Cherry Glazerr – Haxel Princess

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La band di oggi è una piccola realtà californiana a cui sono molto affezionato, il loro primo album dell’anno scorso non l’ho recensito perché, come al solito, sono dannatamente pigro.

Papa Cremp” e il suo etereo shoegaze è un album legato a sensazioni decisamente dream pop piuttosto che garage, a conti fatti è l’album che “MCII” di Mikal Cronin doveva essere nella mente del musicista californiano.

A meno di un anno di distanza esce questo “Haxel Princess”, una pillola indie rock piacevole e con delle sorprese.

La voce dolcissima e le note eteree della chitarra sono di Clementine Creevy, che qualche anno fa chiusa nella sua cameretta scrisse qualche pezzo da mandare alla Burger Records, la quale riconobbe le potenzialità di Creevy e spinse per la formazione della band che ha firmato “Papa Cremp”, i Cherry Glazerr.

Questo trio (chitarra, basso, batteria) da il suo meglio in pezzi come Grilled Cheese e Haxel Princess, con un alternative rock che suona molto meno nineties dell’ultimo album dei canadesi Pack A.D.. Lo shoegaze è davvero mitigato dalla poca propensione di Creevy di fare più casino del dovuto, mantenendo un equilibrio che non ridonda mai.

Alcuni pezzi sono davvero corti, come la nenia dolce e amara di Glenn The Dawg o nella alternative pop Teenage Girl, e in generale le canzoni non superano quasi mai i tre minuti mantenendo l’album leggero e maledettamente modesto. Ma questa modestia non è da intendersi come incapacità, piuttosto come una presa di posizione in confronto all’eccessivo protagonismo di tante personalità dell’underground californiano ora che riviste e blog si sono accorti di loro. Ovviamente questa non è la Loro presa di posizione, ma è quello che ci leggo io nella mia mente contorta.

Per me i Cherry Glazerr rappresentano quanto c’è di buono nel sottosuolo, meno potenti e immensi di band come Has A Shadow, Nun e Harsh Toke, ma sono tre ragazzi autentici con qualcosa da dire, senza doversi per forza auto-incensare ad ogni intervista.

Bloody Bandaid è un piccola perla che mostra le capacità liriche-emotive di Clementine Creevy.

Così a primo acchito vi confesso che preferivo “Papa Cremp”, ma devo anche premettere che la band è davvero giovane e ha ancora il meglio da dare. Alcuni pezzi che presentano nelle live o in qualche approfondimento radiofonico prospettano sorprese. Aspettiamo e vediamo.

  • Link utili: se volete ascoltare tutto l’album cliccate QUI per la pagina bandcamp, se non resistete al fascino indie di Clementine e volete chiederle di prendere un gelato insieme discutendo di Kundera cliccate QUI per la pagina Facebook della band.

Godetevi questa Had Ten Dollaz, probabilmente uno dei pezzi di punta del prossimo album, è uscito credo in questi giorni il 7 pollici:

Dopo un po’ di shopping musicale a Hollywood nel Amoeba Music, cosa avranno acquistato i Cherry Glazerr?

Froth – Patterns

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Froth? Ma che roba è?

Intanto una breve premessa sulla Burger Records.

Nel caso non la conosceste la Burger Records insieme a Drag City e Castle Face Records fa parte delle etichette californiane protagoniste del revival garage di questi anni. La Burger in particolare è la classica etichetta rock indipendente, una quantità inimmaginabile di band esordiscono con quel marchio a forma di cheesburger ogni anno, delle quali se ne salvano sette o otto all’anno.

La tattica di saturare il mercato solo di garage rock in tinta psichedelica ha un che di eroico, ma alla lunga sfrangia i coglioni.

Mentre la roba del loro catalogo intasa ogni angolo di camera mia ogni tanto spunta fuori una band veramente degna di nota. Ecco, i Froth sono tra questi.

Giovanissima band californiana piena di energia e acidi devastanti, con del talento che potrebbe in prospettiva portarci degli album notevoli, anche se questo album d’esordio, “Patterns” (2013), non è ancora un capolavoro.

Chitarra, voce e di un carismatico JooJoo Ashworth, al basso Jeremy Katz, Cameron Allen alla batteria e Jeff Fribourg… beh, lui suona l’omnichord.

Il loro garage non è rabbioso né acido, è trasognato, basta ascoltarsi la dolce nenia psichedelica di Oaxaca per apprezzare a pieno il loro sound così leggero da librarsi in aria. Una via di mezzo tra Mr. Elevator & The Brain Hotel e i primi indimenticabili Brian Jonestown Massacre, la chitarra e la voce di JooJoo sono il collante della band ed è l’elemento che viene subito colto quando “Patterns” scorre veloce sul piatto, la puntina non deve nemmeno abbassarsi troppo nei passaggi “eterei” che JooJoo strimpella in Not Myself.

I pezzi forti comunque sono quelli più psych garage, quanto sarà dannatamente accattivante Lost My Mind? Quante altre band avrebbero voluto scriverla? Dreamsalon, Thee Oh Sees (ai tempi di “Castlemania”), gli stessi Mr. Elevator & The Brain Hotel, magari pure i Quilt. I giri sixties dell’omnichord, le accelerazioni proto punk che fanno tanto Nuggets, sono elementi propri anche di General Education, altra perla di questo album.

