp della band clicca QUI. Se proprio non puoi fare a meno di far sapere al mondo che i The Blind Shake ti eccitano come un tredicenne col suo primo porno clicca QUI per mettere “mi piace” alla loro pagina Facebook. Feticista.

The Shady Greys – Let her go, Let her go, God bless her

20130914 ipsYlon 026Al primo ascolto credevo fosse uno scherzo. Macché, è tutto vero, hanno pure una pagina bandcamp.

The Shady Greys sono praticamente i White Stripes in salsa olandese. In realtà sono proprio i White Stripes. Uguali. Lui (Marcus Hayes) ha una voce che negli acuti spaventa per la somiglianza con White III, lei (Catherine Coutoux) l’unica differenza con Meg è che non ha quasi mai una batteria, ma i ritmi “ricercati” sono quelli.

C’è solo un piccolo problema, Hayes non è Jack White né mai lo sarà, ovviamente se mettesse sù una cover band con Catherine sarebbero la più verosimile cover band mai esistita, ma è ancora un po’ poco per definirsi dei rocker decenti.

Non fraintendetemi, il sound è quello giusto, certi riff sono davvero piacevoli e tutto il resto, questo “Let her go, Let her go, God bless her” non è da buttare così a piè pari, però non posso fare a meno di chiedermi se Hayes non sia capace di fare qualcos’altro a parte il verso ai primi tre album dei White Stripes?

Cosa dire di Me Me Me? Bel pezzo, se fosse uscito prima del 1997 forse era anche meglio. Lungi da me definire il garage rock di matrice blues anacronistico, ma certi topos se non li rinfreschi un po’ sanno solo di revival. E il revival avrebbe anche rotto i così-detti. Dopo Dirtbombs, Oblivians e White Stripes o ti evolvi o muori.

Ma anche Lightyears non è male, meglio ancora See you like I do, però cacchio è tutta roba già sentita e risentita. Dal vivo fanno anche una porca figura, però un album così mentre a giro c’è la darkgaze o le L.A. Witch mi sembra molto debole.

Questi due olandesi hanno davvero delle grandi potenzialità, è evidente, però sono ancora lontanissimi dal poterle esprimere compiutamente.

Ah, fra l’altro, che cazzo li fate a fare i pezzi da tre o quattro minuti? Due e mezzo e via, belli brevi e assassini, se no perdi anche l’effetto di un buon riff. 

Dreamsalon – Thirteen Nights

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La Captcha Records è un’etichetta davvero interessante, dopo averci regalato i messicani Has a Shadow con quel capolavoro di “Sky is Hell Back” passiamo ad una band certamente meno interessante ma non per questo banale.

I Dreamsalon sono una novità nel panorama garage psych, ma di quelle buone. Vengono considerati una specie di Violent Femmes in salsa psichedelica, il che ci pone delle premesse niente male (oltre che a della aspettative pericolosamente alte).

Qualche EP nel 2012 e tanta gavetta, poi nel 2013 esce “Thirteen Nights”, la prova che Seattle non è più un luogo isolato ma fa parte di una rivoluzione sixteen che imperversa in tutti gli States.. Una volta le scene musicali erano legate ad uno stato o addirittura ad una città (perché anche l’hardcore ha vissuto più stagioni legate a diverse città), adesso con internet le distanze si sono accorciate, le idee scorrono più velocemente, e il sound californiano imperversa anche in Canada (Pack A.D.) come in Messico (i già citati Has a Shadow), e quindi anche la grunge Seattle (alla quale ormai va giustamente stretto il grunge) diventa una assolata costa californiana, dove si suona surf rock tra bikini e birra ghiacciata.

Probabilmente “Thirteen Nights” è uno dei prodotti meno banali recentemente usciti, lo ancora di più è se messo in confronto a band più fortunate come gli Audacity o quel fumo di paglia di Jacco Gardner

Il garage psych dei Dreamsalon spazia tra chitarre che ricordano Dick Dale e le sfuriate di feedback alla Ty Segall, le cavalcate sul basso di Min Yee sono infernali e ammalianti, Matthew Ford calpesta la batteria per poi accudirla esaltandosi in dei passaggi jazz-rock, Craig Chamber a quella chitarra gli fa fare di tutto, la pizzica, la fa urlare, la fa ronzare, la distorce devastandone il suono per poi fare il verso a Syd Barrett (l’unico e incontestabile padrino del rock contemporaneo). Credo sia sempre Chamber a cantare, ma non ho trovato molte informazioni su questa band quindi la butto lì.

