L’analisi estetica di Bat Out Of Hell

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Lo sguardo di Meat Loaf ti ha appena deflorato.

I can see myself tearin’ up the road
Faster than any other boy has ever gone
And my skin is raw but my soul is ripe
And no one’s gonna stop me
Now I’m gonna make my escape

I tre capitoli della saga di BOOH (eh eh eh) sono ormai considerati capisaldi dell’heavy metal e più in generale del rock melodico anche dal mio kebabbaro di fiducia. Personalmente ho conosciuto la mastodontica opera rock di Jim Steinman e Meat Loaf che avevo 14 anni, in Germania, rapito dalla esuberante copertina che prometteva un totale riscatto dal mio stato di brufoloso adolescente, sessualmente distratto dai fumetti e dai videogiochi meno popolari del momento (cover, fra l’altro, firmata dal grandissimo illustratore Richard Corben, allora celebre nelle pagine di Heavy Metal, la filiale americana della leggendaria Métal Hurlant).

All’epoca credevo che il ruòk fosse tutto chitarre fumanti e tette, proprio come insegnavano  i poster di Ted Nugent e Sammy Hagar che coprivano le pareti di camera mia. Da allora sono passati tanti anni, e quel 33 giri che conoscevo nota per nota, di cui avevo riscritto tutte le liriche su un quaderno che ho sacrificato tempo dopo a Satana perché me ne dimenticassi, adesso è sepolto da altri album anch’essi svalutati nel tempo, polveroso e inerme.

Ad oggi tutta quella pomposità e voglia di divertirsi in grande stile musical anni ’70 al vostro blogger contemporaneo provoca degli inspiegabili rush alle palle, con successivo ingrossamento e incontrollabile moto ellittico. Ciò non toglie che l’opera di Steinman possegga un che di leggendario, ed abbia conosciuto uno dei maggiori successi commerciali di tutti i tempi, il che non capita poi così tanto spesso ad album comunque fuori dai canoni più riconoscibili della pop music, ma questo è un marchio di fabbrica di Jim Steinman, capace di ripetersi svariate volte con una quantità smodata di anti-hit super popolari, anche da 9 minuti (di cui tre di riferimenti mahleriani).

Ora, prima di cominciare a ciarlare anche del mio metodo di scelta dei boxer, torniamo sul punto: l’analisi estetica di Bat Out Of Hell, ma non l’album, la canzone. Facciamo un po’ di contestualizzazione…

Faster than any other boy has ever gone

Sarò spietato, ma devo dirlo: dei tre capitoli l’unico che si salva per me è il primo. E non fate subito caciara però! Cercate di capirmi, a me tutta ‘sta roba testoteronica a stelle e strisce mi fa davvero salire il Togliatti nelle vene. Non la demonizzo, sia chiaro, però…

Bat Out of Hell III: The Monster Is Loose” (2006), capitolo conclusivo della trilogia, è effettivamente un tentativo di allontanarsi dagli stilemi anacronistici dei primi due album, ma il risultato è senza nerbo, manca totalmente delle capacità espressive comunque innegabili dei precedenti. Insomma, fa cagare. Bat Out of Hell II: Back into Hell” (1993) è il migliore del lotto per quanto riguarda la qualità compositiva e la ricercatezza estetica, però suona davvero fuori dal suo tempo, vi ricordo che quello è l’anno di “Rid Of Me” (PJ Harvey) e “Good” (Morphine). Più che nostalgia quella di Meat Loaf è necrofilia bella e buona.

Nel pacchetto del primo album le canzoni popolarmente più amate sono la title track, You Took the Words Right Out of My Mouth (Hot Summer Night), Heaven Can Wait e Paradise by the Dashboard Light. Della seconda parliamo dopo, ma diciamo subito che già Heaven Can Wait che Paradise, per quanto riuscite, non raggiungono la splendida forma dinamica e roboante della title track. La prima è una ballad come ce ne sono a palate, nei ’70 poi! Paradise invece è un brillante pastiche tra Slade, Springsteen e favolose reminiscenze musical, costruendo una soap-opera delirante piuttosto buffa, ma si capisce subito che è tutta una scusa per far vedere quanto ce l’avessero lunghissimo.