Date un’occasione ai Froth, potreste non pentirvene.

  • Link Utili: per ascoltare l’intero album su Bandcamp clicca QUI, per dirgli quanto vi attizzano su Facebook cliccate QUI, se volete consultare il catalogo della Burger Records cliccate vigorosamente QUI.

Nazario Di Liberto – All Waste Town

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Domani esce il nuovo album di Nazario Di Liberto, rappresentante di una scena post rock palermitana ancora sterile e legata a musica di vent’anni fa. Di Liberto non vuole innovare questa scena, piuttosto cerca di divertirsi con la sua musica.

Nel 2012 esce “Stasi”, un album etereo e compatto, l’idea di creare un’istantanea se vogliamo emotiva di un momento preciso della nostra/sua vita, ma fortemente difettato da una ricerca musicale praticamente avulsa dalla scena elettronica contemporanea. La musica rimane in superficie come un sottile velo estetico che nasconde una certa povertà espressiva.

Eppure le idee non mancano, come anche la capacità tecnica, e Di Libero ci riprova quest’anno con “All Waste Town”.

Un album che, sebbene sia unitario dal punto di vista del sound, è impregnato di diverse accezioni (post rock, industrial, dream pop, trip hop) e solo in una di queste trova una dimensione che superi il semplice esercizio di maniera.

La frustrazione di Di Liberto nei confronti di questa waste town alla fine non viene quasi mai fuori. È come se mancassero dei tasselli per completare un mosaico ben congegnato.

Ad aprire le danze ci sono Proto_Tipo//3 e Proto_tipo//4, un bel passo avanti nella composizione in confronto a “Stasi”, ma almeno due indietro in confronto alla scena internazionale in cui cerca di evolversi questo nuovo album. In una recensione di Andrea Terenzi di Rockit, piuttosto entusiasta, immagina “All Waste Town” in linea con la “electro/avangarde” in voga nei club berlinesi. Il che, in tutta sincerità, non è affatto un complimento.

Se c’è una elettronica che oggi si può definire di avanguardia è quella degli inglesi Boards Of Canada e dei conterranei Fuck Buttons. I secondi, prodotti da John Cummings dei Mogwai, hanno con il riuscitissimo “Slow Focus” (2013) creato un nuovo standard internazionale a cui la musica di Di Liberto si scosta pesantemente, rimanendo legata a fenomeni di troppi anni fa, ed ad una scena (quella palermitana) priva di spunti originali.

L’affresco a tratti gotico e piuttosto riuscito di Tokyo è figlio di quanto sopra scrivevo, siamo lontani dall’eterea stasi che bloccava espressivamente l’album precedente, perché Tokyo di tutto il lotto è la vera waste town. Ma è un post rock già sentito, senza sferzate sperimentali, il che da una parte è voluto (perché come avevo premesso Di Liberto non vuole rinnovare un linguaggio), ma è comunque un limite. Non manca di certo carattere però le idee sembrano troppo spesso involontariamente riciclate.

Ancora più paradossale la bellissima Useless, con la splendida voce di Sonja Burgì che ricorda il dream pop etereo di Elizabeth Fraser nei Cocteau Twins. Ed è proprio questa atmosfera trip hop a riportare l’album ad un a dimensione anacronistica, come se fosse uscito nel 1999. Useless è davvero un gran pezzo, ma se lo mettiamo in confronto alla produzione trip hop attuale (è uscito qualche giorno fa un buon “Adrain Thaws” di un Tricky secondo la critica internazionale “ritrovato”) suona quantomeno banale.

Munito anche di hidden track (con il bellissimo verso più volte ripetuto: «mortician of feeling»), “All Waste Town” è un album riuscito a metà. Se nella composizione Di Liberto ha fatto passi in avanti, e anche le idee espressive riescono comunque a venire fuori, la musica suona bene o male come un post rock già sentito e risentito, insofferente alle novità più sperimentali e interessanti degli ultimi cinque anni.

Considerando la scena italiana in evoluzione (basti considerare il catalogo della Boring Machines, che per quanto ermetico sta ricevendo il plauso anche della critica più incompetente) c’è ancora molto lavoro da fare, ma per fortuna ci sono tutte le potenzialità.

Ty Segall – Manipulator

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Sul nuovo album di Segall avevo delle aspettative, forse anche troppo alte, non lo so, però non è “Manipulator” l’album che mi aspettavo.

Con “Slaughterhouse” (2012) aveva raggiunto la saturazione senza stonare, il feedback straziante di Death che apre le danze del suo album più rabbioso è il raggiungimento di tutto il suo percorso come garagista, mentre in “Twins” (2012, sei mesi dopo Slaughter.) aveva raggiunto il suo massimo come compositore, raffinando il sound e le melodie, mantenendo fede alla sua rabbia borghese ma cospargendola qua e là di ballad, sperimentazione e melodie pop rock assolutamente non banali. È stato non solo il suo anno di grazia il 2012, ma anche un punto di non ritorno dal quale poteva solo evolversi, altrimenti qualunque altra sua produzione avrebbe suonato come un passo indietro.

