Lo zen e l’arte della recensione di Trout Mask Replica

Forse sono passati già dieci anni da quando lessi per la prima volta questo post. Era firmato da un certo Tristram Shandy, un gentiluomo che scriveva in un blog chiamato “Morte A Credito” su Splinder. La mia vita cambiò e prese una piega che mi ha donato le più grandi soddisfazioni che abbia mai raccolto in 27 anni. Ora ne ho 28, e sebbene Tristram non ci sia più da un anno quella forza inerziale continua a spingermi. Per un bel po’ di tempo, lo ammetto, mi stava trascinando con sé verso un baratro senza fondo. Mi ci è voluto per capire che siamo troppo piccoli per affrontare la morte, e risulta decisamente meglio usare le nostre poche forze per affrontare la vita.

Buona lettura.

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Finalmente l’ho fatto. Per quanto possa essere irrilevante ai più, per me, mettere in parole la mia recensione su Trout Mask Replica è come aver finalmente eiaculato dopo una sega durata sei anni (immaginate il fiotto).

Sei anni fa a Firenze, in piazza San Marco, ricevevo per il modico prezzo di 10 euro la mia copia di Trout Mask Replica di Captain Beefheart. Avevo aspettato un anno circa prima di averlo e – sembra strano – il negoziante, ogni martedì, mi ripeteva che “la prossima settimana arriva, tranquillo”.

E arrivò.

Allora avevo il mio mitico e indimenticabile disc-man (lettore cd) della Sony con la cover blu. Era sopravvissuto alle superiori e durava ancora durante la mia parentesi universitaria. Anche quel giorno era con me – ricordo che era all’incirca Febbraio – custodito al sicuro nella generosa tasca del mio piumino. Mentre scartavo il cellophane che ricopriva il disco tremavo, quasi, dall’ansia di poter finalmente ascoltarlo, mentre ripetevo al mio lettore che oggi avrebbe fatto suonare “il più grande album rock di tutti i tempi” (ovviamente è un eufemismo, di solito non parlo con gli oggetti).

Non ricordo dove avevo letto quelle parole, io ai tempi manco conoscevo Bangs o Scaruffi, ma questa storia di Trout Mask Replica mi ronzava in testa da tanto…un a priori kantiano che mi attraeva, forse? Chissà, ma va detto che io amavo Frank Zappa alla follia (il mio primo gruppo si chiamava Hungry Freaks, in onore ad un pezzo delle Mothers of Invention), e leggendo di lui lo trovavo sovente collegato a Don Van Vliet. Beefheart compariva come personaggio anche nell’autobiografia di Zappa (con Peter Occhiogrosso), il che lo faceva diventare automaticamente un mio mito (dalla serie: “ogni amico del mio mito è un mio mito”).

Così mi ossessionai finché non lo ottenni.
E arrivò.

Ma non fu quell’orgasmo che pensavo poteva essere. Quei suoni, quelle canzoni, quello stile, quelle note… non potevo sopportarlo. Il mio lettore blu tirò un sospiro di sollievo quando pigiai il tasto col quadratino incavato, neanche a metà album. “Ma ovviamente – mi ripetevo – non è finita qui! Io scoprirò perché è un capolavoro, al costo di ascoltarlo tre volte al giorno.

Anche ascoltandolo tre volte al giorno, però, la cosa non cambiava. Era strano, era diverso, non aveva “canzoni” vere e proprie, anche se ne conservava alcune similitudini. Non era neanche “musica”, a dire il vero, perché non suonava bene. Perché? Perché non capivo? Eppure doveva essere il Citizen Kane del rock, porcocristo, e non una schifezza del genere.

Praticamente lo imparai a memoria. Sapevo tutti i titoli delle 28 canzoni, la disposizione, i cantati e alcune parti di testo. Questo solo perché mi ero incaponito di ascoltarlo, ma non riuscivo davvero a scoprirlo.

Ricordo che fu il mio secondo mito vivente, Sara, a dirmi dell’esistenza di un critico del web, tale Scaruffi, che era un gran bastardone ma aveva recensito praticamente tutto. Così diedi un’occhiata al critico bastardone e nella sua lista dei migliori album, al primo posto, trovai proprio Trout Mask Replica. Ebbi una strana palpitazione al cuore: “Finalmente scoprirò che cazzo ha di tanto spettacolare sto album del cazzo”. Perché, è giusto che sappiate, io avevo lasciato un po’ perdere il Beefheart, ma lo veneravo in quanto “proiezione di superiorità musicale non ancora ben chiarita”.

