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Black Country, New Road – For the First Time

Etichetta: Ninja Tune
Paese: UK
Pubblicazione: 2021

Se è vero che gli Idles devono parecchio ai Fall, allora i Black Country, New Road sono rimasti una cover band degli Slint, e se non c’è niente di male nel cominciare su quel solco non è che in seguito abbiano aggiunto poi molto. Non voglio certamente affermare di fronte al plauso universale che critica e pubblico gli stanno tributando che “For the First Time” sia soltanto un copia-incolla ben riuscito, però credo di poter aggiungere una prospettiva quantomeno critica, sopratutto quando in UK si ignora chi ha davvero rielaborato forme e grammatiche, mentre si è sempre pronti ad esaltare la moda del momento.

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Alga Alma – Alga Alma

…gli oggetti restano
le persone spariscono…
Alga Alma, Gli oggetti

“Alga Alma” è un disco in cui sembra non succeda mai niente, ma è un’illusione, provocata dal fatto che guardiamo il fluire del fiume dal suo alveo.

L’approccio all’ascolto non può essere quello del sedersi comodamente sulla vostra sedia IKEA e mettere PLAY, perché gli Alga Alma non hanno fatto un album da ascoltare pezzo per pezzo, quanto uno di quelli che metti sù per ascoltare altro. Vi sembrerà contorto come pensiero, ma se ci riflettete un attimo non è forse il fulcro concettuale di buona parte della musica elettronica tra gli anni ’60 e ’70? I lunghi ed interminabili accenni melodici di “Alpha Centauri” dei Tangerine Dream, che non si compiono mai in un vero ritornello, ma nemmeno in un riff riconoscibile, se ascoltati con attenzione porteranno inevitabilmente all’esasperazione! Ciò che rende magnifici quei paesaggi sonori sono la loro incredibile capacità evocativa, ascoltando “Alpha Centauri” è come se fossimo stati catapultati nello spazio profondo, secondo direttive estetiche precise che riescono così a provocarci sensazioni specifiche, non è necessario essere sempre attenti ad ogni passaggio, è la musica stessa che vuole che il pensiero sia digressivo. Ma quali sono queste “direttive estetiche”?

Nel caso dell’album del complesso tedesco dobbiamo calarci nell’immaginario dell’ascoltatore medio del 1971, all’epoca la musica elettronica per il pubblico generalista era strettamente legata ad un immaginario fantascientifico (il primo film con una colonna sonora interamente di musica elettronica è “Il pianeta proibito”, del 1956), e nella ricerca musicale di quel periodo c’erano diverse riflessioni riguardanti il cosmo come sostituto spirituale al Dio religioso (pensate all’influenza dei santoni indiani, al mito del Brahmā creatore del “gioco del mondo”). Questi elementi, assieme a molti altri che non cito per amor di sintesi, rendevano quei suoni così poco “radiofonici” qualcosa di appetibile anche per un pubblico meno di nicchia. Esisteva una predisposizione culturale che gli artisti esprimevano come urgenza. Ciò che invece definisce la ricerca musicale degli Alga Alma è un’estetica subacquea, altrettante estraniante ed evocativa, ma che eccede proprio nel proseguire quel discorso musicale forse un po’ troppo nostalgico, protraendosi consapevolmente verso una nicchia di appassionati.

Ogni pezzo di questo album potrebbe essere un’estensione degli ambienti sonori che affastellano “Rock Bottom” di Robert Wyatt e già solo per questo meravigliano, disegnando tensioni con poche ma essenziali variazioni timbriche, al tempo stesso però mi chiedo cosa aggiungano a quanto abbiano già fatto in questa direzione molti artisti debitori del kraut e della sperimentazione elettronica. Uscendo nel 2020 certi passaggi più ansiogeni, claustrofobici quasi (come il finale di Tempo da perdere o l’apertura di Mi sono alzato) provocano certamente sensazioni in linea con l’isolamento forzato che sta rivoluzionando la nostra idea di quotidiano, ma lo fanno guardando indietro, almeno musicalmente parlando. 

Alga Alma è essenzialmente un duo composto da Devid Ciampalini e Luca Tanzini, due veri e propri cavalieri dell’underground italiano, con le mani in pasta in diversi progetti, e la band non nasce certamente adesso, si è infatti già fatta notare nel 2018 sempre per la DestroYO, ed ha sicuramente radici improvvisative che intrecciano diverse personalità e luoghi d’Europa. Non è un caso se nell’album è presente anche Flavio Scutti degli originali Nastro, anche lui bazzicatore ostinato dell’underground italiano, sopratutto romano.  Questi sono tre artisti che hanno nelle loro rispettive carriere di fatto preso in giro la “retromania”, l’hanno resa estetica con l’accortezza di mutarne il contesto d’origine e declinandolo in forme più adatte a quello italiano, ma non credo sia il caso di quest’album.

“Alga Alma” riesce ad evocare quello che vorrebbe con precisione e passione, senza passare necessariamente dalla composizione intesa come premessa all’espressione, ma giocando con l’improvvisazione e lasciandosi trascinare come il fondale di un fiume. Stiamo quindi comunque parlando di un esperimento riuscito, pregno di nostalgia e di intimismo, che trova nel suo miglior pregio, ovvero la digressione da certi canoni rock-elettronici degli anni ’70, anche il suo peggior difetto.

Etichetta: destroYO / Ambient Noise Session
Paese: Italia
Pubblicazione: 2020
Link: Bandcamp

Prontuario per la settimana di merda

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Oggi, alle 17:55, mi ero già assuefatto dalle bestemmie. Chiaramente sarà una settimana difficile, ma non ho intenzione di cedere un centimetro alla disperazione. E voi? Eccovi un prontuario rockettaro per giungere al weekend sani e freschi come rose. Non c’è di che.

Mood del Lunedì

Dopo una giornata di merda così, passata ad asciugare il negozio dalle bordate d’acqua che stanno allietando il Belpaese, ci vogliono i C.S.I., giusto per rimarcare quanto la vita faccia schifo. Direttamente da “Noi ci saremo, Vol.1” una bella versione live di Depressione Caspica, da gustarsi rigorosamente con una cioccolata calda al cardamomo, che in fine dei conti sei solo una fighetta.

Alternativa figlio dell’operaio: Tutti Giù Per Terra con un bicchiere di Tavernello. Rosso, ovviamente.

Mood del Martedì

Il martedì ci credi o quantomeno ti tocca crederci. Che ne dici di una bella dose di rock ’n roll cazzutissimo? Goditi il tuo post-lavoro con No Time For The Blues, dei gagliardissimi OBN IIIs, una scarica di adrenalina sù per l’apparato riproduttivo. Da gustarsi con una Canediguerra Double IPA, che fa un po’ hipster quando la versi, ma al primo sorso ti sale il circolo ARCI.

