[DISCHI BRUTTI #1] Deep Purple – Bananas

Ogni tanto mi piace tornare sui miei passi per riscoprire gioie e dolori del passato. Nel caso specifico riascoltare “Bananas” è stato… come dire… non mi viene… ah, sì: ‘NA MERDA.

Le PREMESSE per valutare un album rock

Ok, forse ho esagerato col minutaggio, la cosa mi è sfuggita di mano così come tutto il resto della mia vita (e in particolare il girovita). Comunque due o tre considerazioni interessanti le ho tirate fuori, solo che non le ho registrate.

 

Come sono cambiati i miei gusti musicali

Doveva succedere. Purtroppo è successo prima di avere un’attrezzatura minima decente, ma sono povero e me ne strafotto. In un futuro, quando sarò ricco e famoso parlando di Kim Fowley e Bessie Smith, avrò lo studio tipo Stephen Colbert con i BCUC come band permanente dello show e la cocaina scorrerà a fiumi manco fossimo ad un tè con Keith Richards.

 

Kim Fowley – The Day the Earth Stood Still

Kim

Etichetta: MNW
Paese: Svezia
Pubblicazione: 1970

All kinds of stones
And all kinds of rocks
Gonna burn down the bridge
Gonna burn down the block
Set fire to this whole damn nation
Gonna create all kinds of sensation

Nel 1970 Kim Fowley si trovava nella fredda Svezia munito delle sue pellicce appariscenti e di un significativo carico di droga. Tra le tante certezze che la sua vita gli aveva donato c’era fulgida nella sua mente d’aver già sperimentato tutto quello che il rock poteva dargli. La cosa non dovrebbe poi stupirci così tanto, a soli 18 anni Fowley aveva messo sù la sua prima rock band assoldando un certo Phil Spector e mostrando subito affascinanti doti premonitrici. Appena compiuti 20, nel 1959, eccolo con i The Renegades di Nick Venet mentre spolpa il rock anni ’50 portandolo a conseguenze che anticipavano le prime derive britanniche su suolo americano. Fowley ha sempre avuto questa fissazione di riportare il rock ai suoi gloriosi fasti, eppure al tempo stesso lo smuoveva una voglia incontrollabile di guardare al di là, di scorgere prima degli altri cosa sarebbe successo, e sarà questo suo fiuto per il puzzolente rock ’n’ roll del futuro a farne un produttore con i contro-così-detti. Non è un caso se in una vecchia intervista di Federico Guglielmi, in uno dei suoi naturali slanci di umiltà, si fosse autoproclamato «Il Nostradamus del rock.»

La lista dei progetti di Fowley negli anni ’60 non trova paragoni con il carnet  nessun musicista rock di qualsiasi epoca. La sua biografia è un turbinio di band, happening, singoli e dischi in cui è impossibile orientarsi, solo in quei frenetici anni giovanili ha prodotto gente come Jim Capaldi e i Soft Machine, ha scritto e provocato canzoni per The Skippers, Wolf Pack, Navarros, Uptones, Rogues, Fallen Angels, E. Zane Wood & The Dominion, Grains Of Sand, Bruce and Jerry, Knights of the Round Table, e tantissimi altri, riuscendo a spaziare tra ballad soul strappalacrime (Big Tears) a demenziali rivisitazioni strumentali anni ’50 (The Baddest Wolf), procedendo col garage rock più scalmanato (Goin’ Away Baby) e passando per una imprevedibile deriva psichedelia proto-barrettiana (Golden Apples of the Sun). Il suo singolo a 45 giri più famoso, The Trip, ispirò Soul Kitchen dei Doors e fu lui sempre in quegli anni a far incontrare John Lennon e Frank Zappa, suonando con quest’ultimo sia nelle sessioni che delle prime live di “Freak Out!” E questa non è che una mi-cro-sco-pi-ca porzione dell’influenza culturale che ebbe questo fricchettone sulla storia del rock.

