Lo zen e l’arte della recensione di Trout Mask Replica

Forse sono passati già dieci anni da quando lessi per la prima volta questo post. Era firmato da un certo Tristram Shandy, un gentiluomo che scriveva in un blog chiamato “Morte A Credito” su Splinder. La mia vita cambiò e prese una piega che mi ha donato le più grandi soddisfazioni che abbia mai raccolto in 27 anni. Ora ne ho 28, e sebbene Tristram non ci sia più da un anno quella forza inerziale continua a spingermi. Per un bel po’ di tempo, lo ammetto, mi stava trascinando con sé verso un baratro senza fondo. Mi ci è voluto per capire che siamo troppo piccoli per affrontare la morte, e risulta decisamente meglio usare le nostre poche forze per affrontare la vita.

Buona lettura.

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Finalmente l’ho fatto. Per quanto possa essere irrilevante ai più, per me, mettere in parole la mia recensione su Trout Mask Replica è come aver finalmente eiaculato dopo una sega durata sei anni (immaginate il fiotto).

Sei anni fa a Firenze, in piazza San Marco, ricevevo per il modico prezzo di 10 euro la mia copia di Trout Mask Replica di Captain Beefheart. Avevo aspettato un anno circa prima di averlo e – sembra strano – il negoziante, ogni martedì, mi ripeteva che “la prossima settimana arriva, tranquillo”.

E arrivò.

Allora avevo il mio mitico e indimenticabile disc-man (lettore cd) della Sony con la cover blu. Era sopravvissuto alle superiori e durava ancora durante la mia parentesi universitaria. Anche quel giorno era con me – ricordo che era all’incirca Febbraio – custodito al sicuro nella generosa tasca del mio piumino. Mentre scartavo il cellophane che ricopriva il disco tremavo, quasi, dall’ansia di poter finalmente ascoltarlo, mentre ripetevo al mio lettore che oggi avrebbe fatto suonare “il più grande album rock di tutti i tempi” (ovviamente è un eufemismo, di solito non parlo con gli oggetti).

Non ricordo dove avevo letto quelle parole, io ai tempi manco conoscevo Bangs o Scaruffi, ma questa storia di Trout Mask Replica mi ronzava in testa da tanto…un a priori kantiano che mi attraeva, forse? Chissà, ma va detto che io amavo Frank Zappa alla follia (il mio primo gruppo si chiamava Hungry Freaks, in onore ad un pezzo delle Mothers of Invention), e leggendo di lui lo trovavo sovente collegato a Don Van Vliet. Beefheart compariva come personaggio anche nell’autobiografia di Zappa (con Peter Occhiogrosso), il che lo faceva diventare automaticamente un mio mito (dalla serie: “ogni amico del mio mito è un mio mito”).

Così mi ossessionai finché non lo ottenni.
E arrivò.

Ma non fu quell’orgasmo che pensavo poteva essere. Quei suoni, quelle canzoni, quello stile, quelle note… non potevo sopportarlo. Il mio lettore blu tirò un sospiro di sollievo quando pigiai il tasto col quadratino incavato, neanche a metà album. “Ma ovviamente – mi ripetevo – non è finita qui! Io scoprirò perché è un capolavoro, al costo di ascoltarlo tre volte al giorno.

Anche ascoltandolo tre volte al giorno, però, la cosa non cambiava. Era strano, era diverso, non aveva “canzoni” vere e proprie, anche se ne conservava alcune similitudini. Non era neanche “musica”, a dire il vero, perché non suonava bene. Perché? Perché non capivo? Eppure doveva essere il Citizen Kane del rock, porcocristo, e non una schifezza del genere.

Praticamente lo imparai a memoria. Sapevo tutti i titoli delle 28 canzoni, la disposizione, i cantati e alcune parti di testo. Questo solo perché mi ero incaponito di ascoltarlo, ma non riuscivo davvero a scoprirlo.

Ricordo che fu il mio secondo mito vivente, Sara, a dirmi dell’esistenza di un critico del web, tale Scaruffi, che era un gran bastardone ma aveva recensito praticamente tutto. Così diedi un’occhiata al critico bastardone e nella sua lista dei migliori album, al primo posto, trovai proprio Trout Mask Replica. Ebbi una strana palpitazione al cuore: “Finalmente scoprirò che cazzo ha di tanto spettacolare sto album del cazzo”. Perché, è giusto che sappiate, io avevo lasciato un po’ perdere il Beefheart, ma lo veneravo in quanto “proiezione di superiorità musicale non ancora ben chiarita”.

Ma Scaruffi non dice – praticamente – un benamato cazzo sul perché è il più grande disco del rock. Invito tutti quanti avranno letto la seguente recensione a dare, in seguito, un’occhiata a quella che fa Scaruffi e a raffrontarla con la mia se hanno qualcosa in comune.

La chiave che sbloccò l’amore per il Capitano fu invece Emanuele (mio amico e batterista), quando tre anni fa gli prestai quel maledetto cd. “Sai che è davvero esagerato?” mi disse. Era rimasto esterrefatto dall’istrionismo di Drumbo, il batterista della Magic Band. Trovava Trout Mask Replica un album “unico”.

Quando disse quella parola mi si aprì un varco riflessioni che fino ad allora non ero riuscito a carpire.
Aggiunse anche di dare un’occhiata su Ondarock, “c’è una recensione esagerata che parla del disco ponendolo come soggetto di un ipotetico dialogo tra un fan beefheartiano ed un neofita”. Lui non sapeva niente dell’ossessione che mi covava dentro da parte di quello stupido album con la copertina rossa ed un pesce che saluta (più o meno).

