Lo zen e l’arte della recensione di Trout Mask Replica

Forse sono passati già dieci anni da quando lessi per la prima volta questo post. Era firmato da un certo Tristram Shandy, un gentiluomo che scriveva in un blog chiamato “Morte A Credito” su Splinder. La mia vita cambiò e prese una piega che mi ha donato le più grandi soddisfazioni che abbia mai raccolto in 27 anni. Ora ne ho 28, e sebbene Tristram non ci sia più da un anno quella forza inerziale continua a spingermi. Per un bel po’ di tempo, lo ammetto, mi stava trascinando con sé verso un baratro senza fondo. Mi ci è voluto per capire che siamo troppo piccoli per affrontare la morte, e risulta decisamente meglio usare le nostre poche forze per affrontare la vita.

Buona lettura.

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Finalmente l’ho fatto. Per quanto possa essere irrilevante ai più, per me, mettere in parole la mia recensione su Trout Mask Replica è come aver finalmente eiaculato dopo una sega durata sei anni (immaginate il fiotto).

Sei anni fa a Firenze, in piazza San Marco, ricevevo per il modico prezzo di 10 euro la mia copia di Trout Mask Replica di Captain Beefheart. Avevo aspettato un anno circa prima di averlo e – sembra strano – il negoziante, ogni martedì, mi ripeteva che “la prossima settimana arriva, tranquillo”.

E arrivò.

Allora avevo il mio mitico e indimenticabile disc-man (lettore cd) della Sony con la cover blu. Era sopravvissuto alle superiori e durava ancora durante la mia parentesi universitaria. Anche quel giorno era con me – ricordo che era all’incirca Febbraio – custodito al sicuro nella generosa tasca del mio piumino. Mentre scartavo il cellophane che ricopriva il disco tremavo, quasi, dall’ansia di poter finalmente ascoltarlo, mentre ripetevo al mio lettore che oggi avrebbe fatto suonare “il più grande album rock di tutti i tempi” (ovviamente è un eufemismo, di solito non parlo con gli oggetti).

Non ricordo dove avevo letto quelle parole, io ai tempi manco conoscevo Bangs o Scaruffi, ma questa storia di Trout Mask Replica mi ronzava in testa da tanto…un a priori kantiano che mi attraeva, forse? Chissà, ma va detto che io amavo Frank Zappa alla follia (il mio primo gruppo si chiamava Hungry Freaks, in onore ad un pezzo delle Mothers of Invention), e leggendo di lui lo trovavo sovente collegato a Don Van Vliet. Beefheart compariva come personaggio anche nell’autobiografia di Zappa (con Peter Occhiogrosso), il che lo faceva diventare automaticamente un mio mito (dalla serie: “ogni amico del mio mito è un mio mito”).

Così mi ossessionai finché non lo ottenni.
E arrivò.

Ma non fu quell’orgasmo che pensavo poteva essere. Quei suoni, quelle canzoni, quello stile, quelle note… non potevo sopportarlo. Il mio lettore blu tirò un sospiro di sollievo quando pigiai il tasto col quadratino incavato, neanche a metà album. “Ma ovviamente – mi ripetevo – non è finita qui! Io scoprirò perché è un capolavoro, al costo di ascoltarlo tre volte al giorno.

Anche ascoltandolo tre volte al giorno, però, la cosa non cambiava. Era strano, era diverso, non aveva “canzoni” vere e proprie, anche se ne conservava alcune similitudini. Non era neanche “musica”, a dire il vero, perché non suonava bene. Perché? Perché non capivo? Eppure doveva essere il Citizen Kane del rock, porcocristo, e non una schifezza del genere.

Praticamente lo imparai a memoria. Sapevo tutti i titoli delle 28 canzoni, la disposizione, i cantati e alcune parti di testo. Questo solo perché mi ero incaponito di ascoltarlo, ma non riuscivo davvero a scoprirlo.

