Perché “Blackstar” di David Bowie non è l’album del decennio

Chi mi legge da un po’ lo sa che ritengo Ondarock una sorta di Novella 2000 della critica rock ma con le pretese intellettuali di essere i Wu Ming del rock, il che forse è anche vero nell’intensità furiosa dell’atto masturbatorio.

Ma proprio come Novella 2000 anche Ondarock talvolta cede il proprio ruolo di (pubblico) sguardo indagatore delle forme soggiacenti nell’arte, di fronte alla caducità della vita. Per cui, come qualsiasi quattordicenne che si rispetti, se ti crepa il tizio di cui sono tappezzate le pareti della tua cameretta, il senso del giudizio va a farsi benedire ed entra in scivolata sulle caviglie IL SENTIMENTALISMO. È morto il re! viva il re!

Però a noi il sentimentalismo fa cagare, per cui eccovi il nuovo amarissimo video sul perché “Blackstar” non potrebbe mai e poi mai essere considerato come il disco del decennio.

12 risposte a “Perché “Blackstar” di David Bowie non è l’album del decennio

  1. 92 minuti di applausi!! Video – al solito – interessante e stimolante, complimenti vivissimi.
    Ok, smetto di leccarti le scarpe e parlo anche di cosa non mi è piaciuto. Non sono d’accordo col tuo parere sull’inutilità di fare classifiche e di mettere voti, per i critici.
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    Io credo anzi che un critico che si rispetti, o anche un semplice appassionato ascoltatore del cazzo (tipo ME), dopo aver descritto le caratteristiche di un disco – compreso ciò l’ha più colpito e ciò che l’ha infastidito, ovviamente – ad un certo punto deve anche avere le “palle” di metterlo in relazione agli altri dischi degli altri artisti del periodo. Poco importa se per fare questo si serve di classifiche o di “voti” (siano essi numeri o stelline o faccine felici/tristi o colori dal rosso al verde) o entrambe le cose. Solo così infatti si riescono a “pesare” le opinioni di qualcuno, capire davvero quanto si consideri “grande” o “unico” un disco; altrimenti è troppo facile cadere nell’errore del “tutto è bello e tutto è interessante”. Ad esempio, se trovo un tizio che mi dice “i Queen sono la più grande band di tutti i tempi” io gli direi “beh piano, tutti i tempi, consideriamo anzitutto solo il loro periodo d’oro, gli anni settanta… cioè ti piacciono più dei Genesis, Yes, VDGG?” e lui fa “uhm.. mah..” e io “ti piacciono di più di Deep Purple, Black Sabbath, Judas Priest?” e lui “uhm.. mah..” e io “allora forse più di Pere Ubu, Talking Heads, Television” e lui “uhm.. mah..” e via dicendo. Capisco che la sua opinione in realtà non conta granché, perché non capisco i suoi criteri, o le sue conoscenza sono troppo limitate per prenderlo sul serio.
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    Parlando dei sessanta, se uno mi dice che i Beatles sono mitici, se io gli chiedo perché e come li relaziona alle altre band dei sessanta, e lui mi spiegasse: “Perché fin dall’inizio si sono dimostrati superbi; i primi album sono fatti da melodie originali e assolutamente superiori a quelle degli altri complessi da classifica; con Rubber Soul e Help poi, giungono alla perfezione assoluta… ma si supereranno in continuazione, prima con un Revolver assolutamente geniale e innovativo in ogni sua canzone, poi quell’incredibile Sgt. Pepper’s che è senza un riempitivo che sia uno, immenso poi MMT. Ma sì supereranno ancora prima con il doppio White Album, dove in pratica scrivono la storia del rock per i successivi trent’anni, poi con Abbey Road, che voci maligne affermano essere ispirato da Zappa ma LA VERITÀ è che Zappa non sarebbe MAI riuscito a raggiungere un equilibrio, una genialità, un’esplosività creativa come Abbey Road. Ogni loro canzone trasuda genio puro, è musica perfetta, senza tempo, emozioni forti per uomini veri, altro che “canzoncine per adolescenti innamorati e pazzerellini”.. puah!
    Anzi mi chiedo come si fa a perdere tempo con le altre (mediocri) band del periodo quando c’erano questi Fab4, questi quattro immensi sperimentatori, questi GIGANTI DELLA MUSICA DELLA MUSICA DEL ‘900, in circolazione? La differenza di statura è evidente. Tipo la bassezza dei Deviants, con tutti ‘sti suoni sbrodolati, o gli americani Kaleidoscope, che partono dal folk-rock per poi fare jam a caso senza capo né coda – falliti. I maledetti Who che facevano schifo sia come “ribelli di strada” (ma i VERI ribelli sono sempre stati i Beatles. Troppo facile urlare inni del cazzo a scuarciagola, la vera ribellione sta nel fare melodie come All You Need Is Love, altroché), sia come “Operisti” – ma quanto è noioso Tommy? Senza dignità proprio. O gli Yardbirds, che in Roger The Engineer non si capisce mai niente, che poi diciamocelo Beck era un chitarrista bravino ma nulla in confronto alla classe dell’immenso George Harrison. Che cavolo. L’Incredible String Band