Sotto molti punti di vista il ruolo di Kim Fowley è stato quello di Brian Jones nei Rolling Stones, solo che Fowley voleva esserlo per tutte le band del mondo.
Il Capolavoro discografico arriverà nel 1968 con quel gran tocco di hard rock che fu “Outrageous”, un album di cui dovremo parlare e di cui ho scritto almeno sette recensioni, e tutte e sette mi hanno convinto ogni volta di più che dovevo studiare, scoprire e interrogarmi ulteriormente. Per questo ho scelto un altro album: codardia, il gusto della vita vissuta a metà.

Durante un lungo soggiorno nella bella e brulla Svezia, condito con droghe e sesso occasionale (che ci volete vare, è il duro lavoro della rockstar), Fowley sta producendo alcune band locali quando decide che vuole registrare un album dal contenuto bello scoppiettante, un campionario di rock ante-litteram e di rock contemporaneo che spiegasse con la sua arguta ironia quanto fosse necessario imparare a memoria la cinica lezione di Dennis Hopper. Il 1970 è l’anno in cui il musicista di Hollywood tira i remi in barca per quanto riguarda la sperimentazione di nuovi linguaggi elettrici, che d’ora in poi delegherà ai suoi figliocci (roba di prima scelta come Modern Lovers e Runaways, mica pigne come Billy Squier) ma a modestissimo avviso di questo blogger che non sa distinguere una cena da una colazione, ciò non toglie un filo di grandiosità a “The Day the Earth Stood Still”, un colpo di coda che lascia esterrefatti per lucidità e coesione artistica.

Fowley come al solito se la gioca passando attraverso influenze e contaminazioni a dir poco eclettiche, dal chitarrismo di Dave Edmunds (quello di “Rockpile”, non il baccello alieno che lo sostituirà nel “periodo new wave”, ugh!) a Vince Taylor, a cui ruba la sua celebre Brand New Cadillac lanciandola nell’olimpo del minimalismo rock ante-White Stripes (cover fra l’altro ben più radicale di quella stranota dei Clash). Fowley lascia sapientemente solo Cadillac del titolo originale, anche perché di Brand New non c’ha proprio un cazzo l’approccio del nostro, asciutto come un rocker degli anni ’50 cresciuto nei garage degli anni ’60.

Lanciato così l’album, con miraggi di automobili sfreccianti verso il progresso industriale, si apre ben presto verso le immense strade americane, dopo pochi chilometri ci ritroviamo alla ricerca di ragazze con cui condividere i nostri dolori esistenziali, mentre gli occhi si perdono nell’aridità morale che ci circonda (Pray for Rain), inseguiamo motociclisti che fuggono dalle proprie radici (Visions of Motorcycles), ascoltiamo il suono della libertà che piange e ammiriamo l’avvento di una Nazione (Birth of a Nation), il tutto col solito istrionismo hollywoodiano che Fowley secerne da ogni poco e buco del suo corpo. Le note politiche seminate nel disco ci vengono lasciate raccogliere da soli, ed sono molto chiare e amare, le masse di giovani che riempiono le strade contro la guerra non sono quei lunatici sottomessi alla propaganda marxista di cui parlano TV e radio, ma la volontà di un popolo di riscoprire la propria libertà guardando a nuove sfide, perlopiù ecologiste, spirituali, autarchiche. Per descrivere questo scontro generazionale senza copiare il pastiche zappiano, Fowley condensa nelle sue canzoni le principali influenze americane senza abusare di arrangiamenti o di complesse soluzioni in studio, dal country alle nuove leve del rock (Steppenwolf su tutti) tenta di rappresentare le molteplici declinazioni dello spirito americano attraverso la sua unica sensibilità. Eccolo quindi cantare anthem hippie dal tono hard rock come in The Man Without a Country per poi scadere coscientemente nella comicità demenziale southern di I Was a Communist for the FBI, in queste dicotomie senza soluzione di continuità la volontà non è tanto quella di impostare un concept quanto di collezionare canzoni di pura e assoluta “americanità”.