Trovo abbastanza esauriente (sicuramente migliore di quella di Scaruffi) quella recensione, tanto che scrissi una mail all’autore per ringraziarlo.
Probabilmente per voi quello che ho scritto fin qua può risultare inutile o costruito soltanto per narrare ciò che amo di più (i cazzi miei), mentre in realtà tutto questo era un preambolo per poter parlare della Qualità in una recensione. Ovviamente la mia recensione è (e qui lo dico senza usare virgolette, ma con parole che io penso e giustificherò) sul più grande album rock di tutti i tempi, Trout Mask Replica.

Ma parliamo di Robert Pirsig.

Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta lo lessi qualche anno fa. Mi lasciò talmente senza fiato, col cervello stimolato a mille che lo rilessi dopo pochi mesi alla ricerca di qualche chiarimento, certo che non avevo compreso tutto ciò che vi era dentro. E infatti così era.

Lo ripresi in mano altre volte per leggere alcuni passaggi, o riavventurarmi nuovamente nell’avventura on the road dei protagonisti, fino a che – dopo averlo largamente consigliato alla mia Morosa – ho deciso di rileggerlo nuovamente poco tempo fa.

La storia si dipana in due, da un lato c’è il viaggio di Pirsig con suo figlio in moto per gli Stati Uniti, dall’altro c’è la storia di Fedro, folle genio che si impuntò sulla Qualità. Tra le due storie c’è un filo comune che è Pirsig stesso, ovvero Fedro, ovvero un professore di filosofia “condannato” dalla sua stessa intelligenza all’elettro-shock. Quello che rende il libro un colosso è la pregnanza di concetti che Pirsig riesce abilmente ad inserire senza rovinare niente in scorrevolezza o continuità. Chi ha letto il libro, probabilmente, capirà meglio tutti i miei discorsi.

Dividendolo, come Pirsig fa, in due modalità – Classica e Romantica – cercherò di recensire l’album con la più alta dose di Qualità che riuscirò a metterci.

Premetto che “un’intelligenza classica vede il mondo innanzi tutto in quanto forma soggiacente. Un’intelligenza romantica lo vede innanzitutto in termini di apparenza immediata. E’ improbabile che un romantico trovi interessante uno disegno tecnico o meccanico o uno schema elettronico: per lui queste cose non hanno fascino, perché non ne coglie che la realtà superficiale […]. La modalità classica, invece, procede secondo ragione e sulla base di leggi – che sono esse stesse la forma soggiacente del pensiero e del comportamento.” (p.p. 75-76 ed. Adelphi)

Perciò ecco la recensione classica di Trout Mask Replica.

L’album contiene 28 brani, di cui tre strumentali e – per contrappasso – tre solo voce. L’album è del 1969, prodotto da Frank Zappa, con i seguenti musicisti:
– Captain Beefheart: bass clarinet, tenor sax, soprano sax, vocal
– Drumbo: drums
– Antennae Jimmy Semens: steel-appendage guitar
– Zoot Horn Rollo: glass finger guitar, flute
– Rockette Morton: bass & narration
– The Maskara Snake: bass clarinet & vocal

Ciò che principalmente diversifica e fa risaltare all’orecchio Trout Mask Replica da ogni altro album mai uscito finora (parlo oggettivamente, sono in modalità classica) è l’annullamento del “battere-levare”, grazie ad un lavoro fatto a regola d’arte basato sugli strumenti a corda. Si può notare che le chitarre sono poste una a destra ed una a sinistra, mentre la batteria ed il basso rimangono centrali. Sono loro a fare il lavoro “sporco” di dissonanza temporale, mentre in realtà sono tutti corretti e nessuno va fuori dalla battuta. Soltanto che al posto di seguire la chitarra, nella Magic Band, si segue la batteria.

Ascoltando una chitarra sola e la batteria tutto va bene, ascoltando esclusivamente l’altra chitarra e la batteria lo stesso. Ma insieme è un gran canaio. Perché? Perché, pur tornando, spesso, le due chitarre sono aliene tra loro creando quel “caos” che rende l’album inascoltabile.

Non è tutto qui. L'”inascoltabilità” fa affidamento anche su un sapiente uso delle terzine che ogni strumento fa senza seguire l’altro, cosicché la ritmica si annulla o si moltiplica straniando tutto dalla musica pur rimanendo perfettamente su quel campo. Un esempio molto illuminante è Dachau Blues, dove Drumbo fa il 4/4 in terzine, la chitarra sinistra ha gli accenti in levare e la destra in battere. Un casino, sì, ma completamente regolare.

Beefheart non si ferma qui, ma fa sì che sparisca la tonalità facendo uso abbondante di cacofonia (“che palle la tonalità, è così limitante!” Lester Bangs), soprattutto coi fiati e gli ottoni suonati intenzionalmente male. Cioè, sono suonati nel modo che non rispecchia la normale corrente d’uso. E sono proprio gli ottoni e i fiati gli unici strumenti che si permettono gli assoli, perché – nonostante sia un album rock – Trout Mask Replica è privo di soli di chitarra o di batteria o di basso.

Altra componente importante è la struttura delle canzoni. Ogni pezzo ha in sè una struttura diversa dall’altra, e (a parte Ella Guru e Sugar’n’Spikes) da qualsiasi canzone rock fino ad allora uscita. Ogni brano splende di propria personalità e identità, e questo senza adombrare l’altro o risultare prolisso.