poi? Un gruppetto di alcolizzati che suonano solo fottuti strumenti a corda, ridicoli! Poi boh, i Traffic che si credono fichi solo perché suonano il sitar, tipo due anni dopo che l’hanno fatto i Beatles; o i segaioli-hippie Jefferson Airplane, che a malapena reggevano gli strumenti in mano, sti drogati, e non infierisco di più solo perché la Slick era una gran bella gnocca. Gli Animals di Eric Burdon poi, che qualche cretino (tipo Scaruffi) si ostina a definire influenti, solo perché Eric aveva il vocione – peraltro sgraziato – e suonano la pianola in “House” (canzone fra l’altro sopravvalutatissima), gli Amon Düül II, pezzenti sfigatelli un po’ lugubri; Soft Machine, i più segaioli di tutti che non si capisce mai un cazzo di quel che suonano, con quel castrato alcolizzato di Wyatt alla voce, poi. Imbarazzanti. Ma mai come i 13th Floor Elevators, che dannazione il loro primo album è orribile (qualcuno deve pur ricordarlo ogni tanto), con quel Roky Erickson che sembra un Axl Rose più ubriaco del solito – e già Rose canta di merda, figuratevi il suo “predecessore”! I Kinks poi, che prima fanno casino e poi (stra a caso) si mettono a copiare spudoratamente i Beatles, ignobili. Captain Beefheart & His Magic Band, che già dal nome ti viene da farli fuori a schioppettate, che già chiamare Don “cantante” è fargli un complimento mostruoso, che già chiamarli “gruppo-che-fa-musica” è tanto – ad esempio, che razza di batterista è French? Che cane, nulla a vedere con la VERA COMPETENZA e SOBRIETÀ di Ringo Starr. I Creedence Clearwater Revival, ripetitivi come una partita a scala 40, con quei versi suini di Fogerty al canto poi! Per non parlare dei Rolling Stones poi, lì è proprio sparare sulla croce rossa, i più sopravvalutati della storia, suonavano sempre la stessa musica vecchia di dieci anni e nessuno se n’è accorto, pazzesco… Jagger un cane di cantante altro che “espressivo” e “versatile”… ma vuoi mettere con un McCartney? Richards il più cane dei chitarristi wa-wa wa-wa-wa, che imbarazzo, ce la fa mio cugino di quattro anni a suonarla, Watts il batterista più noioso mai sentito, perfino il batterista dei Queen in confronto fa la figura del gigante. Se non avessero scritto Ruby Tuesday, la loro unica canzone decente, ispirata ovviamente dagli DÈI Beatles, non se li filerebbe nessuno. Mai brutti come gli Stooges e i Fugs però, porca miseria che minchioni, i primi incapaci che suonano tutto il peggio dei 60 mischiato assieme, tipo un frullato di vomito, i secondi che boh sono dei pagliacci assurdi (e la Virgin Forest i Beatles l’avrebbero scritta bendati in due minuti, non l’hanno fatto perché hanno una dignità a differenza loro). Almeno i Beach Boys ci provavano a fare pop decente, invecchiato di merda e assolutamente inferiore a quello dei Beatles, ma almeno ci hanno provato. Oppure i Pink Floyd (che senza i Beatles non sarebbero manco esistiti) che degli album con quello scoppiato di Barret non si capisce mai niente e poi cercano di fare avanguardia (ma la VERA AVANGUARDIA sono sempre i Beatles, chiaramente, lo sanno anche i sassi); mai mediocri quanto gli United States of America, quelli incapaci a livelli preoccupanti. I Cream con ste canzonette tutte uguali del piffero, con quel Clapton che fa gli assoli noiosi come la vernice che asciuga che il suo momento più alto è stato quando i Beatles gli hanno CONCESSO SPINTI DALLA PIETÀ di suonare per loro in My Guitar – assolo che George Harrison avrebbe suonato molto meglio, peraltro. Poi boh, la West Coast Pop Art Experimental Band tanto ridicoli (ma già dal nome eh) da fare cover di Zappa (quanto bisogna essere disperati?), i Buffalo Springfield che suonano tutto alla cinofallica senza la minima personalità (altro che i divini Beatles!), i Colosseum che boh lasciamo perdere che suonavano vecchi 50 anni fa figurati oggi, i Blue Cheer che hanno… che cazzo hanno fatto i Blue Cheer? Inventato lo stoner, il metal, l'”heavy sound”? Macché, i Beatles quando sono arrivati dopo con Helter Skelter e Yer Blues li hanno totalmente asfaltati, sti sfigati. Sfigati incompetenti che suonavano a svariati dB solo perché non avevano talento – la vera POTENZA erano i Beatles, altroché. Quela capra umana di Roger Chapman dei Family, altra ciofeca di band che non sapeva metter su una melodia decente manco a pagarli – e infatti non li ricorda nessuno tutti sti sfigati un motivo ci sarà no? Gli Spirit che se gli Zep non avessero rubato loro la (comunque mediocre) “Taurus” sarebbero stati obliati alla grande fin da subito. A proposito, i Led Zeppelin, mamma cara che ridicoli, tipo blues rock del piffero rovinato (per quel che si può rovinare…) da quel cazzone di Page che se non suona assoli brutti per cinque minuti si intristisce – ma d’altronde di George Harrison ce n’è stato uno solo, e suonava nei… beh hai capito. Con quell’oca