Muddy Mama Davis – In Vulva

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Seguo la pagina Bandcamp della Siamo solo noise Records dal Dicembre 2013, ovvero da quel “SUK Tapes and Sounds from Porta Palazzo” che reputo seminale per una buona parte della scena occulta italiana. Questa etichetta torinese negli ultimi due anni ha pubblicato un po’ di tutto, da album registrati nel cesso alla drone più abrasiva, con una coerenza anti-hipster da applausi e scorregge a scena aperta.

Qualche giorno fa (credo fosse giovedì, ma sembrerebbe che l’alcol non aiuti a orientarsi nei giorni della settimana) hanno messo sul sito uno split che mi ha svegliato dal torpore esistenziale provocatomi dall’ascolto continuativo di garage rock senz’anima.

Leggo «Muddy Mama Davis» e chi cazzo è? Dopo cinque minuti le mie sinapsi umide di bourbon cominciano a saettare del puro piacere, tradotto istantaneamente dai timpani fracassati dai decibel in libertà. Il suo piglio blues è elettrico come quello del Muddy Waters di “Electric Mud”, il suo garage rock è spietato e osceno come quello dei Troggs, questo tipo, questo Muddy Mama Davis, sembra spuntato fuori da una Detroit italiana sotterranea, per carità l’altro rocker con cui divide lo split, tale Tab_Ularasa, spacca di brutto, sia chiaro, però l’avrò ascoltato giusto due o tre volte, niente in confronto alle centinaia di riproduzioni che hanno reso MMD il rocker più odiato dai miei vicini nell’arco di un pomeriggio.

In questo split MMD ci butta dentro tutto il suo EP uscito nel 2013, “In Vulva”, 12 minuti scarsi di pura attitudine punk, senza troppi girigogoli e senza la benché minima autoreferenzialità – messaggio ai garage rocker italiani: solo perché non suoni quella merda degli Stato Sociale non vuol dire che sei Iggy Pop, cristo, smettetevela di tirarvela!

Infatti Vorrei essere un indie rocker va dritta al dannato punto, ovvero lo sfottere tramite La Musica e non tramite Facebook, e senza il bisogno di mandare l’altro a cagare ma definendo la propria diversità rispetto a quell’altro («Vorrei essere un indie rocker/ ma non lo sono»). Questa è attitudine cari miei.

Ok, “In Vulva” sono “solo” 12 minuti, ma vuoi mettere 12 minuti senza sentire qualcuno LAMENTARSI perché questo paese fa schifo o perché la squinzia del piano di sotto non gliela dà? Quanto è eccitante potersi sentire un album con la presenza di almeno una chitarra elettrica senza la continua sottolineatura di quanto uno è punk duro-e-puro?

Ho rotto gli occhiali da sola mastica e digerisce buona parte della produzione garage californiana, ormai edulcorata dal verbo Burger Records, orfana dei loro perversi padri fondatori (Troggs, Kingsmen, Stooges, Sonicsormai rincoglioniti). Lo steso discorso vale per Calogero, ma qui ci si scontra con un garage blues che ricorda la chitarra di Jack White nei primi due album dei White Stripes, il tutto condito da delle liriche piene di giocoso nonsense.

Però in questo breve EP c’è un capolavoro, un pezzo che merita di entrare nella vostra collezione (che sia in CD o digitale fregacazzi) : Corona (la grande fuga).

Per Massimo Recalcati, come spiega a Christian Raimo nel libro-intervista “Patria Senza Padri” (Minimum Fax, 2013), Fabrizio Corona è un maître-à-penser dei nostri tempi, capace di svelare la tensione verso l’eterno godimento dell’italiano medio (rappresentato dai vari Lele Mora, Berlusconi e compagni di zoo vari), e in Corona (la grande fuga) MMD non è poi così lontano da questa interpretazione.

Prima costruisce la fuga di Corona (fra l’altro: geniale la citazione a Ai Se Eu Te Pego! nella bocca del capo della DIGOS portoghese) con una furia garage delirante e surrealistica, infine trasforma le sue fotografie, quei quadri dove l’osceno desiderio di una erezione eterna e la dissolutezza non libertina ma nichilista vengono ritratti senza filtri, in uno degli inni punk più belli di sempre «c’è Simona, la cocaina, Bobo Vieri e i pugni in faccia, i bocchini a Lele Mora mentre Coco va coi trans, Trezeguet con le puttane, Gilardino è omosessuale? a Marazzo piace il cazzo e a Sircana… piace il cazzo»

Niente politica intesa come propaganda, niente riflessioni sulla crisi economica, niente canzoni d’amore tossiche (credo che ne escano dieci al giorno, non è figo, è solo banale, fatti ‘sta spada con la tua donna senza necessariamente tradurla in un 4/4 pseudo-esistenziale, grazie), fare garage è un’arte diretta che fa dell’autenticità il suo unico vessillo. E quel gran cazzone di Muddy Mama Davis ci riesce alla grande.