La voce è assolutamente una cosa nuova. Entra senza pietà in ogni brano, spazzando via gli strumenti che sorreggono la struttura, la voce è padrona dell’album, è la cosa più importante in quanto se ne frega dei cambi ritmici o melodici. Beefheart non canta, decanta. Non solo, fa un uso completo del suo “strumento” ululando, ringhiando, salendo e scendendo vorticosamente di tono o cambiando proprio timbro (Hobo Chang Ba, Pena, Sugar’n’Spikes, Ant Man Bee ad esempio).

La batteria ha bisogno di una nota di merito per l’istrionismo e l’abilità che riesce a creare. Dopo la voce risulta di essere lo strumento più importante per la risoluzione dell’album. Drumbo è come un bambino che vuol colpire tutti i pezzi del kit nel minor tempo possibile, ma con l’abilità di un jazzista di razza. Il sound è sostanzialmente tribaleggiante (tant’è che i piatti erano bloccati da pezzi di cartone per far sì che la scia non ci fosse), mescolato all’uso jazz del charleston. Viene fuori un suono folle, pazzo furioso, che scatta e si ferma, poi torna e picchia duro.

Per quanto sembri fatto a caso nulla è casuale, infatti Trout Mask Replica è la crasi pervertita di due menti (Beefheart e Drumbo) che decisero di fare qualcosa di “diverso” pur restando nella realtà musicale. Il primo compose a pianoforte e voce tutti i pezzi, l’altro trascrisse per chitarre, basso e batteria il tutto.

Il risultato è questo: l’unico album che è stato capace di piegare la musica a seconda del proprio volere senza snaturarla del tutto.

Ed ora ecco la recensione romantica di Trout Mask Replica:

Trout Mask Replica è il più grande album rock perché fa quello che tutti gli altri non sono – ancora – riusciti a fare: creare qualcosa di talmente enorme che gli sta stretto anche l’appellativo rock. Non è una falsa rivoluzione come può esser stato il post-rock, la sua, è invece vera e propria dissociazione dal normale. Beefheart non amava misurarsi con altri musicisti e (vuoi per superbia o per vera “rivoluzionalità”) conosceva ben poco di musica. Tant’è che in un’intervista con Bangs dichiarava che la sua musica preferita è il canto dell’oca, per la sua assoluta libertà di espressione.

Ed è la Libertà, qui, che impermea tutto l’album. La Libertà che non è anarchia (ovvero inascoltabilità inutile), ma restare dentro le regole pre-esistenti e dilatarle, sporcarle e personificarle a sé stesso.

Beefheart decanta le sue cazzate senza senso compiuto (talvolta inventa anche parole) sopra ad una musica che sembra inascoltabile. Dov’è la cosa interessante? Nella credibilità e nel credere in quello che faceva. E’ così credibile che non è comico, non è improbabile, non è una cazzata, ma è qualcosa di Nuovo.

Non c’è alcuna dichiarazione di commerciabilità lì dentro perché il vecchio cuordimanzo e la sua banda si ritirarono in un casone nel deserto del Mojave, sostenuto dai soldini della mamma del Don, facendo un lavoro ancora incerto sulla possibile pubblicazione, in quanto ai tempi era stato licenziato dalla Buddha.

Beefheart crede in quello che fa e lo pubblica in 28 tracce. Non esita ad estremizzare il suo lavoro perché è proprio l’estremizzazione che può far capire il suo messaggio. Più è inascoltabile più si riesce ad intravedere quelle due parole che saranno una manna dal cielo per tutti quanti l’hanno inteso: “Siate Liberi”.

Tutto qua. Il suo non è un album oggettivamente bello, è decontestualizzato, maltrattato e crudo. Non ha grandi effetti, né ritornelli piacevoli o melodie sognanti. E’ la più nuda verità musicale-artistica che un Genio può fare. Infatti è tutto libero: dalle chitarre che non si dividono più il triste compito di ritmica o solista, dalla batteria che non tiene il tempo, dalla voce che sovrasta tutto, dai fiati che maltrattano la melodia con acuto cinismo, dagli spunti vocali ricercati fino allo spasmo (per finire nella voce telefonica di Jimmy Semens in The Blimp: rap ante-litteram), dalle soluzioni strutturali… da tutto!

Trout Mask Replica non è altro che un messaggio, non è altro che la primordiale fonte di rinnovamento da tutte queste immondizie musicali, è la vittoria dell’uomo sulle regole della musica.

Trout Mask Replica è l’input a fare qualcosa di diverso. E chi l’ha capito è ben evidente: tutti coloro che hanno imparato la lezione hanno fatto qualcosa di unico. Pensate ai Pere Ubu, ai Television, ai P.I.L., ai Talking Heads, ai Sonic Youth, P.J. Harvey

La cosa divertente del disco è l’ironia dei figuranti: l’album sembra quasi una prova di un album, infatti alcuni brani sono intervallati o da discorsi sulla riuscita della canzone (Hair Pie: Bake 1), da prove vocali che andranno su un altro pezzo (Pena), su loro che mangiano (Fallin’ Ditch) o su take alternativi (“She’s too much for my or everybody’s mirror number two”). Un album assolutamente completo mascherato da raccolta di pezze.

Non è filosofia hippie la sua, non intellettualismo patetico, è la semplice intuizione che si spinge oltre alle solite regole imposte, è il cavillo legale che riesce a ribaltare la causa senza uscire dai parametri legislativi. Non è roba tecnica, non è roba per intenditori, è musica tale e quale a tutto il resto. Sarebbe ingiusto e stupido scinderla dagli altri.