Hot Summer Night è ricavata, proprio come buona parte dell’album, da un altro progetto del buon Steinman, “Neverland” il musical di Peter Pan. Francamente non lo conosco né visto riprodotto su nessun supporto, ma immagino ci sia un Peter Pan tirato a lucido come Sylvester Stallone nel secondo Rambo, fronteggiare un demoniaco Capitan Uncino interpretato probabilmente da un Rob Halford in tacchi a spillo e chiodo incandescente. In Hot Summer Night le caratteristiche tipiche del rock melodico anni ’70 vengono fuori con una certa grazia, e si sviluppano con la tipica prosopopea steinmaniana. L’intro è semplicemente esilarante, uno scambio di battute con quel tipico romanticismo gotico parodistico che Steinman interpreta in prima persona con una certa incisività. Segnata da una sezione ritmica travolgente e dal carisma ineguagliabile di Meat Loaf, la canzone sfiora livelli di perfezione tamarra veramente irraggiungibili. Però, sebbene ci troviamo davvero vicini alle cime tempestose della title track, ancora non ci siamo per quanto concerne l’incredibile disposizione diegetica dei singoli elementi.

Before the final crack of dawn

Sotto molti aspetti si potrebbe definire BOOH come il vero epigono dei Gun, il trio inglese che nel 1968 esordì con il loro album omonimo, da tantissimi considerato come il primo esempio di heavy metal nella storia del rock. Non è certo un caso se la canzone che apre e traina il disco del ‘68 sia Race With The Devil. La corsa, la fuga, interpretata su più piani, è uno degli aspetti estetici più rappresentativi dell’heavy metal, da una parte la velocità di esecuzione e i ritmi INFERNALI, dall’altra la poetica della velocità come fuga dalla realtà verso mete fantastiche ed epiche.

In una edizione credo relativamente recente di “Sin After Sin” dei Judas Priest, album uscito anch’esso nel 1977 come BOOH, c’è una cover bella tosta di Race With The Devil, dove però si perde la vena più pomposa che è invece ben presente nella musica del trio inglese. È una interpretazione dell’heavy metal che non disdegna il testosterone e una certa auto-ironia (la grande crasi dei Judas Priest fra l’altro), ma che non sfocia comunque nel delirante glamour glitterato di Steinman, il quale declina questa propensione all’opulenza in un senso strettamente romantico decadente. Steinman in un certo senso è stato il musicista che ha meglio interpretato la declinazione operistica del metal, ma sempre in un’ottica di puro intrattenimento, e non come velleità artistica.

Come nel tentativo di dare vita all’opera rock per eccellenza, il nostro eroe riduce al minimo la sua presenza da deus ex machina, lasciando volontariamente in primo piano l’opera in sé,  proponendosi come uno strano e psichedelico direttore d’orchestra. Non è nemmeno l’indiscusso protagonista delle sezioni di piano, avendo premuto per avere accanto un talento puro come quello di Roy Bittan della E Street Band, e in più non cerca di uscire dall’ombra di due personaggi istrionici come Meat Loaf e Todd Rundgren! Una scelta che poi pagherà cara per i crediti, ma quelli sono cazzi suoi.

Per la sezione ritmica non vola basso, anzi, ci piazza sempre dalla band di Springsteen Max Weinberg coadiuvato dal super-tecnico Willie Wilcox alle pelli. A completare Kasim Sulton al basso, eccellente turnista ma sopratutto, come Wilcox, membro della band di Rundgren: gli Utopia (agg. [dal lat. tardo merdus, der. di “merda”]). Attorno a questi nomi di peso c’è comunque il meglio del meglio dell’epoca, almeno per quanto riguarda la tamarraggine più spinta.

La presenza della sezione fiati e di ben cinque pianisti (di cui uno al sintetizzatore, è comunque il 1977) fanno capire quanto l’armonia sia un aspetto molto curato da parte di Steinman, come anche il mantenere tutti gli strumenti in primo piano, saturando così ogni centimetro quadrato tra un orecchio e l’altro senza però confonderci, e questo grazie al lavoro agli arrangiamenti di Kenneth Ascher, un altro peso massimo su un ring particolarmente affollato.

Steinman insomma cura ogni dettaglio perché la sua musica si possa esprimere con tutte le sue sfumature e ampollosità, decide inconsciamente che sarà lui a far germinare il seme che il trio londinese aveva posto nove anni prima, giungendo a quella che, probabilmente, è e sarà per sempre ricordata come la più sfarzosa e gioiosa opera rock consegnata alla storia.