Mood del Mercoledì

Personalmente il mercoledì faccio finta che non esista, sono così depresso che è il giorno in cui spendo più soldi in libri, dischi, film e alcool. Sono alla ricerca di musica poco impegnativa, ma comunque che mi dia un po’ di carica. Eccomi arrivare in aiuto la proto-pereubiana Re-Make-Re-Model dei Roxy Music, che ha il terribile peccato di concludersi con una sequenza di sboronate da progettari del cazzo, ma per il resto è un capolavoro. Da accompagnarsi di prima mattina con un caffè corretto alla sambuca.

Alternativa romantica: ti sei lasciato con il/la tipo/tipa? I ricordi ti annebbiano il cervello come le lacrime di quel lontano Settembre? Ogni tanto ti chiedi se ti pensa ancora? Jealous Guy è la risposta ai tuoi turbamenti da fighetta. Buttaci sopra un liquore dolce, possibilmente da discount.

Mood del Giovedì

Il fine settimana comincia ad intravedersi tra le gocce di pioggia che sfigurano il tergicristallo. Per cui ti gira il cazzo. Ogni tre per due qualche coglione ti telefona o ti importuna sui social, ma te vuoi solo fare pausa perché piove, la gente fa schifo e ti gira il cazzo. I Chats sono nati per te e Smoko è tutto quello che ti serve per riprendere fiato con una sigaretta. D’accompagnamento ci vuole un pacchetto di Marlboro classiche.

Alternativa per il non-fumatore: se sei come me, una fighetta, e quindi non fumi, ti resta solo un modo per riprendere la strada della virtù, ovvero con l’ascolto compulsivo di Diet, Crime And Delinquency dei Personal & The Pizzas. Da accompagnarsi ad una pizza con salame piccante e maccheroni al formaggio (per compensare la cioccolata al cardamomo del lunedì).

Mood del Venerdì

Il venerdì ci credi, perché sei un coglione. Per cui è il momento migliore per allietare le orecchie con qualcosa di fresco e nuovo. Se sei un vero rockettaro come il sottoscritto è il momento di dare una chance ai School Damage di Carolyn Hawkins (Chook Race) e Jake Robertson (Ausmuteants, Hiero- phants, Frowning Clouds). Sparati Assimilate e poi dimmi se non è tutto un po’ più decente (illuso). Provaci sopra una blanche, così puoi far finta di capirci qualcosa di birra.

Alternativa dello sperimentatore: vuoi provare robe senza chitarre e magari che ti facciano sentire parte di un mondo fatto di dischi che vendono più di tredici copie? Prova A$AP Forever (feat. Moby, T.I. & Kid Cudi) del buon A$AP Rocky, il messia rap dei prossimi anni ’20. Bevici sù un buon rosso, tipo uno Ziggurat Montefalco.

Mood del Sabato

È il momento per cui ti sei preparato, è il giorno della bestia. Oggi tutto è valido, non ci sono regole se non quella della strada. Oggi le luci sono più brillanti e gli sguardi si soffermano tutti su di te. Magari ti fai pure una doccia prima d’uscire da quanto t’è salita la gagliardezza. Lo senti nelle palle, tu non sei come gli altri. Jimmy & The Boys sono qui per ricordartelo con la cover kinkisiana di I’m Not Like Everybody Else. Bevici sopra tutto quello che trovi nel tuo tragitto verso la gloria.

Mood della Domenica

La domenica è un giorno delicato perché una cazzata potrebbe rovinare tutto il weekend. Il mio consiglio è quello di non arrendersi, anche se la testa finisce già a pensare a tutti i casini che ti aspettano, non dargliela vinta. Puoi ancora godertela. Puoi ancora assaporare della felicità. In fondo, se ci pensi bene, in Italia il mercato dell’eroina non è mia stato così florido.

Tab_ularasa/ Aaron Rumore – La sfida è farlo male

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Doppio turno di lavoro, ho la testa ancora obnulata dall’alcool del giorno prima mentre dimentico il chiavistello dentro il negozio, sono le 19:30 e tra poco più di un’ora sarò a casa.  In treno apro il portatile e quasi si staccava lo schermo, attaccato con lo scotch e tante madonne. A voi non frega un cazzo di tutto questo e lo capisco, però il mood di quando sei lì-lì per fruire di qualcosa è importante. Tutte le cazzate sull’oggettività vanno bene quando hai quindici anni e ce l’hai col “sistema”. Il giorno prima Tab_ularasa mi aveva mandato in anteprima il suo nuovo video, e così me lo volevo sparare prima di dedicarmi al mio sport preferito: dormire.

Da quello che ho capito due anni fa, d’estate, Tab e Aaron Rumore (musicista e produttore con la sua Körper/Leib) si sono ritrovati e hanno composto assieme uno split che sta per uscire soltanto adesso (25 Aprile) per la Bubca Records, e già il titolo mi esaltava: “La sfida è farlo male”. La premessa di un approccio picassiano in genere mi stuzzica sempre, ma quella sera, come vi ho detto, non ero proprio nel mood giusto. Clicco sul link e mi sparo il video mentre già penso al morbido contenuto nella fodera del mio cuscino.

Ripresa dall’alto una piccola macchinina verde compare in basso e va verso il centro del pavimento color vinaccia. I primi accordi di La sfida è farlo male mi ricordano Le allettanti promesse di Lucio Battisti, però storto e distorto. Degli strani sbuffetti neri compaiono sullo schermo, a metà tra animazioni e rumore. La macchina intanto si è scontrata con un’altra da Formula 1 gialla, e altre macchine che arrivano da tutti i lati cominciano pian piano ad accumularsi al centro.

Salire su queste scale
ha smesso di far male

Ad un certo punto un bel riffone cattivo alla Alley Cats spezza tutto e comincia il pezzo di Tab. Cosa?! Guardo bene il titolo del video: “Tab_ularasa / Aaron Rumore – La sfida è farlo male / La bugia (Bubca Records 2018)” E no cazzo, ma come? Un video solo per due canzoni? Che nemmeno si splitta, continua uguale a se stesso come se non ci fosse differenza! L’idea che Tab avesse prodotto un solo video per due canzoni diverse mi aveva francamente deluso, mi sembrava come se ci fosse una sorta di gerarchia sballata dove il video soggiogava analmente il contenuto musicale, così chiusi il portatile e non ci pensai più fino al giorno dopo.

Ripresomi definitivamente dal post-sbornia e dal post-lavoro decido di rivedermi il video, e solo quando premo su “play” ricordo cosa mi aveva fatto incazzare, ma decido di continuare. Da bravo stronzo quale sono non m’ero accorto che in realtà il video non si limitava all’accumulo di automobili giocattolo, e all’arrivo del pezzo di Tab, La bugia, la faccenda prendeva una piega particolare.