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14 risposte a “Lo zen e l’arte della recensione di Trout Mask Replica

  1. Su questo disco si sono scritte migliaia di recensioni basate sempre su paroloni altisonanti , ragionamenti che sfociano nella metafisica,fiumi di analisi sociali ed esistenziali e chi più ne ha più ne metta. Ben pochi però hanno il coraggio , l’onestà intellettuale o ( più semplicemente ) la preparazione per giudicarlo per quello che è : suoni buttati a caso con citazioni di Free jazz e Blues che chiunque potrebbe fare. Non più di 4 brani ( su 28 ) hanno una , anche solo vaga, struttura musicale.

    • A parte che continuano ad uscire analisi molto competenti a proposito del processo di Beefheart dal punto di vista compositivo (vedi i video presenti su YuTube del compositore canadese Samuel Andreyev o l’ultima monografia del Capitano curata da Francesco Nunziata ed uscita per Arcana). Da un’analisi prettamente musicologica superficiale possiamo dire che si evincono alcune cose: la prima è che non è tutta farina di Don Van Vliet, il ruolo della Magic Band è stato fondamentale, la seconda che è che la composizione tecnicamente è relativamente semplice, sono i canoni ad essere reinterpretati (c’è solo un 4/4 in un’intero album blues).

      Di album su cui bisognerebbe fare una profonda riflessione e sulla quale manca tanta onestà intellettuale e preparazione critica sono altri, così su due piedi mi vengono in mente i primi Genesis, i Queen prima della svolta con i sintetizzatori nell’80, i Roxy Music dopo il ’73, e poi robaccia come gli Aerosmith e i Toto (questi ultimi straordinari musicisti creatori di musica che definirla banale è un complimento molto sentito).

  2. Ho perso una mezz’oretta nel tuo blog a leggere le schede e le risposte ai vari interventi e praticamente ogni tuo pensiero è ripreso da Scaruffi. Ad un mio intervento hai risposto che hai letto Scaruffi una sola volta, se è vero quell’unica volta ti ha cambiato la vita illuminandoti in ogni tuo parere! Ho letto le schede su Beatles , Pere ubu , Beefheart e sono identiche a quelle di Scaruffi anche usando parole uguali a quelle del Piero. Ad un mio intervento hai detto che le melodie dei Beatles non valgono quelle dei Chicago ( ! ) ed è un giudizio identico a quello di Scaruffi.Il tuo giudizio su Bowie è identico a quello di Scaruffi. Hai detto che non ti piace Prince ed infatti Scaruffi lo considera sopravvalutato. Di Hendrix hai detto che nessun suo disco è un capolavoro ed è un giudizio uguale a quello di Scaruffi anche nei termini usati. Ripetutamente citi Sister ray come modello di grandezza e casualmente è il brano rock preferito da Scaruffi. Ho il sospetto che potrei continuare a leggere tutte le schede del tuo blog e in ogni scheda finirò per trovare analogie col blog di Scaruffi. Tutto ciò è sconcertante.

    • Forse ti stai confondendo, ma ti posso aiutare, tranquillo.

      Prima di tutto il post qua sopra non è mio, come già scritto nell’introduzione è “di un certo Tristram Shandy” e le sue opinioni non sono le mie. Non so dove avrei scritto che Scaruffi abbia illuminato alcunché, dato che come ho detto di Scaruffi ho letto poco. Se i miei ragionamenti ti paiono quelli di Scaruffi è un bias che posso correggerti. Scoprirai infatti che le mie opinioni su Beatles, Pere Ubu, Captain Beefheart, Prince, Hendrix e via dicendo spesso coincidono con quelle dei miei critici di riferimento, ovvero Simon Reynolds, Julian Cope, Greil Marcus, Lester Bangs (a cui Scaruffi ha rubato parecchia roba, ma adesso ci arriviamo), Riccardo Bertoncelli, Federico Guglielmi ed Eddy Cilìa (uno che ha dedicato un bell’articolo in un ormai storico numero di Velvet – almeno credo fosse Velvet, intento proprio a sputtanare lo Scaruffi nazionale).

      Le schede di Scaruffi sono talmente sintetiche da risultate inutili tanto quanto le classifiche. A parte che chiunque si metta a fare la classifica dei propri gruppi preferiti evidentemente non ha superato certi traumi adolescenziali, ma il metro critico di Scaruffi è una versione elitista di quello di Lester Bangs. Bangs è stato uno dei più influenti critici della rivista Creem e della storia del rock in generale, i suoi battibecchi con Lou Reed sono storia, come anche le sue stroncature e rivalutazioni a posteriori, spesso condite da fiumi di parole quasi indigeribili. Vorrei sapere cosa nella mia scheda su “Dub Housing” dei Pere Ubu ti ricordi Scaruffi, dato che se non ricordo male la sua sarà di tre o quattro parole in croce (come al solito fra l’altro).

      Nell’ultima recensione cito “Hunky Dory” di David Bowie, e sono abbastanza sicuro che sia un giudizio diverso da quello di Pierone. Non ricordavo nemmeno di citare così spesso Sister Ray, certamente uno dei miei pezzi preferiti in assoluto, ma come anche di tanta gente che ti ho citato sopra e moltissimi altri ancora che non citerò. Una delle prime recensioni che lessi di Scaruffi furono gli Slint, e ancora oggi la uso come metro di paragone come pessimo modo di pensare e scrivere una recensione rock.

      Se non ricordo male molti critici italiani li avevi letti anche tu, in alcuni miei articoli li cito anche, su alcune cose sono d’accordo con loro con altre meno, buona parte della mia conoscenza del post-punk la devo a Guglielmi e Reynolds, e certamente alcune cose che ho scritto non suoneranno dissimili alle loro. Se sia Guglielmi che Scaruffi ritengono che i Pere Ubu siano stati uno dei gruppi più straordinari di quella stagione non vuol dire un cazzo però, il fatto sussiste nel momento in cui sono tantissimi i critici di spessore ad asserirlo assieme a loro.

