Jad Fair & Daniel Johnston – It’s Spooky

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Etichetta: 50 Skidillion Watts Records
Paese: USA
Pubblicazione: 1989

Sometimes when I’m watching television
and I’d think the most of the people in the movie
are probably dead
and it’s spooky

Premessa necessaria: a me Daniel Johnston mi fa cagare dalle orecchie e mi stimola la diuresi più che parlare con i passerotti. Johnston è diventato un culto solo perché riflette tutto quello che di imbarazzante c’è in noi, e in più un tale Kurt Cobain voleva fare l’alternativo davanti alla TV (che poi va anche bene, quel poco di notorietà che hanno da noi i Meat Puppets la devono esclusivamente ai Nirvana). Però. Ci sono sempre delle eccezioni. Sempre. E sono messe lì per farti ricredere su ogni decisione che hai preso negli ultimi 28 anni: è questo il lavoro giusto per me? scelsi la giusta università una volta finita la fogna liceale? sarà davvero lei la ragazza che mi scoperò per vendicarmi della mia fidanzata? sarò mai capace di scrivere una recensione decente? No. Avrei decisamente dovuto prendere farmacologia. Però adesso siamo qui. Io e te. Che bella coppia eh? Tu, davanti allo schermo voglioso di leggere una recensione di un disco che, probabilmente, non ti interessa poi così tanto ascoltare, ed io qui, mentre dovrei fare l’inventario come un bravo commesso con un contratto da fame, scrivo di quanto mi stia sulle palle Daniel Johnston. Splendidi.

La malinconia infantile di Johnston però ha indubbiamente un fascino universale. Difficile non sentire qualcosa durante l’ascolto di Pot Head, perché la voce e quella struggente melodia ti colpiscono sulle palle con un gancio destro mentre tu guardavi il sinistro. Detto questo però gran parte dei pezzi di Johnston non vogliono dire un bel niente, se non stronzate random di un tipo che chiaramente ha avuto qualche problema nella “fase anale” della sua crescita.

Ora però parliamo di cose serie: chi sarebbe questo Jad Fair? Se te lo chiedi probabilmente non sai nemmeno chi siano gli Half Japanese, e sarebbe troppo lunga da discuterne qua, magari facciamo la prossima volta, pizzata e birra dove vuoi tu. Ora come ora quello che ti basta sapere è che Jad Fair non è un menomato sessuale come Johnston, ma è uno dei personaggi più difficilmente inquadrabili dell’underground americano. Già attivo nella prima metà degli anni ’70, Fair è un songwriter a dir poco eccezionale, che alterna lavori estremamente toccanti (This Could Be The Night) a follie nonsense (No More Beatle Mania), per poi riempire la sua personale discografia di un sacco di album autoreferenziali che però hanno sempre il gusto acidognolo dell’urgenza emotiva. Capirete il mio sconcerto quando scoprì che Jad Fair, un mio mito personale per quanto riguarda la coerenza artistica dietro ogni suo progetto, anche quello più scabroso e inascoltabile, aveva collaborato più volte con Daniel Johnston alla fine degli anni ’90. Lo capisci, nevvero?

It’s Spooky” uscito nel 1989 è un album che non ho mai voluto ascoltare, perché non mene fregava un cazzo, semplicemente. Poi un giorno, attanagliato dalla noia e dal mal di vivere, clicco distrattamente su un link di YouTube: Frankenstein Vs The World. Quanto odio le eccezioni.

Questo album è una figata non perché c’è Jad Fair, ma perché c’è Daniel Johnston. Fair ci mette certamente la sua vena freak e irriverente, ma Johnston è la molla emotiva dietro l’album, la sua palese incapacità letta troppo spesso come eccesso di sensibilità, in questo caso lo è sul serio, alla faccia mia e di Kurt Cobain.

La batteria non riesce mai a tenere il tempo, le liriche non seguono neanche le strutture più banali, le voci di Fair e Johnston sono imbarazzanti e le melodie elementari, eppure tutti questi elementi assieme che negli Half Japanese era motivo di goliardia e insolenza, in questo album sono come un gospel liberatorio di tutti i malanni del mondo. C’è una gioia irrequieta, inconsapevole e bizzosa, che si smuove tra le coperte mattutine che ricoprono l’ascoltatore, sembra quasi di ascoltare una musicassetta nascosta sotto montagne di vecchi fumetti. Fair ci mette un metodo, Johnston ci mette tutta l’anima.

Non c’è dunque contrasto, non c’è da una parte un lavoratore onesto dell’underground che impone una sua cifra estetica e dall’altra un coglione, “It’s Spooky” non è una collaborazione, è frutto di una sola testa dalla quale sono cresciute delle sensibilissime antenne che captano i disagi interiori e li esteriorizzano con genuina immediatezza.