Magic Shoppe – Triangulum Australe EP

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Ieri abbiamo parlato del Boston Fuzzstival, un evento che riunisce i più talentuosi complessi new garage, psych e derivati vari del Massachusetts e dintorni. Alla fine dei conti la line-up non è che sia un granché, tante belle speranze, ma sopratutto tanto conformismo, un evento assai tragico in un genere come il garage, oggi appiattito dalla moda esplosa in California.

La colpa, probabilmente, sta nell’aver ridotto la furia iconoclasta del garage rock (penso ai Monks, ai Troggs, agli Stooges) al semplice DIY (Do It Yourself), che aveva ancora un senso nell’hardcore punk, un senso perlopiù politico o comunque di antagonismo, ma oggi nell’era di internet, di Soundcloud e Bandcamp, significa che chiunque prenda una chitarra in mano e suoni “alla Sonics” faccia del sacro e intoccabile garage rock.

Ogni tanto ci siamo trovati di fronte a band che, sebbene apprezzino il movimento in sé, cercano di esporre una offerta musicale non proprio piatta come come l’encefalogramma di Gasparri. Ho recensito Ausmuteants (adorati dai garagisti italiani, giustamente), Nun, Dreamsalon, Molochs, Running, i Thee Oh Sees prima che a Dwyer gli fondesse il cervello, robe così insomma.

Quello che voglio dire, prima che vi posti la foto di io che mi masturbo rileggendomi («mmm, oooh come sono bravo, mmm»), è che i Magic Shoppe da Boston, Massachusetts, potrebbero rientrare tra quei gruppi che non si limitano a scopiazzare Moby Grape e compagnia cantante.

Al primo ascolto di ”Triangulum Astrale” li ho scambiati per i Brian Jonestown Massacre, e mi è sembrato un punto a favore mica male. Pensai: nel girone infernale della neo-folk-psychedelic ho forse pescato qualcosa di davvero interessante?

Magic Shoppe è un progetto di Josiah Webb, già collaboratore dei Ghost Box Orchestra (altra famosa realtà bostoniana) e batterista nei Difference Engine (band shoegaze degli anni ’90), che consta di ben quattro chitarristi, più un basso e batteria, senza contare almeno una quindicina di collaboratori esterni.

Da questo numeroso brain-storming uscì nel 2010 il loro primo EP, “Reverb”: un nome, una religione. Cugini moderni dei leggendari Spacemen 3, ma senza scadere nel revival copia-incolla, questi sei ometti si produssero in quattro tracce una più tosta dell’altro. Sì, ok, i riverberi, sì ok, l’eterno wannabe Velvet Underground, ma pezzi come Dead Poplar mica crescono nel giardino sotto casa tua. L’EP sembra nostalgico, ma non lo è nella sostanza, e sopratutto si rifà alla seconda età psichedelica senza scimmiottarla.

Nel 2011 con i quattro pezzi di “Reverb” più altri quattro completano il loro primo album: “Reverberation”, piuttosto osannato dalla critica underground che lo ha ascoltato (quindi due o tre blog), ma per me uno strano intruglio di cose che non mi sarei mai aspettato dopo il primo EP, e che mi lasciano talvolta più perplesso che convinto.

Time To Go sembra una canzone uscita fuori da un bootleg di Peter Gabriel, Transparency è un mix di shoegaze e soft rock non proprio riuscito, Haunted Hollywood è brutta anche senza i miei commenti, alla fine della giostra Burn Right Through è l’unica novità degna di nota. L’album però riscontra un certo interesse, anche perché, ed è vero, non è la solita sbobba.

Sembra che si sia persa la verve iniziale, e poi nel 2014 arriva questo EP che tutto potrebbe sembrare tranne che un album dei Magic Shoppe.

Sì, l’eco dei riverberi è rimasto (come anche quell’intro che apriva ogni pezzo di “Reverberation”, qua presente solo nella prima traccia), ma il suono è più caldo e acustico. Sembra quasi che i Brian Jonestown Massacre siano passati per fare quattro chiacchiere, e tra una lager e una canna ne sia venuto fuori questo EP.

Struttura dronica, grande cura del suono (con tutti i limiti di una produzione da due lire), ottima intesa tra i musicisti e sopratutto qualcosa da dire. Trip Inside This House e Midnight In The Garden potrebbero benissimo essere uscite nel 1995, magari nel secondo album dei soliti Brian Jonestown Massacre, ma al contrario del piglio elettrico e anarchico di “Methodrone”, qua si respira un’aria più riflessiva, e probabilmente Webb tira anche troppo sul freno a mano.

Non è un caso se il pezzo più intrigante di questo lavoro sia Shangri-La In Reverse, davvero una perla rara: sitar, le registrazioni delle chitarre mandate al contrario, campane tibetane, eppure con una personalità LORO, senza dover per forza sembrare dei cazzo di figli dei fiori come i Lejonsläktet!

Con più coraggio questa potrebbe essere una grande band, retaggio shoegaze, animo alternative anni ’90, buona conoscenza della psichedelia anni ’80, e una solida àncora che li lascia ormeggiati al nostro tempo.

Stiamo parlando solo di impressioni, di idee buttate lì, ma se qualcuno con un po’ più di coraggio è in ascolto forse potrebbe cavarci fuori qualcosa di interessante. E scusate se è poco!