Tecnicamente questa impostazione può sembrare un limite, perché le immagini trasferimento (2)proposte sono molto diverse fra loro senza essere però abbastanza vicine da provocare l’effetto puzzle di opere sperimentali tipiche di quegli anni. Ma Fowley aveva già abbondantemente dimostrato di saper fare album così con “Outrageous”, per questo la sua attenzione stavolta è focalizzata sul comporre un canzoniere in cui le liriche svolgono un ruolo più importante del solito, proprio perché la musica è così facilmente riconoscibile all’orecchio trasporta più facilmente le sue parole così urgenti. “The Day the Earth Stood Still” non è un atto di accusa politico tramite la sperimentazione coincidendo necessariamente con una avanzata ricerca poetica (come stavano facendo Who, Zappa, Aphrodite’s Child), né il tentativo di universalizzare il proprio personale mal di vivere (Robert Wyatt, Tim Buckley, Nico), piuttosto l’idea è quella di dimostrare che l’America è stata costruita mattone su mattone col sudore di rocker come Buddy Holly e Little Richards, dai motociclisti in pelle che viaggiano come tribù nomadi, dalle ragazze che chiedono un passaggio sulla strada. Se in “Outrageous” le contaminazioni erano tutte mono-direzionate per parodiare un certo tipo di rock, in questo specifico caso la policromia di generi proposta serve sì a mostrare la complessità della società americana, ma da un solo, criticissimo, punto di vista.

Il finale dell’album è una deflagrazione rock declamata da un predicatore lascivo: «Baby, is America dead? Are we dying, or are you the one instead?» Dove sta finendo questa nazione, si chiede, dove le vecchie generazioni che dovrebbero guidarla hanno perso per strada i loro valori fondativi, mentre i giovani, che ne hanno scoperto una nuova declinazione nel fango di Woodstock, vengono ignorati o soppressi con la forza? In un fluire che disvela tutte le potenzialità dei musicisti a sua disposizione, Fowley predica il suo sermone perdendosi in litanie, borbottii, versi bambineschi, urla sguaiate alla Sam Kinison, la voce adesso ruvida adesso morbida, la satira così demenziale da essere una involontaria parodia del rocker “di strada” alla Mick Jagger. Le linguacce non cambieranno il mondo, ma sono il linguaggio universale di cui adesso disponiamo per superare la retorica politica e l’accademismo snobista di una generazione che vede con disgusto i nuovi modi della gioventù.

Con questo album Kim Fowley, per la prima volta nella sua sottovalutata carriera, non sposta di un millimetro i confini del rock, perché sa di aver raggiunto un equilibrio che non ha bisogno di  nessuna legittimazione, nemmeno la nostra.

kimmone

I migliori album del 2018

a4071241862_10

Non so se questo blog esisterà ancora in questi termini oppure diventerà solo un podcast o solo un canale YouTube o tutte queste tre cose, so solo che piano piano, con enorme fatica, sto sistemando la mia vita per renderla ragionevolmente piena e non allucinantemente zeppa di cose. Mi manca sparlare di musica, sopratutto quella di merda che piace a noialtri. Questo post è arrivato con un ritardo folle ma doveva arrivare, sono i migliori album del 2018, eppure non è tutta farina del mio sacco.

In questa lista non ci sono letteralmente i migliori album del 2018, quale megalomane potrebbe mai mettersi a fare una lista del genere? Oggigiorno conoscere la scena musicale in senso lato è impossibile, le uscite sono troppe e le scene troppo frammentate, come anche i linguaggi. Così ho messo semplicemente la roba che, alla fine della giostra, ho ascoltato di più e con maggior piacere, senza troppo smanettarmi sugli aspetti critici (che poi nemmeno lo sono io un critico, sono un appassionato con problemi compulsivi, tutto qui).