      Ma uno che dice che “Twins Infinitives” non solo è il miglior album dei Royal Trux, ma pure uno dei più importanti della storia del rock, che cazzo si fuma? Mi chiedo poi cosa ne pensi Scaruffi di Thee Oh Sees, Squadra Omega, Mai Mai Mai, Idles, lui va sempre e quasi sul sicuro copiando roba d’oltreoceano. Ma la cosa divertente è vedere a quanta gente i suoi giudizi fanno incazzare a bestia. Ci sono persone che escono pazze per le sue schede, che ci hanno dedicato persino interi blog! A me ‘sta cosa ha sempre impressionato. Per me Scaruffi è stato un anticipatore di meccaniche assolutamente deleterie del web, se ti interessa saperne di più leggiti questo articolo che ho scritto tempo fa per Altre Velocità. Credo di spiegare bene perché il metodo di Scaruffi non sia un metodo critico.

      Per dire che i Queen fanno cagare non serve aver studiato, basta avere due orecchie ed un cervello. Il fatto che piacciano a tutti, anche quelli che seguono assiduamente Ciao Darwin, dovrebbe già far capire qualcosa. Però Scaruffi è stato furbo, perché ha portato nella critica italiana il metodo americano, che è molto più polarizzante della nostra critica democristiana. Anche i più grandi fan dei Beatles sanno che all’inizio della loro carriera altro non erano che un fenomeno per ragazzine, leggiti Paolo Fabbri, che non è critico ma musicologo. Il loro grande apporto è stato rivoluzionare il suono della musica pop mondiale, in pratica sono il più influente gruppo musicale della storia da quando esistono i 33 giri! Però lo sdoganamento culturale da roba per 45 giri a roba da 33 lo fece un certo Bob Dylan per il rock, non i Beatles, è ci sono vari motivi per questo.

      Scaruffi dice che i Chicago erano più bravi dei Beatles ad intessere melodie? Io ci metto anche Kinks e Beach Boys, e conosco almeno una decina di persone che non sono critici che direbbero lo stesso, e di certo non è il primo ad aver notato una tale ovvietà.

  3. I Chicago fanno melodie migliori dei Beatles? Addirittura lo trovi ovvio? Mio Dio! I Chicago sono uno dei gruppi più kitch degli anni 70.

    • Mica ho detto che sono esteticamente migliori! Per me “Chicago IV” è uno dei più brutti album pop rock di ogni tempo (ne avevo scritto una recensione anni fa, ma chissà dov’è finita, era una stroncatura peggiore perfino di “The Game” dei Queen), però se uno guarda gli spartiti e l’esecuzione della band sono perfetti, le intessiture melodiche semplicemente sopraffine. Ciò non toglie che facciano cagare dagli orecchi. Io ho imparato a suonare sui 45 giri dei Beatles, l’eleganza di pezzi all’apparenza banali come Eight Days a Week i Chicago non sanno manco dove sta di casa, però oggettivamente quelle dei Quattro erano composizioni banalissime in confronto.

      Prendi anche i Toto, cazzo non c’è gruppo che detesti di più dei Toto (forse gli Aerosmith, ma FORSE), però cosa gli puoi contestare da un punto di vista tecnico? Niente, in pratica sono il gruppo più cazzuto del pianeta, peccato che la loro musica sia diarrea elettrica.

      Per me Zappa a livello compositivo si mangia a colazione Beefheart, però Beefheart ha composto opere di maggior valore artistico. Ovviamente è un’affermazione che va discussa, perché il valore non è oggettivo, quando si fanno elaborazioni di tipo estetico non ci sono parametri come per la tecnica. Una melodia più elaborata di un’altra è “facile” da analizzare, “basta” saper leggere la musica, invece disquisire di argomenti estetici è ben più incasinato.

  4. Per me Zappa si mangia a colazione Beefheart, però Beefheart ha composto opere di maggior valore artistico? Ma che diavolo significa ?

  5. Anche i più grandi fans dei Beatles sanno che all’inizio erano roba da ragazzine ? Sei poco informato. Questo può valere per il primi mesi. Già dal ’64 quasi tutti i futuri protagonisti della scena rock ( Mick Jagger,Keith Richards , Bob Dylan , Devid Crosby,McGuinn,Paul Simon,Ozzy Osbourne,Lemmy etc) dimostrarono un entusiasmo spesso persino eccessivo verso i primi dischi dei Beatles mentre tale Leonard Bernstein ( uno dei 2/3 candidati al titolo di maggior direttore d’orchestra del xx secolo ) dopo aver ascoltato” I want to hold your hand ” e gli altri singoli distribuiti in America sentenziò che ” Lennon e Mccartney adottano procedimenti simili a quelli di Schubert ” e non mi sembra che Paolo Fabbri sia il vangelo.