Ritornando sul punto (di nuovo): nel gergo popolare fare qualcosa “like a bat out of hell” significa farlo panicando, senza pensarci troppo sù e con una certa fretta. Nell’album sebbene la musica sia rigidissima nella sua struttura (per quanto eclettica e delle volte rocambolesca nelle soluzioni melodiche) la sensazione che si ha è quella di assistere ad un teen drama a rotta di collo, dove il protagonista si sbatte come un matto per un amore puro e intoccabile, mentre nel frattempo sfugge dagli orrori della adolescenza, fino alla sua ineluttabile morte tra fuochi d’artificio e schitarrate epocali.

Eppure è proprio da questa disgrazia che si apre l’album, che comincia dove la storia finisce…

Like a bat out of Hell

Metti la puntina giù e deflagra un temporale. Il rombo delle chitarre imita quello di un gigantesco motore, seguono i pianisti che con un ritmo assatanato accompagnano i primi metri della corsa, da sinistra l’eco di una chitarra seguito da un altro a destra, finché non manca più il respiro e tutto crolla in uno scontro mortale. Da questa nube elettrica i primi accordi e l’assolo di Rundgren che come un fulmine si staglia luminoso in mezzo ad una furibonda tempesta.

La voce di Meat Loaf si presenta teatrale e ispirata, un pianoforte continua a puntellare una melodia sempre più chiara e complessa:

The sirens are screamin’
And the fires are howlin’
Way down in the valley tonight
There’s a man in the shadows
With a gun in his eye
And a blade shinin’ oh so bright
There’s evil in the air
And there’s thunder in the sky
And a killer’s on the bloodshot streets
Oh and down in the tunnel
Where the deadly are rising
Oh I swear I saw a young boy
Down in the gutter
He was starting to foam in the heat

Le immagini sono semplici, fulgide, incredibilmente esasperate e parodistiche, ma non per questo meno pregne di un romanticismo quasi byroniano, anche se al posto dei cavalieri ci stanno i motociclisti metallari a petto nudo e villoso. Ci viene descritto un mondo dannato, pieno di pericoli mortali, al quale però c’è una speranza:

Oh baby, you’re the only thing
In this whole world
That’s pure and good and right
And wherever you are
And wherever you go
There’s always gonna be some light

Arrivano i cori, per sottolineare la sacralità di questa visione femminile, assolutamente pura e casta come vuole la tradizione (e come permane in tutto l’album). L’ideale di questo amore fa parte del processo di crescita del protagonista, che lo vive con una visceralità dissacrante.

But I gotta get out
I gotta break it out now
Before the final crack of dawn
So we gotta make the most
Of our one night together
When it’s over you know
We’ll both be so alone
Like a bat out of Hell
I’ll be gone when the morning comes
Oh, when the night is over
Like a bat out of Hell
I’ll be gone, gone, gone

Sì, bello l’amore eh, però lasciamoci un po’ di spazio! Comincia dunque la fuga, una corsa contro la morte – sì, il nostro protagonista tende al prosaico se non si fosse ancora inteso. E allora la musica si fa davvero pomposa e teatrale, con guizzi e drappeggi elettrici che ci circondano, ma non per molto, Steinman da giusto un assaggio delle possibilità corali dell’orchestra, che intanto sta dirigendo come un posseduto. C’è ovviamente Wagner, ma il compositore californiano guarda anche a Mahler e alla sua incredibile potenza narrativa.

But when the day is done
And the sun goes down
And the moonlight’s shinin’ through
Then like a sinner
Before the gates of Heaven
I’ll come crawlin’ on back to you

A questo punto sono state poste tutte le basi estetiche del pezzo. La corsa è reale, non solo metaforica, e viene sempre sottolineata dalle sferzate di Rundgren alla chitarra, come dalla corsa del pianoforte. Ogni elemento viene posizionato con un preciso scopo narrativo: i cori nella descrizione angelica della ragazza, il rombo del motore come metafora della lotta interiore del protagonista, fino alla voce di Meat Loaf alla quale viene affidato il compito di trattare la materia lirica come se fosse un testo di prosa. La saturazione sonora non è opprimente, la sezione ritmica, che all’inizio del pezzo sottolineava l’acrobatica apertura, ora non scompare di certo, ma si mette poco dietro Rundgren e Bittan, gli elementi sono tutti soppesati fino all’inverosimile.