L’uso dell’analogico per Tab serve per rimandare ad una dimensione ulteriore, che non necessariamente deve coincidere con la nostalgia, ma piuttosto con uno sguardo antropologico sui fenomeni analogici e la loro condizione di precarietà. Il gusto per il rumore, onnipresente in tutte le produzioni di Tab, è tanto sonoro quanto visivo, il rumore è una texture, certamente, ma è anche una cifra visiva di deperibilità. Se ad una prima vista il video possa effettivamente apparire come un rimando all’infanzia e ai suoi giochi, diventa invece chiaro in un secondo momento che questo è un depistaggio.

Da bambini costruire è solo il momento che antecede la distruzione. Qua invece il gioco sta proprio nel “farlo male”, inteso anche come dolore fisico, palpabile, oltre che psicologico (Salire su queste scale/ ha smesso di far male). Questo autoscontro post-apocalittico in stop-motion non è casuale ma è volontario, come ad esorcizzare la fisicità dello scontro stesso. Le liriche di Aaron, quasi biascicate e nascoste dai filtri del rumore, si scontrano tra di loro allo stesso modo. Quando comincia il pezzo di Tab la faccenda si fa ancora più chiara:

Troppi filtri
troppi vetri
si frappongono al vedere
tutto è falso
tutto è vero
non c’è verità che sia
la bugia, la bugia
l’unica via, l’unica via

Ecco che quindi il rumore dell’analogico, la sua stessa essenza deperibile e continuamente ancorata alla nostra memoria (non solo personale ma collettiva) si denuncia come filtro per la realtà, che quindi automaticamente la mistifica, ne deforma la sostanza. Ma è proprio la bugia, la deformazione, l’unica verità che ci resta.

Ad un certo punto irrompe una scavatrice giocattolo che rimette ordine nel disastro automobilistico, la quale però si rivela essere un inquietante giocattolo di Minni della Disney. Questo genere si situazionismo Tab lo sta sviluppando su più piani, sia con i magazine da lui curati, che nei collage e nella musica. Non necessariamente bisogna intravedere connessioni di tipo volontario, ma già lasciarsi andare allo spaesamento (di brechtiana memoria) è un buon modo per capire la direzione concettuale di ogni lavoro del chitarrista dal Valdarno.

Aaron è chiaramente influenzato dalla New York degli primi ’60, quella di Godz e Fugs, dell’intervento poetico che si declama attraverso la dissacrazione dei canoni estetici del rock da classifica, e quello che mi aspetto da questo Split è un bel viaggio tra canzoni tronche e intuizioni situazioniste, un album che lontano dal perseguire una fruibilità rockettara lasci libero spazio all’interpretazione e allo sguardo di chi ascolta.

Ora scusatemi ma sembra che anche oggi ci sia da fare un po’ di straordinario, per cui ‘fanculo ‘sta merda, mi sparo la playlist su Spotify della line-up del prossimo Beaches Brew.

Bo Loserr – Activation

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Etichetta: Bubca Records
Paese: Italia
Pubblicazione: 1 Ottobbre 2017

Ho già dovuto mettere il piumone. Avrei una voglia matta di whiskey e sono solo le 9:21 del mattino. Non ho un lavoro, ma quasi, quel quasi che un giorno è euforia e quello dopo paranoia. Tutti ottimi motivi per ascoltarsi dalla mattina alla sera le cinque tracce di “Activation” di Bo Loserr.

Qualche mese fa, colpito da un delirio ormonale, ho presentato alla radio ShitKid, una tipaccia svedese dalle sonorità garagiste-vaporwave, ma quello che forse stavo cercando non era il caldo abbraccio della nostalgia ma il freddo e asettico gusto di una drum machine. Bo Loserr ha una faccia da schiaffi, a vederlo sembra un ragazzino della suburba in fissa con King Krule senza alcuna voglia di alzarsi dal divano, eppure stranamente la sua musica racconta tutt’altro, senza che per questo mi faccia cagare. Anzi.

Il ritmo e il timbro quasi chiptune di Dads mi colse del tutto impreparato la prima volta che la ascoltai, dato che conoscendo l’etichetta pensavo fosse il solito punkettone sfatto in salsa garage. Le uscite della Bubca Records, volutamente fuori da ogni logica di ricerca intellettuale, sono sempre dannatamente intelligenti. Le stesse sensazioni di congelamento e paralisi adolescenziale (tipiche ormai fino ai 30 anni abbondanti) che caratterizzano una gemma del pop australiano come “Around the House” dei Chook Race, in questo breviario di Bo Loserr, che adesso scorre di sottofondo mentre scrivo, vengono esposte con una immediatezza che fa male.

«Everything feel alright without you.» Litiga col patrigno Bo Loserr, che lo sfida senza pudore: «You are a tough guy, ah? C’mon, show me how tough!» La musica si spezza, si apre un varco che Bo Loserr sa di non riuscire a descrivere tramite una composizione, ma vuole comunque mantenere quell’urgenza nel modo più chiaro e puntuale possibile. E così ci ritroviamo ad ascoltare uno pseudo-estratto da una lite, immerso nel rumore più sterile che abbiate mai sentito.

Registrato male, senza soluzione di continuità da un pezzo all’altro, questo strano EP sembra uscito fuori da una qualche oscura collezione in chissà quale cantina.

Dopo qualche giorno di ascolto serrato mi sparo anche un video, montato da quel bastardo di Tab_Ularasa (il testone dietro la Bubca Records e tanti altri progetti di cui abbiamo largamente discusso QUI), e non sono rimasto per nulla sorpreso che il pezzo scelto fosse proprio quell’Activation che dà il nome all’EP e da cui ho preso le citazioni sopra.

Il video è un ri-montaggio di un vecchio documentario della RAI ripescato da una VHS, probabilmente sull’antico Egitto o sugli scarabei. Tab seleziona alcune scene di vita di uno Scarabaeus sacer, l’insetto coprofago tanto caro agli antichi egizi, presentato nella sua banale quotidianità, dove si lotta tutti i giorni per un la propria merda, portandosela a giro e cumulandone sempre di più. Insomma, quella vecchia volpe di Tab vuole spingere proprio su questa interpretazione di Activation, sull’accumulo. Quello che ci definisce è anche tutta la merda che ci portiamo dietro senza però spargerla a giro, il carico di bagagli emotivi fatto però di odio, risentimento, litigi, sconforto. Verso la fine il video sembra che abbia le convulsioni, i micro movimenti avanti-indietro dell’ambiente denunciano una febbre sopita, un’energia nascosta, un sole imprigionato.

L’alcolismo adolescenziale, la funzione catartica della musica rock, il rifiuto della figura paterna: Bo Loserr ben lungi dal voler essere il cantore di una generazione, descrive il suo mondo, la sua piccola realtà, la sua microscopica fotografia di un atomo e degli elettroni che di girano attorno, con il piglio di uno che si alza tutte le mattine scavando.

Magic Cigarettes, Slift, Skeptics

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So di esser stato via per un po’ ma gli impegni reali, quelli che magari mi fanno persino campare, hanno avuto il sopravvento. Oggi vi propongo tre recensioni che non sono il MEGLIO di quello che ho ascoltato recentemente, ma semplicemente le uniche riflessioni che ero riuscito a buttar giù sul taccuino tra un treno e l’altro.