    • “Leonard Bernstein non è il Vangelo”, ma il gioco dello specchio riflesso non è molto utile, per cui diciamo le cose come stanno: Bernstein è stato un genio, sia come compositore che come direttore d’orchestra, ma non è né un critico né un musicologo, parlava favorevolmente di Byrds, Dylan, Rolling Stones e Beach Boys, ma lo faceva credendo che avessero inventato un linguaggio ex-novo, non conosceva tutto quello che c’era stato prima, di quanto i Beatles debbano a Buddy Holly, alle rivoluzioni di giovanissimi talenti come Eddie Cochran, all’r’n’b di Arthur Crudup, ma non gliene possiamo fare una colpa, perché il tempo che ha speso per diventare un’eccellente pianista e direttore d’orchestra (tra i più grandi al mondo) non l’ha occupato anche con studi di critica di musica pop. Niente di grave, sia chiaro. Il fatto che gente come Robert Fripp flippasse sui primi 45 giri dei Beatles è, ovviamente, un grande attestato di stima, come anche le tantissime testimonianze di chi ha scoperto il rock tramite loro. Forse c’entra anche il fatto che erano in pratica il gruppo più sparato dalle radio e pubblicizzato nei negozi oltre che il primo caso di fenomeno di massa quando ancora nessuno se ne era assuefatto. E tutte queste questioni le pongo anche grazie a grandissimi fan dei Beatles, come lo storico (sì, non critico) John McMillian, che spiega bene quanto il fenomeno dei Beatles fosse prima di tutto una trovata commerciale (la migliore, la più fenomenale di sempre) per poi progressivamente ritagliarsi uno spazio sempre più grande nella legittimazione pubblica (da “Rubber Soul” in poi). Ti consiglio “Beatles vs Rolling Stones” di McMillian, oltre ad essere ben scritto sviluppa in maniera assolutamente scientifica la costruzione mediatica dietro la rivalità più finta di sempre, e smonta anche pregiudizi come quello che i Beatles fossero musica per borghesi mentre gli Stones per i proletari rivoluzionari (e questo credo farebbe inalberare Scaruffi!). Non nasconde però le manovre dietro ogni progetto, la sete di soldi quasi spasmodica di McCartney e Lennon, i magheggi degli agenti eccetera eccetera. Fra l’altro dovrebbe piacerti molto dato che definisce tutti quelli che sottovalutano la portata rivoluzionaria della band come dei banali “snob”. Ritornando su Bernstein, pure il buon McCartney in una intervista a MTV negli anni ’80 disse che il rap era un fenomeno di passaggio, e che dato che non c’erano strumenti quella non poteva essere definita musica, dimenticando in un sol colpo le origini del blues che avevano seminato il campo del il rock ’n roll. Come vedi essere un musicista affermato non fa di te un critico musicale.

      La questione Zappa vs Beefheart credo sia semplice da capire. Zappa è un compositore irraggiungibile per il Capitano, ma il Capitano ha avuto una portata rivoluzionaria per la storia della musica rock maggiore di quella di Zappa. Vogliamo forse negare l’importanza del Delta blues, sebbene fosse una musica primitiva e quasi ignorante in confronto al be-bop? Cos’è che non ti torna? Non è mica la complessità melodica o armonica o di qualsiasi altro elemento strettamente musicale, a valorizzare una composizione, questo credo sia piuttosto banale da asserire. Tra Beatles e Weather Report oggi nella musica rock c’è molto più Beatles, questo rende i Weather Report un gruppo meno abile di LennonMcCartney nella composizione? Suvvia. Beefheart è considerato, e a ragione, il padrino della scena post punk, più ancora di Fifty Foot Hose, Stooges o Velvet Underground. Musicisti come Nick Cave, Tom Waits, PJ Harvey devono tantissimo ai primi album del Capitano, e non lo nascondono (poi nel caso di Waits potremmo anche parlare di plagio). Si parla di artisti che fanno parte di una categoria molto ben voluta dalla critica specializzata. Oggi i maggiori successi pop rock degli ultimi 30 anni hanno superato i Beatles, se ne sentono echi nel brit pop (che deve moltissimo a Kinks, Small Faces e Who), l’ultimo gruppo d’ispirazione beatlesiana sono stati probabilmente gli Electric Light Orchestra (di cui ho una recensione quasi pronta da tre anni, ancora mai pubblicata, cristo). I Foo Fighters sono di matrice hard rock, gli Arctic Monkeys garage, forse i Coldplay, ora che penso bene, devono molto a livello di arrangiamenti ai quattro di Liverpool. E questo lo riconoscono anche i critici nostrani che abbiamo citato finora.

  6. Il grande limite di internet è l’eccesso di democrazia e il tuo ultimo intervento ne è la prova: ogni frase che hai scritto è basata su informazioni sbagliate,alcune persino spassose nella loro assurdità. Ma andiamo con ordine: non ho mai detto che Bernstein sia il vangelo , ho solo fatto notare che per i primi singoli dei Beatles sin dal ’64 il buon Leonard tirò in ballo Schubert per l’inaudita costruzione melodica e armonica di quei brani.Mi rendo conto che parlare di costruzione melodica e armonica con chi si improvvisa critico senza avere nessuna preparazione di base è perfettamente inutile ma credo sia mio dovere far notare che quei brani ( almeno i migliori )si distinguevano nettamente dai brani coevi di altri gruppi.Tornando a Bernstein dire che non era un critico significa non avere idea di ciò che si dice dato che è stato forse il più apprezzato critico musicale del ‘900 e sicuramente l’unico che per tutta la carriera ha recensito Classica,Jazz e musica leggera alle stesso modo , senza barriere o pregiudizi sin dagli anni ’50.Fu il primo critico di musica classica a considerare il jazz una forma d’arte e non una semplice musica ballabile, si interessò al rock n roll sin dal suo apparire e nel ’60 definì in un articolo Elvis Presley “il più grande fenomeno culturale del secolo” definendolo a capo di una rivoluzione musicale.Conosceva benissimo Buddy Holly ,Crudup e Eddie Cochram e inserì elementi del Rock n roll persino in una messa da lui composta.Acclamò Pet sounds di B.Wilson come uno dei capolavori del secolo molto prima che diventasse una presenza fissa nei Pools di tutto il mondo,nei primi anni ’80 quando era ormai over 60 definì i Talking heads “più interessanti di un compositore come P.Glass”. Dire che non era un critico Pop può ambire al titolo di massima castroneria mai scritta su internet …con tutto il rispetto ovviamente.Era un critico pop sin dai primi anni 60 quando non esisteva neanche una critica pop/rock, prima del 66/67 il mestiere del critico rock non era neanche immaginabile.Per non parlare solo di Bernstein ti dico che sei poco informato anche su Fripp dato che quando i Beatles pubblicarono i primi singoli era intento a studiare Bartok e fu folgorato dai Beatles ( e dal rock in generale ) nel ’67 quando ascoltò A day in the life,sono altri i nomi folgorati dai Beatles sin dai primi singoli: quelli che ho elencato fra gli altri.Infine il discorso dell’influenza mi ha sempre fatto ridere: è ridicolo valutare i gruppi in base all’influenza ottenuta. Credo che i dischi debbano essere valutati in base alla qualità della musica proposta e non certo per l’influenza ottenuta. Certi dischi sono influenti perchè sono facili da imitare, un disco di sperimentalismi e rumorismi lo può fare chiunque, mentre certi sounds sono meno influenti perchè sono difficili da riprodurre o da personalizzare.