Ci sono pezzi davvero notevoli, il giro di basso ipnotico di On The Bus che sfocia in un rabbioso garage punk, il suono avvolgente di Lick o il delizioso riff di Get To Work uscito fuori da un “Nuggets” perduto. C’è pure spazio per la sperimentazione con Every Man, Woman, And Child, punta di diamante dell’album. 

Boh, non che altro dirvi, quantomeno ascoltatelo su Bandcamp, questa amici miei è roba che scotta.

Un esordio notevole, un sound già riconoscibile ed un pezzo come Every Man, Woman, And Child che può solo portare lustro alla Captcha Records. 

Zig Zags – Zis Zags

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John Carpenter? Neil Marshall? Qualcuna di queste divinità può prendersi gli Zig Zags per musicarsi un bel film post-apocalittico? No perché questo trio californiano ha appena pubblicato il primo vero album rock monumentale del 2014, sarebbe anche il caso di sfruttarli finché freschi.

Che “Zig Zags” in potenza avesse le caratteristiche di un esordio con i fiocchi e contro-fiocchi lo si poteva immaginare, che l’arietta post-apocalittica carpenteriana fosse presente l’avevano già in parte anticipato, ma questo album è davvero una vampata di sano heavy metal come non se ne sentiva da troppo tempo.

La cosa più bella è che questo heavy metal è proprio ignorante, cattivo, solo riff della Madonna ed effetti tamarrissimi (però non buttati a caso come la batteria elettronica in Heartbeat di Jerry Riggs), i testi hanno la giusta dose di goliardia ed epicità senza mai sprofondare in una delle due.

Tranquilli, non sto urlando al capolavoro, non ancora almeno. Ma presto verrà, vedrete.

Che dire della nuova intro a Braindead Warrior? Praticamente il pezzo rock più potente degli ultimi cinque anni, un misto di immagini tra Mad Max e Fallout 2 esplodono nella mente, se girassero un nuovo “Heavy Metal” (vi ricordate il film metal-porno del 1981?) questo sarebbe il fottuto pezzo d’apertura, con tanti saluti a Sammy Hagar e compagnia cantante.

Il ritornello di The Fog sembra già un classico, non so come spiegarmelo. Torna a tratti anche l’anima punk della band sommersa dai pesantissimi Black Sabbath. Per Magic potremmo anche fare lo stesso discorso, se non fosse che il riff sembra davvero uscito da “Heavy Metal” (inoltre finalmente potrò cancellare dalla mia mente il diretto collegamento tra la parola “magic” e Magik dei Klaxons).

No Blade of Grass l’anno scorso chiudeva “10-12”, la raccolta in musicassetta dei demo della band. Registrata come Dio comanda fa ancora più male. Riscopriamo da “10-12” anche la garage punk Tuff Guy Hands e una bellissima Down the Drain, c’è Psychomania (irriconoscibile), I Am The Weekend e ovviamente Randy (il pezzo sulla loro “mascotte”). 

Siamo sempre ben al di sopra della sufficienza per tutto l’album, anche nell’intermezzo sperimentale (Untitled) che ci prepara ad un finale col botto, Voices of Paranoid, il capolavoro psych metal della band. 

Anche nella irrequieta California, dove si mescolano senza indugi doom e garage, il sound dei Zig Zags è unico. L’ha capito bene Ty Segall che ha co-prodotto questo esordio discografico, l’ha capito benissimo la In The Red Records, questi qui sono destinati a scrivere pagine indelebili del rock contemporaneo.

Thee Oh Sees – Drop

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Sono ormai settimane che ascolto “Drop” volenteroso di scriverci sù una recensione decente, ma non è facile.