Ricordo che fu il mio secondo mito vivente, Sara, a dirmi dell’esistenza di un critico del web, tale Scaruffi, che era un gran bastardone ma aveva recensito praticamente tutto. Così diedi un’occhiata al critico bastardone e nella sua lista dei migliori album, al primo posto, trovai proprio Trout Mask Replica. Ebbi una strana palpitazione al cuore: “Finalmente scoprirò che cazzo ha di tanto spettacolare sto album del cazzo”. Perché, è giusto che sappiate, io avevo lasciato un po’ perdere il Beefheart, ma lo veneravo in quanto “proiezione di superiorità musicale non ancora ben chiarita”.

Ma Scaruffi non dice – praticamente – un benamato cazzo sul perché è il più grande disco del rock. Invito tutti quanti avranno letto la seguente recensione a dare, in seguito, un’occhiata a quella che fa Scaruffi e a raffrontarla con la mia se hanno qualcosa in comune.

La chiave che sbloccò l’amore per il Capitano fu invece Emanuele (mio amico e batterista), quando tre anni fa gli prestai quel maledetto cd. “Sai che è davvero esagerato?” mi disse. Era rimasto esterrefatto dall’istrionismo di Drumbo, il batterista della Magic Band. Trovava Trout Mask Replica un album “unico”.

Quando disse quella parola mi si aprì un varco riflessioni che fino ad allora non ero riuscito a carpire.
Aggiunse anche di dare un’occhiata su Ondarock, “c’è una recensione esagerata che parla del disco ponendolo come soggetto di un ipotetico dialogo tra un fan beefheartiano ed un neofita”. Lui non sapeva niente dell’ossessione che mi covava dentro da parte di quello stupido album con la copertina rossa ed un pesce che saluta (più o meno).

Trovo abbastanza esauriente (sicuramente migliore di quella di Scaruffi) quella recensione, tanto che scrissi una mail all’autore per ringraziarlo.
Probabilmente per voi quello che ho scritto fin qua può risultare inutile o costruito soltanto per narrare ciò che amo di più (i cazzi miei), mentre in realtà tutto questo era un preambolo per poter parlare della Qualità in una recensione. Ovviamente la mia recensione è (e qui lo dico senza usare virgolette, ma con parole che io penso e giustificherò) sul più grande album rock di tutti i tempi, Trout Mask Replica.

Ma parliamo di Robert Pirsig.

Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta lo lessi qualche anno fa. Mi lasciò talmente senza fiato, col cervello stimolato a mille che lo rilessi dopo pochi mesi alla ricerca di qualche chiarimento, certo che non avevo compreso tutto ciò che vi era dentro. E infatti così era.

Lo ripresi in mano altre volte per leggere alcuni passaggi, o riavventurarmi nuovamente nell’avventura on the road dei protagonisti, fino a che – dopo averlo largamente consigliato alla mia Morosa – ho deciso di rileggerlo nuovamente poco tempo fa.

La storia si dipana in due, da un lato c’è il viaggio di Pirsig con suo figlio in moto per gli Stati Uniti, dall’altro c’è la storia di Fedro, folle genio che si impuntò sulla Qualità. Tra le due storie c’è un filo comune che è Pirsig stesso, ovvero Fedro, ovvero un professore di filosofia “condannato” dalla sua stessa intelligenza all’elettro-shock. Quello che rende il libro un colosso è la pregnanza di concetti che Pirsig riesce abilmente ad inserire senza rovinare niente in scorrevolezza o continuità. Chi ha letto il libro, probabilmente, capirà meglio tutti i miei discorsi.

Dividendolo, come Pirsig fa, in due modalità – Classica e Romantica – cercherò di recensire l’album con la più alta dose di Qualità che riuscirò a metterci.

Premetto che “un’intelligenza classica vede il mondo innanzi tutto in quanto forma soggiacente. Un’intelligenza romantica lo vede innanzitutto in termini di apparenza immediata. E’ improbabile che un romantico trovi interessante uno disegno tecnico o meccanico o uno schema elettronico: per lui queste cose non hanno fascino, perché non ne coglie che la realtà superficiale […]. La modalità classica, invece, procede secondo ragione e sulla base di leggi – che sono esse stesse la forma soggiacente del pensiero e del comportamento.” (p.p. 75-76 ed. Adelphi)

Perciò ecco la recensione classica di Trout Mask Replica.