All The Way è il pezzo che apre il loro primo EP, gustatevelo in live:

Soft Eyes, The Migs, Beware The Dangers Of A Ghost Scorpion!, The Mystery Lights, Creaturos, Gymshorts, Feral Jenny

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Breve premessa per i lettori: ciao faccedimerda, lo so che è un po’ che non scrivo, grazie per avermelo ricordato ogni santo giorno che il Signore manda su questa landa desolata scrivendomi su Facebook di quanto sono stronzo, ma ho avuto il cristo di mal di testa, e io ne soffro parecchio. Ora che ci siamo confessati a vicenda (come? voi non avete potuto dire niente? e a me che mi frega?) passiamo alle recensioni.

Il 6 agosto di questa afosa estate a Boston si terrà il Boston Fuzzstival. Sì, è vero, non ce ne sbatte una ciolla, però leggendo la line-up dell’evento avrò riconosciuto in tutto sì e no tre band, e questo mi ha un po’ intristito. Cioè, sono tre anni che ho questo blog e ho perlopiù recensito roba garage, eppure ogniqualvolta i miei candidi occhi si posano su un cartellone con sù scritto ULTRA MEGA FESTIVAL GARAGE! PUNK! FUCK! AAAAAARGH! e cose così, ci sono sempre duemila nomi assurdi mai visti prima, mi sorge anche ogni tanto anche il dubbio che non siano di band ma di astrusi piatti messicani, e che non siano festival musicali ma sagre dell’enchiladas.

Quindi ho passato questa decina di giorni di morte celebrale ascoltandomi TUTTE le band che parteciperanno a questo fest, selezionando quelle su cui mi sarebbe piaciuto scrivere due righe. SPOILER: per il 90% non c’è niente per cui strapparsi i capelli. Perché allora scriverne? Perché così faccio un po’ di informazione sulla scena garage del Massachusetts. E perché dovreste leggerne? Perché alcune band non sono male, anche se non sono eccezionali, e potrebbero incontrare i vostri gusti perversi.

Sfruttate il tempo che vi servirà per leggere ‘sto papiro di post mettendo a caricare qualche porno a 1080p/60fps, almeno non sarà tutto tempo perduto.


Soft Eyes – Lazy Life

Non sono di Boston, vengono da Barrington nel New Hampshire, e di certo non sono garage. Difficili da inserire come genere, ma mi viene piuttosto facile contestualizzarli nel filone neo-folk-psichedelico. Sì, esiste, ed è persino famoso.

Ed in effetti si percepiscono dei rimandi world-fuzz alla Goat, però in versione Folkadelphia (intrigante progetto radio-sessioni-concerti in chiave folk che ha sede in quel di Philadelphia, dove nel febbraio nel 2013 scoprii con enorme piacere i Quilt), tutto è posato, riflessivo, delle volte anche troppo.

Pezzi come Lazy Cruise sono una dimostrazione palese di come avere un grande sound non serva a molto quando le idee sono sempre le stesse. Praticamente “Lazy Life” è un lungo e conturbante monologo soft rock ultra-lo-fi ma senza uccidere il buon gusto. Ho apprezzato molto All the Times Falls Behind, come anche la accennata accelerazione a metà di We’re All Aliens (che conclude si con un po’ di noise, che fa tanto figo ultimamente) l’unica in tutto l’album, e solo per questo encomiabile.

I suoni, ovattati, sembrano provenire da una sessione perduta di qualche oscura band folk anni ’60, come anche le ottime idee melodiche. Peccato che alla fine l’album sia un continuo rimescolare le carte, ci bastava un EP con quattro pezzi. E poi, diocaro, se registrati bene certi pezzi (penso alla finale Soft Eyes) suonerebbero DAVVERO bene.

Un’occasione mancata.

The Migs – Whatever Forever

Il quarto lavoro dei The Migs esce nel Dicembre 2012, nella quasi totale indifferenza. E se ne capisce il motivo.

Sebbene valgano, almeno a mio avviso, tanto quanto le band più blasonate della Burger Records, anche loro soffrono di questa sindrome terribile chiamata revival. Un garage rock classico, senza sbavature né troppa furia, forse la band trova la sua dimensione ideale nei momenti surf rock, quindi dove non c’è bisogno di urlare tanto.

Bisogna aspettare il terzo pezzo, When She Says My Name, per percepire finalmente un po’ di sano sudore rock sgorgare dalle casse, ma i pezzi forti arrivano dopo: Follow Me Home (un surf rock energico, senza dubbio, forse un po’ scadente il dialogo tra le due chitarre) e la crampsiana Gravestoned.

Però, cazzo, è sempre la solita solfa di nonna Burger Records, un appiattimento dei sacri valori garagisti, dove dietro la demenza e l’oscenità in realtà c’è altra demenza e oscenità.

Noia.

Beware The Dangers Of A Ghost Scorpion! – Caught Dead EP

Non proprio degli sconosciuti a Boston i BTDOAGS, originari di Denton County nel Texas, dal quale ci portano il loro amore per il surf rock strumentale anni ’50 e della fresca Shiner Bock da bere tutta d’un sorso.