Alcuni degli album presenti però non sono tra i miei preferiti, ma dato che sono presenti in tutte le stracazzo di classifiche da Novembre (già, c’è gente che ha fatto uscire la classifica dei migliori del 2018 a Novembre del 2018, che dire…) ho voluto mettere qualche nome per poi insaccarlo di botte virtuali.

L’ordine è alfabetico, per evitare inutili e sterili discussioni.

A$AP Rocky – TESTING

C’è bisogno di dirlo? E diciamolo: A$AP Rocky e la sua cricca hanno tirato fuori un classico, riuscendo a dare uno spessore notevole a tutte le influenze nascoste in questo album (partendo da un insospettabile Otis Redding) e riproducendo un sound da monolite degli anni ’90 senza un briciolo di nostalgia, facendolo suonare come qualcosa di assolutamente nuovo.

Ambrose Akinmusire – Origami Harvest

A parte che in questo album riescono a convivere rap underground e musica da camera senza far scendere il latte ai ginocchi con inutili virtuosismi da una parte o dall’altra, questo è un disco profondamente politico eppure profondamente propositivo. Come nel caso degli IDLES lo sguardo sulla contemporaneità di Akinmusire si discosta dalla retorica pessimista e compie una parabola verso un futuro di possibilità.

Armand Hammer – Paraffin (feat. Billy Woods & Elucid)

Questi non scherzano ragazzi, ce la mettono tutta per sporcarti le orecchie di suoni francamente fastidiosi ma amalgamati ad un flow spettrale e ipnotico.

b a k m a h n / TESTAROSAH – Holy Oxygen

Vaporwave piuttosto classica, stiamo assistendo ai colpi di coda del fenomeno che intanto è diventato mainstream.

Car Seat Headrest – Twin Fantasy

“Twin Fantasy Replica” è la versione riveduta e corretta dell’album capolavoro di Car Seat Headrest, che si merita certamente una recensione (che immagino uscirà entro il 2030). Dopo averlo ascoltato 50 volte ho capito cosa intendeva dire Tab_ularasa quando scriveva che questo è l’album che Ty Segall avrebbe sempre voluto fare. Ne riparleremo.

Childish Gambino – This Is America

Sì, è un singolo, non un album, ma fottesega, se hai qualche reclamo puoi spedirlo su www.pornhub.com. Hanno tutti già detto… quasi tutto, anche di lui ne parleremo. 

Current 93 – The Light Is Leaving Us All

Secco, molto poco piacevole e con momenti di poesia troncati sul nascere. Il solito buon album dei Current 93.

Drinks – Hippo Lite

Oddio: un album post-punk che non suona né come i Joy Division né come una brutta copia dei Gang Of Four! Finalmente!

Eric Chenaux – Slowly Paradise

A me Chenaux m’ha sempre fatto venire un latte alle ginocchia che nemmeno l’ultimo Clapton, giuro, per cui ero molto prevenuto su questo album, che invece è bellissimo e stranamente minimale. Che mi debba riascoltare anche quelli vecchi alla luce di questa nuova cotta? (SPOILER: l’ho fatto, e non è servito un granché)

Ezra Furman – Transangelic Exodus

Anche di questo varrebbe la pena scriverci qualcosa, diciamo solo che Furman è in mega forma e non sarà possibile fermarlo, dal 2013 i suoi arrangiamenti si sono raffinati e le melodie sono molto meno prevedibili e ripetitive.

Father Murphy – RISING. A Requiem for Father Murphy

Ultimo capolavoro per Father Murphy, una discografia sottovalutatissima in questo paese di ingrati. Una volta gli dedichiamo una bella retrospettiva completista.

Felix Colgrave – Royal Noises from Dead Kingdoms: The Music of Double King

Colonna sonora del corto animato dallo stesso Colgrave. Una musica elettronica piena zeppa di riferimenti gregoriani e world music, un talento per ora quasi sconosciuto.