strozzata di Plant al canto poi, ridicolo da sganasciarsi dalle risate, non ha un unghia dell’IMMENSA CLASE di McCartney o Lennon. La Bonzo Dog Doo-Dah Band, ennesimi pagliacci che non fanno ridere, è uno scempio anche solo classificarli come musicisti – “tristi figuri” sarebbe più appropriato. Jimi Hendrix Experience ovvero come suonare blues tutto sbagliato storto sfatto e fare soldi sul nulla. Vabbè dai Hendrix era anche decente come musicista, ha anche suonato qualcosa dei Beatles, si vede che se ne intendeva… Neil Young & The Crazy Horse che suonavano a cazzo di cane con quella chitarra tremolante e quella vocina fastidiose come il prurito al culo all’esame di guida, o gli Holy Modal Rounders e i Red Crayola ommioddio che cani rabbiosi, casinisti invasati rompi-anima a cui qualche pazzo da ricoverare ha permesso loro di incidere. Robe da matti. O i Grateful Dead che boh erano in 5 e non valevano UN membro dei Fab4, con tutte ste jam dimenticate dalla Storia; magari avessero impiegato meglio il loro tempo, tipo a scrivere “Lucy in the Sky with Diamond”, quella sì musica che viene dal TALENTO VERO, no suonare per mezz’ora roba che non interessa a nessuno. I Byrds, ragazzi i Byrds, quei tizi che facevano roba tipo “Eight Miles High” che non si capiva mai un cazzo, vuoi mettere una “Love You Too”, QUELLA è sperimentazione con le palle, altro che “musicisti altamente influenti”. I Doors poi, che pipponi, tutta scena e niente musica, tutta apparenza e zero talento. Che razza di componenti poi! Jim Morrison che se lo filano solo perché è morto, voce mediocre e personalità appena passabile (Lennon lo asfalta sia sul piano scenico che su quello lirico); Krieger chitarrista banalissimo e mediocre, suonavano in 100 come lui (ma così su due piedi non mi vengono in mente), Manzarek il tastierista più gigione del periodo, puro kitsch, pura nullità. E Scaruffi sta a dire che “The Doors” e “Strange Days” sono grandi album… ma per favore! Basta una canzone da Sgt. Pepper’s / MMT per affossarli senza pietà, è così ovvio che non serve nemmeno spiegare il perché. Chi rimane poi? Ah sì, i Quicksilver, quelli che guarda caso il loro miglior brano è una cover (ma poi che razza di nome è Cipollina, sarebbe da prenderlo a sberle solo per quello), o quelle mezze seghe dei Love che fanno prima un album confuso come mia madre quando apre il  cofano della macchina e poi uno noioso che sta alla musica pop quanto il tonno in scatola sta all’alta cucina – l’alta cucina sono ovviamente i Beatles, e poi dai Lee chitarrista decente ma Harrison gli è decisamente sopra dai su, erano abbastanza eclettici ma i Beatles sono un altro pianeta dai su. Quei nostalgici del cazzo dei Fairport Convention e della Band, mentre i Fab4 inventavano il rock loro suonavano roba ammuffita e stantia. Frank Zappa & The Mothers of Invention, da alcuni inspiegabilmente considerati “”grandi”” (virgolette d’obbligo), ma vogliamo mettere la confusione stupidina di Freak Out!, Absolutely Free, We’re Only in It for the Money, Uncle Meat con la VERA GENIALITÀ di Revolver, Sgt. Pepper’s, White Album, Abbey Road? NON C’È CONFRONTO, e i dati di vendita ben lo confermano. Gli MC5 poi, Cristo, famosi solo perché facevano un po’ più casino degli altri, influenti su metal/hard-rock? Ma non diciamo fesserie, i Beatles facevano i punk dalla fine dei ’50 e sono loro i più influenti in assoluto anche in quei generi, chi dice il contrario è solo un ignorante. I King Crimson poi, tutti arzigogolati, puerili come pochi, tanto da dire che figo ho una gran tecnica ma va là, l’assolo in “Schizoid Man” Harrison lo suonava mentre era al cesso. Sti pomposi inconcludenti pieni di nulla. Chi rimane poi? Ah già, i più indifendibili, i Velvet Underground. Gli ignobili fra gli ignobili, incapaci, incompetenti, non avevano un briciolo di talento e l’hanno dimostrato con le loro canzoni banalissime e cretine. A differenza dei Beatles che non hanno mai scritto una canzone che non fosse geniale, eccellente, capolavoro. Loro sì avevano talento vero, musica vera per uomini veri, no sta robaccia per fighette frustrate e nostalgiche. E infatti di tutti sti incompetenti non se ne ricorda nessuno cazzo, E VORREI BEN VEDERE! I Beatles regnano splendidi dall’alto su tutti questi mediocri, come è giusto che sia, loro il non-plus-ultra, loro i nuovi Mozart, per molti versi anche superiori. E i dati di vendita lo dimostrano ampiamente (circa). Sommi. Irraggiungibili. Sempre 10 passi avanti al resto del mondo, anche quando arrivavano dopo, perché sono bravissimi.”.
    Io a quel punto… gli svuoterei un caricatore, ma almeno saprei di aver ammazzato una persona che era conscia delle band che giravano nel periodo; e questo lo apprezzo di più, anche se le sue giustificazioni mi appaiono più ridicole che “critiche” è indubbiamente già qualcosa.