La canzone cresce ed espone tutta la sua stratificazione sonora con una vanagloria da far rimpiangere i Queen, finché non accade l’ineluttabile. Siamo nel pieno della corsa, il rombo del motore si trasforma in un assolo spezza-caviglie che accompagna il canto di Meat Loaf:

I can see myself tearin’ up the road
Faster than any other boy has ever gone
Oh and my skin is raw but my soul is ripe
And no one’s gonna stop me
Now I’m gonna make my escape
But I can’t stop thinking of you
And I never see the sudden curve
Till it’s way too late

Arriva dunque il grande “crash” (il senso è doppio anche in questo caso), il nostro eroe non vede quella curva e tutti i suoi sogni d’amore, nonché la sua lotta contro il mondo, deflagrano a terra.

Then I’m dying at the bottom of a pit
In the blazin’ sun
Torn and twisted
At the foot of a burnin’ bike
And I think somebody somewhere
Must be tolling a bell

Ma con un colpo di scena davvero geniale da parte di Steinman, l’ultima immagine che ci viene evocata è questa:

And the last thing I see
Is my heart, still beatin’, still beatin’
Breakin’ out of my body
And flyin’ away
Like a bat out of Hell!

Ripetuta in maniera più drammatica l’ultima strofa a quel punto la musica può finalmente gioire ed esprimersi in cori angelici e assoli rompi-balle che per fortuna durano poco, concludendo una cavalcata a perdifiato in puro stile americano.

La favola epica di Steinman è chiaramente banale, ma la sua costruzione meticolosa e i riferimenti culturali che ne hanno permesso la creazione non lo sono per niente. Questa musica vuole essere una forma suprema di intrattenimento, che si basa sulla perfezione tecnica non come raggiungimento personale, ma come esibizione di perizia e abilità per lasciare senza fiato lo spettatore. L’ideale opera teatrale di Steinman non vuole essere un lungo e tedioso soliloquio morale, ma una folle e rischiosissima montagna russa che riempia lo sguardo di una continua e deliziosa meraviglia. Meat Loaf vestito come un improbabile lord vittoriano se ne frega di tutto, e vive il suo sogno d’amore fatto di fughe impossibili, trappole mortali e trasformazioni bestiali, diventa così per un attimo il nostro avatar, e siamo noi a questo punto in sella a quella moto, lontani mille miglia dai problemi di tutti i giorni, dalla noia di una vita in cui anche l’arte ti viene proposta come una roba seria con cui passare il tempo la domenica dopo la messa (o la briscola al circolo ARCI).

Non è questa forse la grandezza della cultura americana pop? Astronavi che spezzano con un pulsante le regole dello spazio-tempo, archeologi che vivono la storia tra un complotto nazista e scoperte aliene, adolescenti senza un lavoro che decidono di indossare una maschera e prendersi delle responsabilità verso la comunità prima che per se stessi, sono tutte grandi saghe che come quelle omeriche ti vengono cantante, suonate, proiettate, sussurrate, urlate, con ogni possibile mezzo d’espressione. Ogni tanto allora anche un tipo palloso come me può permettersi di prendersi una pausa dall’ascolto consapevole e attivo dell’ultima ristampa della Medea di Xenakis, e immaginarsi per 9 funambolici minuti come un cazzutissimo motociclista che sbuca fuori dalla tomba dopo aver affrontato il fottuto inferno per una cosa piccola, bella e pura. Che poi altro non è che una metafora del vivere ogni giorno questa cazzo di vita.

Tab_ularasa/ Aaron Rumore – La sfida è farlo male

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Doppio turno di lavoro, ho la testa ancora obnulata dall’alcool del giorno prima mentre dimentico il chiavistello dentro il negozio, sono le 19:30 e tra poco più di un’ora sarò a casa.  In treno apro il portatile e quasi si staccava lo schermo, attaccato con lo scotch e tante madonne. A voi non frega un cazzo di tutto questo e lo capisco, però il mood di quando sei lì-lì per fruire di qualcosa è importante. Tutte le cazzate sull’oggettività vanno bene quando hai quindici anni e ce l’hai col “sistema”. Il giorno prima Tab_ularasa mi aveva mandato in anteprima il suo nuovo video, e così me lo volevo sparare prima di dedicarmi al mio sport preferito: dormire.