Dopo l’esperienza con i Fuzz e l’album acustico-riflessivo esce il suo primo doppio LP, in cui Segall fa i conti con le sue pulsioni glam rese evidenti in “Ty Rex” del 2011. Sembrava solo una fuga momentanea dallo psych garage più spinto quel “Ty Rex” seguito l’anno scorso dal brevissimo “Ty Rex 2”, esperimenti minori nella già vastissima discografia di questo piccolo talento californiano, ed invece sono diventati la base portante di questa ultima fatica.

“Manipulator” è di gran lunga il peggior album di Segall, ideale seguito di “MCII” del suo fido Mikal Cronin, è la fine (im)perfetta per tutta la nuova ondata garage californiana.

Credo di essere il primo a declamare la parola “fine” per quella che è stata una stagione notevole, che ad oggi tutti (tutti) sotto stimano e stanno ben attenti ad elogiare sperticatamente. Tra questi mi ci metto anche io, che anche per i migliori album dei Thee Oh Sees ho sempre cercato di andarci coi piedi di piombo, ma forse le vere gemme di questo periodo sono da cercare nel sottosuolo (Harsh Toke, Zig Zags e il psych doom).

Fatto sta che le due punte di diamante hanno appena rilasciato i loro album più retorici e auto-celebrativi, i Thee Oh Sees ci hanno fatto rivoltare lo stomaco con “Drop” (anche se la colpa è tutta di Dwyer, dato che il resto della band è stato mandato a casa senza troppi complimenti), e adesso Ty Segall tradisce tutta la sua esperienza come rocker autentico cercando di vendersi al miglior offerente. Probabilmente come per Cronin essere un oggetto di culto non basta più.

E così la musica diventa tronfia, il suono avvolgente delle chitarre di “Slaughterhouse” qui serve a coprire la mancanza di idee, quasi un’ora di riff riciclati e banalità in ogni dove.

Se in “Twins” c’era coraggio qui c’è un imbonimento che già alla fine del lato A del primo dei due dischi sbadigli. Non che Tall Man, Skinny Lady o It’s Over siano pezzi da buttar via, a livello di composizione ci troviamo di fronte ad un album notevole (se confrontato ai precedenti) ma senza un cazzo da dire. Fino a The Faker non c’è una melodia che non sia già stata utilizzata da Segall un miliardo di volte, non c’è un cambio che ti faccia saltare dalla sedia, non c’è un acuto in mezzo ad un mare di grigiore glitterato.

A Green Belly se togliete gli inutili abbellimenti della post-produzione, che appiattisce tutto l’album, e lasciate la chitarra acustica solista diventa magicamente un pezzo dei The Beets. Meglio se vi comprate un loro album a questo punto, vi costa meno ed è quantomeno sincero e diretto, Green Belly riesce persino ad essere pretenziosa nella sua dichiarata banalità, non so cosa ci sia di peggio.

Ma è con il secondo disco e il pezzo d’apertura Connection Man che raggiungiamo il fondo. Un riempitivo “glamtizato” davvero imbarazzante. Ascoltare per credere, non so nemmeno come descrivervelo.

The Hand poteva anche essere piacevole fosse durata due minuti meno, Susie Thumb è un misto tra “Ty Rex” e “Reverse Shark Attack” (2009), ma se il garage punk di Reverse era acido questo invece soffre sempre di questa leggerezza glam che rende tutto bello e platinato, le pareti di camera tua si colorano di rosa e verde sparati mentre le paillette scendono dal soffitto, abominevole.

Scoppia la furia primordiale a suon di fuzz e feedback con The Crawler, ma è abbondantemente troppo tardi.

The Feels suona come una canzone scartata per “Goodbye Bread” (2011). Stick Around conclude per sempre questo straziante doppio album (forse il pezzo più ascoltabile di tutto il lotto, finché non si conclude con quegli archi da brivido), che segna la fine di Ty Segall come musicista con qualcosa da dire e da esprimere, e comincia la sua nuova carriera come musicista di talento pronto a riempire stadi e arene con musica vuota per gente vuota.

So che non metto più i voti, ma per questo album non risparmierei di certo un bel 3,5/10.

E ora qualche video per ricordarne i fasti:

Se ti piace il rock devi avere almeno un album dei Troggs

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Perché mi chiedete?

Perché se ti piace il rock ti piacciono i Troggs. È così, è matematica, anzi amici miei: è biologia.

Lasciate perdere a piè pari le nozioni storiche, il fatto che fossero proto-punk dal 1964 o giù di lì, perché il punto fondamentale della questione è che i Troggs provocavano sotto tutti gli aspetti, e questo è rock.

Perché il rock è provocazione, ma nel senso più ampio del termine, ti porta al centro del ring e ti lancia addosso di tutto, dalla rabbia alla depressione, dalla riflessione sulla politica contemporanea al teatro, il rock ha questo potere incredibile di essere il mezzo musicale più democratico e potenzialmente anche quello più duttile per veicolare qualsivoglia messaggio.

Ma per svegliare il tuo interlocutore dal torpore brit pop devi provocarlo. Non necessariamente questo significa riff su riff fuzzati all’inverosimile, anche Sea Song di Robert Wyatt provoca qualcosa, e lo fa con prepotenza sebbene le sue note siano dolci e sembrano provenire dal profondo oceano dell’esistenza. Wyatt ti trascina con sé in quel gelido mondo con il suo intimo falsetto e le sue meravigliose immagini, ma la sua musica non è intellettualmente chiusa perchè non è assolutamente auto-referenziale, anzi: ti sta cercando, vuole che tu sia pienamente partecipe, e quindi ti spinge in mezzo al ring.