Gee Tee – Gee Tee

Miglior album garage rock dello scorso anno, costruito attorno ad una logica DIY che non sacrifica il suono ma lo rimpasta funzionalmente al tasso alcolemico.

Grip Casino – The King & Eye for an I

Un album di cover dei Residents che coverizzano Elvis Presley. Beh, tanto quei soldi non ti servivano comunque…

Heroin in Tahiti – Casilina Tapes 2010 | 2017

Sarà anche solo una raccolta di esperimenti che fra l’altro non dialogano sempre benissimo tra di loro, ma c’è anche la summa di una ricerca fatta di persone, luoghi e incontri sublimati in musica. Indispensabile per capire l’oggi in questo paese.

HOLY – All These Worlds Are Yours

Uno dei tanti progetti solisti che ormai permeano il panorama DIY, il giovane svedese Hannes Ferm è una sorta di David Bowie senza la pretesa di piacere a tutti, chiuso in una cameretta piena di cose sorprendenti.

IDLES – Joy as an Act of Resistance

Oibò, il miglior album rock degli ultimi 10 anni e per taluni è giusto un buon album. Gli relegherò una recensione ma meriterebbe un libro. Gli IDLES non sono semplicemente quelli che hanno portato le tensioni di Brexit a galla strappandole dal sottile velo dell’ipocrisia, hanno ridefinito un’estetica e le conseguenze di questo avranno delle ripercussioni, potete scommetterci.

J​.​H. Guraj – Steadfast on our Sand

Il Ry Cooder nostrano sfodera un album fatto di sottrazioni ma senza perdere la sua carica narrativa (è comunque una colonna sonora).

Jessica Says – Downers

Gemma pop passata inosservata, Jessica Says ha una voce interessante e un buon orecchio per la melodia più raffinata, sono curioso di vedere cosa verrà.

Jonny Greenwood – Phantom Thread (Original Motion Picture Soundtrack)

Tanto trovo algidi i Radiohead quanto trovo acuto Jonny Greenwood solista. Sul film che vuoi dire, PTA è una delle certezze del cinema statunitense, e questa lunga collaborazione con Greenwood ci sta donando delle musiche davvero eccezionali. Non siamo ai livelli di “There Will Be Blood”, ma cazzomene.

Julien Baker, Phoebe Bridgers & Lucy Dacus – Boygenius – EP

Un trio di signorine molto benvoluto dalla critica specializzata si mettono assieme e fanno un EP molto benvoluto dalla critica specializzata. E non fa cagare. Qualcosa non torna.

Justin Bell – Pillars Of Eternity II: Deadfire (Original Soundtrack)

Obsidian ci ha abituati ad una cura maniacale delle sue opere, e Justin Bell è riuscito a migliorare una colonna sonora che già nel primo capitolo di Pillars Of Eternity lasciava straniti per la bellezza evocativa anche solo nel menù.

King Khan & The Shrines – Three Hairs and You’re Mine

Il disco più festoso dell’anno, e poi King Khan per me ci deve essere sempre in una  classifica, dà quella botta di vita che allontana quel malessere di vivere nella stessa epoca dei Foo Fighters.

Leon Vynehall – Nothing Is Still

Una bella intuizione quella di Vynehall, ricostruire il viaggio di sua madre dall’Inghilterra agli Stati Uniti, una storia di immigrazione che tocca tutte le tappe della musica ambient moderna con una trazione narrativa che personalmente trovo necessaria in questo genere di esperimenti, altrimenti troppo freddini.

Liberate Il Kraken – Liberate Il Kraken

Per la Fake Off Press il 2018 è stato un anno bello denso, con tanto di lancio della rivista underground “Vasi di cristallo su comodini sbilenchi” e poi han tirato fuori questo EP che, per quanto sembri serioso nella sua ricerca di confini sonori ulteriori, mi ha divertito non poco e continua a farlo.