Da quello che ho capito due anni fa, d’estate, Tab e Aaron Rumore (musicista e produttore con la sua Körper/Leib) si sono ritrovati e hanno composto assieme uno split che sta per uscire soltanto adesso (25 Aprile) per la Bubca Records, e già il titolo mi esaltava: “La sfida è farlo male”. La premessa di un approccio picassiano in genere mi stuzzica sempre, ma quella sera, come vi ho detto, non ero proprio nel mood giusto. Clicco sul link e mi sparo il video mentre già penso al morbido contenuto nella fodera del mio cuscino.

Ripresa dall’alto una piccola macchinina verde compare in basso e va verso il centro del pavimento color vinaccia. I primi accordi di La sfida è farlo male mi ricordano Le allettanti promesse di Lucio Battisti, però storto e distorto. Degli strani sbuffetti neri compaiono sullo schermo, a metà tra animazioni e rumore. La macchina intanto si è scontrata con un’altra da Formula 1 gialla, e altre macchine che arrivano da tutti i lati cominciano pian piano ad accumularsi al centro.

Salire su queste scale
ha smesso di far male

Ad un certo punto un bel riffone cattivo alla Alley Cats spezza tutto e comincia il pezzo di Tab. Cosa?! Guardo bene il titolo del video: “Tab_ularasa / Aaron Rumore – La sfida è farlo male / La bugia (Bubca Records 2018)” E no cazzo, ma come? Un video solo per due canzoni? Che nemmeno si splitta, continua uguale a se stesso come se non ci fosse differenza! L’idea che Tab avesse prodotto un solo video per due canzoni diverse mi aveva francamente deluso, mi sembrava come se ci fosse una sorta di gerarchia sballata dove il video soggiogava analmente il contenuto musicale, così chiusi il portatile e non ci pensai più fino al giorno dopo.

Ripresomi definitivamente dal post-sbornia e dal post-lavoro decido di rivedermi il video, e solo quando premo su “play” ricordo cosa mi aveva fatto incazzare, ma decido di continuare. Da bravo stronzo quale sono non m’ero accorto che in realtà il video non si limitava all’accumulo di automobili giocattolo, e all’arrivo del pezzo di Tab, La bugia, la faccenda prendeva una piega particolare.

L’uso dell’analogico per Tab serve per rimandare ad una dimensione ulteriore, che non necessariamente deve coincidere con la nostalgia, ma piuttosto con uno sguardo antropologico sui fenomeni analogici e la loro condizione di precarietà. Il gusto per il rumore, onnipresente in tutte le produzioni di Tab, è tanto sonoro quanto visivo, il rumore è una texture, certamente, ma è anche una cifra visiva di deperibilità. Se ad una prima vista il video possa effettivamente apparire come un rimando all’infanzia e ai suoi giochi, diventa invece chiaro in un secondo momento che questo è un depistaggio.

Da bambini costruire è solo il momento che antecede la distruzione. Qua invece il gioco sta proprio nel “farlo male”, inteso anche come dolore fisico, palpabile, oltre che psicologico (Salire su queste scale/ ha smesso di far male). Questo autoscontro post-apocalittico in stop-motion non è casuale ma è volontario, come ad esorcizzare la fisicità dello scontro stesso. Le liriche di Aaron, quasi biascicate e nascoste dai filtri del rumore, si scontrano tra di loro allo stesso modo. Quando comincia il pezzo di Tab la faccenda si fa ancora più chiara:

Troppi filtri
troppi vetri
si frappongono al vedere
tutto è falso
tutto è vero
non c’è verità che sia
la bugia, la bugia
l’unica via, l’unica via

Ecco che quindi il rumore dell’analogico, la sua stessa essenza deperibile e continuamente ancorata alla nostra memoria (non solo personale ma collettiva) si denuncia come filtro per la realtà, che quindi automaticamente la mistifica, ne deforma la sostanza. Ma è proprio la bugia, la deformazione, l’unica verità che ci resta.

Ad un certo punto irrompe una scavatrice giocattolo che rimette ordine nel disastro automobilistico, la quale però si rivela essere un inquietante giocattolo di Minni della Disney. Questo genere si situazionismo Tab lo sta sviluppando su più piani, sia con i magazine da lui curati, che nei collage e nella musica. Non necessariamente bisogna intravedere connessioni di tipo volontario, ma già lasciarsi andare allo spaesamento (di brechtiana memoria) è un buon modo per capire la direzione concettuale di ogni lavoro del chitarrista dal Valdarno.