    • Questo commento lo stampo, lo incornicio e me lo metto in camera, sappilo.

      Ora però entro nel merito della critica, piuttosto giustificata fra l’altro, e ti dico come la penso. La relazione qualitativa un critico la costruisce partendo dalle premesse soggiacenti. Una buona recensione evita di spargere a giro robe come “capolavoro” “magnifico” “irripetibile” “inimitabile” e via discorrendo, ma cerca di costruire un dialogo tra l’opera e il fruitore ogni volta diverso ma esaustivo. Un disco “seminale” ha già di per sé una qualità, ma in cosa è stato seminale? Perché a causa dei Led Zeppelin abbiamo avuto i Foo Fighters mentre a causa dei Velvet Underground ci godiamo di Parquet Courts. Ma qui si vede l’occhio del critico, che filtra la realtà dei fatti (tale gruppo influenza tale genere) attraverso la Qualità (tale gruppo ha influenzato tale genere provocando la nascita di band di valore). Questo tipo di ragionamento non è però quantificabile matematicamente. Se per esempio consideriamo l’influenza come un valore assoluto allora Led Zeppelin e Velvet Underground potrebbero avere entrambi 5 stelle o essere in cima ad una classifica, ma come ne differenzi la Qualità delle diverse influenze? I Beatles sono stati il gruppo che maggiormente ha impattato sulla cultura pop degli anni ’60, pervadendo i costumi e gli usi di una generazione, mentre i Television non passano mai in radio. Però i Television nel loro album d’esordio hanno dimostrato qualità tecniche superiori a quelle dei Beatles, al contempo non hanno singoli di successo come i Fab Four, ma per molti musicisti validissimi la loro musica ha cambiato la percezione di un un’itero genere musicale. Come si quantificano questi, seppur molto superficiali, elementi?