Questo discorso i Troggs non lo avevano capito, ma ce l’avevano nel sangue.

Quando parte Feels Like a Woman senti tutta l’energia di quella prepotenza, anche se non lo vedi sai che Reg Presley sta facendo qualche immonda smorfia, il suo canto ignorante poi è una ciliegina su una torta di per sé già deliziosa.

Wild Thing, I Don’t, Bass For My Birthday, I Can’t Control Myself, Black Bottom, Strange Movies, sono troppe le perle dei Troggs che non dovrebbero mancare in nessun scaffale o raccolta mp3 (o FLAC, se siete più raffinati di Presley), perché dopo il rockabilly infuocato di Jerry Lee Lewis e il garage degli albori dei Kingsmen e dei Wailers ci furono gli sguaiati e provocanti Troggs a buttare le basi per il rock che sarà.

Bobby Martin e Patrick McCarthy lasciano il progetto Zig Zags

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Se seguite da un po’ questo blog saprete di certo che per questo trio californiano nutro una certa passione. Ci credo nel punk metal degli Zig Zags, non solo perché credo che unire due generi così antitetici sia già di per sé encomiabile, ma perché la loro musica, il loro rock, ha una potenza e un’efficacia incredibili.

Come avrete letto sopra sia il bassista che il batterista lasciano tutto solo soletto quel genio di Jed Maheu, il quale è già impegnato con altri progetti collaterali ma spero bene non voglia cancellare l’esperienza Zig Zags, per quanto il sound della band fosse straordinario non solo si può migliorare ma si può anche rinnovare

Nel caso non aveste ancora recuperato il loro primo LP fatelo, senza pregiudizi, Jed Maheu è il miglior prospetto di una scena californiana che ha perso qualche pezzo (Jay Reatard e ora pure i Thee Oh Sees), che sta cambiando (il nuovo album di Ty Segall, la commercializzazione di Cronin, la psichedelia banalizzata di Jacco Gardner), ma che trova la sua miglior espressione in band “diverse” come Harsh Toke e Zig Zags.

Stairway To Heaven mi ha stufato!

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Rappresentazione concettuale della più celebre canzone rock di tutti i tempi.


Posso dirlo?
Davvero?
Nessuno di voi utenti del web mi stuprerà con del riso crudo per una tale bestemmia?
Non ci credo. Però lo dico.

Stairway to Heaven m’ha sinceramente rotto il cazzo.

Non sono di certo qui a fare il bastian contrario o scemenze del genere, questo tipo di blogging puerile non fa per me. Non sono qui nemmeno per contestare la qualità della canzone in sé (anche se il mito di una oggettiva superiorità su qualunque altro pezzo mi sta sulle palle), ma proprio il suo feeling col sottoscritto. Un post inutile, lo so, grazie per avermelo fatto notare.

I miei gusti musicali sono molto cambiati negli anni, migliorati (forse) e ampliati, però è difficile dimenticare i primi amori. Il prog inglese dei Genesis di “Selling England By The Pound”, i Pink Floyd (ma solo dal 1970 in poi, pensate che mi stavo perdendo!) e poi, ovviamente, l’hard rock sempre di stampo britannico di “In Rock” dei Deep Purple e gli immancabili Led Zeppelin.

Io adoravo i Led Zeppelin, erano come quattro lucenti divinità dorate, che ci poteva essere MEGLIO dei Led Zeppelin? Niente, cazzo. Anzi, se qualcuno proponeva qualcosa (qualsiasi cosa, nemmeno necessariamente musicale, tipo chessò: Madre Teresa) i Led Zeppelin gli erano indistintamente superiori, musicalmente, moralmente, eticamente, grammaticalmente, in qualunque senso.

Però c’erano due album, solamente due album di tutta la loro discografia che segretamente non sopportavo: “Presence” (detto anche “macchèmerdaè?”) e “IV”.

Immaginatevi per un odioso adolescente di un Liceo artistico cosa volesse dire una roba del genere. ‘Sti cazzi che lo spifferai a qualcuno, manco al mio miglior amico, sarebbe stata un’esclusione sociale pazzesca, già il mio «preferisco persino Lucky Starr di Asimov a quel finocchio di Harry Potter» mi aveva reso popolare come un professore di matematica, figuriamoci se avessi toccato l’album INTOCCABILE per eccellenza!

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Che poi a me “IV” (o “Zoso” o ZoSo”, come vi pare maledetti fanboy) non è che facesse cagare tout court. Insomma gente, abbassi la puntina e parte Black Dog, mica zucchine. Poi Bonham lancia con la sua solita veemenza Rock and Roll, e io ci provavo gusto. Ma poi arriva The Battle of Evermore. Che. Palle. Sul serio, mi sembrava di morire, mi contorcevo sul letto cercando di passare indenne quei quasi-sei minuti che sembravano dodici, dai cazzo, non potevano non piacermi, erano i fottuti Led Zeppelin! Poi la botta. Stairway to Heaven.

