Running – Asshole Savant

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We want to do things that make people uncomfortable.
Alejandro Morales (batterista dei Running)

Il problema di gran parte delle band rock contemporanee è esprimere il disagio della nostra epoca (e delle nostre crisi) in modo efficace. Personalmente non mi ritengo particolarmente dotto in fatto di rock, ho aperto il blog per passione non perché mi ritenga un critico o un eletto unto da Chuck Berry, ma credo che nel mio piccolo di aver trovato e recensito alcune band che ci stanno riuscendo, almeno in parte, a svolgere questo arduo compito.

Molti gruppi per trovare un modo di esprimere l’urgenza dell’arte (perché a questo punto di arte si deve parlare) stanno rispolverato la new wave/post punk, genere in cui la nevrosi collettiva e gli artistoidi da SoHo hanno rivoluzionato la grammatica del rock. Da qui il sound eighties di Corners, Dreamsalon, Ausmuteants e Nun. Ma se l’orecchio tende agli insegnamenti di Devo, Pere Ubu e Einstürzende Neubauten, la mente è radicata nel presente. Cercando quindi di trovare ispirazione dal vecchio si costruisce il nuovo, un meccanismo necessario che solo le grandi band hanno saputo far funzionare al meglio.

Che cosa c’entrano con tutto questo i Running? Beh, già dal titolo del disco forse intuite qualcosa.

Asshole Savant” [Captcha Records, 2012] è un EP scarno, ruvido, un rigurgito di Pussy Galore e “Metal Machine Music”, ma con una spinta in più, ovvero la sua profonda e intima relazione col contemporaneo.

Il trio in questione è formato da Jeff  Tucholski alla chitarra (piuttosto che “elettrica” direi “abrasiva”) e voce, Matthew Hord al basso e voce (e smorfie) e infine Alejandro Morales alla batteria, nonché fondatore di questo progetto che sta devastando Chicago a suon di noise punk da qualche anno a questa parte.

Tra LP ed EP più o meno di culto (tra cui “Vaguely Ethnic” dell’anno scorso, uscito per la Castle Face Records di John Dwyer) ho scelto di consigliarvi questo brevissimo lavoro uscito nel 2012, pietra miliare di una band che non devasta solo dal vivo (come molte formazioni di culto) ma anche in studio.

Pezzi stratosferici come I Can’t Believe I’m Alive sono un manifesto concettuale, trascendendo i generi si può dire senza arrampicarsi sugli specchi che c’è un contatto tra la furia dei Running e le melodie amare dei The Molochs di Lucas Fitzsimons, come anche con Felix Tried To Kill Himself degli Ausmuteants, sono il manifesto quindi di una dimensione giovanile devastata, torturata dall’ondata di informazione prima televisiva e poi dal web, una dimensione che queste band stanno cominciando a dipingere, ognuno secondo la sua personale scuola di pensiero.

Se Fitzsimons punta sul songwriting (anche in virtù della sua immensa capacità lirica, che lo colloca senza troppi intoppi tra Bob Dylan e Tom Waits come ordine di grandezza) e gli Ausmuteants invece sulla foga dell’informazione e sulla devastazione della parola, i Running ripescano la chiusura ritmica del kraut rock senza miscelarla alla psichedelia (come nei Thee Oh Sees) ma piuttosto immergendola in un denso calderone sonoro noise e hardcore, rendendo questo brevissimo EP ben più devastante della mezz’ora di feedback e garage rock di “Slaughterhouse” di Ty Segall.

La sensazione che si ha ascoltando la title track è terribile, una versione rabbiosa di Ghost Rider dei Suicide, come invece il garage punk di Everybody’s Fucking Everybody è una versione moderna delle violente espressioni dei Pussy Galore.

È sempre brutto ridurre una recensione ad una sequenza di nomi, ma cercate anche di venirmi incontro, questo “Asshole Savant” spezza le coordinate con la sua furia devastante. Ah, fra l’altro è così che si satura lo spazio sonoro, non come quella cagata di “The Electric Hour” dei Jefferitti’s Nile, dove si butta nel mezzo tutti i generi conosciuti su questa terra perché non si ha un cazzo da dire, il disagio dei Running è vero, è palpabile dal pavimento che trema per i bassi, dalle orecchie che sibilano a causa dei feedback, dal peso nel petto per quei testi così pieni di vuoto.