Dick Dale, Challengers, Ventures, Shadows, sono questi i punti cardinali della band, e finalmente NIENTE VOCALIST, il loro verbo rock è solo virilmente strumentale dal 2010. Una bella notizia, considerando la breve memoria storica della gran parte delle band new garage californiane.

Le violente fughe surf di Caught Dead e Safari Zone non sono di certo quello che ci vuole per combattere il caldo, perché muovono il culo al ritmo frenetico dei Trashmen, ma per un po’ rinfrescano l’animo.

Vince Vance DeLambre fa vibrare la sua chitarra come un Dick Dale anfetaminico mentre il Professor Coyote Science lo segue a suon di micidiali riff riverberati, Naughty Bobby “The Bitchin’ Witch Boy” e Glotch completano la sezione ritmica. Divertenti, veloci, molto bravi tecnicamente, anche se il gioco basso-batteria non è dei più frizzanti, ma… ma non c’è molto altro da dire?

Ehi, questo nuovo Ep è molto apprezzabile, vale ogni centesimo dei suoi 5 dollari, ma sarò io, sarà il caldo, però mi aspetto sempre qualcosa di più da chi riprende un genere molto definito, una spruzzata di personalità insomma! Qua siamo ad un miscuglio di Ventures e rock pop (non so bene perché ma mi sono sovvenuti i Rocket From The Crypt, ditemi voi se ascoltando più di una volta questo EP non vi sembra di percepire qualcosa della band di John Reis, ma non ditelo ai Blind Shake!), in sintesi: quando i BTDOAGS faranno qualcosa di loro?

Dopo pochi ascolti li metti in un cassetto, perché sebbene la ricetta sia quella giusta, manca decisamente di sale.

Madonna che cazzata che ho scritto.

The Mystery Lights – At Home With The Mystery Lights

Ecco da New York un’altra band che si magnerebbe buona parte della produzione Burger Records, senza però farci strappare i capelli per questo.

Gli va detto, pezzi come Too Many Girls hanno proprio un bel tiro, credo che se non l’avessi già sentito un milione di volte lo avrei apprezzato MOLTO di più. Sarà questa necessità di rifarsi totalmente ai sixties che mi fa prudere le mani, o il fatto di provarci senza riuscirci, però ogni volta che ascolto queste band mi pare che si sacrifichi le idee sull’altare dello stile.

Sebbene i Mystery Lights non siano i Frowning Clouds, amatissimi dai garagisti italiani, e che io ritengo essere la forma più banale di revival esistente su questa dannata Terra, anche loro come dimostra la nenia fuzz-psych di Flowers In My Hair, Demons In My Head ci sono rimasti secchi parecchio tempo fa e non si sono mica ripresi, anzi.

Quello che ripeto spesso in questo blog è «se proprio non hai grandi idee musicali, almeno dì qualcosa di interessante!» che è il motivo per cui i Molochs di Lucas Fitzsimons mi piacciono così tanto, perché le liriche spaccano i culi. Capito bfmealli?!?

Qua invece con i pur bravi Mystery siamo sempre lì: riffino alla Music Machine, fuzz-tone, riverberi buttati a caso, liriche su quanto sei fatto (di vita), ma senza un briciolo di personalità.

Sto ancora sbadigliando.

Creaturos – Popsicle

Sì, lo so lo so, una delle band più famose a Boston, ne hanno già parlato in molti, ma io faccio parte di quella categoria che crede che i Creaturos facciano tanta fatica per niente.

Che c’è da dire invece su “Popsicle”, ultima e più celebre fatica dei Creaturos? Lo ripeto: tanta fatica per niente.

Registrato con i controcazzi e suonato meglio, con una qualità nella composizione che supera senza dubbio tutta la loro produzione precedente, ed è nettamente superiore a gran parte della scena new garage, e tutto questo pot-pourri di musicisti e missaggio solo per sembrare una versione migliorata dell’ultimo Ty Segall. Boh.

Non lo sentite il fantasma di Ty in Sunrise Wedding? Beh, se drizzate le orecchie vedrete come il santino californiano pervade tutto l’album, che infatti altro non è che un riarrangiamento del biondo californiano dannatamente tirato a lucido.

È come se una band prog riarrangiasse i Ramones, a che pro? (o “a che prog?” AHAHAHAHAHAHAHAH cazzo che pena, abbattetemi adesso, senza rimorsi)

Davvero, non capisco cosa ci veda la gente in questa band, forse è colpa mia che non vedo le cose dall’ottica del musicista, ma qui mi sembra solo di ascoltare una breve ma intensa paraculata.

Gymshorts – No Backsies

A parte l’avere uno dei nomi punk più belli di sempre, i Gymshorts sono una divertente band di scafati surf-punkettari.

A chi piace la scena californiana dovrebbero piacere abbastanza, io gli preferisco di gran lunga i Guantanamo Baywatch.

Tutto qui?

Eh, sì, e che cazzo c’è da dire?