Macintosh Plus – Floral Shoppe

Perché mettere una ristampa? Perché ha comunque venduto a palate, provando quando la vaporwave sia ormai uno dei generi musicali più influenti del nostro tempo. Inoltre “Floral Shoppe” è certamente il capolavoro della sua florida stagione (pun intended).

Micah P. Hinson – When I Shoot At You With Arrows, I Will Shoot to Destroy You

Lo aspettavamo in tanti un bell’album di Micah P. Hinson, e alla fine è arrivato, solo che è molto più bello di quanto ci aspettassimo.

MISS WORLD – Keeping Up With Miss World

Mi sono innamorato di questa scapestrata garagista. Miss World dipinge con ironia un mondo fatto di sopravvivenza e istinti, non c’è alcuna ricerca musicale dietro, giusto un riff altrimenti non sono neanche canzoni ma sketch.

Mythic Sunship – Another Shape of Psychedelic Music

Il più bel disco di musica psichedelica dell’anno, questa band sono tutto quello che i Moon Duo dovrebbero essere e, per mancanza di creatività e tecnica, non saranno mai.

Negative Scanner – Nose Picker

Uno dei migliori album punk del 2018 e non se l’è cagato nessuno. N-e-s-s-u-n-o.

Noname – Room 25

«Y’all really thought a bitch couldn’t rap, huh?» L’unico difetto di questo album è che le prime due tracce sono dei capolavori assoluti mentre le altre sono solo bellissime.

Parquet Courts – Wide Awake!

L’hanno fatto di nuovo ‘sti stronzi, un album assolutamente spassoso, intelligente senza ammorbare con soluzioni supercazzolanti. Un po’ derivativo da “Human Performance”, ma al quinto, sesto, trentesimo ascolto non importerà più di tanto.

PC Worship – Future Fase

Questo collettivo costruito attorno alla figura polivalente di Justin Frye è l’unica dose di sperimentazione di cui avete bisogno ma non lo sapevate. Dategli una possibilità.

SabaSaba – SabaSaba

È come la colonna sonora di un ipotetico film di Ken Russell mai uscito ma di cui avrei amato la colonna sonora.

Sly & the Family Drone + Dead Neanderthals / Mai Mai Mai Split

Lo split del secolo, sempre che siate dei pervertiti musicali come pochi.

SLONK – Song About Tanks

Altro progetto da cameretta, stavolta di Joe Sherrin. È un album che arriva da una brutta separazione e da un brutto periodo, si sente, ma non importa.

Soccer Mommy – Clean

Come dite? Snail Mail? Mi spiace, mai sentiti nominare.

The Buttertones – Midnight in a Moonless Dream

Già aprire l’album con uno strumentale dal sapore surf rock non è da tutti, sopratutto con lo stile e la carica pop dei Buttertones, ma anche il resto non scherza affatto. I Buttertones sono riusciti dove Frights e affini hanno fallito, ovvero a giocare con gli stilemi del rock ante-Beatles parlando della propria generazione. Se vanno avanti così questi diventano delle certezze, almeno da queste parti.

The Chats – Smoko

Esordio semplicemente perfetto, punk da sottoscala con la tigna giusta e la lager più scadente che c’è.

The Men – Drift

Mi duole ammetterlo, ma è stata una buona annata per l’indie praticamente ovunque. Tranne in Italia.

The Murlocs – Young Blindness

Questi orfani di Roy Erickson hanno sfornato un disco acidognolo che, non senza nostalgia, spicca per il buon songwriting e il tasso di cazzeggio. E sì, lo so che è uscito nel 2016, ed io lo comprai nel 2016, ma l’ho ascoltato nel 2018. Succede più spesso di quanto crediate.