Al contrario di altre band i Running sanno bene quello che fanno, sono scientifici nella loro ricerca estetica, e non gli basta esprimere la desolazione intellettuale e emotiva in cui viviamo, ma vogliono svegliare il pubblico a suon di rumori devastanti e raccapriccianti, incubi sonori dove ti ritrovi a correre per scappare da un mostro, ma ti accorgi solo all’ultimo di stare fermo.

In cucina con i Moon Hooch: ep. 3 (Butternut Squash Curry)

Eccoci ad un nuovo appuntamento con la nostra rubrica culinaria preferita in compagnia di James Muschler, virtuoso batterista dei Moon Hooch, trio jazz di indubbie qualità (culinarie). Questo è l’episodio meno disturbante della serie; da dietro le quinte di un loro concerto godiamoci Muschler districarsi in un piatto indiano

GNAM!

Tenetevi aggiornati anche sui post e sulle foto pubblicate sul loro Tumblr: cookinginthecave.net!

La compilation per un disturbante Natale!

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Quale modo migliore di festeggiare il Natale se non con una bella compilation? Eh? Dite che fa tanto anni ’90? Dite che ne avete una pure del nonno? Ragazzi, ma vi sembro un tipo che spiattella una raccolta di odiose nenie natalizie sul bambin Gesù e su un obeso dotato di poteri sovrannaturali (che comunque non gli servono per curarsi l’obesità), suvvia amici, non scherziamo.

Se volete provocare un colpo apoplettico alla zia, se volete schifare i cugini o semplicemente passare una mezz’oretta (ma neanche) ridacchiando di gusto per la manifesta inadeguatezza musicale di Unkle Funkle, White Fang, Free Weed e le altre stelle della magnifica Gnar Tapes eccovi accontentati!

Dalla demolizione di classici tramite l’abuso di marijuana prima (e durante) le registrazioni, come in It’s Beginning To Look A Lot Like Christmas, fino a nuove deliranti composizioni, le Gnar Stars sono pronte per rendere il vostro Natale lisergico e disturbante.

Se poi volete fare cosa buona, perché sotto sotto siete dei bastardi filantropi (o lo siete a Natale) l’intera compilation oltre ad essere fruibile gratuitamente su Bandcamp la potete pure comprare per soli 4,20$ (‘na miseria, probabilmente meno del boccale di birra che offrirete ad una tipa che non ve la darà comunque). Quando vi scenderà una lacrima mentre vi delizierete nel dolce ritmo di Jingle Bell Rasta sono certo che non potrete fare a meno di offrire un qualcosa alla umile Gnar, se lo meritano più di chiunque altro.

Buon Natale, vado vomitare gli ultimi residui di alcol nel mio corpo prima di accogliere i parenti. Fatelo anche voi.

Future Holotape, The Feels, Burnt Ones, Evening Meetings, Guantanamo Baywatch

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I miei lettori lo sanno già, ma lo ripeto per chi è capitato qua mentre cercava il nuovo casting couch (sì Tristram, parlo con te): odio scrivere queste recensioni brevi. Per carità delle volte sono utili, sopratutto per le band che ritengo di merda o semplicemente discrete (e infatti nei primi tempi era così), ma ora le uso anche per quando ho poco tempo. Cioè sempre.

Una terribile disgrazia (per il mio ego, voi ci guadagnate), pensando che solo di recente ho relegato a pochissime righe quel fottuto capolavoro di “Forgetter Blues” dei The Molochs, e stavolta tocca ai poveri Feels e ai divertenti Guantanamo Baywatch, che qualche riga in più se la meritavano.

Vorrei davvero potervi fornire un servizio migliore, ma il mondo reale è sempre pronto a romperti i coglioni, per cui stavolta non sono quattro ma bensì CINQUE mini-recensioni, con una bonus che arriverà giusto giusto per rovinarvi il Natale.

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a3092013185_2Future Holotape – Analog Renegades (2014)

Il venti Dicembre è una data importante per la storia dei videogiochi. Ventidue anni fa questo stesso giorno, Streets of Rage 2 della SEGA sconvolse il mondo occidentale.

È più o meno questo l’incipit di una folle raccolta della 30th Floor Records, improbabile etichetta inglese con una certa passione per i synth e gli anni ’80, quelli dei 16 bit e degli ectoplasmi verdi.