Dai dai dai.

Le Sigarette Magiche nella spirale della fattanza

Qualche secolo fa mi aveva scritto un componente dei Magic Cigarettes proponendomi l’ascolto del loro ultimo album, “Cooked Up Special”, ricordandomi della mia precedente stroncatura al loro esordio. Per dovere di cronaca: non ho mai stroncato “Magic Cigarettes”, semmai ne ho sottolineato le criticità. Vi va un riassuntino?

  1. I pezzi sono lunghi, ma senza particolari sviluppi che ne giustifichino i due o tre minuti in più di jam psichedelica.
  2. Non sono un fan del “pezzone”, cioè quella traccia che si staglia sulle altre e dirompe nel cervello stampandosi a fuoco, ma le Sigarette sembrava quasi che passassero il tempo a cercare quel riff, senza però riuscirci.
  3. Spesso i momenti più tecnici sono del tutto avulsi dal contesto.

Il tutto però in una cornice più che convincente, se vi piace il garage psichedelico.

Sinceramente preoccupato che “Cooked Up Special” non fosse dissimile dal suo fratellone, avevo già ampiamente sfiorato l’idea che la recensione non l’avrei mai scritta, perché non scrivo niente quando credo che non ci sia niente da dire. Ed invece siamo qua.

Il maggior pregio del lavoro d’esordio del 2015 qui permane, ovvero la commistione di più ambienti sonori e generi che impreziosiscono il percorso d’ascolto, stavolta esaltati dalla minor durata delle tracce. Ci sono stati dei momenti nella mia vita in cui ho creduto all’amore a prima vista, tipo nello strepitoso attacco scratch di Chill Out, o in quello garagista di Freak, che irrompe con una chitarra che ruggisce un electric-doo-wop alla Frights.

È chiaro persino ai sordi che le Sigarette, musicalmente parlando, sono sessualmente attratti dalla scena psych americana fatta di riverberi, raffinatezze sonore e fiumi di parole. Tipo i Growlers per intenderci. Effettivamente poco attratti dalla variante schiaffi-sul-muso-del-suono dei Thee Oh Sees, la loro fede si basa, più che sulle digressioni elettriche alla Barrett, sulla melodia. Se anche Rain Of Weed si presenta con quell’urletto acido che caratterizza John Dwyer e i suoi fantastici amici, ciò che segue è una canzone ballabile senza per forza rompersi una clavicola, senza insomma quei ritmi kraut indiavolati dei californiani, composta ed eseguita con eguale grazia, ma per ascoltatori diversi.

Chiaramente le Sigarette vogliono da parte del fruitore un ascolto più riflessivo, ma non per questo più ponderato. Il loro flusso non vuole frastornarti, ma piuttosto trascinarti dolcemente come la Crystal Ship dei Doors, giù negli abissi della fattanza. Può sembrare un paradosso che con dei pezzi più brevi si possa raggiungere più facilmente il risultato, ma se “lungo” è solo una scusa per dire “ganzo”, qualunque excursus diventa fine a se stesso e rompe la fluidità.

Per quanto mi riguarda non sono particolarmente preso da questo tipo di psichedelia, come per i Growlers le Sigarette per me sono troppo di tutto, riempiono lo spazio sonoro vivibile con sensibilità certamente, ma senza che la cosa susciti in me alcun ché se non un genuino interesse per la parte ingegneristica ed esecutiva.

Pezzi come Hunger Dance e Panc (una reminiscenza dei The Metopathics?) nella loro semplicità e idiozia quantomeno mi divertono e posso riascoltarle con piacere.

Sicuramente Cooked per le Sigarette rappresenta un passo avanti bello deciso, se in questo blog mettessi ancora i voti sarebbe un 7 su 10 pieno (il precedente un 6), ma non troverà la sua dimensione nella mia rete di ascolti. È come se dietro la magnifica copertina, la rilegatura preziosa e la forma elegante e forbita, non ci fossero poi dei concetti particolarmente interessanti.

Ci ascoltiamo un po’ di fantasy-garage? Ma anche no

Prodotti dalla Howlin Banana Records questa band di Toulouse è riuscita nell’intento di rovinarmi un perfetto weekend di birra-pizza-film della Troma, il tutto con il semplice ascolto del loro ultimo breve EP “Space Is The Key“.

L’hard-psych-garage degli Slift già subito dopo l’attacco al fulmicotone di Dominator aveva un che di già sentito, un olezzo di sudore ormai da quarantenne che ancora si veste con le magliette a righe, insomma ci stanno I SOLITI CAZZO DI THEE OH SEES. Ma stavolta siamo lontani dall’omaggio, perché qui siamo dalle parti del plagio più bieco.

Prendete i Oh Sees di Dwyer, metteteci un pizzico dei Fuzz col chitarrone di Moothart in bella vista, giusto una spolverata di Hawkwind ed eccovi servita una band dal grandissimo potenziale live, ma che è ontologicamente impossibilitata a scrivere qualcosa di originale.

Il pezzo forte di questo EP, la furibonda The Sword, dieci anni fa mi avrebbe esaltato come un tredicenne durante il suo primo sorso di birra con gli amici, oggi mi pare di averla già ascoltata cento volte prima ancora che cominci.

Ma la cosa che mi ha definitivamente rovinato ogni possibilità di godermi la mia double IPA Canediguerra è stato che gli Slift ci sanno fare eccome! Se i Fuzz sono una versione claudicante e a volte imbarazzante dei Blue Cheer, gli Slift sanno pienamente riprendere i fasti di band leggendarie come Cheer e Hawkwind, non compromettendone dunque le peculiarità tecniche, ma la loro musica è solo un misero copia-incolla, che non sperimenta ma al massimo assembla come con una costruzione Lego. O come un musicista vaporwave.

Le tensioni fantasy che stanno influenzando il genere (anche “Orc” dei Oh Sees la interpreta) è evidentemente arrivata anche in Francia. Il risultato, per ora, è decisamente dimenticabile.

Gli Skeptics nello spazio

Bart De Vraantijk dopo quattro-cinque anni di garagismo sixties derivativo ha deciso di cambiare rotta. Da queste parti ce ne siamo accorti tempo fa, quando l’ottima Frantic Records ha pubblicato lo split Skeptics/Prêcheur Loup, uno dei migliori split francesi degli ultimi anni.

È vero che questo primo LP omonimo non proponga poi chissà che, se non la piacevole sorpresa di ascoltare la creatura di De Vraantijk cambiare pelle come un serpente tropicale. Anche perché cos’ha di particolare una Skin of green? È un pezzo che potrebbe scrivere persino Sallusti per la sua banalità, EPPURE l’ascolto di questo album scorre in un modo davvero aggraziato.