Dopo due ascolti mi hanno annoiato a morte, persino Oh Brother che è un pezzo acchiappabischeri come me, dopo tre ascolti mi ha dato la nausea, ci sono già cascato a suo tempo con i Bass Drum Of Death, stavolta non mi lascerò corrompere da un riff!

Feral Jenny – Sylvia Singles

Solo due pezzi per i bravi Feral Jenny di Jenny Mudarri, però sono come una boccata d’aria fresca in mezzo ad un miasma. Forse al primo ascolto potreste rimanerci male «ma non è la solita solfa?», un po’ sì, ma Feral Jenny sta migliorando parecchio come band, ed in poco tempo hanno acquistato un sound particolare, a tratti vicino a quello delle L.A. Witch.

Fra l’altro col duo tutto al femminile da Los Angeles hanno anche qualcos’altro in comune, ovvero l’aver rubacchiato il riff di I Wear Black del duo di salsicce Segall/Cronin (le L.A. Witch per You Love Nothing, i Feral per la bella Tearless Creep). Rubare idee buone è sempre una cosa buona e giusta.

Garage psych con un pizzico di pop, ma ben lontani dalla melodia facilona o dal lo-fi fine a se stesso, ci sono delle idee dietro tutto quel rumore!

Credo che Jenny Mudarri abbia ancora tanto da donarci. Sia chiaro, la mia è più una scommessa che una certezza, ma rimango in attesa di nuovo materiale.

Beh, non è finita qui, perché c’è una band nella lunga line-up del Boston Fuzzstival che mi ha colpito più delle altre, e che è valsa l’acquisto (due EP a quattro dollari cadauno), ma ne parliamo domani che s’è fatto tardi ed è l’ora della birra. Non posso mica dire di no alla birra.

L’Algebra Del Bisogno – Piccole storie morali di droga

Music is Heroin

[…]non capiscono che lo Speed-Ball è come una complessa armonia musicale: se la cocaina sembra la sostanza che prevale, come se fosse la voce e la chitarra di un complesso, la roba invece fa il lavoro sporco, quello che non sembri percepire: è la sezione ritmica della band, il basso e la batteria… e cazzo come cambia l’effetto! È come ascoltare la Jimi Hendrix Experience senza la sua Experience: non è per niente la stessa fottutissima cosa.
bfmealli, “Le Cinque Regole”, 2015

Quante volte quando si parla di rock si parla di droga?

La storia del rock è strettamente legata alle dipendenze, un’eredità che viene da lontano, dal Delta Blues, dal country e, perché no, dal be-pop scatenato descritto con dovizia psichedelica da Jack Kerouac in On The Road.

Quante canzoni abbiamo ascoltato che parlavano espressamente di droga? Sì, è ovvio che My Generation degli Who imitava il balbettio dell’anfetamaniaco, però non è così diretta come lo possono essere Here Comes the Nice degli Small Faces, New Amphetamine Shriek dei Fugs, Now I Wanna Sniff Some Glue dei Ramones, The Trip di Donovan, metà dei pezzi dei Grateful Dead e via dicendo.

Ecco, se c’è uno che può raccontare la droga come se non meglio dei Ramones quello è un rocker che ancora non conoscete: bfmealli. Questo tipo, seguace del Capitano (come si può ben intuire da quel “bf”) da qualche tempo collabora con questo blog, ma di recente ne ha aperto uno tutto suo qui su WordPress dove, per l’appunto, parla di droga.

Ecco amici, bfmealli è uno autentico (come direbbe Lester Bangs), uno che racconta le cose per come stanno, senza tanti fronzoli, con la provocazione tipica del rock, con una scrittura fluida ed ispirata che vi farà innamorare, te la fa semplice, ma in realtà c’è molto da scavare dietro quelle parole. I suoi racconti sono un tripudio di sensazioni uniche, quelle di chi la dipendenza l’ha vissuta sulla sua pelle mantenendo una certa lucidità nella follia.

Il suo blog, L’Algebra Del Bisogno – Piccole storie morali di droga, è una collezione di racconti a tratti surreali, che vanno dritti sul tema senza perculare nessuno, senza anatemi del cazzo, senza bigottismo o vittimismo, riuscendo a farti divertire per poi subito dopo tramortirti con un calcio sui coglioni.

Io personalmente lo conobbi leggendo le sue recensioni rock su Splinder. Mi ricordo perfettamente una sua descrizione di Heroin dei Velvet Underground, pubblicata anni fa su un blog che non troverete da nessuna parte: “La più grande canzone d’amore mai scritta”, beh, se quella è davvero la più grande canzone d’amore mai scritta, allora questo blog è il blog sull’amore più viscerale che ci sia, dove però uno dei due partner ci perde sempre.

Nemmeno ve lo dico che non è un blog per esaltati alla ricerca di un nuovo spaccino. Anzi, ve lo dico, che non si sa mai.

