Babylon K – Babylon K [EP]

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Voi non immaginate quale cazzo di soddisfazione sia tornare sul mio blog. Sto passando delle settimane davvero di merda e una pausa per scrivere di musica mi ci voleva come l’aria. Cristo.

Cominciamo con una delle recensioni a richiesta che mi sono pervenute in questi giorni, i Babylon K.

Questi cinque virgulti fiorentini si sono cimentati nel loro primo Ep omonimo, pieni di belle speranze e riff, ma [domanda da un milione di dollari] fanno della musica con le palle? Il loro rock demolisce le pareti dell’inibizione e ci trasporta su un altro piano dell’esistenza, dove spazio e tempo trovano la loro definizione ontologica in Famme Cantà del Senatore Razzi?

No.

Non fraintendete, i Babylon K sanno suonare, Daniele Dainelli ha una voce che rientra tranquillamente nella categoria “da paura”, ma per il genere che suonano sono piuttosto prevedibili.
«Eh Beppe, se però non ce lo dici prima che genere fanno ‘sti fiorentini…»
E c’avete ragione da vendere, ma se fossi un buon recensore scriverei per Blow Up, e non su una piattaforma composta per il 90% da poeti mancati e blogger egocentrici che riescono a scrivere post di 50.000 battute sulla loro colazione.

Quello in cui si cimentano i Babylon K è quell’hard psych rock che va tanto di moda nel nord d’Europa, ma con una maledetta attitudine indie che rovina qualsiasi tentativo di fare un po’ di rock cazzuto.

Infatti l’unico problema di questo EP è che appena parte Feelings (il primo pezzo, of course) capisci di trovarti di fronte la versione “MTV approved” di Earthless, Golden Void, The Machine e via discorrendo, passando pure per buona parte del catalogo della Captcha Records.

I riffoni ci sono ma non pestano (al contrario, per esempio, di quelli “sabbathiani” dei Kadavar) e i risvolti psichedelici sono terribilmente banali, praticamente i Babylon K sono gli Arctic Monkeys dello psych rock: molta forma, zero sostanza.

Sicuramente in Why Are Living Now? l’atteggiamento è “loud & proud”, però per quanto concerne il lato compositivo siamo alle basi, il che di solito a me non da fastidio, ma in questo caso, e in questo particolare genere di appartenenza, mi fa abbastanza prudere le mani. Ovviamente con “basi” non intendo che hanno cominciato a suonare ieri, stile Ramones, ma che prendendo in considerazione la storia della scena hard psych, i Babylon K stanno vivendo ancora una fase piuttosto classicheggiante. 

Capisco che seguire le orme di Led Zeppelin e compagnia cantante aggiornandoli ai nostri tempi sia una cosa bella da fare, ma il problema è che ti ritrovi per le mani una gabbia compositiva che si definisce entro dei limiti espressivi dannatamente oppressivi. Il riffone, il ritornello, l’assolo, la voce che fa «AaaaaAAAaaAArrgh!» ma a questo punto le cose sono due:

  • o suoni da Dio (tipo i già citati Kadavar, che sono ancora più classici!)
  • o reinventi tutto
  • [bonus] infondi un profondo significato nel rapporto liriche-musica.

I Babylon K non hanno fanno nessuna di queste cose.

Insomma, un revival mascherato che però potrebbe portare lontano questa band, almeno in termini economici. Infatti se (e solo se) il mercato dovesse spostarsi da questo ritorno al funk ad assecondare le pulsioni hard rock che accomunano la lontana California all’Europa del nord, i Babylon K sarebbero in vantaggio di ben un EP sulla concorrenza.

Sono bravi tecnicamente, ascoltando questo esordio per qualche giorno ho sempre apprezzato l’atteggiamento e la voglia di “spaccare”. Ottima pure la produzione, sul lato tecnico c’è davvero poco da dire, ma il loro rock si basa su cose sentite e risentite fino alla nausea, senza la personalità di tante band tedesche e americane.

È piuttosto chiaro che con la batteria raddoppiata e tralasciando le nenie indie (magari ascoltando qualcosa dei primi Thee Oh Sees) ci sono delle belle potenzialità in gioco, devono solo trovare la loro dimensione.

Mexcal – L’Ostinata Fedeltà Dei Cani

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«Di quelli come te/ non so che farmene» cantano i Mexcal, e mi viene quasi da sorridere.

Ultimamente mi stanno contattando parecchie band e artisti, delle volte piuttosto al di fuori della musica che recensisco di norma in questo mediocre blog. Chi fa musica frenchcore, chi death metal, chi jazz sperimentale, e chi, come i Mexcal, fanno il classico rock italiano da radio Subasio.

Che poi a me dispiace anche trovarmi nella posizione di stroncare (quasi) tutti gli album che mi mandano, spesso con tanto di note e dichiarazione d’intenti incluse nella mail di richiesta, e non raramente con allegata una lista infinita di premi di vario genere, ma a me delle premiazioni e dei voti su internet non me ne frega un cazzo, giudico l’album per quello che c’è dentro, non per come ne parlano a giro.

L’Ostinata Fedeltà Dei Cani” è un disco sorretto da un tema classico del rock, la perseveranza nel seguire i propri sogni, che per i Mexcal evidentemente è fare rock anni ’90.

Il problema delle 11 tracce che compongono il loro esordio è che sanno TUTTE di già sentito. È come tornare al primo album dei Negrita del 1994 (senza la loro velocità e l’armonica alla Morricone), a quei suoni dalle parti di Arezzo, la triste banalità della voce potente e virile, i dannati ritornelli, i riff delle volte pizzicati e delle volte a tutto volume, i testi sempre uguali.