Aaron è chiaramente influenzato dalla New York degli primi ’60, quella di Godz e Fugs, dell’intervento poetico che si declama attraverso la dissacrazione dei canoni estetici del rock da classifica, e quello che mi aspetto da questo Split è un bel viaggio tra canzoni tronche e intuizioni situazioniste, un album che lontano dal perseguire una fruibilità rockettara lasci libero spazio all’interpretazione e allo sguardo di chi ascolta.

Ora scusatemi ma sembra che anche oggi ci sia da fare un po’ di straordinario, per cui ‘fanculo ‘sta merda, mi sparo la playlist su Spotify della line-up del prossimo Beaches Brew.

I riff che me lo tirano

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Specifico fin da subito che provo un profondo e sincero disgusto per tutte quelle rubriche tipo: “ i 10 riff che ti cambieranno la vita!” Manco fossero materassi delle Eminflex. Però anche io possiedo un cuore, e nei momenti di infantile tenerezza mi capita di cogliere la bellezza della vita in un semplice riff. Peccato che non abbia il tempo per scrivere una roba raffinata, per cui eccovi una lista dei riffoni che me lo fanno tirare oggi, giovedì 5 Aprile, alle 5:40 del mattino.

The Bats – North By North

Banale sì, ma c’è forse un riff più figo nell’intera storia rock neozelandese? Non sono un fan sfegatato di Bats, Clean et similia, eppure ci sono dei pezzi che sono dei gioielli per l’incredibile tensione che sottintendono.

Negli anni sono arrivato a credere che tutto il miglior pop rock venga dall’Oceania (ascoltatevi l’ultimo dei Chook Race o i The Stevens se volete rituffarvi in una adolescenza tutta brufoli e indifferenza). North By North è la canzone perfetta per ogni viaggio in auto della vostra vita, scorre a velocità di crociera, così che non vi sfugga nemmeno un dettaglio di quel fastidioso ronzio interiore che è la memoria.

Gūtara Kyō – ロマンチック / Roman Chikku / Romantic

L’album d’esordio dei Gūtara Kyō dura 16 minuti e fa un casino della Madonna. Crasi ideale tra Can e GG Allin, la band giapponese targata Slovenly Records è forse una delle realtà più abrasive del garage rock mondiale. Boh, c’è da dire altro? Fanno casino, urlano in giapponese, suonano di merda, io direi 10/10 e si può passare al prossimo.

The Kinks – Top of the pops

Presa di culo della classica canzone da classifica rock inglese, Top of the pops dei Kinks si staglia in un album decisamente pazzesco come “Lola Versus Powerman and the Moneygoround, Part One”, e lo fa per potenza (sembrano quasi i Mountain a tratti) ed efficacia dei tópoi riciclatissimi dell’hard rock, un po’ come fece Kim Fowley nel suo capolavoro del 1968.

Per quanto non valga l’attacco malinconico e storto di Strangers o l’incredibile spleen di Lola (forse il più bel singolo rock di tutti i tempi), come nemmeno il chitarrismo adrenalinico di Rats o l’immediatezza melodica di Apeman, Top of the pops c’ha un riff che spezza le catene della mediocrità e fa risalire questo pezzo sù per le mie arterie fino al centro del mio cuore.

The Celibate Rifles – Bill Bonney Regrets

Ho dedicato una recensione all’album capolavoro dei Celibate Rifles, una band che in questo periodo sto adorando oltremisura, finendo persino a tradire uno dei miei dettami più rigidi: non comprare i cazzo di vinili. Eppure quando al mercatino ho visto quello stracazzo di 33 giri tutto patinato che indicava senza troppi fronzoli una live al CBGB dei Rifles, non ho potuto controllare i processi motori che hanno permesso alla mia mano destra di afferrare il portafoglio.

Bill Boney Regrets comincia che sembra un anthem e si trasforma in un coito interrotto di rabbia e repressione emotiva. Fate vobis.

[Che ci crediate o no non sono riuscito a trovare un link della versione studio della canzone, forse c’è su Spotify ma internet mi ha lasciato, per cui se lo trovate scrivetelo che lo copio-incollo qua senza paura. Ovviamente con dedica.]

The Rats – The Rats Revenge (Part 2)

Taluni credono che i Rats siano la prima band punk di tutti i tempi, e forse non ci vanno così lontani. Tecnicamente vicini alle Shaggs ma connotati da una folgorante vena ironica e demenziale, il loro primo 7’’ è stato retro-datato al 1963 ma in realtà è del ’65 e divenne “famoso” una volta comparso nella celebre collection di “Back From The Grave”, proprio nella sua prima leggendaria uscita. E niente insomma: spacca i culi, questa è la mia analisi estetico-etnomusicologica di The Rats Revenge (Part 2).

