The Builders And The Butchers – S/T

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Etichetta: Bladen Country Records
Paese: North Carolina, USA
Pubblicazione: 2007

Sono pochi gli album che sebbene delle prime tre tracce me ne piaccia solo una, finiscono comunque a girare sul piatto tante di quelle volte che rischiano di prendere fuoco. Nell’era di internet ci capita di avere a che fare tutti i giorni con terabyte di musica fluida che sgorga fuori da YouTube, Spotify, Deezer o qualunque altra stronzata, e così eccoci a skippare via interi album perché la prima canzone ci sembra una cagata micidiale.

Per evitare questo brutto modo di fare, e consapevole che spesso ci vuole più di un ascolto per apprezzare certe cose, quando decido di mettere sù un album che non conosco, magari di sottofondo perché sto facendo altre cose, lo metto tutto e ‘fanculo.

Quando, ormai più di un anno fa abbondante, partirono le prime percussioni di The Night, Part 1, credevo di aver beccato un nuovo album di Charlotte Gainsbourg con Beck, e per questo mi girarono subito i coglioni. Il nome dell’album era quello della band: The Builders And The Butchers. Sentivo puzza di hypsterata, e l’indice pulsava dalla voglia di cliccare su “avanti” o ancora meglio “chiudi ‘sta merda please”. Però dato che quando mi do delle regole divento più inflessibile di un tedesco paralitico (questa era brutta, però la lascio lo stesso), non clicco un bel niente.

Il pezzo nemmeno finisce davvero che comincia subito l’altro, con un bel riffone acustico southern gothic da paura. Ellamadonna, penso, senti là che stacco! E come si è ringaluzzito anche il cantante! Il testo credo parli di mafia irlandese, o forse non ci sto capendo niente, però è qualcosa di nero come la pece, scuro come il fondo di un pozzo, denso come il catrame. È come se un villaggio di coloni americani si fosse svegliato in mezzo alla notte, e ballasse attorno ad un fuoco altissimo, e sebbene il suo infernale zampillare era come se ci fosse più ombra e notte attorno a quelle persone di quanta ne avessi mai vista in vita mia.

E poi la terza canzone, quella che di solito ti convince a sganciare il denaro e sbatterlo sul bancone come se volessi chiedere una pinta al saloon, mi fa cagare di nuovo. Semplicemente non ha il nerbo della precedente (che noto chiamarsi Red Hand). E durava pure sei minuti e ghianda. Sarà stato un caso, mi dico, la classica canzone azzeccata nel bel mezzo della merda. Il fiore che sboccia nella merda. Quella cosa che sembra merda ma non lo è, però c’è comunque un sacco di merda tutt’attorno. Comunque sia mi decido a chiudere il PC e levarmi di culo, probabilmente a leggere qualcosa per farmi passare l’amaro.

Dopo esattamente due righe di qualsiasi cosa avessi sotto mano, e che fa l’altro non ricordo per niente, riaccendo l’ambaradan, vado sulla cronologia e rimetto d’accapo. The Night, Part 1: meh. Red Hand: bella cazzo, che tiro. Spanish Death: madonna non finisce più ‘sto strazio. Parte Black Dressese da lì è solo amore.

La band di Ryan Sollee incasella una serie di canzoni che sono pietre miliari del folk gotico americano, costruendo un album capolavoro anche perché imperfetto, claudicante, sporco, sincero. L’amarezza sconfortante delle liriche incontrano il ritmo apocalittico della musica, i Builders And The Butchers suonano come se si trovassero di fronte al Giorno del Giudizio, consci di una ineluttabilità oscura, eppure nella loro razionale malinconia c’è un attaccamento alla vita viscerale.

Proprio come nel celebre dipinto icona di Grant Wood, i Builders rappresentano l’America così com’è, in un modo talmente veritiero da sembrare per forza una parodia, anche se di un umorismo nero e macabro. Persino nel lenitivo canto di The Gallows alla fine sembra che ci sia qualcuno che stia per scoppiare a pingere, in un patetismo solare tipico americano.

Ormai è più di un anno che ‘sto in fissa con questi tizi, spesso comparati dalla critica rock ai primi Portugal. The Man (ma i Portugal sono molto più pop e catchy). I costruttori e i macellai sono una delle band più cazzute del folk ‘mericano, peccato che dopo il primo spettacolare album non sono più riusciti a ripetersi a questi livelli. È vero che gente che ne sa molto più di me considera “Salvation Is A Deep Dark Well”, il loro secondo album del 2009, l’apice della ricerca estetica del gruppo di Portland, nell’Oregon. Secondo me invece Salvation è nettamente inferiore all’esordio, sopratutto per la produzione eccessivamente laccata, e poi perché nel cercare più equilibrio tra composizione ed esecuzione la musica di  Ryan Sollee perde tutta la sua immediatezza, e quindi tutta la sua bellezza.

Sinceramente questo album lo stavo per cassare senza troppe remore, a causa di una abitudine che fa parte di quella corsa infernale che sta diventando il quotidiano. Parafrasando Alfredo Marasti nella prima puntata di Hot Conversation, bisogna riscoprire il gusto dell’approfondimento, della pazienza, sopratutto poi quando ci si trova di fronte a linguaggi e grammatiche diverse dalle nostre, che hanno bisogno di tempo per essere consapevolmente assimilate.

L’apice nel loro esordio arriva con la corale Bringing Home The Rain, agrodolce canto collettivo che si trascina come uno che è appena scappato dalla terra sotto la quale era stato sotterrato, per reclamare il suo diritto a sottrarre altra aria a questo mondo.
Dalla favola gotica di Black Dresses fino alle profondità di una cava di carbone (The Coal Mine Fall), la notte che avvolge tutto l’album non è quella timidamente illuminata dalle stelle, ma quella che coltiviamo dentro di noi.

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