Ma ora la smetto, perché per quanto mi ci sforzi qualsiasi cosa possa scrivere sull’argomento sarà comunque artefatta, posticcia, se non proprio fastidiosa. L’Algebra Del Bisogno non è grido di aiuto, ma una necessità, e come tutte le cose che sono dettate dalla necessità fanno parte di una natura ancestrale che ci accomuna tutti, anche se noi, leggendo, stiamo solo scorgendo la profondità di quel pozzo.

I’ve Talked To The Wind

Un racconto di: Rosinski
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Jackson Pollock, “Number 1A”, 1948

Come nascono i dialoghi dei film “americani”? Me lo sono sempre chiesto fin da quanto avevo 7 anni, ovvero da quando ho visto Gli Aristogatti per la prima volta.
Ora che ho studiato greco al liceo, forte del mio 3 di media, so che Aristogatti means i migliori gatti, da arista, ovvero il miglior pezzo di carne. Dunque quelli che sono a tutti gli effetti i migliori tra i dialoghi, non possono che nascere dalla musica. Dal “rep”.
Questa arte è molto vicina alle opere omeriche ed epiche, come Troy, 2001 e Rome:Total War.
La musica insegna alle persone come ballare, come piangere. Nel nostro caso, come parlare.
Nella storia vera che segue, un esempio emblematico di ciò.
Immaginate due anziani, due persone attempate che stanno lì, sedute su una panchina a Central Park, a parlare del più e del meno, del per e del diviso. Cogliete la forte ed innovativa ironia? Non la potete non cogliere: sono due matematici di fama internazionale. Questo è quanto si sono realmente detti.

M1: La cosa più squallida del mondo, un pinguino che caga in testa a un drago.
M2: Perché?
M1: Perché il pinguino non ha il culo.
M2: Non è vero.
M1: Che ne sai, hai mai visto un pinguino? Io sì, in uno zoo qui a New York. Non cagavano mai.
M2: Non vuol dire che non avessero il culo.
M1: Che c’entra, i pesci allora hanno il culo ma non cagano.
M2: No i pesci cagano invece. Solo che è troppo piccola per vederla, la loro merda.
M1: Tu sei troppo piccolo, sei un metro e un cazzo eppure ti vedo. 
M2: Mi vedi? Ma se hai i coglioni al posto degli occhi!
M1: Caron dimonio occhi di bragia, sempre allegro e in gran bambagia. 
M2: Che cazzo dici?
M1: È una mia poesia, si chiama “Cook river”. 
M2: Bella.
M1: Grazie.

“Da allora in poi e anche da prima i due sono e saranno grandi amici per sempre fino alla morte, sopraggiunta l’indomani”

Epitaffio sulle lapidi di John S. Nash e Albert M. Einstein.
Questo ha ispirato la parte prettamente strumentale del brano “Epitaph” dei King Crimson, noto complesso di musica folk balcanica, esplicitamente dedicato ai due geni incompresi.
A seguire un pezzo dello stesso album ma diverso, I’ve Talked To The Wind.

L’eterna adolescenza dei Violent Femmes

Articolo di: bfmealli

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Il tempo è il critico più spietato: smonta, ridimensiona o sminuisce del tutto determinati artisti che, ai loro tempi, erano considerati dei grandi. La difficoltà maggiore, in un’opera d’arte non è tanto piacere ai propri contemporanei ma non sopperire alla spietata onta del tempo. D’altra parte ci sono dei monoliti così ben piantati al suolo da non smuoversi minimamente con l’incedere degli anni e, quando penso quali opere possono fregiarsi di tale capacità, sicuramente non posso non citare i Violent Femmes.

I Violent Femmes hanno commesso lo stesso magnifico errore di Orson Welles: hanno toccato il loro massimo vertice al primo colpo. Anche se il resto delle loro produzioni possiamo considerarlo buono il paragonare non regge tra il primo capolavoro con le seguenti opere.

Ciò che mi ha incuriosito, riguardo al disco del trio di Chicago è come è possibile che il loro garage acustico possa essere ancora fresco, come riesca ancora a parlare a tantissime persone nonostante le rivoluzioni musicali che ci sono state dal 1981, data del loro primo disco, fino ad oggi. Ciò che mi ha portato a trarre delle conclusioni sono due ragioni: 1) La genuina sincerità musicale, priva di fronzoli, di stereotipi, di virtuosismi inutili e 2) la capacità di riuscire a comunicare un disagio, uno stato, che è l’adolescenza.

Per capire meglio l’importanza dei Violent Femmes è giusto leggerne i testi. Le parole dipingono uno stato adolescenziale che tutt’oggi resta vivo. Il disco parla di giovani, ai giovani, senza volere essere giovani (cosa davvero difficile se si considera la monoliticità dell’impresa).

Ovviamente la meraviglia delle loro liriche si rafforza se pensiamo che questo disco parla di una generazione che viveva ancora nella guerra fredda, dove i cellulari ed internet non esistevano, dove la società non si era così tanto deformata dai meme e dai social network. Eppure i deliri da marijuana di Blister In The Sun sono gli stessi che potrebbe avere un ragazzo del 2015; le pene amorose di Confessions non sono poi così distanti da quelle che un adolescente oggi potrebbe provare; lo stesso vale per quel sentimento di spleen che ben descrive un disagio dovuto all’età, al luogo natio ed alla noia come viene cantato in To The Kill.