The Who – I’m Free

Fermo restando che tutta la discussione attorno al valore di “Tommy” degli Who ha sfangato i coglioni, vorrei qui affermare che il suddetto album è un capolavoro, non sei d’accordo? CHISSENEFREGA – oggi sono proprio in vena di analisi forbite e condite da una scrittura esacerbante ma raffinata.

Detto questo la versione a cui mi riferisco non è quella dell’album originale ma bensì quella del film. Prima di chiudere tutto e venirmi a cercare muniti delle sei facciate di “Isle of Wight Festival 1970” da spaccarmi sul groppone, lasciatemi dire questo: I’m Free è l’unica eccezione in quello che per me è un principio saldo e incorruttibile, ovvero che l’album originale è sempre meglio. Eppure stavolta Townsend l’ha fatta dai, ce l’ha messa in quel posto, perché non ammetterlo una volta per tutte invece che girarci attorno? Con quell’attacco poi, così bucolico, che introduce ad un riffone che ti sbionda.

Per dirla come uno dei grandi intellettuali della politica contemporanea: CIAONE.

Alex Chilton – I Can Dig It

Pezzo piuttosto anonimo francamente, preso dalle celebri sessions del 1970 di Chilton. Non è che sia chissà che, ma piuttosto che mettere i soliti Pere Ubu o Gang Of Four preferivo buttare lì un guilty pleasure di quelli magari meno conosciuti, giusto per cambiare.

Comunque, sebbene come detto il pezzo in sé non sia di certo la punta di diamante della produzione chiltoniana ha un bel tiro e sopratutto un riff spezza-caviglie come si deve. Da mettere come sveglia la mattina, equalizzatore ben impostato per far risaltare le sferzate di Jimmy Page (così dicono) e volume da denuncia per inquinamento acustico.

The Jon Spencer Blues Explosion – Blues X Man

Da non scambiarsi col quasi omonimo duo italiano (per favore, non fate questo errore, lo dico per voi) questo trio deflagrante ne ha nel suo carrello della spesa di riff memorabili, da Rachel alla orgasmica Back Slider (bel garage blues alla The Hentchmen), eppure vi giuro che in “Orange” del 1994 ce la mettono tutta per battere ogni record. In finale ci sono andati Brenda e Blues X Man, e con l’infallibile tecnica del lancio della moneta ne è uscito un solo e incontrovertibile vincitore.

The Fleshtones – Shadow-Line

Ricordo ancora il momento esatto in cui la puntina ha toccato il discone di plastica nero, che di punto in bianco ha preso vita come un cazzo di ufo. L’album non era neppure uno dei Fleshtones, ma una collection.

Quel riff ragazzi, quel riff. Di Conrad la canzone non c’ha niente, né la tensione paranoica né l’esaltante vena avventuriera (meno raffazzonata e posticcia di quella del maestro Daniel Defoe), eppure l’esaltazione della band da New York nel suonare questo semplicissimo pezzo rock ’n roll ti trascina con sé in una danza liberatoria.

Non so se preferisco la versione di “The Groups of Wrath: Songs of the Naked City”, quella dell’OST di “Urgh! A Music War”, o la versione dell’82 contenuta nello splendido “Roman Gods”. Basta che ci sia quel cazzo di riff, non importa come lo suoni, per me è ipnotico peggio della batteria di Moe Tucker in Sister Ray, è come farsi una canna bere whiskey e guardarsi un porno in 4k mentre te lo succhiano.

Visti dal vivo per la prima volta l’anno scorso all’Hana-Bi non eseguirono Shadow-Line come nessuno dei loro pezzi più famosi, ma ‘fanculo al cazzo, se c’è qualcuno che se lo può permettere quelli sono i Fleshtones!

Lo so, lo so. Ma la radio? E le recensioni? Purtroppo sembra proprio che il lavoro mi stia rompendo parecchio i coglioni, ma ehi, magari presto potrebbero esserci delle novità. Magari un podcast solo parlato di approfondimento. Magari dei video su YouTube (giusto per inimicarmi per sempre il 100% di chi scrive di musica in Italia). Insomma, saranno cazzi.

BONUS RIFF!