La profonda conoscenza della band del garage sixties si sente dall’immediatezza dei riff e dalla semplicità della sezione ritmica, l’unica differenza sta nell’indirizzo cosmico che ha preso la chitarra di De Vraantijk. In pratica è come ascoltare la più banale delle surf-rock band che cerca di coverizzare qualcosa dei primi Black Mountain o dei soliti Hawkwind. Il risultato è… curioso.

Summa di tutto il lavoro i conclusivi 7 minuti di Zeeland, da ascoltare ad un volume decisamente problematico per il vostro condominio.

Davvero non so spiegarmi perché valga la pena di ascoltarsi un album che, nelle sue specificità, non rappresenta di certo un’uscita particolarmente originale né in alcun modo sperimentale. Eppure gli Skeptics nella loro immediatezza sono comunque diversi dal resto della scena garagista francese, che sebbene li accumuni delle volte una qual certa corrente estetica (penso alla psych cosmica che ha contaminato Volage, Anna, Madcaps, Baston, etc.) riesce comunque a non spersonalizzarli.

Un pezzo degli Skeptics lo riconoscono immediatamente, ed in questo marasma di uscite garagiste modaiole e sempre più svuotate di ogni necessità, non è una cosa che riesco a ignorare.

Podcast – Beaches Brew 2017: quattro giorni di sabbia, birra e rock & roll

Un delirio continuo, ho ancora la sabbia nelle scarpe, il che oltre a denunciare la mia scarsa igiene personale è anche un significativo di come il mio cuore sia rimasto tra le conchiglie e i fuzz di Marina di Ravenna.

Grande festival, grande musica, se ne volete un assaggio non avete che da cliccare “play” qua sotto.


«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Podcast – Maniaxxx, Control Freaks, Doug Tuttle, Greg Ashley, Justin Peter Kinkel-Schuster

Pubblico con ingiustificabile ritardo la quattordicesima puntata di Ubu Dance Party su alcune novità (reali o percepite tali) recuperate con i ramini nel portafoglio.

Non solo garage giovanotti, ma per le cose più astruse dovrete aspettare la prossima stagione del podcast (cioè questo Settembre), per ora fottetevi le orecchie con questa nuova puntata che comincia pian piano ma che nel finale vi deflorerà definitivamente.

 

Podcast – La leggendaria intervista a Tab_ularasa

UDP #12
Da sinistra: il vostro blogger preferito, Tab_ularasa, DJ Lowrenzo.

L’anno scorso ne ho fatte parecchie di interviste, ma tutte in ambito extra-musicale, e per quanto mi riguarda aprire un ciclo sul podcast proprio con Tab_ularasa è stato un sogno. Tab è una delle personalità più poliedriche e fottutamente fuori di testa che ci siano nel sottoterra italiano, uno di quelli che potrebbe scrivere la pagina DIY di Wikipedia auto-citandosi come unica e incontrovertibile fonte (di stronzate ovviamente – con affetto Tab <3). Ora però sono ben quattro giorni che ne parlo bene per cui temo mi stia ammalando o qualcosa del genere.

Comunque sia per Ubu Dance Party è stata in generale una bellissima puntata, culminata con la live di Tab e conclusasi con le solite stronzate di DJ Lorenzo.

«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Podcast – Dead Horses, Stromboli, Steven Lipstick & His Magic Band, Kikagaku Moyo, ShitKid

Con un ritardo mai visto prima e che è al limite del ceffone sul viso, eccovi la 10° puntata di Ubu Dance Party, il vostro podcast preferito! Vi assicuro che stavolta ascoltarci sarà come andare sulle montagne russe, dal blues alla psichedelia giapponese, weird-garage e drone, robe da farvi intrippare di brutto.

Vi ricordo che Ubu Dance Party è in diretta tutti i MARTEDÌ alle 21:30, potete ascoltarci QUI oppure sulla pagina Facebook di Radio Valdarno! (anche se questo martedì credo proprio si andrà in onda alle 18:30, perché DJ Lorenzo ha da giocare alla play)

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«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
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Supernova, ovvero sulle funzioni del video-clip nel 2017

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Ho riguardato questo video sei o sette volte da martedì, e ho ascoltato Supernova con lo schermo buio almeno altre quattro.

In questi giorni sto riconciliando molto del mio tempo con la musica, principalmente per gli impegni radiofonici che, a discapito persino di vere e proprie disgrazie, continuano e stanno riscuotendo un microscopico successo. Tab_ularasa è un musicista che dai tempi dello split con Muddy Mama Davis mi ero ripromesso di scoprire, e più vado a fondo e più definirlo “musicista” mi sembra una limitazione d’intenti inaccettabile.

Sui Centauri ho già scritto e detto tanto per quanto mi riguarda, una band che ha dalla sua un modo di interpretare il noise estremamente emotivo, quasi fragile, nel primo album fin troppo dispersivi e ripetitivi (anche se con dei picchi notevoli – Alpha Centauri A), nello split con i Dead Horses più incentrati. Personalmente li adoro, ma mi rendo conto che il loro approccio tende a cercare quasi una risonanza emotiva nell’ascoltatore, che se non la coglie ne rimane del tutto indifferente, quando non infastidito.

(Sì, siamo ancora nella premessa, ma adesso vi espongo il fulcro del discorso, cazzoni) Se c’è effettivamente un aspetto peculiare nella musica ai tempi di internet quello è il tempo. O almeno così credevo. Per me l’avvento dei formati digitali doveva annichilire i formati classici, i 7”, i 33 giri, le musicassette, i CD, per favorire formati sempre più “pesanti” ma di qualità, liberando gli artisti dalla necessità di pubblicare dischi che durino un tot, con il singolo che duri un tot, con il video che taglia il pezzo di un tot per renderlo più fruibile, e via dicendo. Il tempo ormai lo decidiamo noi, è la nostra merce di scambio e non più quella del media che deteneva tutto l’intrattenimento e lo elargiva rateizzato al fruitore. Ma a parte le mode revival e nostalgiche, a parte che ancora adesso il disco, l’album, la fa da padrone, c’è un elemento che mi ha fatto riflettere nuovamente.

Sabato scorso ero in Sicilia ad una festa di laurea, una roba che di solito eviterei come la birra analcolica evita me, ma si da il caso che il laureato in questione sia un mio grande amico, per cui prendo i biglietti da Pisa ed eccomi lì. Mi ritrovo ad un certo punto a parlare con un giovane musicista palermitano (22 anni), so che non ve ne frega niente per cui vado dritto al punto: ad un certo punto dice che fare i video per promuovere la propria musica è un retaggio del passato, una roba buona solo a prendere la polvere sugli scaffali. Non sono d’accordo. Il video-clip nell’era di YouTube fa MILIARDI di visualizzazioni, ben più di quanto potessero permettere canali tematici come MTV, e i numeri tendono ancora a salire, non a scendere. In molti casi si è persino raffinata la tecnica, raggiungendo sintesi estetiche deliziose, spesso più appaganti della musica che fa da contorno.