      Le opinioni si formano mettendo in confronto con un dialogo serrato e stratificato, come ho provato a fare nel video. Se avessi fatto una recensione di “Blackstar” non avrebbe spiegato perché non è il disco del decennio ma solo perché secondo me non è un disco di qualità, e per quanto fosse interessante la disamina probabilmente poteva essere funzionalmente sintetizzata in un voto, tipo 5 su 10. A mio modestissimo avviso le parole hanno molto più peso e sono meno ambigue dei numeri. Infatti puoi dire che “Arthur (Or the Decline and Fall of the British Empire)” sia un capolavoro della musica inglese e mettergli un bel 7 come voto, ma se la recensione si concentra solo sugli aspetti positivi del disco come fai a capire un voto basso come il 7? Oppure se la recensione cerca di spiegare per filo e per segno il perché di quel 7 invece che un 8 o un 6 quando trova il tempo di descriverti l’album e relazionarlo alla sua scena di appartenenza?

      I voti provocano ambiguità e inutili precisazioni, esattamente come una classifica non mette davvero in relazione i dischi di un certo periodo, ma ne svilisce il discorso artistico per farne una gara a colpi di genio. Alla domanda “Ti piacciono più i Topo o i Gigio?” è giusto che il critico dimostri la propria preferenza, ma quella non è una scelta critica finché non viene elaborata propriamente, resta nell’ambito dell’opinione alla cazzo di cane, anche se seguita da un bel voto.

  2. … ma anche le sole parole possono essere incomplete e fallaci!
    Con bei discorsi puoi spiegare moltissime cose sull’influenza musicale di un artista, le sue radici, perché no anche sulla bellezza estetica delle sue composizioni, il tasso tecnico proposto, sul coraggio della proposta! Ultimo ma non ultimo, le pure emozioni che riescono a trasmettere al critico in questione, sia se “del cuore” sia “del cervello” sia – perché no? – “delle viscere”. Sono tutte caratteristiche di per sé molto buone e apprezzabili, ma come valutare se sono buone e quanto? Un voto può essere un buon modo per esprimerlo – come anche un DAVVERO PESSIMO modo, lo riconosco.
    Piero Scaruffi in fatti lo considero un grande critico, non perché sia d’accordo con tutto ciò che dice, ma perché almeno è chiaro cosa intende dire. E questo gli viene bene anche grazie ai voti – le sue classifiche no, quelle fanno più che altro sganasciare dalle risate!
    Ad esempio, di questa decade oramai in procinto di concludersi, ha assegnato 8 (che in Scaruffese significa: molto figo! Senza dubbio uno dei documenti musicali più significativi della decade) a sei dischi: e nelle rispettive  schede ha spiegato in dettaglio (e, a mio avviso, in maniera affascinante) perché li apprezza così tanto. Eppure per lui l’album più grande della decade, quello che l’ha colpito di più, è “Have One on Me” della Newsom; e lui sa bene di essere ben controcorrente (molti critici lo conoscono e lo giudicano un po’ troppo prolisso: e magari hanno ragione!) ma lui spiega bene in dettaglio cosa l’ha affascinato dell’opera in questione. E tu (non inteso come “tu tu”, ma “un tizio qualunque”, cioè non che tu sia un tizio qualunque ma… hai capito) non puoi fare altro che dire: “Ok, magari non sono d’accordo con te, ma almeno hai le tue ragioni ragionevoli per esprimere i tuoi giudizi. Anzi, visto che gli 8 non li fai certo fioccare, mi fai venir voglia di (ri?)ascoltarlo un po’ meglio quest’album…”. E questo è un modo di fare critica che personalmente mi piace molto.
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    Un altro buon (nel senso che ha notevoli criteri di valutazione) critico del web è Francesco Nunziata, di gran lunga uno dei migliori redattori di Ondarock, autore peraltro di una bellissima biografia di Beefheart che ho comprato. Lui mette 4 stellette su 5 (quindi: Capolavoro!) a tre soli album di questa decade, per ora, e (curioso!) tutti diversi dai preferiti dell’Esimio; anche lui però ha la cortesia di spiegare il perché – tranne per “David Comes to Life”, visto che c’era già una scheda sul sito.
    Ovviamente non sono gli unici album “ben notevoli” che hanno adocchiato, per ora Scaruffi assegna 7 e mezzo (quindi: decisamente sopra la media, bravi!) a 39 titoli, mentre il Nunziata 3 stelle e mezzo (l’equivalente dell’Esimio, per quanto possa sembrare un voto basso, cosa che non è) a 18 titoli – parecchi dei quali recensiti a puntino su Ondarock.
    Io nella mia arretratezza non ne ho ascoltato neanche uno, chissà cosa ne penserò quando approfondirò questa scena. Però ecco, è un modo di scremare che mi affascina, mi garba.

