L’urlo finale di Franco Battiato

… e Vivo
malgrado me stesso…
Franco Battiato, Fenomenologia, “Fetus”, 1972

In un periodo di passaggio particolarmente delicato del rock italiano, il 1972, Franco Battiato era in pieno furore compositivo, il suo periodo d’oro con la Bla Bla di Pino Massara. Si può dire, ad ormai parecchi anni di distanza, che tra il ’72 e il ’73 il prog italiano conobbe la sua definitiva maturazione, sia nelle varie forme che nei suoi temi più ricorrenti (l’ecologismo, la rivoluzione giovanile, le droghe, la libertà sessuale, ecc.), ma assieme alla consapevolezza arrivò una saturazione del mercato discografico, spesso ridondante nelle proposte.

Tra album non esattamente memorabili come “Tardo pede in magiam versus” degli Jacula o “Fiore di metallo” dei Califfi, si potevano trovare perle sperimentali come l’album d’esordio dei Dedalus, i primi due dei Jumbo, e ovviamente le uscite discografiche della Bla Bla con Battiato, Osage Tribe, Aktuala e Juri Camisasca. Ora basta con le liste però, che sembro il Salvini della critica rock italiana, volevo dire che di quella affascinate ma colma scena musicale, Battiato produsse una delle più brillanti e ironiche parodie, una piccola gemma incompresa della sua lunga produzione (che a mio modesto avviso è stata largamente sopravvalutata dal’79 in poi), un guizzo anarchico, un urlo giovanile di ribellione alla nuova imperante convenzione.

La convenzione/Paranoia” esce in pochissime copie nel fatidico 1972 e diventerà fin da subito uno dei cimeli preferiti dei collezionisti battistiani. Ma se su La convenzione troverete diverse analisi a giro, più difficile che ci si soffermi sul lato B di questo 45 giri. Paranoia è un pezzo molto atipico per il nostro, soprattutto in quegli anni dove con la sua elettronica d’avanguardia mirava più a Terry Riley e alla scena elettronica tedesca che alle classifiche. A pensarci bene la parabola di Battiato non è dissimile a quella di moltissimi sperimentatori inglesi dello stesso periodo, come Peter Gabriel (ops, l’aveva già scritto un certo Simon Reynolds!), ma Paranoia rappresenta un’epifania politica e sociale davvero peculiare, che riesce, attraverso una correttezza formale al prog rock quasi deontologica, a scardinarne la prassi. 

La canzone è il classico pezzo prog da gruppo emergente, dalla struttura semplice che culmina in un crescendo elettrico dove la chitarra può deflagrare in assoli autoerotici. Battiato descrive un mondo musicale ormai talmente ancorato ai suoi principi da averli trasformati in stereotipi:

Potevi dire
che io non c’ero
non trovo più il guru
forse sarà in cielo

I ritrovi di gruppo di giovani, perlopiù torinesi e milanesi, a seguito di fantomatici guru arrivarono in Italia con grandissimo ritardo sugli USA e già edulcorati dallo sguardo europeo degli inglesi. Con spietata ironia lo spaesato protagonista della canzone alla ricerca del suo guru, guarda in cielo, speranzoso che almeno lui abbia trovato la trascendenza. 

Adesso mangia
che ti fa bene
non sono malato
so cosa fare

Magri, consunti, drogati, la base della dieta mediterranea anni ’70 non era il massimo. I ragazzi sembrano degli sbandati malaticci, vestiti in modi bizzarri, ma orgogliosi si una supposta consapevolezza che rendeva necessari quegli sforzi estetici. Era una ribellione valoriale.

La birra gelata
ti fa molto male
perché non bevi
dell’acqua con me?

Il tema ecologista, come quello della salute del corpo, non è in contrasto con gli allucinogeni ovviamente, sopratutto se sono made in nature. Alla birra sempre preferire l’acqua del fiume, in particolare se imbottigliata in Campania ma bevuta in Trentino.

Il formaggio
non lo sai tenere
te l’ho detto
mille volte

Questo affondo è all’origine borghese della rivoluzione giovanile, alla sua reale appartenenza sociale. Battiato in mezzo alle bandiere e ai proclami riconosce i figli di un nuovo benessere che pervade ormai la società. Le lotte sindacali, che in quel periodo plasmeranno il modo d’intendere il lavoro che abbiamo ancora oggi in Italia, sono combattute dai figli della buona borghesia. Attraverso lo scardinamento dei vecchi valori sociali e sessuali non si voleva (davvero) la rivoluzione, ma bensì una nuova convenzione. 

Un giorno usciremo per le strade
cambieremo i semafori e le luci
offriremo cipolle agli amici
dormiremo insieme in calde stanze tutte rosa
romperemo l’asfalto con dei giardini colorati
romperemo l’asfalto con dei giardini colorati!

E nell’ultima strofa Battiato urla, urla come non ha mai urlato in tutta la sua vita discografica. Urla, non come un rocker patinato, ma come una persona sull’orlo di una crisi di nervi, per poi ricalibrarsi e smascherare (di nuovo) la pantomima. Sembra quasi Licia di Lindeldt quando deride maliziosamente i fedeli di Drangleic, oppure Matthew Gregory Lewis, quando nel suo capolavoro, Il monaco, mette alla berlina il potere ecclesiastico spagnolo, ovvero attraverso i suoi stessi riti e linguaggi.

Paranoia fotografa la fine del sogno ecologista/rivoluzionario degli anni ’70, mette in luce la sua morbidezza e velleità, basti pensare che proprio quella generazione sarà la più inquinante della storia dell’umanità. Battiato scopre queste contraddizioni tra desideri e pragmatismo, tra gioventù e consapevolezza. Non giudica, non punta il dito, non cerca di essere il nuovo guru, semplicemente cristallizza con straordinaria chiarezza un momento di passaggio del nostro paese. Sono poche le canzoni italiane che sono riuscite a mettere in luce così tante contraddizioni utilizzando uno sguardo interiore, senza sedersi cioè sulla poltrona del Giudice. Era il 1972, il prog da genere per pochi iniziati è ormai esploso, gruppi come la PFM si vedono sempre più spesso in TV, e invece di rompere l’asfalto con dei giardini colorati, ci ritroveremo ben presto con una montagna di dischi di plastica in casa, attraverso processi di produzione inquinanti e piuttosto remunerativi per molti di quei rivoluzionari.

È buffo pensare che proprio Battiato rinnegherà il suo eccessivo distacco dalla scena musicale mainstream per poi infilarcisi con tutte le scarpe, rinunciando a Terry Riley e abbracciando un pop sofisticato, diventando il guru per più di una generazione di musicisti italiani, producendo album sempre meno interessanti. Fu anche per lui quella stagione di contraddizioni feroci il periodo migliore della sua carriera, un’irripetibile serie di piccole epifanie elettroniche di un giovane insofferente agli incasellamenti e alle strutture, e che ingenuamente credeva che mai si sarebbe piegato alla voce del padrone. 

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