Alga Alma – Alga Alma

…gli oggetti restano
le persone spariscono…
Alga Alma, Gli oggetti

“Alga Alma” è un disco in cui sembra non succeda mai niente, ma è un’illusione, provocata dal fatto che guardiamo il fluire del fiume dal suo alveo.

L’approccio all’ascolto non può essere quello del sedersi comodamente sulla vostra sedia IKEA e mettere PLAY, perché gli Alga Alma non hanno fatto un album da ascoltare pezzo per pezzo, quanto uno di quelli che metti sù per ascoltare altro. Vi sembrerà contorto come pensiero, ma se ci riflettete un attimo non è forse il fulcro concettuale di buona parte della musica elettronica tra gli anni ’60 e ’70? I lunghi ed interminabili accenni melodici di “Alpha Centauri” dei Tangerine Dream, che non si compiono mai in un vero ritornello, ma nemmeno in un riff riconoscibile, se ascoltati con attenzione porteranno inevitabilmente all’esasperazione! Ciò che rende magnifici quei paesaggi sonori sono la loro incredibile capacità evocativa, ascoltando “Alpha Centauri” è come se fossimo stati catapultati nello spazio profondo, secondo direttive estetiche precise che riescono così a provocarci sensazioni specifiche, non è necessario essere sempre attenti ad ogni passaggio, è la musica stessa che vuole che il pensiero sia digressivo. Ma quali sono queste “direttive estetiche”?

Nel caso dell’album del complesso tedesco dobbiamo calarci nell’immaginario dell’ascoltatore medio del 1971, all’epoca la musica elettronica per il pubblico generalista era strettamente legata ad un immaginario fantascientifico (il primo film con una colonna sonora interamente di musica elettronica è “Il pianeta proibito”, del 1956), e nella ricerca musicale di quel periodo c’erano diverse riflessioni riguardanti il cosmo come sostituto spirituale al Dio religioso (pensate all’influenza dei santoni indiani, al mito del Brahmā creatore del “gioco del mondo”). Questi elementi, assieme a molti altri che non cito per amor di sintesi, rendevano quei suoni così poco “radiofonici” qualcosa di appetibile anche per un pubblico meno di nicchia. Esisteva una predisposizione culturale che gli artisti esprimevano come urgenza. Ciò che invece definisce la ricerca musicale degli Alga Alma è un’estetica subacquea, altrettante estraniante ed evocativa, ma che eccede proprio nel proseguire quel discorso musicale forse un po’ troppo nostalgico, protraendosi consapevolmente verso una nicchia di appassionati.

Ogni pezzo di questo album potrebbe essere un’estensione degli ambienti sonori che affastellano “Rock Bottom” di Robert Wyatt e già solo per questo meravigliano, disegnando tensioni con poche ma essenziali variazioni timbriche, al tempo stesso però mi chiedo cosa aggiungano a quanto abbiano già fatto in questa direzione molti artisti debitori del kraut e della sperimentazione elettronica. Uscendo nel 2020 certi passaggi più ansiogeni, claustrofobici quasi (come il finale di Tempo da perdere o l’apertura di Mi sono alzato) provocano certamente sensazioni in linea con l’isolamento forzato che sta rivoluzionando la nostra idea di quotidiano, ma lo fanno guardando indietro, almeno musicalmente parlando. 

Alga Alma è essenzialmente un duo composto da Devid Ciampalini e Luca Tanzini, due veri e propri cavalieri dell’underground italiano, con le mani in pasta in diversi progetti, e la band non nasce certamente adesso, si è infatti già fatta notare nel 2018 sempre per la DestroYO, ed ha sicuramente radici improvvisative che intrecciano diverse personalità e luoghi d’Europa. Non è un caso se nell’album è presente anche Flavio Scutti degli originali Nastro, anche lui bazzicatore ostinato dell’underground italiano, sopratutto romano.  Questi sono tre artisti che hanno nelle loro rispettive carriere di fatto preso in giro la “retromania”, l’hanno resa estetica con l’accortezza di mutarne il contesto d’origine e declinandolo in forme più adatte a quello italiano, ma non credo sia il caso di quest’album.

“Alga Alma” riesce ad evocare quello che vorrebbe con precisione e passione, senza passare necessariamente dalla composizione intesa come premessa all’espressione, ma giocando con l’improvvisazione e lasciandosi trascinare come il fondale di un fiume. Stiamo quindi comunque parlando di un esperimento riuscito, pregno di nostalgia e di intimismo, che trova nel suo miglior pregio, ovvero la digressione da certi canoni rock-elettronici degli anni ’70, anche il suo peggior difetto.

Etichetta: destroYO / Ambient Noise Session
Paese: Italia
Pubblicazione: 2020
Link: Bandcamp

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