I Violent Femmes parlano e parleranno ad ogni generazione un linguaggio universale fatto di strumenti acustici, gioie, pene, sconfitte, vittorie, amori, tradimenti e frustrazioni che ogni adolescente vivrà fin tanto che il mondo non conoscerà il Fallout.

Se vuoi leggere altri deliri del buon vecchio bfmealli non hai che da cliccare qui: L’algebra del bisogno.

Fifty Foot Hose – Cauldron

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Siamo nei primi anni ’60 a Burlingame, California. In questa cittadina si sta vivendo un boom industriale senza precedenti, le famiglie bene di San Francisco si trasferiscono qui nella contea di San Mateo, certamente anche per via di quel verde sfavillante che incornicia tutte le strade, ma sopratutto per le montagne di dollari che si accumulano nelle industrie e nei loro dintorni.

Figlio di una immigrata italiana “Cork” Marcheschi è un giovane con la passione per la musica di Edgar Varèse, nel 1962 passa il tempo sperimentando suoni e stravaganze su sintetizzatori fatti in casa alla bell’e meglio, facendo inorridire i vicini con suoni gutturali, strani gorgoglii e voci siderali.

Deciso com’era di far provare l’ebbrezza di quei rumori a tutta la comunità di Burlingame, sempre nel ’62, assieme a dei suoi amici italo-americani, da alla luce gli Hide-away, una band dallo sgangherato R&B, modellato sull’influenza di “Poème électronique” di Varèse, del jazz di ‘Frisco e del blues che ascoltava saltuariamente per strada. Da questa formazione verrano fuori gli Ethix, ovvero la band in cui Marcheschi si impegnerà in una sperimentazione più consapevole, la band dalle cui ceneri nascerà uno dei complessi più importanti della storia del rock: i Fifty Foot Hose.

Come dite?
Che razza di storia è mai questa?
Chi cazzo sono i Fifty Foot Hose?
Non saranno mica la solita merda proto-punk, proto-kraut, proto-cazzi e proto-mazzi?
No amici miei, niente del genere.

Il loro esordio, “Cauldron” del 1967, è stato uno degli album del rock psichedelico più seminale della sua generazione. Throbbing Gristle, Pere Ubu, Bauhaus, Chrome, cristo, probabilmente in questa lista c’è pure tua nonna, si perde a vista d’occhio il numero delle band che hanno subito il fascino della follia controllata di questo album.

Considerando che la stessa introduzione che avete appena letto la troverete per almeno altri TRECENTO album su internet, ci tengo a precisare una cosa. Prima di tutto che mai come ora si stanno svelando le fragili basi della critica rock, piena zeppa di “capolavori seminali”, troppi, in particolare nella psichedelia, che poi ad ascoltarli sono spesso tutti uguali, e magari stampati per la prima volta nel 2002 (per cui hanno influenzato ‘sta gran ceppa).

Non so dove volessi andare a parare con questo discorso, probabilmente mi sto rimbambendo, ma volevo dire che ci sono album che possiamo DAVVERO definire imprescindibili per la comprensione storica della psichedelia, come “Psychedelic Lollipop” (1966) dei Blues Magoos, o Sgt. Pepper (1967) dei Beatles. Ma la questione cambia, e non poco, quando dobbiamo giudicare quegli album che hanno DEFINITO il genere non solo nella loro epoca, ma ben oltre. (però basta col Caps Lock, eh)

Come non citare i primi tre dei Silver Apples, attivi fin da inizio 1967, sperimentatori assoluti, ma anche l’esordio del ’68 degli United State Of America, Piper (1967) dei Pink Floyd, il secondo album dei leggendari Kaleidoscope (“A Beacon from Mars”, 1968) e “Parable of Arable Land” (1967) dei Red Crayola, questi sono tutti album che non hanno semplicemente definito il genere, ma ne hanno esteso l’influenza fino ad oggi. Questi sono quelli che vanno ascoltati a manetta, ma non perché ce lo dice il Julian Cope o il Simon Reynolds di turno, ma perché sono una figata!

In questo calderone di genialità allucinogena non abbiate remore alcun di inserire i Fifty Foot Hose tra i protagonisti assoluti.

Ah, già, stavamo parlando di loro. Eravamo rimasti agli Ethix, giusto?

Nel 1966 esce il loro primo singolo, un vero e proprio schiaffo in faccia al buon gusto: “Skins/Bad Trip”. Skins è una specie di garage rock tutto storto e stonato, ma il piatto forte è senza dubbio Bad Trip. Degno di un titolo così diretto, Bad Trip è una cacofonia malata, urla e rigurgiti acidi si susseguono su una base musicale indefinita, uno degli esperimenti più deprecabili e meravigliosi mai sentiti nel rock di ogni tempo e declinazione, puro dadaismo infantile.

Inutile dirvi il successo planetario che ne seguì.