The Shifters – Have A Cunning Plan

Passato un po’ in sordina ma destinato a far parlare di sé tra gli appassionati del rock australiano. Gli Shifters passano dove sono già passati Total Control, UV Race e Dick Driver, ma lo fanno con un piglio piuttosto originale e una capacità di costruire un album che migliora di ascolto in ascolto, lasciando presagire un futuro brillante.

Thought Gang – Thought Gang

Angelo Badalamenti e David Lynch. Se non li metti in lista devi avere il cuore foderato di merda.

Timmy’s Organism – Survival of the Fiendish

Casse contro il muro, amplificatore che le fa fischiare, 33 giri o FLAC – sai che m’importa, volume immorale. Se non è questo godersi del buon rock ’n roll forse non ho davvero capito niente della vita.

Windows96 – One Hundred Mornings

Miglior uscita vaporwave dell’anno, probabilmente, anche se l’attenzione dei fruitori ossessionati si è ormai spostata su lidi di contaminazione non sempre più interessanti quanto inutilmente più criptici.

Scusa beppe, ma per quale sudicio motivo nella lista non c’è…

Daniel Blumberg – Minus

Francamente Blumberg è presente anche nella classifica su RateYourMusic di tua nonna, a che serve se lo metto anch’io? Te lo fa piacere di più? E poi, considerando quanta bellissima roba è uscita in ambito jazz nel 2018, mi fa pensare che Blumberg fosse presente in due classifiche su tre anche per l’ottimo ufficio stampa. Cioè, ho letto classifiche tutte rock, pop o rap e poi come unico album jazz questo. Fate vobis. Ero indeciso se mettere Akinmusire proprio per non cadere nel tranello, poi mi sono ricordato che qui non mi paga nessuno, per cui…

Kurt Vile – Bottle In

Non è che sia un brutto album o le canzoni non siano azzeccate. Divertente l’intro con Loading Zone, notevole la melensa Bassackwards come la seguente ma più spigliata One Trick Ponies, ma porco demonio ‘sto disco di Kurt Vile puzza di paraculata da lontano un miglio. ‘Sta nostalgia canaglia un po’ teen drama un po’ Mac DeMarco un po’ Pippo Franco ha stramazzato i maroni. In questo album Vile nasconde un cantautorato scadente con dei bei effetti ed una estetica talmente abusata da assomigliare alla spugna con cui lavo i piatti da capodanno scorso.

Low – Double Negative

L’unica cosa davvero interessante è stata seguire il bailamme che si è scatenato tra vecchi fan e nuovi fan. La gente si scanna per le cose più stupide.

Mid-Air Thief – Crumbling

Ma siete davvero tutti sicuri che sia stan gran cosa? Secondo me è un disco che spruzza pretenziosità da ogni solco.  Magari però meriterebbe anche questo una recensione più accurata.

Spiritualized – And Nothing Hurt

Semplicemente non fa per me, l’avrò ascoltato dieci volte e continua a tediarmi come poche cose al mondo. Scusami Jack, è questione di feeling.

Ty Segall – Freedom Goblin

In pratica una raccolta di riff e idee che Segall aveva già sviluppato in qualsiasi suo vecchio album, però stavolta registrati e prodotti a modino. Capolavoro? Magari, quello è uscito nel 2008, e il Biondo che fa impazzire il mondo ha smesso di sfornare cose interessanti intorno al 2012, dopo di che è diventato una fotocopia vivente di se stesso. Peccato.

BONUS:

Courtney Barnett – Tell Me How You Really Feel

A mia discolpa non riesco a farmi piacere musicisti quadrati come la Barnett, troppo prevedibili le strutture melodiche e le armonie, le liriche comunque meritano, curiosissimo di vederla dal vivo tra pochi giorni.

Tropical Fuck Storm – A Laughing Death in Meatspace

Indubbiamente uno dei dischi che mi ha incuriosito di più del 2018, del quale non sono riuscito ancora a farmi una opinione solida. Anche loro li vedrò tra poco, spero di riuscire ad entrare nel loro mood e carpirci qualcosa in più.