Cosa diversifica l’approccio di un gruppo come gli Half Japanese da questo album? O quello di un qualsiasi altro disco di Johnston? Nel primo caso manca la follia programmatica, lo scherzo portato alle estreme conseguenze. Del secondo quel totale spaesamento emotivo e la perdita dei punti fermi che rendono la vita vivibile (ecco, ho appena capito perché Johnston spacca, ‘ste cristo d’eccezioni!). “It’s Spooky” è sì melanconico e irriverente, ma con un solido fondo d’ottimismo e amore che rende l’ascolto molto più spensierato e partecipe. (sì, lo so che è una reiterazione, l’avevo già detto qualche rigo fa, però mi piace parlarti, seguire con avidità il tuo sguardo curioso mentre ti inietto tutte queste stronzate sù per il tuo affascinante cervelletto)

Non vedo l’ora di partire la prossima settimana, staremo tre ore in auto e una di quelle è già prenotata per un lungo e totalizzante ri-ascolto di questo strano e curioso album, che prende vita fin dai primi istanti di silenzio, sgattaiolando tra le nostre corde più fragili senza romperle mai, pizzicandole con gioia e sana malinconia.

Nastro – Nastro

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Etichetta: To Lose La Track
Paese: Italia
Pubblicazione: 2009

L’ho bruciato
l’ombrello col ferro da stiro
l’ho buttato
nella vasca da bagno il fono
camminavo
col piede sul filo del rasoio
elettrico!

«Però guarda che dal vivo erano mille volte meglio eh! Facevano un casino pazzesco, c’avevano un muro del suono che lo TOCCAVI diocristo, lo potevi imbiancà!» Non lo metto in dubbio, caro amico romano che vedo solo una volta l’anno (per fortuna), però ‘sto album è comunque una bomba, una cosa inaudita per il panorama italiano, sopratutto oggi. Peccato che sia uscito quasi 10 anni fa nella totale indifferenza di tutti noi.

Nastro” scorre (giustamente) come un nastro magnetico a 8 millimetri, con i suoi singhiozzi krautrock e testi epigoni di un Faust’o disincantato che non ha conosciuto il David Bowie berlinese. Teso nel cercare un compromesso tra melodia e rumore che non risulti imbarazzante come quello dei Subsonica, ma che piuttosto derivi dalla new wave più cerebrale, l’esordio dei Nastro ad un primo ascolto risulta sconclusionato e indigeribile. Poi, come una nebbia che si dirada, lascia scoperta la strada dalle quali convergono tantissime influenze senza prediligerne alcuna, risultando a tratti come un’opera dal profondo senso intellettuale e delle altre come una sonora cazzata, ma senza comprometterne mai la fruibilità.

Certi momenti, debitamente isolati, sembrano rifarsi ad una dimensione commerciale, tipo il secondo Beck per capirci (Blues e Cestino di frutta), altri rimandano al post-industriale, e ti ritrovi improvvisamente di fronte ad una versione spigolosa di “Dub Housing” (Ha Ha Ha), per cui orientarsi tra le influenze diventa inutile, perché lo spaesamento ti accompagna per ogni traccia.

Il punto però è: merita riscoprire questo album uscito ormai 10 anni fa? La faccenda per me è semplice in fondo, album come “Nastro” non hanno una data di scadenza perché non si rifanno a nessuna scena in particolare, non dialogano col loro contemporaneo ma spostano i confini di certe grammatiche che chiaramente li ispirano. Non siamo di fronte all’operazione di un Faust’o che in maniera programmatica decostruiva la canzone italiana portandola nella new wave, qui di programmatico non c’è niente perché ogni canzone è pensata, rimasticata ed eseguita con grande attenzione nei particolari, senza necessariamente però convergere verso un concetto legante che non sia il puro suono.

La componente rumoristica in questo esordio è forse una di quelle più peculiari che abbia mai ascoltato da parte di un gruppo italiano. Oggi il rumore è una costanza nell’underground nostrano. Album come “Φ” (2016) e “Stromboli” (2015) sono recensiti persino dalle riviste più mainstream, anche se magari non sono apprezzati quanto i nuovi eredi del cantautorato italiano (Young Signorino, Sfera Ebbasta, Stato Sociale, Thegiornalisti, Willie Peyote e il resto del circo equestre) in ogni caso stanno riscontrandosi con un pubblico progressivamente più eterogeneo e sempre meno di soli addetti ai lavori. Comunque, sebbene l’operazione portata avanti dai Nastro sia in linea con certe dimensioni caustiche italiche (penso all’esordio degli Arto, che avevo citato su Facebook tempo fa), riesce a dominare gli istinti radical-intellettuali del rumore fine a se stesso dentro una struttura-canzone che non scade nel melodismo adolescenziale, ma intercetta Neu! come J.G. Thirlwell, Alan Vega e gli Skiantos di “Pesissimo!” (Sul Parafulmine), risultando così mai accomodante ma comunque eccezionalmente piacevole.

Ho ricominciato ad intortarmi vero? Fottesega, blog mio, regole mie. Ora, per esempio, mi stapperò una bella birra ghiacciata da 66, la berrò, e poi finirò di scrivere questa recensione. Tra un rutto e l’altro.

Ecco, boh, in realtà non so cos’altro dire. Nell’invitarvi all’ascolto di questo disco non voglio instillarvi l’idea che questa sia la via per definire un sound underground originale, non bisognerebbe riprendere da dove i Nastro hanno lasciato (quello toccherebbe a loro), ma bensì assimilarne l’attitudine al cercare di spostare confini invece che superarli (spesso intellettualizzando eccessivamente) o peggio seguendone i bordi pedissequamente.

Per i più curiosi eccovi il link ad una splendida intervista su acquanonpotabile.