Ma Scaruffi non dice – praticamente – un benamato cazzo sul perché è il più grande disco del rock. Invito tutti quanti avranno letto la seguente recensione a dare, in seguito, un’occhiata a quella che fa Scaruffi e a raffrontarla con la mia se hanno qualcosa in comune.

La chiave che sbloccò l’amore per il Capitano fu invece Emanuele (mio amico e batterista), quando tre anni fa gli prestai quel maledetto cd. “Sai che è davvero esagerato?” mi disse. Era rimasto esterrefatto dall’istrionismo di Drumbo, il batterista della Magic Band. Trovava Trout Mask Replica un album “unico”.

Quando disse quella parola mi si aprì un varco riflessioni che fino ad allora non ero riuscito a carpire.
Aggiunse anche di dare un’occhiata su Ondarock, “c’è una recensione esagerata che parla del disco ponendolo come soggetto di un ipotetico dialogo tra un fan beefheartiano ed un neofita”. Lui non sapeva niente dell’ossessione che mi covava dentro da parte di quello stupido album con la copertina rossa ed un pesce che saluta (più o meno).

Trovo abbastanza esauriente (sicuramente migliore di quella di Scaruffi) quella recensione, tanto che scrissi una mail all’autore per ringraziarlo.
Probabilmente per voi quello che ho scritto fin qua può risultare inutile o costruito soltanto per narrare ciò che amo di più (i cazzi miei), mentre in realtà tutto questo era un preambolo per poter parlare della Qualità in una recensione. Ovviamente la mia recensione è (e qui lo dico senza usare virgolette, ma con parole che io penso e giustificherò) sul più grande album rock di tutti i tempi, Trout Mask Replica.

Ma parliamo di Robert Pirsig.

Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta lo lessi qualche anno fa. Mi lasciò talmente senza fiato, col cervello stimolato a mille che lo rilessi dopo pochi mesi alla ricerca di qualche chiarimento, certo che non avevo compreso tutto ciò che vi era dentro. E infatti così era.

Lo ripresi in mano altre volte per leggere alcuni passaggi, o riavventurarmi nuovamente nell’avventura on the road dei protagonisti, fino a che – dopo averlo largamente consigliato alla mia Morosa – ho deciso di rileggerlo nuovamente poco tempo fa.

La storia si dipana in due, da un lato c’è il viaggio di Pirsig con suo figlio in moto per gli Stati Uniti, dall’altro c’è la storia di Fedro, folle genio che si impuntò sulla Qualità. Tra le due storie c’è un filo comune che è Pirsig stesso, ovvero Fedro, ovvero un professore di filosofia “condannato” dalla sua stessa intelligenza all’elettro-shock. Quello che rende il libro un colosso è la pregnanza di concetti che Pirsig riesce abilmente ad inserire senza rovinare niente in scorrevolezza o continuità. Chi ha letto il libro, probabilmente, capirà meglio tutti i miei discorsi.

Dividendolo, come Pirsig fa, in due modalità – Classica e Romantica – cercherò di recensire l’album con la più alta dose di Qualità che riuscirò a metterci.

Premetto che “un’intelligenza classica vede il mondo innanzi tutto in quanto forma soggiacente. Un’intelligenza romantica lo vede innanzitutto in termini di apparenza immediata. E’ improbabile che un romantico trovi interessante uno disegno tecnico o meccanico o uno schema elettronico: per lui queste cose non hanno fascino, perché non ne coglie che la realtà superficiale […]. La modalità classica, invece, procede secondo ragione e sulla base di leggi – che sono esse stesse la forma soggiacente del pensiero e del comportamento.” (p.p. 75-76 ed. Adelphi)

Perciò ecco la recensione classica di Trout Mask Replica.