    • Lo so che non hai detto che Bernstein è il Vangelo, era una parodia di quanto avevi detto di Fabbri, più palese di così… Allora: io adoro Bernstein, i suoi cicli di lezioni reperibili su YouTube sono mostruosi, ma da qui ad essere un critico pop ce ne passa amico mio. Il tempo che ci vuole per comprendere certi fenomeni è enorme, e a meno che Bernstein non avesse il dono dell’ubiquità non ce l’aveva per studiare la musica tutta e le sue diramazioni.

      Partiamo dalle basi. Se analizziamo il primo periodo dei Beatles ci troviamo di fronte ad una schematizzazione degli elementi tipo di una canzone pop anni ‘60 (intro strumentale, verse, chorus, gancio, ponte, coda) che sì, ricalca degli stilemi già visti nei gruppi corali anni ’50, ma lo fa spesso in modo originale. Buona parte di questa originalità all’inizio è di Martin – nessuno scandalo, dopo un po’ però la figura di Martin diventa quella dell’arrangiatore che impreziosisce gli ambienti sonori, mentre Lennon e McCartney cominceranno a sperimentare attraverso gli elementi suddetti provando strutture verse-bridge, verse-chorus, molto diverse dal canone commerciale, ed eliminando delle volte perfino il “gancio” (hook) il che è sicuramente notevole per una band nata per vendere e non per rivoluzionare un bel niente. Ma in questa trasformazione della forma canzone c’è anche il passaggio per il pop dai prevalenti 45 giri ai 33, che poche band potevano permettersi, e dentro i quali c’era molto più spazio per fare ricerca. Ovviamente l’idea di questo suono fluido (cominciato con Rubber Soul per poi imprimersi in Sgt. Pepper) non poteva che entusiasmare Bernstein. L’idea che aveva il Maestro degli artisti rock anni ’50 era distorta dalle classifiche, la sua conoscenza di Buddy Holly era tecnica ma non strettamente legata alla portata di certe idee melodiche. Bernstein comprendeva a pieno la struttura di quella musica e la sua colossale portata rivoluzionaria, ma non quello che c’era dietro. Quel melodismo che fu rigettato dal surf rock e dal rock strumentale che conobbe la censura in patria e da noi, portando il nuovo rock ’n roll a sparire dalle classifiche di tutto il mondo, almeno finché i Beatles non l’hanno risollevato. Basta dare un’occhiata alle classifiche di quegli anni, Motown, jazz, soul, Sam Cooke, la musica rock c’era ancora ma era fuori dai giri buoni, aveva preso percorsi che non erano in linea con l’idea pulita e bianca imposta dalle major ai tempi della svolta romantica di Elvis. Quello che Bernstein vedeva erano gli effetti, non le cause. Fargliene una colpa, chiaramente, è da idioti, le analisi di Bernstein sono comunque da prendere come oro colato, ma c’è un’intera letteratura rock che si differenzia in modo netto da queste. Fra l’altro il 100% dei critici da te citati convengono con tale lettura, che infatti gli rubo per farla mia.

      Non puoi ignorare che i maggiori esperti del settore, da Reynolds a Bangs, prendano atto dell’immane impatto mediatico dei Beatles, ma ne ristabiliscano equilibri con la scena attorno. Anche Eddy Cilìa, che adora tutto dei Beatles, più degli Stones forse, vede però in autori come Beefheart la vera musica irraggiungibile e di insaziabile novità. Un motivo, se tutti convengono, ci sarà!

      Se un critico dicesse che “Revolver” è un album rock sopravvalutato potremmo parlane, ma è ovvio e scontato che la premessa dev’essere: i Beatles non hanno inventato la psichedelia, ma senza questo album e la legittimazione commerciale dei Fab Four questo genere sarebbe morto appena nato. Questa è la grande, immensa, eredità dei Beatles.
      “Il più grande fenomeno culturale del secolo” non fu certo Elvis in sé, ma tutto quello che Elvis sdoganava. Fare una colpa a Bernstein per non averlo capito sarebbe da idioti, ma esistono i critici pop per questo, esistono i critici rock per questo. È verissimo quanto dici, ovvero che queste figure sono arrivate DOPO Bernstein, infatti prima questo ruolo era in parte esautorato dai DJ, ma non c’era abbastanza cultura dietro le analisi di questi. La critica rock è nata grazie… ai Beatles! Infatti senza il loro successo mondiale il Melody Maker non avrebbe mai cominciato a scriverci sù. Anche il rock di stampo più underground nasce grazie ai Beatles, perché i Monk, come tanti altri, cominciarono a suonare proprio per proporre una musica diversa e più matura al pubblico americano.