Vi dico subito che io il lato B di “IV” l’ho ascoltato una volta, come per “Fireball” dei Deep Purple, e m’è bastato, anzi: m’è avanzato. Pensate quello che vi pare, non me potrebbe fregare di meno, mi faceva cagare allora e mi fa cagare adesso. Vabbè, ora Four Sticks e Going to California non mi fanno più vomitare, però non esiste che io posi il piatto con una sincera voglia di risentirle. Da un bel po’. Ma parliamo di Stairway.

Lasciamo perdere vi prego le stronzate. Hanno copiato qualcosa dagli Spirit? E anche se fosse? Il 90% delle canzoni fondamentali degli Zep sono plagi, ma ne parlammo già in un post a loro dedicati (noterete delle sostanziali differenze con questo post, potete giurarci) quindi vi dico solo che non me potrebbe fregare di meno. Se la senti al contrario parlano di Satana e ti invitano a comprare gli album dei Kiss? No, però ti dico che le puntine non crescono sugli alberi. Uomo avvertito…

Detto questo a me Stairway to Heaven non piaceva nemmeno quando ero un fan sfegatato degli Zep. Il super-riffone e i berci animaleschi di Plant non mi attizzavano più, l’assolo celoduro di Page non mi eccitava, sinceramente quel pezzo primo in tutte le classifiche del mondo mi grattugiava il ravanello, e non poco.

Dov’erano i cambi e il dinamismo di What Is And What Should Never Be? Dov’era il blues sofferto di Since I’ve Been Loving You? Cristo, m’accontentavo anche di una caotica Celebration Day! Porca zozza, ma anche una rampante Gallows Pole mi stava meglio! – fra l’altro conosco un tizio il quale, giuro su mia madre, asserisce senza dubbio alcuno che Gallows Pole sia il miglior pezzo dei Led Zeppelin in assoluto.

La cosa che proprio non mi andava già era la struttura del pezzo, telefonatissima ma tirata per le lunghe come nei dischi dei Nazareth, e poi il sound…

Saranno le mie orecchie ad essere anormali, sarà che ho ascoltato la musica ad un volume esagerato fin da piccolo e sono diventato prematuramente sordo, non lo so gente ma il sound di Stairway to Heaven mi sembra così perfetto da non poter far altro che figurarmelo come un meraviglioso oggetto di design, interamente di plastica, con una forma estetica ineccepibile ma senza alcun fottuto utilizzo pratico. Eppure è il più venduto di tutti i tempi. E occupa pure parecchio spazio.

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Non che gli Zep fossero sporchi, anche se all’epoca mi sembravano perché, ovviamente, non avevo ascoltato molto altro, eppure Stairway mi sembrava proprio una roba esagerata e da tamarroni, non c’erano le palle di un Herthbreaker, era sciocca e banale in modo esagerato.

Oggi quando riascolto QUALUNQUE album di QUALSIASI band che mi attizzavano in quel periodo mi prende l’ansia. Non vedo l’ora di cambiarlo per un pezzo di plastica nera qualsiasi, Swell Maps, Thee Oh Sees, Mulatu, cazzo mi va bene pure Mimmo Cavallo ma basta con Led Zeppelin, Deep Purple e Genesis vi prego!

Per me Stairway to Heaven è il rock come NON mi piace (più), prima di tutto è barocco, c’è più barocchismi in quegli otto minuti che di tutta la Val di Noto, ha un testo che porta il demenziale in una nuova dimensione dove banalità e scontatezza sono gli unici due valori universali condivisi, l’assolo diventocieco è l’onanismo della chitarra che prende il sopravvento senza motivo, senza dire niente, senza voler trasmettere nulla se non l’erezione immane che Page si sta menando. Ecco, Stairway to Heaven è un rock, anzi, un hard-cock-rock perfetto, del tutto retorico e svuotato di qualsivoglia intento artistico o provocatorio, è stantio all’inverosimile. Mi ci volle un po’ per capire che è proprio l’hard rock ad essere così, ed è da quella modesta rivelazione che ho ripudiato tutti gli album che adoravo e ho cominciato a dubitare seriamente del valore finora per me inopinabile di quelle band.

In fondo è proprio quel tipo di rock che affossa il genere rendendolo solo un’immagine, un’estetica non ponderata ma superficiale, un sound piatto ed estremamente dogmatico.

Molti mi chiedono come faccio ad ascoltare “Metal Machine Music” senza impazzire. Beh, la risposta a secco è «perché in effetti, per quanto possa essere raccapricciante, mi piace» ed è fin troppo sincera. Ma il punto principale (oltre a tutte le riflessioni che ho sinteticamente spiegato nel post dedicato all’album di Lou Reed, e alla stimolante discussione con Sandro59 che ne ha ampliato non poco la profondità) credo sia: perché non è la solita solfa.

Anche gli album più brutti dei Residents (eh sì, anche loro ne hanno fatti di bruttini di recente) valgono un miliardo di volte qualsiasi sfiatata di Plant e compagni, rei di aver creato un genere che per moltissima gente è il Rock con la “r” maiuscola mentre invece è una dannata gabbia espressiva, dalla quale possono uscire solo dei «baby-baby-baby-mmm», qualche dannato riferimento tolkeniano e quei cazzo di assoli brit-milà-da-attrito che hanno largamente rotto i coglioni.

Bene, da domani posso chiudere il blog.

O forse è meglio farlo stasera.