In questa raccolta (denominata “Synths of Rage”!) i principali artisti della label si prodigano in cover sintetizzate delle gloriose colonne sonore che accompagnarono i primi tre Streets of Rage, un’esperienza tra l’estatico (per chi ci ha giocato e l’ha amato) e la noia più totale (per tutti gli altri). Tra le band chiamate in causa ci sono questi Future Holotape, un duo californiano che dal look sembrano spuntati fuori dritto dritto da Grosso guaio a Chinatown, si ispirano dichiaratamente alle colonne sonore dei videogiochi e… penso basta?

Oltre ad una papabile colonna sonora per il potenziale capolavoro Kung Fury (film che dovrebbe uscire nel 2015), non vedo altra utilità pratica per questo “Analog Renegades”. Certo, è affascinante, a tratti divertente, è praticamente un film trash-fantascientifico made in eighties, però è tutta roba già sentita e risentita, senza mai nemmeno un mezzo tentativo di darci qualcosa in più. Insomma, a che serve questa ricerca estetica? Qual’è la chiave di lettura?

Se è un prodotto con poche pretese, è comunque mediocre, se invece ne ha non si capiscono bene quali siano.

Questa retro-mania che sta invadendo il mondo civilizzato ha sicuramente prodotto degli esperimenti interessanti, ma direi che i Future Holotape ora come ora siano solo una curiosità, e nulla più.

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a0555530692_2The Feels – The German Club. Mystic, CT 06/27/2014 (2014)

Da non scambiare assolutamente con gli omonimi The Feels di New York, merdosissima band post-punk-pop che ha reso un grande servizio alla musica di merda con “Dead Skin” uscito anch’esso quest’anno. Foo Fighters e compagni di merenda ringraziano.

Questi The Feels invece vengono dal Connecticut, sono cinque ragazzi di belle speranze specializzati in jam session di una certa potenza evocativa, mischiando quanto sanno di jazz, rock e funk. L’anno scorso rimasi affascinato dalle semplici variazioni di “Fields”, il loro primo EP, così ingenuo e innocente che, ovviamente, non l’ho recensito. Ogni anno ormai salterò circa trenta o quaranta recensioni, porcobertoncelli.

Comunque sia, dalle dolci note di Recriminations e dal suono caldo del sax in Pizza Man, ecco i nostri cinque eroi tornare a solcare i palcoscenici con una live tra le più sorprendenti dell’anno e con un sound rinnovato e energico.

Si va da Zorn al jazz di strada, c’è posto pure per l’irraggiungibile Sun Ra, in effetti c’è un po’ di tutto nelle folli 12 tracce che compongono questa live al The German Club, un locale di Mystic, la loro città. Sebbene le molteplici influenze il risultato è straordinariamente compatto e coerente, per nulla confuso o cerebrale.

L’attacco di Jam > e della successiva Blegh! ti fanno scuotere il fondoschiena, la loro voglia di musica privilegia la stessa e non l’onanismo dei musicisti, dei pezzi che seguono come Glass Museum vorrei poter dire di più, ma sono tremendamente ignorante quando si parla di jazz e preferisco lasciare che la loro musica parli da sé.

Trovo fantastica la citazione pop di Keyboard Cat Jam >, una roba che Piero Bittolo Bon secondo me dovrebbe prendere in considerazione per i suoi Jümp The Shark.

Un album che non vi consiglierà NESSUNO, ma che vale la pena per almeno un ascolto. Lo potete trovare gratuito su Bandcamp, un ottimo modo per passare un po’ di tempo in pace e divertire un pizzico il cervello.

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a3759368139_2Burnt Ones – Gift (2014)

Barrettiana band della Castle Face Records dei Thee Oh Sees, ed in effetti questi Burnt Ones hanno dei palesi rimandi alla band di John Dwyer, anche se non sono di certo riconducibili alla sezione ritmica.

Se la batteria raddoppiata di Shoun e Finberg assieme alle folli cavalcate al basso di Petey Dammit erano il fulcro del garage rock dei Thee Oh Sees (capito Dwyer?), nei Burnt Ones non c’è un vero protagonista, il suono è impastato, quasi trasognato.