Sebbene le regole non piacciono più tanto a questo trio bresciano (come si evince da Quello Che Non Sorride Mai) nel loro album le rispettano tutte, fino alla noia.

L’unica cosa che si percepisce decisamente è il divertimento viscerale che provano nel suonare, come se fosse l’unica cosa che valga la pena di fare, ma non basta questo per creare un prodotto interessante, sarebbe troppo facile!

L’ho capito che «ogni parola è un ricordo», ma per farmi sentire il peso di quel ricordo non basta urlarla quella parola. Quando Dee Dee Ramone canta in 53rd & 3rd la senti la sua esperienza, riesci a percepire quel disagio sulla tua pelle, quando Robert Wyatt declama in falsetto il testo di Sea Song ogni singola parola è un cazzotto allo stomaco. Come invece lo fanno i Mexcal è come lo fa ogni band da taverna, dimenticandosi che parola e suono sono vettori che necessitano di magnitudine e direzione.

Mentre il rock in Italia cerca una dimensione internazionale che non sia, finalmente, copiare quel che di buono ci dà l’estero, ma proporre della musica originale e interessante (Heroin In Tahiti, Mai Mai Mai, Architeuthis Rex, La Piramide Di Sangue, Squadra Omega, …), ci sono anche band come i Mexcal, molto più modeste ma molto più immediate.

Divertente il pezzo finale quasi alla Skiantos (Signorina), come anche i riferimenti a Ivan Graziani in Conchiglie E Stelle (purtroppo non coadiuvata dalla splendida auto-ironia del chitarrista italiano).

Alla fine della giostra “L’Ostinata Fedeltà Dei Cani” è un esercizio di maniera che piace più a chi lo suona che a chi lo ascolta, un mondo a parte dove conta solo a che volume lo stai suonando, non cosa stai suonando.

Bass Drum of Death – Rip This

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John Barrett e i suoi Bass Drum of Death hanno sinceramente rotto il cazzo.

E va bene uno, e va bene due, ma TREcristosanto-d’album la cui unica sostanza sono dei riffoni belli duri e una retorica garage svilita da un ridicolo compiacimento melodico, sono troppi per chiunque!

Cominciamo dai candidi ricordi. I primi due album dei BDoD li comprai in blocco, avevo ascoltato di sfuggita qualche pezzo in streaming e ne rimasi affascinato, ne volevo ancora, ne volevo di più! Al primo ascolto mi sembrarono una via di mezzo tra Ty Segall e Jack White, un po’ di rumore ben mischiato a dell’easy-listening.

GB City” (2011) aveva una abrasività lo fi che all’inizio me lo rizzò fino al cielo, ma dopo due o tre ascolti mi resi conto che erano DUE idee riciclate all’infinito. Proprio come gli Hot Lunch, band garage dalla Pennsylvania (da non confondersi con l’omonima formazione hard rock da San Francisco), i BDoD nel loro primo album vogliono risultare “autentici” solo grazie all’ausilio di un suono registrato col culo, il che equivale alla pretesa di fare arte rinascimentale disegnando col gesso madonne sui marciapiedi.

Nel 2013 esce “Bass Drum Of Death”, il rilancio su grande scala della band, e io ci sono cascato come un cretino. Attizzato dal riff acchiappabischeri di White Fright acquisto questo 33 giri assieme al precedente, vincendo di fatto il premio come imbecille dell’anno (fra l’altro questo esimio riconoscimento mi è stato riconfermato l’anno scorso con l’acquisto dell’ultimo dei Pink Floyd).

I Bass Drum of Dead proprio come i FIDLAR sono tra le band di punta della West Coast, o almeno sono tra le più famose, e non è di certo un caso. Riprendono i suoni degli Oblivians e dei garagisti anni ottanta, ma li legano a nenie adolescenziali borghesi, infarcendoli di riff piacevoli e melodie cantabili sotto la doccia, uccidendo di fatto il garage rock ma rendendolo appetibile a tutti quegli sfigati che fino a ieri ascoltavano i Foo Fighters.

Proprio come migliaia di formazioni ormai “leggende intoccabili” solo per aver azzeccato un paio di cazzo di riff (come gli australiani Sunnyboys) queste due band continuano a sfornare banalità su banalità, però con la chitarra elettrica (e allora va bene a tutti).

Quest’ultimo lavoro dei BDoD, “Rip This”, non è di meno.

Prima considerazione: il titolo. All’inizio pensavo fosse una reminiscenza di quel “Steal This Album!” dei SOAD, e che magari lo potevi scaricare gratis in ottimi formati (FLAC, ALAC) direttamente dal loro sito. Beh, no.

Seconda considerazione: i nomi dei pezzi. Electric, Left for Dead, Lose My Mind, Route 69 (Yeah), ma che cazzo è? Sembra una parodia di un album garage psych mescolato a citazioni videoludiche da due soldi! A quando Garage Effect, Psychoshock e The Mystic Scrolls?

Terza considerazione: ohmiodiolamusicaèlamerda. Ci saranno sì e no tre o quattro pezzi peggiori di For Blood usciti nel 2014. Signori e signore, i BDoD sono ufficialmente i Green Day del garage rock.

Dal vivo sono già meglio, ma sarà anche perché facendo solo riff su riff non c’è nemmeno un tasso di difficoltà minimo, basta non salire sul palco completamente ubriachi. E con i loro bei faccini la vedo difficile.

Insulsi, noiosi, ripetitivi.