Sicuramente, come i miei lettori affezionati sanno bene, molto è dovuto dalla mia palese incapacità di scrivere recensioni comprensibili. Ma ci amiamo lo stesso. Credo. Comunque non è questo il punto, il punto è che questo “Drop” è davvero un album controverso per la band californiana per eccellenza.

Probabilmente si parla dell’ultimo lavoro in assoluto per i Thee Oh Sees, ed io mi aspettavo i fuochi d’artificio per l’occasione ed invece…

Beh, partiamo da una constatazione troppo poco ribadita, se non proprio volutamente censurata, in molte recensioni: questi non sono i Thee Oh Sees. L’unico nome che accomuna il penultimo album “Floating Coffin” a questo è quello di John Dwyer, il deus ex machina della band, ok, ma dove sono finiti gli altri?

Non è un caso se quindi “Drop” è un miscuglio indefinibile di Thee Oh Sees, Coachwhips e gli esperimenti solisti di Dwyer, con un pizzico di White Fence, ma invece di essere un mix delizioso come vodka e frutti di bosco questo è più come uno di quei frullati di Maurizio Merluzzo.

Senza Lars Finberg alla batteria i ritmi restano blandi, manca la voce acida di Brigid Dawson e ovviamente la furia al basso di Petey Dammit a dare corposità ad un suono etereo e francamente soporifero. In compenso c’è un sassofono baritono (Casafis) e un sassofono contralto (Mikal Cronin? Sul serio? Ora può pure rubarmi il nome del blog!) che non sfigurano.

Piuttosto apprezzabile The Penetrating Eye, un pezzo vecchio scuola, mentre già con Encrypted Bounce i nodi vengono al pettine. Non c’è potenza né coinvolgimento, la canzone in sé non è una merda, ma non c’è il mordente di una Sweets Helicopters o di una Maria Stacks.

Savage Victory per esempio rientra nei canoni estetici, ritmici e melodici che contraddistinguono il sound dei Thee Oh Sees, ma è davvero lontano dagli standard con cui la band ci aveva abituato.

Forse l’acuto dell’album arriva alla fine del primo lato con Put Some Reverb On My Brother, un pezzo ispirato dall’enfant prodige TimWhite FencePresley, che mescola bene la psichedelia soft del primo con il sound di Dwyer. Mi piacciono i cambi di velocità e quel ritmo da disco rotto, quantomeno la posso ascoltare senza distrarmi un secondo sì a l’altro no.

Divertente il surf garage di Drop, inutile Camera (Queer Sound), mentre è davvero strana The King’s Nose. Sì, lo so, “strano” è un termine esageratamente tecnico. Intendo dire che è una roba a metà tra l’indie dei Raconteurs (vi prego, prendete questa affermazione con le pinze, non fracassatemi i coglioni) e i Thee Oh Sees ma in generale si può dire che non sa di un cazzo.

Il primo minuto e mezzo di Transparent World conia un nuovo genere, la porn-drone. Lascio a voi le dovute conclusioni.

Si finisce con The Lens, una prova di assoluto spessore per Dwyer per quanto riguarda la costruzione di un pezzo più appetibile per un mercato diverso dai festival psych garage. Si parla del pezzo più “pop” dei Thee Oh Sees, ma è quantomeno un lavoro quadrato, beatlesiano al punto giusto lasciando Syd Barrett come padrino spirituale degli album precedenti, qui dimenticato. 

Il problema principale di questo album dei Thee Oh Sees è, come dicevo, che non è dei dannati Thee Oh Sees. Dwyer poteva benissimo farsi un progetto parallelo, come ne ha già fra l’altro, e pubblicare questo album senza infangare l’ottima discografia della sua band più famosa.

Una delusione su tutti i fronti, un album poco più che mediocre. 

  • Lo Consiglio: se proprio adori John Dwyer ci sono comunque due o tre spunti interessanti.
  • Lo Sconsiglio: a tutti, sopratutto a chi vorrebbe approcciarsi per la prima volta a questa ottima band. Ascoltatevi “Carrion Crawler/The Dream” (2011), “Floating Coffin” (2013) e “Castlemania” (2011) piuttosto.

E ora qualche video:

Due singoli dall’ultimo album.

Qualche live per ricordarne i recenti fasti.