    • Capisco bene cosa vuoi dire: le classifiche e i voti mettono ordine e danno le giuste priorità al fruitore. Non posso trovarmi in disaccordo, però…

      Però ritengo le classifiche una forma di sintesi che sebbene aiuti chi le legge rischia anche di comprometterne il senso del giudizio. La classifica di Scaruffi, per esempio, non ha alcun senso se non quello della sperimentazione fine a se stessa. Mettere album come “Twin Infinitives” e “Trout Mask Replica” assieme significa che l’unica cosa che t’interessa è quanto suoni strano, perché le due opere hanno due valori assolutamente diversi. Anche la sua scheda su Beefheart non spiega davvero perché TMR sia un capolavoro ma solo di quali dettagli è composto (seguendo peraltro il filo dell’auto-agiografia beefhertiana). Su Scaruffi sicuramente dedicherò una puntata (e già gli dedicai delle riflessioni più mature che sul blog in questo articolo per Altre Velocità: https://www.altrevelocita.it/inutilita-della-critica-nellera-digitale/)

      L’idea che ci sia UN ALBUM che soggioga analmente tutto il resto della produzione musicale è davvero deprimente. Un po’ come “Citizen Kane” per il cinema che lascia in disparte altri immensi capolavori di Welles, anche più elaborati e non meno influenti come “F for Fake”. Personalmente preferisco la discussione, anche feroce, ma elaborata ed approfondita. Per me Scaruffi è tutt’altro che prolisso, anzi il contrario, è troppo sintetico nelle sue riflessioni. Mentre Nunziata nel libro sul Capitano si è dimenticato di spiegare le influenze di quella musica così storta e libera, dove e come si è sedimentata, e che valore ha nel contesto musicale contemporaneo. “Have One on Me” è chiaramente uno degli album più belli degli ultimi anni e uno dei più belli della già strabiliante discografia della Newsom, ma in questi dieci anni c’è stata anche tanta altra roba a quei livelli. Scaruffi era controcorrente negli anni ’90 dove i giornali italiani ci rompevano i coglioni con i Litfiba per dimostrare che anche da noi il rock era “di qualità” e lui li spernacchiava con i Thinker Fellers Union Local 282, ma è roba passata, come anche il pensiero critico di Scaruffi.

      Comunque devo rifletterci sù, i voti li tolsi anni fa proprio perché li trovavo troppo semplicistici, ma magari dovrei ripensarci o magari rielaborarli in modo personale…

  3. Ah, già avevi letto il libro di su Beefheart? Cavolo, dire che riesci sempre a stupire è quasi riduttivo.
    Beh, sul libro forse avrebbe potuto fare analisi più approfondite dei suddetti argomenti, però è anche vero che parla delle sue influenze – i bluesman Howlin’ Wolf, Muddy Waters, Sonny Boy Williamson e… sicuramente parla anche d’altro, ora non mi viene da rintracciarlo anche se ho il libro davanti – e abbastanza dell’influenza di TMR sugli album degli anni ’70 (inizio del capitolo 13). E secondo me quando inizi a citare una gamma di album da “Half Machine Lip Moves” a “Drums and Wires” a “Flowers of Romance” a “Meet the Residents” a “Y”, è chiaro come i dischi in seguito che si ispirano a questi si ispirano in realtà, ma “indirettamente”, a TMR… uff mi sa che ho superato la linea che separa i ragionamenti sensati dalle masturbazioni mentali. Tipico di me d’altronde.
    Sì ok tutti dicono che “Have One on Me” è di valore, però è altrettanto vero che molti lo considerano anche troppo prolisso, e che in fin dei conti “Ys” gli era superiore; insomma che probabilmente non lo metterebbero in una “Top 20 favourites”, argh di nuovo classifiche vabbè basta cambiamo argomento..
    Ma scusa, sono curioso, ma tu come fai a sapere di quando Scaru pensava ai Think Fellers e i critici nostrani pensavano a Pelù & Co? Cioè tu conosci anche la Storia della Critica Rock oltre che quella del Rock? Ti documentato da qualche parte? (Wow)