Un simpatico divertissement intorno al garage californiano e a Syd Barrett, quest’ultimo presente sopratutto nelle nenie psichedeliche (come Money Man e Bye Bye Floating Charm), ogni tanto sovvengono degli interventi elettronici e il ritmo cerca di essere più trascinante (Spell Breakers), la il mood rimane sempre sommesso. Non mancano momenti di puro imbarazzo, come in Caterpillar, in cui psichedelia, videogioco e gospel si uniscono all’unico scopo di non farci capire un cazzo.

Non c’è un pezzo che spicca fra gli altri, sono tutti discreti, ma dopo un solo ascolto sono quasi certo che finiscano dritti dritti in un cassetto, pronti per prendere la polvere per molto, molto tempo.

Ennesima con un bel sound ma nessuna idea.

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a3158177872_2Evening Meetings – s/t (2012)

Craig Chambers, Mattew Ford, Min Yee e Erin Sulivan, ovvero tre quarti dei geniali Dreamsalon, quelli di “Soft Tab”, l’album che ho recensito e ho lodato sperticatamente e che voi dovete ancora comprare. Stronzi.

Poco prima di esordire con il garage psichedelico di “Thirteen Nights” (2013) ecco i primi schizzi di quello che sarà “Soft Tab”, ovvero l’album che sto riascoltando di più da qualche tempo a questa parte.

Già in Wipe & Face si percepiscono gli influssi post punk, mentre in Shimmer Street il garage del primo album, ed è forse la cosa più affascinate dell’album questa costante dicotomia tra le due anime, quella psych garage e quella post punk.

Un album che, in sé, è interessante ma non trascinante, una curiosità per capire da dove arrivano tutte quelle idee che compongono il mosaico perfetto di “Soft Tab”.

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a4259119950_2Guantanamo Baywatch – Chest Crawl (2012)

Questo trio dall’Oregon sono tra le esperienze live più cataclismatiche degli ultimi cinque anni di garage rock. Un incontro incestuoso tra Cramps e Dick Dale, l’unico problema per i Guantanamo Baywatch è che questo “Chest Crawl” rende forse la metà della loro potenza dal vivo.

Deprecabili, osceni, sfacciati, con un cantante-chitarrista tra l’imbarazzante e l’ignobile, è praticamente impossibile non amarli. Fanculo le recensioni d’oltreoceano che gli danno degli striminziti 6, questi almeno un 7 se lo pigliano senza troppi perché, mi viene in mente l’acida Sad Over You che dal vivo è una perversione surf punk di incredibile efficacia, da sola per quanto mi riguarda vale il prezzo (basso) dell’album.

Momenti strumentali surf davvero fuori di testa, liriche demenziali e tanta voglia di sballarsi. L’unica cosa che potrebbe rovinare completamente la band è che imparino a suonare. Speriamo non gli accada mai.

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Ausmuteants – Order of Operation

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Is there any shared creed, code, ideal or mantra that the band shares or lives by?
No fat chicks.

Vi piace il synth pop? Allora adorerete fino allo sfinimento gli Ausmuteants, pochi cazzi e fine della recensione.

No? Davvero? È che c’avrei da studiare per gli esami, da comprare le diciotto bottiglie di rosso per il poker di sabato e… e vabbè, prima il dovere poi la lussuria.

Direttamente dall’Australia (o almeno credo) gli Ausmuteants sono tra le quelle band che invece di guardare ai sixties si sta interessando agli eighties. Mentre i Dreamsalon riscoprono Pere Ubu e Fall, mentre i Corners si sfondano di Gun Club e synth punk, mentre i Nun risciacquano nel pop gli immortali Einstürzende Neubauten, questi pazzi Ausmuteants sono una sorta di Devo dei tempi moderni, solo che invece di addobbarsi come un albero di natale e professarsi cultori di una filosofia spicciola buona solamente per riempire le note dell’album, questi sono davvero fuori di testa.

Sebbene i suoni ricordino quelli degli ottanta più synth questa band è radicata nel suo tempo e il loro terzo album uscito quest’anno è senza troppi giri di parole un fottuto capolavoro, dove la follia dadaista è sinonimo di informazione (quella schizofrenica di internet), dove il porno non è più trasgressione, dove è inutile parlare di de-evoluzione ma piuttosto di de-personalizzazione progressiva del soggetto.

