Epépé – Epépé

Etichetta: uscito via Bandcamp
Paese: Francia
Pubblicazione: 2019

“Epépé” è tutto quello che “More” e “Obscured by Clouds” volevano essere ma non sono stati. No, non è una colonna sonora, ma riesce perfettamente nell’evocare scorci e vicoli di un magico paesino di provincia, e come se fossimo dei novelli Lancelot Edward Forster ci perdiamo in notti eterne dentro locali immaginari.

Dietro questo buffo nome, in realtà già titolo del celebre romanzo dello scrittore-drammaturgo ma soprattutto linguista ungherese Ferenc Karinthy, si cela una ragazza italiana emigrata in Francia. ”Epépé” è senza dubbio, lo dico senza troppi fronzoli, uno dei dischi più belli ed evocativi degli ultimi dieci anni, semplice nelle sue composizioni che riescono comunque a rimandare ad alcuni dei migliori autori che spaziano tra i generi della contemporaneità, come Joanna Newsom o Eric Chenaux. Non è sperimentalismo criptico, da rumorista giapponese d’avanguardia, e forse anche per questo non è stato considerato all’altezza delle puerili classifiche di fine anno.

La prima volta che ascolti quest’album ebbi come una specie di trip ad occhi aperti: se Angelo Badalamenti avesse preso il posto di Roger Waters nei Pink Floyd dopo l’allontanamento di Syd Barrett, forse il risultato non sarebbe stato troppo dissimile da questo “Epépé”. La musica è sospesa tra il detto e il non detto, un po’ come le riprese non sempre memorabili di Barbet Schroeder per il suo giovanile “More”. Ma la storia di Schroeder era una (brutta) storia d’amore che trovava concordanza solo nell’abisso dell’eroina, mentre le storie di questo trasognante album raccontano con grazia momenti di quotidianità dentro e fuori di sé.

È piacevolmente facile perdersi in queste melodie bucoliche, chiuse attorno ai loro nuclei melodici-armonici, mai imprevedibili, che curano dalla malinconia con il loro torpore domestico, in parte c’è anche un richiamo nostalgico, ma così come per il bellissimo Come la notte degli WOW, è più una nostalgia di quello che sarebbe potuto essere che di quello che effettivamente è stato. Con la piacevolezza acustica delle migliori canzoni dei Mazzy Star e l’uso consapevole di un organo Farfisa, la musica evapora quel tanto che basta da non renderla impalpabile. Al contrario di un bel tappeto sonoro che suona indisturbato mentre facciamo altro, ogni canzone richiede un’attenzione che gli si concede senza alcuno sforzo.

Certo, delle volte si sente la mancanza di una sezione ritmica, ci sono pezzi come Petite Panique che soffrono di una certa ripetitività, che ovviamente è voluta e cercata, ma non per questo non fatica ad aggiungere qualcosa ad un disco che gira attorno con intelligenza sui suoi limiti, senza però poterli nascondere del tutto.

Questo tipo di album, che riescono a sfuggire dalle classificazioni anche dei critici più accademici, sfuggono altresì alle classifiche, è questo anche per un terribile bias della critica stessa. Sembra ci sia una qual certa reticenza a mettere in copertina album così belli, perché il nome non è di richiamo, e quindi sai già che il numero della tua rivista venderà meno, inoltre sono cose underground ma senza provocazioni particolari che facciano parlare di sé oltre la musica, e poi è tutta roba senza una vera e propria nicchia di riferimento. Nel mio piccolo faccio fatica a trovare un album uscito nel 2019 che condivida l’originalità di sguardo di “Epépé”, eppure a ben due anni di distanza nessuno ne ha tributato il giusto plauso. Sarebbe invece il caso di riascoltarcelo, sperando che dopo il breve “Avril en mai” dello scorso anno, Epépé non sparisca dietro altri progetti, ma rinnovi il sodalizio con la sua personalissima espressività, magari per un nuovo album.

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