L’album contiene 28 brani, di cui tre strumentali e – per contrappasso – tre solo voce. L’album è del 1969, prodotto da Frank Zappa, con i seguenti musicisti:
– Captain Beefheart: bass clarinet, tenor sax, soprano sax, vocal
– Drumbo: drums
– Antennae Jimmy Semens: steel-appendage guitar
– Zoot Horn Rollo: glass finger guitar, flute
– Rockette Morton: bass & narration
– The Maskara Snake: bass clarinet & vocal

Ciò che principalmente diversifica e fa risaltare all’orecchio Trout Mask Replica da ogni altro album mai uscito finora (parlo oggettivamente, sono in modalità classica) è l’annullamento del “battere-levare”, grazie ad un lavoro fatto a regola d’arte basato sugli strumenti a corda. Si può notare che le chitarre sono poste una a destra ed una a sinistra, mentre la batteria ed il basso rimangono centrali. Sono loro a fare il lavoro “sporco” di dissonanza temporale, mentre in realtà sono tutti corretti e nessuno va fuori dalla battuta. Soltanto che al posto di seguire la chitarra, nella Magic Band, si segue la batteria.

Ascoltando una chitarra sola e la batteria tutto va bene, ascoltando esclusivamente l’altra chitarra e la batteria lo stesso. Ma insieme è un gran canaio. Perché? Perché, pur tornando, spesso, le due chitarre sono aliene tra loro creando quel “caos” che rende l’album inascoltabile.

Non è tutto qui. L'”inascoltabilità” fa affidamento anche su un sapiente uso delle terzine che ogni strumento fa senza seguire l’altro, cosicché la ritmica si annulla o si moltiplica straniando tutto dalla musica pur rimanendo perfettamente su quel campo. Un esempio molto illuminante è Dachau Blues, dove Drumbo fa il 4/4 in terzine, la chitarra sinistra ha gli accenti in levare e la destra in battere. Un casino, sì, ma completamente regolare.

Beefheart non si ferma qui, ma fa sì che sparisca la tonalità facendo uso abbondante di cacofonia (“che palle la tonalità, è così limitante!” Lester Bangs), soprattutto coi fiati e gli ottoni suonati intenzionalmente male. Cioè, sono suonati nel modo che non rispecchia la normale corrente d’uso. E sono proprio gli ottoni e i fiati gli unici strumenti che si permettono gli assoli, perché – nonostante sia un album rock – Trout Mask Replica è privo di soli di chitarra o di batteria o di basso.

Altra componente importante è la struttura delle canzoni. Ogni pezzo ha in sè una struttura diversa dall’altra, e (a parte Ella Guru e Sugar’n’Spikes) da qualsiasi canzone rock fino ad allora uscita. Ogni brano splende di propria personalità e identità, e questo senza adombrare l’altro o risultare prolisso.

La voce è assolutamente una cosa nuova. Entra senza pietà in ogni brano, spazzando via gli strumenti che sorreggono la struttura, la voce è padrona dell’album, è la cosa più importante in quanto se ne frega dei cambi ritmici o melodici. Beefheart non canta, decanta. Non solo, fa un uso completo del suo “strumento” ululando, ringhiando, salendo e scendendo vorticosamente di tono o cambiando proprio timbro (Hobo Chang Ba, Pena, Sugar’n’Spikes, Ant Man Bee ad esempio).

La batteria ha bisogno di una nota di merito per l’istrionismo e l’abilità che riesce a creare. Dopo la voce risulta di essere lo strumento più importante per la risoluzione dell’album. Drumbo è come un bambino che vuol colpire tutti i pezzi del kit nel minor tempo possibile, ma con l’abilità di un jazzista di razza. Il sound è sostanzialmente tribaleggiante (tant’è che i piatti erano bloccati da pezzi di cartone per far sì che la scia non ci fosse), mescolato all’uso jazz del charleston. Viene fuori un suono folle, pazzo furioso, che scatta e si ferma, poi torna e picchia duro.

Per quanto sembri fatto a caso nulla è casuale, infatti Trout Mask Replica è la crasi pervertita di due menti (Beefheart e Drumbo) che decisero di fare qualcosa di “diverso” pur restando nella realtà musicale. Il primo compose a pianoforte e voce tutti i pezzi, l’altro trascrisse per chitarre, basso e batteria il tutto.

Il risultato è questo: l’unico album che è stato capace di piegare la musica a seconda del proprio volere senza snaturarla del tutto.

Ed ora ecco la recensione romantica di Trout Mask Replica:

Trout Mask Replica è il più grande album rock perché fa quello che tutti gli altri non sono – ancora – riusciti a fare: creare qualcosa di talmente enorme che gli sta stretto anche l’appellativo rock. Non è una falsa rivoluzione come può esser stato il post-rock, la sua, è invece vera e propria dissociazione dal normale. Beefheart non amava misurarsi con altri musicisti e (vuoi per superbia o per vera “rivoluzionalità”) conosceva ben poco di musica. Tant’è che in un’intervista con Bangs dichiarava che la sua musica preferita è il canto dell’oca, per la sua assoluta libertà di espressione.