Sul presto.

A seguire la prova che con Stairway To Heaven non riesci nemmeno a rimediarci un po’ di figa:

Nun – Nun

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Quattro synth, un basso, una drum machine, una vocalist, fanno punk.

E, potete scommetterci quello che vi pare, i Nun saranno la vostra nuova band preferita.

Sono di Melbourne, Australia, un’oceano e più di distanza, e difatti il loro sound sembra provenire da una galassia lontana lontana, dove non ci sono eroi né salvatori, il loro punk pop non lascia scampo né fa filtrare un po’ di luce, con loro i synth possono urlare di dolore e sanguinare.

Il tappeto sonoro che ci avvolge ascoltando il loro esordio omonimo è diversissimo dalla darkgaze degli Has A Shadow, eppure l’angoscia è la stessa. Due capolavori geograficamente distanti questo “Nun” e “Sky is Hell Black”, ma al contrario del garage californiano di cui in questo blog parliamo spesso questa musica guarda in faccia la realtà, non si nasconde dietro il wall of sound o un riff ripetuto fino allo sfinimento mentre la fuzz machine sta fumando. Di nuovo.

Parafrasando la nenia alla fine di Suppress Electricity: se guardi il fantasma allo specchio il diavolo ti possederà, in questo album il fantasma è il nostro riflesso, trasparente e fragile, destinato a vagare senza meta su questa terra, alla ricerca di una nuova carne con la quale esprimersi.

Il padrino spirituale di questo album è Videodrome, il capolavoro di David Cronenberg del 1983, citando Harlan (Peter Dvorsky) nel celebre film:

Stiamo entrando in una nuova era selvaggia, dobbiamo prepararci ad essere puri e ordinati e anche forti se vogliamo sopravvivere.

Il che è un modo di pensare diametralmente opposto alla furia giovanile punk, ma che in questo album di trasforma, muta (come le creature di Cronenberg) e diventa suono.

Jenny Branagan è la voce nonché la testa pensante del gruppo, e ad una intervista a Noisey confessa come non sopporta quei ragazzini che dicono di ascoltare solamente Einstürzende Neubauten perché lei è un’onnivora musicale, tanto da apprezzare sia Ministry che Rod Stewart, Coil ma anche Tom Jones.

Ciò non toglie che la corsa disperata di Terror Maze diventi angoscia pura, un film veramente “cronenberghiano”, senza via d’uscita, un’angoscia definitiva.

La copertina dell’album raffigura l’esterno di un condominio di notte, la foto di una grana rovinata, l’aria pesante, potrebbe benissimo essere la locandina di un horror diretto da Tomas Alfredson. La prima traccia, Immersion II è scandita dalle terribili urla di Jenny mentre la musica, che affannata, progredisce in crescendo di tensione e angoscia, diventa sempre più ingombrante fino a riempire tutta la camera non lasciandoci più lo spazio per respirare. Un capolavoro.

Evoke The Sleep è la “hit” di questo inusuale album, ricorda alla lontana il punk degli Alley Cats ma del tutto distrutto dai synth, con un’atmosfera incredibilmente più truce, ineluttabile.

È impossibile per me descrivervi pezzo per pezzo questo album, va al di sopra delle mie limitate possibilità, il carisma di Jenny Branagan è di quelli che restano nella leggenda, in Kino questo è dannatamente evidente. Non c’è un pezzo che abbassi la tensione o la qualità generale, al massimo ci sono quelli che la alzano in modo irresistibile.

La già citata Suppress Electricity, Uri Geller, Cronenberg, Terror Maze, In Blood, è davvero una sequela incredibile di ottima musica, uno stile già definito (ma spero non definitivo), i riferimenti culturali o quelli pop come nel caso di quel pennivendolo di Uri Geller sono incastonati alla perfezione in un mosaico molto più complesso di come si presenta al primo ascolto. In Blood poi è un finale perfetto, non so che dirvi ancora per convincervi ad acquistare ‘sta roba!

Questo synth punk è una meraviglia, una goduria per le orecchie e per la mente, questi Nun, o quantomeno questa Jenny Branagan ha un futuro assicurato non solo nella mia collezione di dischi, ne sono certo.

Per quanto mi riguarda band rivelazione dell’anno.

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Billy Squier – Don’t Say No

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Ho sempre pensato che se avessi bruciato il vinile di “Don’t Say No” di Billy Squier, una qualche divinità benevola mi avrebbe fornito una devastante spada di fuoco, con la quale avrei posto fine al male assoluto (quindi a MTV). Ed invece fece solo una gran puzza, sciogliendosi e contorcendosi nella fiamma, evaporando e innalzando notevolmente la soglia dell’inquinamento in Toscana.

Al pensiero che il mondo sia pieno di zombi che adorano questo pimpato “virtuoso” della chitarra mi verrebbe voglia di fare come il vecchio di The Strain e decapitarli tutti. Ed invece, come dico sempre, la colpa della musica di merda non è mai dell’ascoltatore, lui è libero di ascoltare quello che gli pare senza che nessuno gli rompa i coglioni, ma dei  musicisti che la producono, anzi: che la defecano questa musica da quattro soldi, a loro bisogna fargli le scarpe. È un dovere morale.