Ma se invece di fare video-clip i video dell’era di internet fossero un tutt’uno con la musica? Pensateci: tutti i nostri dispositivi sono ormai collegati ad uno schermo, è quasi impossibile avere un supporto per ascoltare musica che non ne abbia, a parte i classici stereo (ma anche lì…). Se si esautorasse il video dalle esigenze promozionali e diventasse compendio se non addirittura parte integrante del discorso musicale, sarebbe un’eresia?

Tab_ularasa con il video di Supernova mi ha effettivamente messo un po’ in crisi. Non mi piace intellettualizzare laddove non c’è nessuna urgenza di farlo, questo vorrei metterlo bene in chiaro adesso. È infatti inoppugnabile che riflettere su come la musica cambi in base ai formati di trasmissione della stessa sia fondamentale. Se RCA durante una ripartizione della produzione negli anni ’40 non avesse deciso che la Musica d’Arte andava stampata nei 33 giri e quella pop nei 45 non avrebbe dato il via all’infinita schiera di piccole etichette che furono il terreno fertile per la nascita del rock (aiutati anche dai bassi costi dei nastri magnetici tedeschi), inoltre il formato così breve portò i musicisti pop a rendere i loro pezzi più brevi e veloci. Il formato quindi non è solo un fattore, è IL fattore.

In questo momento per me ascoltare Supernova con il video (che sia su PC o smartphone poco importa) è un’esperienza diversa artisticamente che ascoltare il pezzo e basta, questo non perché la musica dei Centauri non sia efficace di per sé, Supernova è un pezzo davvero azzeccato, forte di un climax distopico davvero ben riuscito, merito di una conoscenza dei mezzi davvero superlativa, ma il video di Tab_ularasa ne completa il discorso senza stravolgerlo

Certo è che parlare d’arte farebbe rizzare anche i peli del culo a Tab, questo è poco ma sicuro, basta ascoltarsi la sua produzione da solista per carpire la sua idea al riguardo, ma per me è in torto marcio. Il suo modo diretto di esprimersi, sporcando il più possibile la comunicazione (proprio come è nella realtà), il suo sforzo “soggettivista” mi ricorda quello di G. Gordon Gritty, che elimina di fatto ogni velleità artistica ma che in realtà ci regala un nuovo punto di vista, che proprio nella sua soggettività pura e scarna è (stacce) una forma d’arte.

Quello che vediamo nel video in pratica è un documentario su una famiglia di giraffe, probabilmente in VHS, la materia di cui è fatto il supporto video è quasi tangibile per quanto è usurata, quel gusto un po’ retrò di certi video contemporanei (anche vaporwave) non è qui però presente. Per Tab_ularasa la materia e la sua percezione sono elementi fondamentali della sua estetica, basti dare un occhio ai suoi collage o alla splendida copertina dei Rawwar per rendersene conto. Quando si sente cantare «I’m an asshole» vediamo il maschio della giraffa sedurre la femmina con una buona dose di ignoranza animale, e il quadretto familiare successivo col figliolo grazie all’accompagnamento musicale sembra quasi quello della (im)perfetta famigliola di provincia, magari pure tossici. La tragedia che si dipana nel mezzo del video poi sembra quasi trasformarsi in un documentario su Forcella o sulla adolescenza in generale. La prima volta la percezione che ebbi guardandolo fu come se quelle giraffe fossero degli alieni, evoluti ed intelligenti come noi, ma troppo diversi per comprenderne la tecnologia e la saggezza, ma che alla fine dei conti si rivelassero identici nella sostanza, nell’amore, nella violenza, nel dolore, nella morte.

Ma probabilmente sono solo io, dovrei smetterla di leggere Queneau e Sartre appena sveglio diocristo.

Podcast – Dots, Rawwar, Centauri, Ty Segall

E allora sì cazzo. Puntatona di Ubu Dance Party, l’unico podcast di rock underground che non le manda a dire. A meno che non mi ritrovi a letto con l’influenza (odio l’influenza). 3 album italiani uno meglio dell’altro e una feroce stroncatura al Biondo che fa impazzire il mondo.

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«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Rawwar, Thunder Bomber, Thee Oh Sees

Tre recensioni toste di roba che ho ascoltato di recente, avrei voluto mettere qualcosa in più ma è stata la settimana di merda per eccellenza.

RAWWAR – cassetta

Intanto c’è Tab_ularasa, il che ci piace. Poi ci sta Zulfux dei Dead Horses e dei mitici For Food, ci metti anche Doctor Dead del Trio Banana e il rischio di trovarti di fronte ad un album di soli rutti e scorregge diventa quasi una certezza. Ed invece questi tre simpaticoni decidono di fare la cosa più semplice del mondo: divertirsi assieme. Certo, di solito quando uno si diverte risulta anche allegro, invece per i Rawwar evidentemente passare del tempo assieme spassandosela equivale al produrre del garage blues maledettamente abrasivo.

Di solito nel punk così come per il fratellone garage si parla di rabbia in termini creativi, e quando pensi al garage blues se proprio non sei un depravato ti vengono subito in mente gli Oblivians e gli anni ’90. Direi che è normale, no? Ma in questo specifico caso, nelle tre canzoni cagate fuori da quello immagino essere stato un pomeriggio freddo e insipido, c’è più rancore che rabbia (e più noise che garage blues anni ’90).

Nelle liriche il tema del luogo in rapporto al soggetto (andare-muoversi-allontanare) non è affrontato con il piglio intellettualoide di certo punk (non sempre negativo eh, penso agli Alley Cats), questo è un punk senza anthem, un garage senza giri orecchiabili, potete percepire i Pussy Galore ma senza il loro tiro infernale, non c’è nemmeno una melodia trasognate alla Centauri, tre pezzi e nemmeno un accenno di piacevolezza. L’ho trovata una cosa profondamente bella.

Fra l’altro mi sono innamorato di Going South, c’è un riff che ricorda la furia micidiale degli Oblivians ma si perde in un mare di rumore asettico, un pezzo che deflagra per poi raggrumarsi come una ferita adolescenziale. 11/10

THUNDER BOMBER – LOOKING FOR TROUBLE

Al contrario dei loro amici Dots i Thunder Bomber fanno del tiro un espediente più hard rock. Ok, forse non mi sono espresso in italiano, volevo dire che laddove nei Dots c’è una vena quasi pornografica nel rapporto tra funky e punk, i Thunder Bombers sono più i Sonic’s Rendezvous Band senza l’ombra degli Mc5 addosso (molto meglio, eh?). L’energia che scaturisce da ogni singolo pezzo, a metà tra Rocket From The Crypt e Nashville Pussy,  rende “Looking For Trouble” un album decisamente da viaggio o da scazzo, ma che ho paura di dimenticare con la stessa facilità con cui passo da una pinta all’altra al pub.