Order of Operation” è uscito a Settembre per la Goner e la Aarght Records, polverizzando di fatto tutta la scena garage, che dopo questo album sembra talmente fuori luogo da provocare un sincero imbarazzo anche a chi, come me, la adora anche nelle sue sfaccettature più ridondanti. La copertina richiama ai moderni manuali di istruzione per PC, con una fotocopiatrice in bella vista, eppure il senso di distacco del bianco-nero-grigio e quel suono così sintetizzato e freddo, nelle loro mani diventa pura furia punk.

Capisco che Bertoncelli consigli di non recensire più i singoli pezzi, ma come cazzo fai quando ti trovi di fronte a qualcosa di talmente paradossale come Bolling Point, dove il feedback degli Stooges e il ritmo ballabile dei Talking Heads si mescolano come cioccolata in polvere e latte, o forse no, o forse questi Ausmuteants sono veramente l’unica novità in una anno dove le riviste rock cercano nuovi spunti nell’elettronica, nella dubstep, nell’alt pop (che definizione di merda) o nei nuovi album di cinquantenni/sessantenni che ormai hanno dato tutto a tutti, tranne al fisco.

Quando parte Freedom Of Information non sai bene se stai ascoltando degli scapestrati dal CBGB o degli artistoidi da SoHo, ma poi le liriche ti riportano ad un mondo più reale, perché è quello che hai intorno mentre la ascolti.

Furia e demenzialità si incontrano in We’re Cops, una specie di hardcore punk suonato da dei Devo impasticcati, oppure sentite come le atmosfere dark dei Nun che si possono ritrovare nei primi istanti di Family Time vengano spazzate via dalla chitarra post punk di Shaun Connor o come direbbe Jake Robertson «fake synth punk», è meraviglioso come gli Ausmuteants riescano a declamare slogan senza senso o parlare di disgrazie (tra cui il suicidio) mantenendo sempre un’allegria nevrotica, è come ascoltare dei commenti su Facebook interpretati da David Thomas!

Quanto sono potenti e poetici i due minuti scarsi di Wrong? La poesia non è nel testo ma nella commistione tra testo e musica, proprio come nella diametralmente opposta Felix Tried To Kill Himself (composta mentre Robertson rifletteva sul proprio suicidio guardando La Strana Coppia di Gene Saks), proprio non mi spiego come facciano questi pazzi a riuscire a mantenere una così geniale tensione fra ritmo e liriche per tredici tracce, non rallentano mai, non si stancano, riescono sempre a trovare una melodia (o un rumore) dannatamente interessanti ed a incastonarci le parole giuste, non importa che sia un testo descrittivo o semplicemente casuale, l’effetto è sempre lo stesso: armonia.

Come si può realizzare in modo innovativo un classico pezzo stile inno punk come 1982? Ma è chiaro: con quel sound piatto del synth di Jake Robertson, quella chitarra pulita ma incazzata di Shaun Connor, la sezione ritmica garage punk di Marc Dean (basso) e Billy Gardener (batteria) sembra tutto banale e innovativo allo stesso tempo, non sai mai se gli Ausmuteants ti stanno prendendo per il culo oppure stanno facendo della fottuta arte inconsapevolmente.

C’è una importante evoluzione dall’esordio (“Slip Personalities”) e dal secondo album omonimo dell’anno scorso. Nel primo pagavano una certa sudditanza ai grandissimi Chrome, regalandoci comunque momenti notevoli (Blood Nose ha un giro di synth che mi fa impazzire), nel secondo i pezzi raramente superavano i due minuti e l’estetica alla Kraftwerk (troppo distaccata) ogni tanto veniva fuori, certo c’erano i Kinks (Bad Day è una geniale versione non-riesco-a-suonarla di You Really Got Me) e perle punk geniali come No Motivation, ovvero quello che gli Hives non sono riusciti ad essere in vent’anni di carriera in una sola canzone. Ma sopratutto Shaun ha preso in mano i testi e i concetti, elevando la band da semplici cantori delle solite stronzate (sesso, droga e rock and roll) a dissacratori delle stesse, rimescolandole, denudandole e contestualizzandole come poche band o forse nessuna, prima.

– Va bene – diranno i più rompicazzo – tanta roba, però non sono mica i Goat con le loro atmosfere anni ’70 e le influenze nordiche-mistiche-tribaleggianti-alt-rock, perché dici che ‘sti sgorbi hanno prodotto un capolavoro? – Perché quando quando dei ragazzini che hanno come copertina su Facebook una loro foto con indosso delle tette finte, tirano fuori un album così, dove si scoprono gli automatismi e la schizofrenia dell’informazione e della parola nei nostri giorni, allora SÌ, quella è arte.