      “Certi dischi sono influenti perché sono facili da imitare” che idiozia colossale sarebbe mai questa? Un musicista diventa influente perché la sua musica ha valore oltre la sua proposta. L’influenza di Beethoven su Mahler secondo te c’è perché Beethoven era facile da copiare? Che cazzata, scusami. Fra l’altro ora che mi viene in mente Gary Lucas, chitarrista dell’ultimo periodo di Beefheart e che ancora oggi porta a giro la musica del Capitano, ha suonato da giovane diretto da Bernstein, e riteneva il genio di Beefheart come irraggiungibile. È importante? No, perché non è un critico affermato, è solo un favoloso chitarrista.

      Che poi i Talking Heads caghino nelle scarpe a Glass non ci vuole molto, ma la tempo stesso penso sia l’autore più insultato dai musicisti classici di tutti i tempi, quasi mi dispiace per lui!

      Un dei miei migliori amici è un mahleriano di ferro e un bernstaniano convinto, ha suonato con l’orchestra di Lucerna e di Pierre Boulez, eppure gli fanno cagare i Beatles (e pensa che Bernstein lì abbia pestato una caccona) e gli piace discretamente Beefheart (ma gli preferisce di gran lunga i Television). Per me Bernstein rimane un genio assoluto, senza che ciò intacchi la storia della critica rock, partendo dal nome tutelare di Lester Bangs, fino ai giorni nostri. Poi te sei libero di pensare e attingere le tue informazioni da chi preferisci, non sarò a dirti che Bernstein è una pessima fonte. Di sicuro però ce ne sono di più autorevoli in merito al piccolo segmento che nella storia della musica è riserbato al rock.

  7. La discussione ha assunto contorni grotteschi e non credo abbia senso continuare. Sembri uno studentello semianalfabeta arrogante che si permette di irridere le teorie di Einstein! Ce ne passa per essere un critico Pop ? Se sei preparato nella musica classica e non sei prevenuto a prescindere verso altre forme musicali hai tutta la preparazione che ti serve. Sono 25 anni che ascolto e studio musica classica e non ho certo dovuto condurre studi per raggiungere la preparazione che ritengo di avere nel rock e nel jazz,mi è bastato tanto ascolto e tanta documentazione. E quali sarebbero questi studi che Bernstein avrebbe dovuto eseguire? Leggere le schede di Scaruffi ? Siamo seri .E poi come fai a sapere che si basava sulle classifiche?Proprio lui che portò il blues e il jazz nelle sale di musica classica ad un pubblico che non sapeva neanche cosa fossero! Inoltre frasi tipo i Beatles non hanno inventato,Elvis ha solo sdoganato indicano un’eccessiva esposizione al blog di Scaruffi oltre che una totale impreparazione. Come detto nessuno inventa niente , neanche nella musica classica: Beethoven ( musicista pluricitato da Scaruffi e dai suoi adepti senza che si sappia niente della sua musica ) non ha certo inventato exnovo la sinfonia o la sonata dato che quei generi esistevano da decenni.Il commento finale che hai fatto è penoso e perfino offensivo quindi non lo commento.Chiudo dicendoti che Cilia ( critico che un tempo avevo preso a modello salvo poi rimanere deluso da tanti giudizi ) ha nei Beatles e nei Clash i suoi gruppi preferiti , almeno quindici anni fa quando ancora lo seguivo.

    • Wow, vivi in un mondo davvero fantastico, te la canti e te la suoni come ti pare e piace, leggere dev’essere un’attività davvero estenuante per te. Se i Beatles e i Clash sono i preferiti di Cilìa non lo so, non lo conosco di persona, l’ho solo letto parecchio, e perfino sul blog troverai delle schede dedicate a Beefheart che dicono cose piuttosto chiare, e sono cose anche più vecchie di 15 anni fa. Poi continui a lanciarmi scaruffianesimi a valanga e mi fa troppo ridere, abbiamo scoperto grazie a Ron70 che la parola “inventato” è protetta da copyright perché l’ha scoperta Scaruffi. Se tu avessi letto la metà, ma che dico, un decimo di quello che si dovrebbe considerare il minimo sindacale per avere una cultura musicale rock, diresti meno banalità e certamente spareresti meno cazzate. Poi per carità, mi rendo conto che a te studiare mica serve a niente, per quello di sono le interviste di Bernstein e tanto ascolto. Studiare è per gli arroganti, giusto?

      Offenditi, per favore, nell’animo già che ci sei, perché almeno hai un metro di paragone della tua stupidità. Chi si offende perché ti sottovalutano Beefheart o il tuo musicista di riferimento, per me, è un imbecille. Si può discutere su tutto, ma bisogna avere almeno gli stessi mezzi. La discussione la chiudo qua e tra qualche giorno chiudo i commenti su questo post, anche perché nella tua furia classicista forse non ti sei reso conto che questo è un post commemorativo di un amico straordinario che ora, purtroppo, non c’è più, non un luogo di esposizione del tuo ego ferito da una recensione su un blog nell’oceano di internet. Fatti una tisana e ascoltati qualcosa per calmare i tuoi nervini scoperti.

  8. Chiudo dicendo che ho tutta la preparazione necessaria dopo aver letto migliaia di enciclopedie,riviste,interviste,testimonianze etc. I tuoi commenti sono senza senso.

Insultami anche tu!

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