Ed è la Libertà, qui, che impermea tutto l’album. La Libertà che non è anarchia (ovvero inascoltabilità inutile), ma restare dentro le regole pre-esistenti e dilatarle, sporcarle e personificarle a sé stesso.

Beefheart decanta le sue cazzate senza senso compiuto (talvolta inventa anche parole) sopra ad una musica che sembra inascoltabile. Dov’è la cosa interessante? Nella credibilità e nel credere in quello che faceva. E’ così credibile che non è comico, non è improbabile, non è una cazzata, ma è qualcosa di Nuovo.

Non c’è alcuna dichiarazione di commerciabilità lì dentro perché il vecchio cuordimanzo e la sua banda si ritirarono in un casone nel deserto del Mojave, sostenuto dai soldini della mamma del Don, facendo un lavoro ancora incerto sulla possibile pubblicazione, in quanto ai tempi era stato licenziato dalla Buddha.

Beefheart crede in quello che fa e lo pubblica in 28 tracce. Non esita ad estremizzare il suo lavoro perché è proprio l’estremizzazione che può far capire il suo messaggio. Più è inascoltabile più si riesce ad intravedere quelle due parole che saranno una manna dal cielo per tutti quanti l’hanno inteso: “Siate Liberi”.

Tutto qua. Il suo non è un album oggettivamente bello, è decontestualizzato, maltrattato e crudo. Non ha grandi effetti, né ritornelli piacevoli o melodie sognanti. E’ la più nuda verità musicale-artistica che un Genio può fare. Infatti è tutto libero: dalle chitarre che non si dividono più il triste compito di ritmica o solista, dalla batteria che non tiene il tempo, dalla voce che sovrasta tutto, dai fiati che maltrattano la melodia con acuto cinismo, dagli spunti vocali ricercati fino allo spasmo (per finire nella voce telefonica di Jimmy Semens in The Blimp: rap ante-litteram), dalle soluzioni strutturali… da tutto!

Trout Mask Replica non è altro che un messaggio, non è altro che la primordiale fonte di rinnovamento da tutte queste immondizie musicali, è la vittoria dell’uomo sulle regole della musica.

Trout Mask Replica è l’input a fare qualcosa di diverso. E chi l’ha capito è ben evidente: tutti coloro che hanno imparato la lezione hanno fatto qualcosa di unico. Pensate ai Pere Ubu, ai Television, ai P.I.L., ai Talking Heads, ai Sonic Youth, P.J. Harvey

La cosa divertente del disco è l’ironia dei figuranti: l’album sembra quasi una prova di un album, infatti alcuni brani sono intervallati o da discorsi sulla riuscita della canzone (Hair Pie: Bake 1), da prove vocali che andranno su un altro pezzo (Pena), su loro che mangiano (Fallin’ Ditch) o su take alternativi (“She’s too much for my or everybody’s mirror number two”). Un album assolutamente completo mascherato da raccolta di pezze.

Non è filosofia hippie la sua, non intellettualismo patetico, è la semplice intuizione che si spinge oltre alle solite regole imposte, è il cavillo legale che riesce a ribaltare la causa senza uscire dai parametri legislativi. Non è roba tecnica, non è roba per intenditori, è musica tale e quale a tutto il resto. Sarebbe ingiusto e stupido scinderla dagli altri.

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6 risposte a “Lo zen e l’arte della recensione di Trout Mask Replica

  1. Su questo disco si sono scritte migliaia di recensioni basate sempre su paroloni altisonanti , ragionamenti che sfociano nella metafisica,fiumi di analisi sociali ed esistenziali e chi più ne ha più ne metta. Ben pochi però hanno il coraggio , l’onestà intellettuale o ( più semplicemente ) la preparazione per giudicarlo per quello che è : suoni buttati a caso con citazioni di Free jazz e Blues che chiunque potrebbe fare. Non più di 4 brani ( su 28 ) hanno una , anche solo vaga, struttura musicale.

    • A parte che continuano ad uscire analisi molto competenti a proposito del processo di Beefheart dal punto di vista compositivo (vedi i video presenti su YuTube del compositore canadese Samuel Andreyev o l’ultima monografia del Capitano curata da Francesco Nunziata ed uscita per Arcana). Da un’analisi prettamente musicologica superficiale possiamo dire che si evincono alcune cose: la prima è che non è tutta farina di Don Van Vliet, il ruolo della Magic Band è stato fondamentale, la seconda che è che la composizione tecnicamente è relativamente semplice, sono i canoni ad essere reinterpretati (c’è solo un 4/4 in un’intero album blues).