    • Eh beh, il libro sul Capitano lo presi all’uscita ma in generale sono un buon fagocitatore di letteratura e critica rock e di rado mi perdo le novità (in generale la mia vera passione è la letteratura, però critica letteraria mi è sempre sembrata una palla, per cui preferisco di gran lunga scrivere di teatro e musica). Negli anni ho provato a scrivere di critica rock italiana, sul blog qualcosa si trova, ho nel cassetto anche una storia della critica rock italiana che però si è arenata quasi subito perché avrei dovuto fare delle interviste che però, per pura pigrizia e non indisponibilità, non sono state fatte. Uno dei tantissimi progetti che non chiuderò mai. Nell’articolo che ti ho linkato prima ci sono degli accenni alla ricerca che avevo fatto in merito alla critica rock. Per documentarmi perlopiù compro le vecchie riviste su eBay, ma è una cosa che non faccio più da tempo perché il portafoglio piange e tra Rockerilla e Thoreau per me non c’è molta battaglia.

  4. Sono d’accordo, le classifiche servono a nulla. Per quanto riguarda i commenti precedenti sono basito. Non ho tempo di rispondere ora lo faro’ piu’ in la

  5. Per il primo commento copio e incollo quanto segue:
    I Pink Floyd hanno pubblicato il primo album della loro carriera nel 1967 con Pipers at the Gates of Dawn, un anno dopo che i Beatles hanno pubblicato il capolavoro Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e nel corso di un’intervista con KLCS, Roger Waters ha parlato dell’influenza che quel disco ha avuto sulla loro musica: “Mi ricordo quando è stato pubblicato Sgt. Pepper’s. Abbiamo deciso di accostare la macchina e di stare lì ad ascoltarlo. Qualcuno suonava l’intero disco alla radio e mi ricordo che noi stavamo lì ad ascoltare completamente intontiti. Da quel momento credo che sia cambiato il mio approccio alla fase di composizione e scrittura. Credo di aver imparato le mie prime lezioni musicali dalle leggende del blues come Huddie Ledbetter e Bessie Smith, ascoltavo anche un sacco di jazz e Woody Guthrie. Ma ho imparato moltissimo anche dalla musica di protesta soprattutto quando ero molto giovane. Ora devo dire che da John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr ho capito che era giusto se anche noi scrivessimo delle nostre vite, del modo in cui ci sentivamo, in modo da poterci finalmente esprimere. Abbiamo capito che avremmo potuto essere degli artisti liberi ed in quella libertà c’era una grande valore”.

    • Un po’ di storia: nel 10 marzo ’67 esce il singolo “Arnold Layne / Candy and a Currant Bun” – uno dei singoli fondamentali del rock psichedelico che ha poco da spartire col british pop dei Beatles. Il 26 maggio ’67 esce il Sgt. Pepper’s. Il 16 giugno esce “See Emily Play”, e ancora i PF si muovono su coordinate musicali ben differenti dalle canzoncine orecchiabili dei Fab4. Il 4 agosto ’67 esce Piper, e Waters può dire quel che vuole, ma anche qui il contenuto musicale è drasticamente differente. Nonché di qualità drasticamente maggiore.

  6. Sul commento di genericamenteGiuseppe che ha scritto:
    “Un disco “seminale” ha già di per sé una qualità, ma in cosa è stato seminale? Perché a causa dei Led Zeppelin abbiamo avuto i Foo Fighters mentre a causa dei Velvet Underground ci godiamo di Parquet Courts. ” I Led Zeppelin hanno lasciato una vagonata di musica bellissima, lo stesso dicasi dei Velvet Underground. Poi che siano nati i Foo Fighters dai Led Zeppelin, chissenefrega, anche perche’ i Led Zeppelin, pur essendo Hard Rock vengono citati tra i padri del Metal. Nel Metal c’e’ tanta roba di bassa qualita’ ma anche tanto underground di ottima qualita’ (dagli Ulver ai Nile di “in the darkned Shrine”). Rimanendo nel Metal i “Type o Negative ” citano tra le loro ispirazioni proprio i Beatles cosi vituperati dal primo commentatore (che rimprovera ad altri quello che fa lui, criticare senza spiegare una mazza) e anche i Type hanno scritto cose pregevoli. Poi se volete sapere i perche’ e i percome vi faro’ analisi piu’ dettagliate (anche se la musuca va ascoltata e non scritta e per me valgono le dichiarazioni degli artisti non le nostre)