Billy Squier s’innamora della chitarra tramite gli assoli di Jimmi Page e Eric Clapton, agli inizi della sua carriera, ancora giovanissimo, farà da spalla ai Kiss, ai Queen e ai Def Leppard. Praticamente lo aveva scritto nel DNA che avrebbe creato alcuni dei più brutti album della storia del rock.

Degli Zeppelin ha la spocchia, dei Kiss l’abilità (nel fare soldi) dei Queen la tamarraggine spropositata.

Dopo che si era fatto un nome prestando a destra e manca le sue innate abilità nello stuprare le cinque corde, la Capitol, che negli anni ottanta ci ha fornito quasi in esclusiva tutti i peggiori album della storia, gli produce l’inascoltabile esordio “The Tale of the Tape” nel 1980, ma fu nell’anno successivo che Squier produsse il suo più grande successo: “Don’t Say No”.

Sui testi  di questo album sorvoliamo perché nel rock, lo sappiamo bene, non è proprio l’aspetto che di solito eccelle, se poi parliamo di hard rock c’è solo da piangere.

La fatica che provai ascoltandolo tutto è incomparabile, ogni tanto ho dovuto alzare la puntina per respirare.

Già da In The Dark, pezzo d’apertura e primo singolo uscito per sponsorizzare questo abominio, ci sono tutti i punti di forza di Squier: la voce da rocker anni ’70, bello virile finché non tira qualche falsetto di tragica femminilità, e ovviamente la sua chitarra protagonista di tremende incursioni del tutto inutili per dare sostanza al pezzo, buttate lì per stupire il chitarrista brufoloso in ascolto. La tastiera suonata da Alan St. John sembra uscita da qualche videogioco degli anni ’90, il finale con quei «ah-ah-ah» fanno presagire ad una svolta disco di Squier. Billy Squier & The Sunshine Band. Non suona male.

Ma il pezzo forte arriva subito dopo. The Stroke.

Vi sfido a trovare qualcosa di più tamarro di The Stroke, qualcosa di più deprimente nella storia dell’hard rock o di MTV. Cosa dovrebbe esprimere la musica di Squier? Rabbia? Protesta? Divertimento? Ansia? Indigestione? A me sembra qualcosa di pensato per i corridori, o per quelli che si allenano in palestra sei giorni alla settimana e il settimo lo lasciano per gli steroidi. Un rock muscolare, un dick rock tutto bicipiti e quadricipiti.

Probabilmente non c’è modo migliore contestualizzare The Stroke come in questo geniale film del 2007, Blade of Glory:

Segue una imbarazzante My Kinda Lover, un ponte ideale tra Queen e Danko Jones, anche se perlomeno Jones ci mette dell’ironia (e si salva la faccia), invece Billy ci crede davvero cazzo, eccome se ci crede.

Quando sfuma My Kinda Lover comincia, con il ritmo serrato di Bobby Chouinard alle pelli, You Know What I Like, anche qui il testosterone è così alto che ti crescono i baffi mente ascolti la voce di Squier, i lancinanti lacchezzi alla tastiera di St. John invece sono solo da galera. Il pezzo, inoltre, sfuma proprio nel momento culminante, incomprensibile.

Ed eccoci a Too Daze Gone, con un attacco che avrà fatto piangere sangue ai Little Feat, infatti gli sprazzi di southern rock sono al servizio dell’onanismo selvaggio di questo album, una volta finito di ascoltarlo tutto probabilmente non puoi fare a meno di bere birra, scorreggiare ed insultare le donne perché donne.

Altro successo come singolo l’atroce Lonely Is The Night, il riff tamarro alla Brian May e l’ambiguo romanticismo di Billy Squier ricorda nei suoi momenti migliori le dolci ballad di Charles Manson.

Ecco Jimmi Page negli slide di Wadda You Want From Me, mentre St. John campiona qualche suono da Space Invaders o qualcosa del genere. Roba per palati fini.

Di solito a metà di Wadda You Want From Me staccavo la spina e mi sparavo gli Who, ma per fare la recensione ho ascoltato anche il resto. Che perle mi stavo perdendo.

Che dire di Nobody Knows? Neanche il più ispirato Barry Manilow poteva tirare fuori un’oscenità del genere, forse la peggior ballad che abbia mai sentito insieme a Haunted dei Deep Purple . Se per caso un giorno decidessi di scrivere una canzone del genere credo che di colpo perderei la ragazza, gli amici e l’anima.

I Need You sembra scritta da un quattordicenne in fissa con i Hanson.

Si conclude alla grande con la title track (che inizia con uno sfumato… sul serio) la quale penso rientri ad una buona posizione tra i cento pezzi peggiori del rock.

La cosa bella è che non solo Squier visse un periodo di successo incredibile (se lo hanno avuto anche gli Wham! lo possono avere tutti) ma la cosa curiosa è che questo finì non perché la gente si accorse che la sua musica faceva cagare, ma a causa di un video musicale!