      Di album su cui bisognerebbe fare una profonda riflessione e sulla quale manca tanta onestà intellettuale e preparazione critica sono altri, così su due piedi mi vengono in mente i primi Genesis, i Queen prima della svolta con i sintetizzatori nell’80, i Roxy Music dopo il ’73, e poi robaccia come gli Aerosmith e i Toto (questi ultimi straordinari musicisti creatori di musica che definirla banale è un complimento molto sentito).

  2. Ho perso una mezz’oretta nel tuo blog a leggere le schede e le risposte ai vari interventi e praticamente ogni tuo pensiero è ripreso da Scaruffi. Ad un mio intervento hai risposto che hai letto Scaruffi una sola volta, se è vero quell’unica volta ti ha cambiato la vita illuminandoti in ogni tuo parere! Ho letto le schede su Beatles , Pere ubu , Beefheart e sono identiche a quelle di Scaruffi anche usando parole uguali a quelle del Piero. Ad un mio intervento hai detto che le melodie dei Beatles non valgono quelle dei Chicago ( ! ) ed è un giudizio identico a quello di Scaruffi.Il tuo giudizio su Bowie è identico a quello di Scaruffi. Hai detto che non ti piace Prince ed infatti Scaruffi lo considera sopravvalutato. Di Hendrix hai detto che nessun suo disco è un capolavoro ed è un giudizio uguale a quello di Scaruffi anche nei termini usati. Ripetutamente citi Sister ray come modello di grandezza e casualmente è il brano rock preferito da Scaruffi. Ho il sospetto che potrei continuare a leggere tutte le schede del tuo blog e in ogni scheda finirò per trovare analogie col blog di Scaruffi. Tutto ciò è sconcertante.

    • Forse ti stai confondendo, ma ti posso aiutare, tranquillo.

      Prima di tutto il post qua sopra non è mio, come già scritto nell’introduzione è “di un certo Tristram Shandy” e le sue opinioni non sono le mie. Non so dove avrei scritto che Scaruffi abbia illuminato alcunché, dato che come ho detto di Scaruffi ho letto poco. Se i miei ragionamenti ti paiono quelli di Scaruffi è un bias che posso correggerti. Scoprirai infatti che le mie opinioni su Beatles, Pere Ubu, Captain Beefheart, Prince, Hendrix e via dicendo spesso coincidono con quelle dei miei critici di riferimento, ovvero Simon Reynolds, Julian Cope, Greil Marcus, Lester Bangs (a cui Scaruffi ha rubato parecchia roba, ma adesso ci arriviamo), Riccardo Bertoncelli, Federico Guglielmi ed Eddy Cilìa (uno che ha dedicato un bell’articolo in un ormai storico numero di Velvet – almeno credo fosse Velvet, intento proprio a sputtanare lo Scaruffi nazionale).

      Le schede di Scaruffi sono talmente sintetiche da risultate inutili tanto quanto le classifiche. A parte che chiunque si metta a fare la classifica dei propri gruppi preferiti evidentemente non ha superato certi traumi adolescenziali, ma il metro critico di Scaruffi è una versione elitista di quello di Lester Bangs. Bangs è stato uno dei più influenti critici della rivista Creem e della storia del rock in generale, i suoi battibecchi con Lou Reed sono storia, come anche le sue stroncature e rivalutazioni a posteriori, spesso condite da fiumi di parole quasi indigeribili. Vorrei sapere cosa nella mia scheda su “Dub Housing” dei Pere Ubu ti ricordi Scaruffi, dato che se non ricordo male la sua sarà di tre o quattro parole in croce (come al solito fra l’altro).

      Nell’ultima recensione cito “Hunky Dory” di David Bowie, e sono abbastanza sicuro che sia un giudizio diverso da quello di Pierone. Non ricordavo nemmeno di citare così spesso Sister Ray, certamente uno dei miei pezzi preferiti in assoluto, ma come anche di tanta gente che ti ho citato sopra e moltissimi altri ancora che non citerò. Una delle prime recensioni che lessi di Scaruffi furono gli Slint, e ancora oggi la uso come metro di paragone come pessimo modo di pensare e scrivere una recensione rock.