Adesso cerco di fare mente locale, anche se in realtà arrivo da una settimana in cui mi sono scervellato all’inverosimile per una recensione de Il Girello (opera buffa della seconda metà del seicento), e anche perché Luca è stato gentile a contattarmi senza insultarmi come nel 90% delle mail che ricevo, e infine perché “Looking For Trouble” non è certo una merda, per cui vediamo se riesco a mettere in ordine i miei pensieri da bravo recensore provetto:

COSA MI PIACE Questa è facile, hanno un tiro micidiale, i pezzi anche se non sono particolarmente originali nella composizione mi sembrano molto schietti e con quella sincerità rock ’n’ roll alla Nashville Pussy che ogni ci vuole. Francamente non sopporto più l’heavy metal e l’hard rock da molti anni ormai, non che questo album sia heavy nel senso stretto della parola, però di solito queste sonorità mi fanno incazzare, stavolta no. Sarà perché invece di essere la solita band derivativa di Deep Purple o Led Zeppelin questi prima di tutto si divertono come i matti, e vaffanculo a tutto il resto.

COSA NON MI PIACE È un mio problema ragazzi, non sopporto più gli assoli. Sapete no quelli belli muscolari che arrivano telefonatissimi sulle tibie e ti spezzano le gambe? Mi sembrano eccessi steroidei da palestra, non ne posso più di sentire la solita struttura che si prepara ad ingravidarti senza consenso con l’onanismo del chitarrista di turno. Non ho niente contro il chitarrista dei Thunder Bomber, sia chiaro, va come le palle di fuoco come dicono nel Valdarno, per cui se vi piacciono le sbombardate siete sui lidi giusti. Io preferisco i Crime.

E con questo è tutto. Anzi no.

THEE OH SEES – A WEIRD EXIT

Eccoci al duemillesimo disco dei Thee Oh Sees, una band che in vent’anni (più o meno) ha azzeccato tre album che nel modestissimo avviso di questo blogger spaccano i culi e cagano in testa a qualsiasi stronzata in copertina su Rumore. Il resto della loro discografia… meh. Però dai, ci piazzano sempre qualche assolo alla Barrett, la sezione ritmica alla Cluster/Can/Faust, ma è dal 2013 che non fanno un album decente per il sottoscritto.

Sentite, non me ne frega un cazzo, le ultime robe di Dwyer sono davvero imbarazzanti, vi possono pure piacere per carità, anche perché la band sebbene i cambi di formazione dal vivo è una cosa splendida e lisergica, però “Drop”, lavoro incensato dalla critica e dai blogger hipsteroni è davvero un’accozzaglia di idee riciclate e laccate all’inverosimile. E anche quello dopo, com’era… ah, sì: “Mutilator bla bla bla”, originale come la Coca-Cola della Coop. Il vero problema della band è che l’ultimo cambio di formazione ha sputtanato la compattezza del sound e la sua forza distruttiva a 33 giri, e anche la creatività sembra scarseggiare.

E quindi “A Weird Exit”? Intanto diciamo che c’è ancora Tim Hellman dei mitici Sic Alps, che stavolta non fa la fighetta e pesta duro su quelle quattro corde, poi ci sta il buon Paul Quattrone (dei sopravvalutati !!! di Sacramento) e un tale Dan Rincon che assieme riesumano la sezione ritmica a doppia batteria, potente tanto quanto quella leggendaria di Lars Finberg e Mike Shoun. Ma al netto della potenza e di qualche cosina nuova “A Weird Exit” è solo un buon album e niente più, anche se rischiava di essere un capolavoro del calibro di “Carrion Crawler/The Dream”.

Gli accenni sabbathiani (Gelatinous), il loro garage psych delirante ormai marchio di fabbrica registrato (Dead Man’s Gun), è tutta roba già sentita negli album precedenti con poche variazioni, e questo fa incazzare. Ovviamente è roba buona, ci mancherebbe ragazzi, ma l’abbiamo già sentita nei quattromila album precedenti! I momenti migliori sono sicuramente i due pezzi più dilatati e sperimentali: Jammed Entrance e Crawl out from the Fall Out, una botta di vita che – devo essere sincero con voi, non mi aspettavo nemmeno per un cazzo. C’è persino l’influenza dei migliori Brian Jonestown Massacre nella finale The Axis, forse uno dei pezzi più affascinanti nella loro intera discografia. Però… non c’è troppo da dire in realtà.

Sembra che Dwyer si sia ormai normalizzato, tutti gli elementi che rendevano i Thee Oh Sees un gruppo unico nel panorama garage mondiale, tra i più seminali di sempre e con non pochi proseliti, ormai sono diventati rassicuranti tappeti sonori balsamici, accomodanti muri di suono privi di qualsivoglia necessità. Certo è che qualche guizzo quest’ultimo album ce l’ha, e anche di un certo capriccio ecco, per cui non vendiamo la pelle dell’orso prima di averlo ucciso.

https://open.spotify.com/user/micolash90/playlist/47PY2PDY9uePxoJm34bqBI

Personal and the Pizzas, Gloria, Brace! Brace!, Beware The Dangers Of A Ghost Scorpion!, Ty Segall

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Nessuna introduzione perché non ho tempo, sappiate però che dalla prossima settimana assieme ad un mio caro amico condurrò un programma radio (liberamente scaricabile su Mixcloud) e vi spareremo un sacco di musica bella. Ogni puntata sarà tematica, approfondiremo questioni e generi troppo spesso trattati con superficialità dalla critica rock, e vi proporremo sempre degli spunti nuovi e diversi dalla solita melma. Ovviamente linkerò ogni puntata qui sul blog, sennò tutta ‘sta marchetta va a farsi friggere.

E ora beccatevi ‘ste recensioni:

Personal and the Pizzas –       Raw Pie

Probabilmente avrete sentito parlare dell’ultimo album dei Personal and the Pizzas, considerato un gioiello da tutta la critica garagista e non solo. Ecco, io lo vorrei tanto quell’album, ma siccome al solito mi manca il dindirindero vi recensirò il loro esordio: “Raw Pie”, pubblicato dalla californiana 1-2-3-4 Go! Records nel 2010 dopo una buona sequenza di EP cominciata nel lontano 2008. Credetemi se vi dico che “Raw Pie” è uno dei migliori album di puro rock and roll usciti negli ultimi vent’anni.

Più sconclusionati e demenziali dei Memories ma cattivi e punk nell’anima, praticamente il sogno proibito di ogni garagista integralista. Appena lasciate la puntina posarsi delicatamente sul pezzo di plastica rotante parte a fuoco un anthem sulla pizza gusto Ramones (I Don’t Wanna Be No Personal Pizza) seguita da una Pepperoni Eyes che ricicla gli Stooges senza pietà, e a meno che non siate dei fan dei Rush in incognito il vostro sarà un amore a prima vista in piena regola. Pezzi come Brass Knuckles, Never Find Me, Pizza Army e la esilarante Nobody Makes My Girl Cry But Me sono compendi della miglior tradizione sporca, grezza e autentica rock.