Non so se ho sbattuto la testa troppo forte, ma dopo una settimana di ascolto “Order Of Operation” mi sembra sempre più bello, sempre più incredibile, sempre più un capolavoro del garage rock contemporaneo.

La citazione all’inizio dell’articolo, e le altre sparse a giro, le ho prese in prestito da questa bella intervista alla band dal mitico blog It’s Psychedelic Baby, ve la linko QUI.

Che si fa ora, ce li spariamo un paio di video? Massì, dai…

Perfomance in studio di Felix Tried To Kill Himself:

Live di Freedom Of Information, con alla voce Shaun Connor (il pezzo d’altronde è suo):

Psychomagic, The Molochs, Jefferitti’s Nile, Santoros

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L’operazione “rizzatil’uccello con la Lolipop Records” è iniziata! Se la Burger Records ha cominciato (e non da poco) a interessarsi a qualunque cosa si muova e suoni una chitarra, fregandosene della qualità (il più delle volte), la Lolipop è fedele al sacro vincolo dell’autenticità, quella forza latente nel rock che puoi esprimere solo urlando (o sussurrando) ad un microfono chi sei. Il loro catalogo da interessante è diventato il mio preferito in assoluto dopo pochi mesi di estenuante recupero, mica zucchine gente: questi due ragazzi californiani hanno tirato sù un’etichetta con i cojones belli grossi e bitorzoluti.

Dopo parecchi ascolti avrei dovuto scrivere parecchie recensioni, ma l’alcolismo e la pigrizia hanno preso nuovamente il sopravvento. Sembra che rum e studio non vadano d’accordo. Strano. Comunque sia, giusto perché è un imperativo categorico, ho fatto un enorme sforzo scrivendo brevissime recensioni di alcuni album che ho ascoltato di recente.

Alcuni sono carini, uno merdoso, un altro quasi un capolavoro, ma tutto sotto la illuminante guida della Lolipop, ultimo baluardo contro un garage rock sempre meno rock e sempre più moda.

Psychomagic – Psychomagic (2013)a3808446709_2

Se ieri sera fosse stati dalle parti di Los Angeles avreste potuto assistere ad uno show con The Memories, Joel Jerome, Wyatt Blair (progetto solista del batterista dei Mr.Elevator & The Brain Hotel) e Billy Changer (bassista nei Corners). Forse tra tutte queste realtà ormai consolidate della nuova scena garage vi sareste stupiti ad esaltarvi per gli sconosciuti Psychomagic dall’Oregon, protagonisti da qualche anno della scena psych garage.

Se non fosse per la Lolipop Records come avremmo fatto a scoprirli? I 43 scarni secondi di I Don’t Wanna Hold Your Hand sono troppo poco idioti per la Gnar Tapes, e troppo poco rock pop per la Burger. Le influenze pop di Mutated Love non devono spaventare, la linea psych è sostenuta dalle varie I’m Freak (ecco, questa quasi coerente con i prodotti della Gnar), I Wanna Be That Man, Hearthbroken Teenage Zombie Killer, ma le influenze che compongono questo album omonimo sono delle volte troppe.

C’è qualcosa di Late Of The Pier in I Just Wanna Go Home With You, ci troviamo addirittura il peggio di Elton John (sempre che ci sia un meglio) in Bottom Of The Sea!

Che razza di animale sia questo Psychomagic non ci è dato saperlo, un misto amarissimo di psych pop garage che delle volte esalta e altre tramortisce, senza però convincere del tutto.

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The Molochs – Forgetter Blues (2013)

Ma allora qualcuno che ha sposato la linea blues garage c’è! Certo, non è quella hard dei White Stripes, stavolta siamo su lidi molto intimisti, pregni di una poesia e di una potenza sconvolgenti.

Stiamo parlando probabilmente di una delle migliori band di tutta la scena contemporanea, motivo per cui non la troverete in cartellone con i big del momento, dato che se strafottono di aderire al sound patinato che sta facendo sbancare troppe band mediocri (Bass Drum Of Death, FIDLAR, Audacity), i The Molochs si rifanno ad un concetto di autenticità nella chitarra acustica che passa direttamente dal Greenwich Village fino ai Violent Femmes, così dolcemente disillusi, così dannatamente reali.