Fu David Blossom, il chitarrista degli Ethix di Marcheschi, che decise di fare un passo avanti nella sperimentazione, così sempre nel ’66 formano una nuova band con Larry Evans, anche lui chitarrista, Kim Kimsey alle pelli, Terry Hansley al basso e sopratutto Nancy Blossom alla voce (all’epoca moglie di David ma futura sposa di Cork!).

Chiusi in una camera con un Theremin, dei Fuzz-Tone e uno speaker in plastica, appartenente ad una nave della marina americana della Seconda Guerra Mondiale, cominciarono un po’ per gioco un po’ per reale necessità artistica a formare quell’arabesco psichedelico che sarà “Cauldron”.

Ad inizio 1967 gli ormai Fifty Foot Hose finiscono alla Mercury Records, al cospetto di band già affermate come i Blue Cheer. Dopo qualche sessione di prova, con l’aiuto di Dan Healy (Grateful Dead) dettero alla luce per la Limelight Records “Cauldron”. Ne furono stampate 5000 copie.

Se per molti complessi dell’epoca l’ispirazione arrivava dall’esperienza diretta di droghe più o meno pesanti, per i Fifty Foot Hose la cosa era un po’ diversa. A parte Larry Evans, che era il più canonico del gruppo, gli altri si sparavano in vena Morton Subotnick, John Cage, Terry Riley, Steven Reich, Luigi Russolo, il musicista più commerciale che conoscevano era Archie Shepp. Tutto poteva venirne fuori, ma di certo non un qualcosa di consueto.

Allora, si parla dell’album? Ma non lo sapete che Bertoncelli disapprova quelli che si mettono lì a scrivere di ogni traccia del disco, come una specie di elenco asettico? E ci frega qualcosa?

Si comincia con And After, e già Marcheschi mette le mani avanti. Rumore. E la melodia? E la tonalità? E il ritmo? Roba per vecchi rincoglioniti. Un terremoto sottomarino apre le danze, un suono che Chrome e Pere Ubu conoscono molto bene.

Segue la dodecafonia psichedelica di If Not This Time, con la voce di Nancy adesso in primo piano, qualcuno ci ha sentito qualcosa dei Jefferson Airplane, scazzando ovviamente. If Not This Time è un pezzo inconcepibile per i Jefferson come per buona parte della scena psichedelica, troppo colto, troppo intricato, dannatamente estraniante e comunque fruibile.

Opus 777 con i suoi 22 secondi anticipa di quattro anni “Alpha Centauri” dei Tangerine Dream.

Primo ed ultimo calo di stile dell’album la canticchiabile The Things That Concern You di Evans, giuro che sembra uscita fuori da “In the land of Grey and Pink” dei Caravan, piuttosto fuori posto insomma.

Dopo l’intermezzo elettronico di Opus 11 scoppia la furia psichedelica di Red The Sign Post, una meraviglia stereofonica che mostra i muscoli della band, brevissimi assoli, virtuosismi elettronici, rumori assordanti e un finale deflagrante.

Ultimo intermezzo elettronico, For Paula, e poi un’altra esplosione di colori, suoni, odori, visioni con Rose. Il dialogo tra la voce di Nancy e la chitarra di Blossom è puramente sessuale, senza alcun dubbio, un continuo stuzzicarsi senza vergogna, fino ad un’orgia con tutta la band che culmina a 3/4 del pezzo.

Si arriva senza protezioni al volo vertiginoso di Fantasy, 10 minuti senza riferimenti, un capolavoro questo davvero senza tempo, degno della potenza evocativa di War Sucks dei Red Crayola. Blossom con la chitarra fa quello che cazzo gli pare, Terry Hansley praticamente dà fuoco al basso mentre Kim Kimsey, che in un primo momento tiene stabile la jam infernale, perde i freni inibitori, fino al culmine che viene spezzato dalle note di una chitarra acustica, per poi risalire verso il caos. Montagne russe psichedeliche, un continuo sù e giù che non dà mai un attimo di respiro, melodie psych che si mescolano a dadaismo e cacofonia. Quasi meglio di una birra fredda d’estate.

E dopo una tale follia controllata la mente viene nuovamente sconvolta… da una improbabile cover di Billie Holiday. Amatissima da Nancy, God Bless the Child viene infarcita di interventi elettronici del tutto arbitrari, rendendola quantomeno particolare. Personalmente non ho mai ben capito il perché di questo pezzo, però suona da Dio, per cui gliela abboniamo.

E quando pensi di averle sentite tutte, ma proprio tutte, ecco Cauldron, un finale criptico, un collage dadaista di voci, alcune deturpate orribilmente, un’esperienza angosciante e incomprensibile, degna della new wave più spinta e concettuale.

Quello che discosta questo album dalla produzione a lui contemporanea è l’incredibile quantità di riferimenti culturali più o meno immediati, e la perfetta armonia tra sperimentazione spinta e fruibilità.

Trascendendo generi, influenze e se vogliamo anche ogni norma del buon senso, i Fifty Foot Hose non fecero in tempo a fare il secondo album (doveva chiamarsi secondo le leggende “I’ve Paid My Dues”) che si sciolsero, lasciando comunque ai posteri un album tra i più seminali e belli della storia del rock.