Non la sapete? Nel 1984 era appena nata MTV e mandavano a rotazione merda (così piccola eppure già con le idee chiare!). Niente di nuovo sotto il sole, ok, ma tra tutta questa merda c’era pure un singolo di Billy, preso dal suo nuovo folgorante successo in vinile: “Signs of Life”, già segnato fin dalla nascita da una copertina abominevole. Il pezzo in questione è Rock Me Tonite, il quale sebbene fosse “impreziosito” dalla produzione di Jim Steinman e dalle coreografie vomitevoli di Kenny Ortega fu un successo clamoroso solo per le classifiche di Billboard, mentre il pubblico che adorava Billy da Rock Me Tonite in poi volterà le spalle al loro idolo perché (attenzione attenzione!) il video gli faceva cagare

Ed ecco come la musica vuota ed insignificante di Squier appena non riesce a vendersi con un giusto mix di pubblicità e immagine macho decade nelle fogne dalla quale è sortita.

Il video l’ho visto, è abbastanza brutto e quindi ve lo consiglio:

Va anche detto che il pubblico americano è fortunato, crede che quello di Squier sia uno dei peggiori videoclip della storia, ma evidentemente non ha mai visto questi tre:

[Se volete saperne di più non avete che da cliccare QUI a vostro rischio e pericolo.]

Spero che a nessuno di voi capiti mai l’orrore di possedere uno degli album di Billy Squier, ma se vi piacciono sul serio sappiate che il cadavere di Dee Dee Ramone si sta scopando vostra madre.

Black Sabbath – Paranoid

Black Sabbath File Photos

Come se ci fosse ancora qualcos’altro da dire su questo album.

Come se un cojone qualsiasi dello sterminato oceano degli opinionisti del web, potesse aggiungere qualcosa alla già lunghissima serie di elogi e stroncature che segnano questo monolite del rock.

Il tempo ha dato ragione ai Black Sabbath ma non per i motivi che la band vorrebbe.

Il primo album omonimo è più che un seme è un parassita. Per quanto i fan lo adorino (ma adorano anche “Mob Rules” e i dischi solisti di Ozzy, quindi sono esenti da qualsiasi giudizio razionale) quell’esordio fa proprio cagare. Due o tre riff convincenti, poca sostanza e mal suonata, testi da brivido. Ma cosa cambia da “Black Sabbath” a “Paranoid”?

I Black Sabbath sono una delle band più ridicole della storia, e forse anche per questo tra le più grandi di ogni tempo. Vestiti come dei satanisti texani, facce di impareggiabile bruttezza, tecnica musicale quantomeno raffazzonata, non sperimentano, non destrutturano, non fanno un cazzo se non, banalmente, infilare riffoni della Madonna uno dietro l’altro, con una tenacia che sfiora la demenza. Eppure…

Se in “Black Sabbath” erano fin troppo parodici, in “Paranoid” riescono a cogliere in modo assolutamente originale la paranoia della Guerra Fredda e della Morte in generale esorcizzandola a suon di riff e testi ben lontani dalle litanie hippie dalle quali si discostavano polemicamente.

Più che il successo di vendite è l’aspetto seminale dell’album che stupisce ed intriga.

Per il metal questo e “Master Of Reality” sono una fonte inesauribile di ispirazione, oggi insieme a Hawkwind e Blue Cheer i Black Sabbath sono tra le band di riferimento per tantissimi gruppi neonati.

Al contrario del power pop che tanto deve ai Beatles o all’hard rock di stampo zeppeliniano il metal (non cercato ma trovato) dei Sabbath sforna nuove leve del rock underground (ma si può ancora dire underground? Sembra una parola bannata da qualunque rivista di musica) incredibilmente ispirate e mai retoriche al contrario del power pop che vive di riff ed esecuzione, o dell’hard rock che a parte due o tre band ristagna nella masturbazione.

Giusto per citare qualche band “sabbathiana” (rimanendo negli ultimi 5 anni): Fuzz, Shooting Guns, Zig Zags, Harsh Toke, Sungrazer, The Machine, Golden Void, Kadavar, Earthless, Electric Citizen, Black Mountain e si potrebbe continuare ancora fino allo sfinimento.

Al contrario del solito power pop o dell’hard rock la vena sabbathiana è in costante evoluzione, passando dal doom all’ambient alla psichedelia, tocca persino il punk!

Che dire dell’album in sé, il riff d’apertura di War Pigs scandisce lo spazio con una inesorabilità gotica di straordinaria capacità espressiva, si presta alla ripetizione infinita come alla modulazione e alla progressione. Naturalmente non è nella diretta volontà dei componenti della band questa “apertura”, ma è ciò che avviene.

L’attacco di Paranoid è devastante e immortale. Potrebbe benissimo aprire un album degli Zig Zags e non sembrerebbe comunque anacronistica. Iron Man è come War Pigs e ovviamente Hand of Doom (eppure i riff sono talmente ispirati da donargli dignità pari), poi c’è Planet Caravan col suo andamento tetro e spettrale, mentre Electric Funeral è il momento più alto, quello dove l’apocalissi elettrica giunge alla sua forma estetica definitiva.

Al contrario del primo album i Black Sabbath non sembrano più parodie di una specie di gothic band con reminiscenze romantiche (e un pessimo poeta ai testi), qui le improbabili immagini di devastazione diventano reali, sostenute da una musica terrorizzante e potentissima.

Un album universale, un capolavoro.

Ah, dopo “Master of Reality” gli album dei Sabbath si alterneranno tra l’indecente e l’inascoltabile. So bene che molti di voi non saranno assolutamente d’accordo, ma avremo modo di parlare in un’altra recensione, promesso.