      Se non ricordo male molti critici italiani li avevi letti anche tu, in alcuni miei articoli li cito anche, su alcune cose sono d’accordo con loro con altre meno, buona parte della mia conoscenza del post-punk la devo a Guglielmi e Reynolds, e certamente alcune cose che ho scritto non suoneranno dissimili alle loro. Se sia Guglielmi che Scaruffi ritengono che i Pere Ubu siano stati uno dei gruppi più straordinari di quella stagione non vuol dire un cazzo però, il fatto sussiste nel momento in cui sono tantissimi i critici di spessore ad asserirlo assieme a loro.

      Ma uno che dice che “Twins Infinitives” non solo è il miglior album dei Royal Trux, ma pure uno dei più importanti della storia del rock, che cazzo si fuma? Mi chiedo poi cosa ne pensi Scaruffi di Thee Oh Sees, Squadra Omega, Mai Mai Mai, Idles, lui va sempre e quasi sul sicuro copiando roba d’oltreoceano. Ma la cosa divertente è vedere a quanta gente i suoi giudizi fanno incazzare a bestia. Ci sono persone che escono pazze per le sue schede, che ci hanno dedicato persino interi blog! A me ‘sta cosa ha sempre impressionato. Per me Scaruffi è stato un anticipatore di meccaniche assolutamente deleterie del web, se ti interessa saperne di più leggiti questo articolo che ho scritto tempo fa per Altre Velocità. Credo di spiegare bene perché il metodo di Scaruffi non sia un metodo critico.

      Per dire che i Queen fanno cagare non serve aver studiato, basta avere due orecchie ed un cervello. Il fatto che piacciano a tutti, anche quelli che seguono assiduamente Ciao Darwin, dovrebbe già far capire qualcosa. Però Scaruffi è stato furbo, perché ha portato nella critica italiana il metodo americano, che è molto più polarizzante della nostra critica democristiana. Anche i più grandi fan dei Beatles sanno che all’inizio della loro carriera altro non erano che un fenomeno per ragazzine, leggiti Paolo Fabbri, che non è critico ma musicologo. Il loro grande apporto è stato rivoluzionare il suono della musica pop mondiale, in pratica sono il più influente gruppo musicale della storia da quando esistono i 33 giri! Però lo sdoganamento culturale da roba per 45 giri a roba da 33 lo fece un certo Bob Dylan per il rock, non i Beatles, è ci sono vari motivi per questo.

      Scaruffi dice che i Chicago erano più bravi dei Beatles ad intessere melodie? Io ci metto anche Kinks e Beach Boys, e conosco almeno una decina di persone che non sono critici che direbbero lo stesso, e di certo non è il primo ad aver notato una tale ovvietà.

  3. I Chicago fanno melodie migliori dei Beatles? Addirittura lo trovi ovvio? Mio Dio! I Chicago sono uno dei gruppi più kitch degli anni 70.

    • Mica ho detto che sono esteticamente migliori! Per me “Chicago IV” è uno dei più brutti album pop rock di ogni tempo (ne avevo scritto una recensione anni fa, ma chissà dov’è finita, era una stroncatura peggiore perfino di “The Game” dei Queen), però se uno guarda gli spartiti e l’esecuzione della band sono perfetti, le intessiture melodiche semplicemente sopraffine. Ciò non toglie che facciano cagare dagli orecchi. Io ho imparato a suonare sui 45 giri dei Beatles, l’eleganza di pezzi all’apparenza banali come Eight Days a Week i Chicago non sanno manco dove sta di casa, però oggettivamente quelle dei Quattro erano composizioni banalissime in confronto.

      Prendi anche i Toto, cazzo non c’è gruppo che detesti di più dei Toto (forse gli Aerosmith, ma FORSE), però cosa gli puoi contestare da un punto di vista tecnico? Niente, in pratica sono il gruppo più cazzuto del pianeta, peccato che la loro musica sia diarrea elettrica.

      Per me Zappa a livello compositivo si mangia a colazione Beefheart, però Beefheart ha composto opere di maggior valore artistico. Ovviamente è un’affermazione che va discussa, perché il valore non è oggettivo, quando si fanno elaborazioni di tipo estetico non ci sono parametri come per la tecnica. Una melodia più elaborata di un’altra è “facile” da analizzare, “basta” saper leggere la musica, invece disquisire di argomenti estetici è ben più incasinato.

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