    • Eccerto, infatti “Slow Deep and Hard” potrebbe comparire tra il White Album e Abbey Road e si noterebbe solo una lievissima differenza musicale e contenutistica

    • Oddio ragazzi, meno male che avete scritto tutti di domenica se no non avrei mai avuto il tempo anche solo di pensare ad una risposta!

      La mia sugli Zep è chiaramente una battuta goliardica, dai! Sono cresciuto a suon di Zep, Purple, Floyd e compagnia cantante, conosco a mena dito l’opera e gli artisti influenzati, figurati. Però è la dimensione da Leggende Intoccabili che mi fa riflettere e spesso anche ridere. Quello che dicono gli artisti sulle loro influenze è utile per una biografia non per un discorso critico, e questo vale per Mahler quanto per Mingus quanto per John Cale quanto per i Cugini di Campagna. E non è per fare lo stronzo sia chiaro, anche perché stiamo parlando della musica che ci piace e non di politica estera ad una riunione dell’ONU, ma per una questione di legami musicologici. Un’artista viene influenzato indirettamente dal mondo che ha attorno, è molto più sensibile di noi in generale, e non tutto quello che rielabora è farina del suo sacco, solo che non lo sa. Il critico è un mestiere infame anche perché ti ritrovi magari a dire ad un artista «lui fa hard rock» per poi riceve migliaia di infamate dal suddetto perché il suo genere non è «categorizzabile.» Il che è VERO il più delle volte, ma la critica si muove attraverso categorie e sotto categorie mica per divertimento, ma perché è una grammatica logica che rende più fruibile un contenuto.

      Un giorno comunque mi sono ripromesso di analizzare tutta la discografia degli Zep, anche per sfatare il mito per cui per me sono la merda sciolta (il loro primo album assieme ai Cream, Blue Cheer, Go e Black Sabbath ha posto le basi per decenni di musica), però ci sono vari elementi della loro proposta che secondo me andrebbero riletti e analizzati in modo meno agiografico e più critico.

      La citazione di Waters fa il paio con quella di Fripp e tanti altri, dato che come dici la musica va ascoltata (e ancora meglio va letta, cioè si prendono in mano gli spartiti e si analizza) mi chiedo cosa sia rimasto del tocco di Lennon in “Larks Tongues in Aspic”! Io non sto qui a sminuire cosa dice Fripp, che per me è il Vangelo data la sua allucinante conoscenza musicale, ma mi attengo ai fatti nudi e crudi che poi è la musica suonata, registrata e stampata nei dischi. Brian May fece un’ottima osservazione notando come i Beatles abbiano di fatto stroncato le sorti del rock strumentale facendo tornare indietro le lancette agli anni ’50 dei Crickets.

      È ovvio e scontato dire che i Beatles assieme a Beach Boys, Rolling Stones e Who, siano state le quattro band che hanno maggiormente influenzato il corso della musica pop dagli anni ’70 almeno fino agli anni ’90 (da lì in poi il pop si è spostato più verso le campionature che, secondo Sir Paul McCartney, non avevano alcun futuro perché il rap non è vera musica, sic.), ma questa affermazione non è in contraddizione con una lettura non agiografica della discografia di queste band. Per dire: del gruppo i miei preferiti sono gli Who, ma secondo me in studio hanno fatto solo due capolavori che sono “Tommy” e “Quadrophenia”, i primi album NON LI SOPPORTO, sebbene importantissimi. I migliori degli Stones sono i primi fino a “Between The Buttons” ma il disco che ascolto di più è “Tattoo You” del 1981. Non ho un disco preferito dei Beatles come non ce l’ho dei Kinks, perché secondo me un album che si possa definire perfetto dall’inizio alla fine non l’hanno mai fatto.

      Non so se ho risposto a nulla di quanto è stato sollevato ma sono così contento di avere un’occasione per parlare di musica con qualcuno che mi sono lasciato un po’ andare.

      Ah, se non escono video è perché da due mesi sono bloccato con una trattativa per una casa e i doppi turni a lavoro per guadagnare due lire in più.

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