L’album contiene 28 brani, di cui tre strumentali e – per contrappasso – tre solo voce. L’album è del 1969, prodotto da Frank Zappa, con i seguenti musicisti:
– Captain Beefheart: bass clarinet, tenor sax, soprano sax, vocal
– Drumbo: drums
– Antennae Jimmy Semens: steel-appendage guitar
– Zoot Horn Rollo: glass finger guitar, flute
– Rockette Morton: bass & narration
– The Maskara Snake: bass clarinet & vocal

Ciò che principalmente diversifica e fa risaltare all’orecchio Trout Mask Replica da ogni altro album mai uscito finora (parlo oggettivamente, sono in modalità classica) è l’annullamento del “battere-levare”, grazie ad un lavoro fatto a regola d’arte basato sugli strumenti a corda. Si può notare che le chitarre sono poste una a destra ed una a sinistra, mentre la batteria ed il basso rimangono centrali. Sono loro a fare il lavoro “sporco” di dissonanza temporale, mentre in realtà sono tutti corretti e nessuno va fuori dalla battuta. Soltanto che al posto di seguire la chitarra, nella Magic Band, si segue la batteria.

Ascoltando una chitarra sola e la batteria tutto va bene, ascoltando esclusivamente l’altra chitarra e la batteria lo stesso. Ma insieme è un gran canaio. Perché? Perché, pur tornando, spesso, le due chitarre sono aliene tra loro creando quel “caos” che rende l’album inascoltabile.

Non è tutto qui. L'”inascoltabilità” fa affidamento anche su un sapiente uso delle terzine che ogni strumento fa senza seguire l’altro, cosicché la ritmica si annulla o si moltiplica straniando tutto dalla musica pur rimanendo perfettamente su quel campo. Un esempio molto illuminante è Dachau Blues, dove Drumbo fa il 4/4 in terzine, la chitarra sinistra ha gli accenti in levare e la destra in battere. Un casino, sì, ma completamente regolare.

Beefheart non si ferma qui, ma fa sì che sparisca la tonalità facendo uso abbondante di cacofonia (“che palle la tonalità, è così limitante!” Lester Bangs), soprattutto coi fiati e gli ottoni suonati intenzionalmente male. Cioè, sono suonati nel modo che non rispecchia la normale corrente d’uso. E sono proprio gli ottoni e i fiati gli unici strumenti che si permettono gli assoli, perché – nonostante sia un album rock – Trout Mask Replica è privo di soli di chitarra o di batteria o di basso.

Altra componente importante è la struttura delle canzoni. Ogni pezzo ha in sè una struttura diversa dall’altra, e (a parte Ella Guru e Sugar’n’Spikes) da qualsiasi canzone rock fino ad allora uscita. Ogni brano splende di propria personalità e identità, e questo senza adombrare l’altro o risultare prolisso.

La voce è assolutamente una cosa nuova. Entra senza pietà in ogni brano, spazzando via gli strumenti che sorreggono la struttura, la voce è padrona dell’album, è la cosa più importante in quanto se ne frega dei cambi ritmici o melodici. Beefheart non canta, decanta. Non solo, fa un uso completo del suo “strumento” ululando, ringhiando, salendo e scendendo vorticosamente di tono o cambiando proprio timbro (Hobo Chang Ba, Pena, Sugar’n’Spikes, Ant Man Bee ad esempio).

La batteria ha bisogno di una nota di merito per l’istrionismo e l’abilità che riesce a creare. Dopo la voce risulta di essere lo strumento più importante per la risoluzione dell’album. Drumbo è come un bambino che vuol colpire tutti i pezzi del kit nel minor tempo possibile, ma con l’abilità di un jazzista di razza. Il sound è sostanzialmente tribaleggiante (tant’è che i piatti erano bloccati da pezzi di cartone per far sì che la scia non ci fosse), mescolato all’uso jazz del charleston. Viene fuori un suono folle, pazzo furioso, che scatta e si ferma, poi torna e picchia duro.

Per quanto sembri fatto a caso nulla è casuale, infatti Trout Mask Replica è la crasi pervertita di due menti (Beefheart e Drumbo) che decisero di fare qualcosa di “diverso” pur restando nella realtà musicale. Il primo compose a pianoforte e voce tutti i pezzi, l’altro trascrisse per chitarre, basso e batteria il tutto.