E infatti le uniche dolenti sono quella prevedibilità che il genere propone nelle sue forme più puriste. Sebbene i Personal and the Pizzas spacchino come pochissime band al mondo nel garage caciarone (al loro livello penso a Andy Macbain in quando aggressività e attitude) il loro grande merito è solamente quello di fare un casino davvero godurioso, ma senza riuscire a costruire un discorso musicale alternativo o quantomeno con qualcosa di nuovo da dire, il che sicuramente è voluto al 100% ma ciò non toglie che con tutta questa focosa materia prima… beh, si poteva anche provare qualcosina di più. Non fraintendetemi, tutto quello che manca in quanto originalità compositiva i PATP ce lo mettono in personalità, caratterizzando ogni pezzo come solo loro riescono a fare.

Poi boh, parte I Can Read e cominci a spaccare tutto senza ragionare, lasciandoti trasportare dal rock and roll più spietato e godurioso da molti anni a questa parte, furia micidiale mescolata a melodie rockabilly. A volte effettivamente non serve altro, Compulvise Gamblers, Oblivians e Deadly Snakes ce lo ricordano bene.

Gloria – Gloria In Excelsis Stereo

Di “Gloria In Excelsis Stereo” ne hanno parlato persino in Italia, ovviamente bene. Io ho solo poche cosa da dire: ma in tutto il catalogo della Howlin Banana Records proprio ‘sta roba doveva sbancare il lunario?

Io non ho niente contro i Gloria, che seguivo da tempo, e credo che Beam Me Up sia un gran pezzo e un capolavoro di nostalgia, ma porca puttana è proprio pura nostalgia anni ’70 pressata e confezionata senza alcun ritegno, senti l’odore di canapa e le solite tre citazioni dall’Urlo di Ginsburg fuoriuscire dalle casse! Saranno anche groovy e tutto il resto, ma è tutta roba già ascoltata e riascoltata MILIARDI di volte, ma che cazzo aggiunge questo album a quelli dei Jefferson Airplane o similia proprio non si capisce.

Inoltre a parte Beam Me Up tutte le altre canzoni si svolgono senza alcuna personalità, un sistema di riciclo così perfezionato salverebbe il comune di Roma in poco più di 33 giri.

Piuttosto parliamo di…

Brace! Brace! – Controlled Weirdness

Sempre dalla parigina Howlin Banana Records eccovi i Brace! Brace! la creatura psych-pop di Thibault Picot, voce e chitarra di questa frizzante band francese. Nel 2014 avevano esordito prodotti dalla piccola e giovane Freemount Records di Clermont-Ferrand con un EP che tra i blog più sconosciuti aveva riscontrato un generale apprezzamento, e con questo “Controlled Weirdness” uscito qualche giorno fa alzano decisamente il tiro.

La band nasceva come una sorta di Sonic Youth weirdpop, costruendo melodie che esplodono in fuzz lisergici, sottolineate anche da una sezione ritmica piuttosto dinamica. Nel nuovo EP il bravo Picot questa volta lascia respirare i pezzi tra un rumore e l’altro, crea ambienti sonori che non sono messi lì per dire «senti là che suono figo eh», come buona parte delle band garage che si mettono a smanettare in stile Thurston Moore e Kim Gordon, infatti ogni suono vuole essere vettore espressivo ed è necessario alla canzone la quale non si sorreggerebbe solo con la melodia, tutto ciò in una maniera più raffinata e complessa che nei più “blasonati” White Fence e Jacco Gardner.

Molto convincente Slow la quale a tratti ricorda il primissimo Ty Segall quando ancora faceva divertire, contornata da una struttura solida e per nulla banale, tosta anche Underground che fin dall’inizio colpisce di fuzz senza però scadere nella solita macchietta seventies, tirando fuori qualche suono dalle console eighties, ritornelli beatlesiani che Jeffrey Novak si sogna, sempre con quella sensazione onirica del weirdpop americano.

Un EP efficace e con qualcosa dire, senza necessariamente giocare sulla leva del revival a tutti i costi.

Beware The Dangers Of A Ghost Scorpion! – Boss Metal Zone

Ve li ricordate i BTDOAGS? Surf rock da Boston? La mia disamina sulla scena bostoniana? Niente eh? Bastardi.

Comunque sia questa band non mi ha mai convinto al 100%, insomma il surf rock lo adoro e in generale il loro è piuttosto ok ma gli è sempre mancato il tiro delle vecchie glorie come Ventures, Challengers, Shadows e via discorrendo.

Per il nuovo EP la band decide di ripetere il loro canone, surf rock a tinte horror, ma stavolta centrano in pieno il bersaglio con 4 tracce assassine che colpiscono senza pietà. Sebbene soffrano, a mio modestissimo avviso, di una eccessiva pesantezza in fase di produzione (con la stessa pochezza sonora dei Guantanamo Baywatch farebbero faville in studio) questa volta riescono a colmare le loro mancanze con una certa creatività compositiva. Grandissimi assoli alla Shadows, brevi ma apprezzatissime sferzate psychobilly e finalmente anche una sezione ritmica che non lascia un secondo di respiro. Non sarà un disco che ricorderete per tutta la vita, ma quantomeno avrete quattro tracce davvero toste da spararvi qualche volta in auto o per cazzeggio.

Ty Segall – Ty Segall

Il biondo che ha conquistato il mondo ha lasciato al garage due grandissimi album: “Twins” (2012) e “Slaughterhouse” (2012), un album garage pop più che discreto come “Goodbye Bread” (2011), e due feroci digressioni con “Reverse Shark Attack” (2009) e il primo dei Fuzz. Detto questo è un paio di anni di Ty ha decisamente scassato i coglioni.

Questo nuovo album omonimo con l’apporto del leggendario Steve Albini oltre a suonare decisamente posticcio nel suo rifarsi al suono lo-fi degli inizi (che fra l’altro non coincidono per niente con i suoi lavori migliori che vi ho sopra elencato) è semplicemente noioso come una puntata di Sanremo.

Discreta Talkin’, con quella malinconia acustica alla Gold On The Shore o “Sleeper” (2013) che lo caratterizza, al contrario dei tentativi più garagisti tutti dimenticabili. Sempre nell’ambito acustico mi risultano alquanto indigesti Orange Color Queen e Papers, con quel glam che Segall non riesce a spremere in tutta la sua carica espressiva, un difetto che lo perseguita fin da “Ty-Rex” (2011) anche se molti ritengono invece che il biondo sia uno degli ultimi glam-rocker degni di questo nome. Mah.

Gli spunti melodici sono i soliti, le digressioni strumentali come in Warm Hands (Freedom Returned) non aggiungono niente se non un senso di disagio e imbarazzo. Sebbene qualche idea interessante sembra proprio che come John Dwyer il californiano abbia finito le cartucce a disposizione ma continui a sparare a salve.