Il genio di Lucas Fitzsimons nel comporre musica perfetta per le sue ottime liriche è comprabile a quello di Warren Thomas, forse gli unici due cantori dei nostri giorni, alla faccia di certa merda che ci propinano le riviste passando fenomeni da baraccone come cantautori.

Il ritmo ineluttabile di una Oh, Man era davvero tempo che non lo ascoltavo, quanta amarezza in Drink the Dirt Like Wine, così minimale ed espressiva, lontanissima dalla freddezza e dall’isolamento di “Same Old News” di Tracy Bryan (Corners), non c’è un tentativo di descrizione né di allontanamento dal fruitore (come nella musica di Bryant), parole e musica seguono la melodia della necessità.

Stupenda, anzi: immensa cover di Syd Barrett, Wined & Dined, padrino della scena contemporanea come spesso ripeto e sottolineo, fino allo sfinimento.

Se vi volete bene (o se vi volete male ma non sapete esprimerlo) dovete comprare questo “Forgetter Blues”.

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Jefferitti’s Nile – The Electric Hour (2014)a2604003945_10

Non si fa che parlare di questo album da parecchi mesi, così alla fine ho dovuto acquistarlo! La potenza devastante e il wall of sound sono notevoli già di per sé, ma sono le miriadi di influenze sixties che compongono questo schizofrenico mosaico le protagoniste, spesso nella singola canzone ne puoi contare quattro o cinque.

Senza dubbio spaventerete non poco i vostri vicini mettendo a tutto volume Midnight Siren, tra Hawkwind, Ty Segall, Blue Cheer e la velata ma percepibile presenza dell’indie dei Late Of The Pier.

Detto questo dopo aver ascoltato a riascoltato “The Electric Hour” mi sono tremendamente annoiato. Va bene saturare lo spazio, va bene buttarci dentro grandi band come i Blue Cheer e gli Hawkwind, va bene passare da un genere all’altro senza troppi complimenti, però non c’è sostanza!

Insomma, prendete una band qualsiasi della Captcha Records che faccia psych e capirete che voglio dire. Qui la psichedelia è una scusa per mostrare un po’ di virtuosismo, tante paillette colorate e luci stroboscopiche, ma è tutta forma. Che cazzo di senso avrebbe quel gran casino di Stay On? Quale ricerca, quale concetto si cela dietro? Certo, direte voi, non è che per forza bisogna dare un senso profondo a tutto quello che si fa, sono d’accordo, solo che la musica dei Jefferitti’s Nile è pretenziosa, tracotante, barocca, senza motivo di esserlo!

Se fai due accordi e parli di quanto vorresti farti una canna mi sta bene, ma se devi fare terra bruciata del mio spazio vitale sonoro per infilarci tutto quello che ti passa per la tua mente bacata allora posso pretendere un minimo di senso, o no?

Ma poi quelle virate alla Coldplay in Upside? Non ve ne siete accorti? Davvero?

Mah, un album semplicemente ridicolo.

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a1462399879_10Santoros – Animals [EP] (2014) 

Ecco una band con le palle, pochi fronzoli e tante cazzate. Non lo nascondo: provo una profonda e poco dichiarata attrazione sessuale per i volti sudaticci dei Santoros, il loro psych garage sgraziato mi fa frizzare il ravanello. E poi sono messicani. Non lo so, mi sembra tutto troppo bello per essere vero!

Il lamento insopportabile di Jossef Virgen all’inizio di I Didn’t Know è di una bellezza estetica inarrivabile, le incursioni della chitarra di Adolfo Canales sono pura libidine.

L’attacco di Diego Pietro alla tastiera in Rabbits farebbe scendere una lacrima di pura gioia a Ray Manzarek. La sua successiva discesa negli inferi psych garage invece fa piangere d’invidia gli amici Mr.Elevator & The Brain Hotel, chissà come si è torturato le dita Thomas Dolas ascoltando questa Rabbits, un brano che dal vivo si presta al delirio totale, ma che trova la sua definizione nel sound unico e brillante dei Santoros.

Regà: so’ quattro dollari su Bandcamp. Quattro dollari, porcodemonio, quattro, manco lo so quanto viene in euro, meno di qualunque merda ingurgitiate durante la giornata, quindi poche scuse e comprate questo EP.

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