Il risultato è questo: l’unico album che è stato capace di piegare la musica a seconda del proprio volere senza snaturarla del tutto.

Ed ora ecco la recensione romantica di Trout Mask Replica:

Trout Mask Replica è il più grande album rock perché fa quello che tutti gli altri non sono – ancora – riusciti a fare: creare qualcosa di talmente enorme che gli sta stretto anche l’appellativo rock. Non è una falsa rivoluzione come può esser stato il post-rock, la sua, è invece vera e propria dissociazione dal normale. Beefheart non amava misurarsi con altri musicisti e (vuoi per superbia o per vera “rivoluzionalità”) conosceva ben poco di musica. Tant’è che in un’intervista con Bangs dichiarava che la sua musica preferita è il canto dell’oca, per la sua assoluta libertà di espressione.

Ed è la Libertà, qui, che impermea tutto l’album. La Libertà che non è anarchia (ovvero inascoltabilità inutile), ma restare dentro le regole pre-esistenti e dilatarle, sporcarle e personificarle a sé stesso.

Beefheart decanta le sue cazzate senza senso compiuto (talvolta inventa anche parole) sopra ad una musica che sembra inascoltabile. Dov’è la cosa interessante? Nella credibilità e nel credere in quello che faceva. E’ così credibile che non è comico, non è improbabile, non è una cazzata, ma è qualcosa di Nuovo.

Non c’è alcuna dichiarazione di commerciabilità lì dentro perché il vecchio cuordimanzo e la sua banda si ritirarono in un casone nel deserto del Mojave, sostenuto dai soldini della mamma del Don, facendo un lavoro ancora incerto sulla possibile pubblicazione, in quanto ai tempi era stato licenziato dalla Buddha.

Beefheart crede in quello che fa e lo pubblica in 28 tracce. Non esita ad estremizzare il suo lavoro perché è proprio l’estremizzazione che può far capire il suo messaggio. Più è inascoltabile più si riesce ad intravedere quelle due parole che saranno una manna dal cielo per tutti quanti l’hanno inteso: “Siate Liberi”.

Tutto qua. Il suo non è un album oggettivamente bello, è decontestualizzato, maltrattato e crudo. Non ha grandi effetti, né ritornelli piacevoli o melodie sognanti. E’ la più nuda verità musicale-artistica che un Genio può fare. Infatti è tutto libero: dalle chitarre che non si dividono più il triste compito di ritmica o solista, dalla batteria che non tiene il tempo, dalla voce che sovrasta tutto, dai fiati che maltrattano la melodia con acuto cinismo, dagli spunti vocali ricercati fino allo spasmo (per finire nella voce telefonica di Jimmy Semens in The Blimp: rap ante-litteram), dalle soluzioni strutturali… da tutto!

Trout Mask Replica non è altro che un messaggio, non è altro che la primordiale fonte di rinnovamento da tutte queste immondizie musicali, è la vittoria dell’uomo sulle regole della musica.

Trout Mask Replica è l’input a fare qualcosa di diverso. E chi l’ha capito è ben evidente: tutti coloro che hanno imparato la lezione hanno fatto qualcosa di unico. Pensate ai Pere Ubu, ai Television, ai P.I.L., ai Talking Heads, ai Sonic Youth, P.J. Harvey

La cosa divertente del disco è l’ironia dei figuranti: l’album sembra quasi una prova di un album, infatti alcuni brani sono intervallati o da discorsi sulla riuscita della canzone (Hair Pie: Bake 1), da prove vocali che andranno su un altro pezzo (Pena), su loro che mangiano (Fallin’ Ditch) o su take alternativi (“She’s too much for my or everybody’s mirror number two”). Un album assolutamente completo mascherato da raccolta di pezze.

Non è filosofia hippie la sua, non intellettualismo patetico, è la semplice intuizione che si spinge oltre alle solite regole imposte, è il cavillo legale che riesce a ribaltare la causa senza uscire dai parametri legislativi. Non è roba tecnica, non è roba per intenditori, è musica tale e quale a tutto il resto. Sarebbe ingiusto e stupido scinderla dagli altri.

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