Archivi tag: alex chilton

I riff che me lo tirano

trasferimento (11)

Specifico fin da subito che provo un profondo e sincero disgusto per tutte quelle rubriche tipo: “ i 10 riff che ti cambieranno la vita!” Manco fossero materassi delle Eminflex. Però anche io possiedo un cuore, e nei momenti di infantile tenerezza mi capita di cogliere la bellezza della vita in un semplice riff. Peccato che non abbia il tempo per scrivere una roba raffinata, per cui eccovi una lista dei riffoni che me lo fanno tirare oggi, giovedì 5 Aprile, alle 5:40 del mattino.

The Bats – North By North

Banale sì, ma c’è forse un riff più figo nell’intera storia rock neozelandese? Non sono un fan sfegatato di Bats, Clean et similia, eppure ci sono dei pezzi che sono dei gioielli per l’incredibile tensione che sottintendono.

Negli anni sono arrivato a credere che tutto il miglior pop rock venga dall’Oceania (ascoltatevi l’ultimo dei Chook Race o i The Stevens se volete rituffarvi in una adolescenza tutta brufoli e indifferenza). North By North è la canzone perfetta per ogni viaggio in auto della vostra vita, scorre a velocità di crociera, così che non vi sfugga nemmeno un dettaglio di quel fastidioso ronzio interiore che è la memoria.

Gūtara Kyō – ロマンチック / Roman Chikku / Romantic

L’album d’esordio dei Gūtara Kyō dura 16 minuti e fa un casino della Madonna. Crasi ideale tra Can e GG Allin, la band giapponese targata Slovenly Records è forse una delle realtà più abrasive del garage rock mondiale. Boh, c’è da dire altro? Fanno casino, urlano in giapponese, suonano di merda, io direi 10/10 e si può passare al prossimo.

The Kinks – Top of the pops

Presa di culo della classica canzone da classifica rock inglese, Top of the pops dei Kinks si staglia in un album decisamente pazzesco come “Lola Versus Powerman and the Moneygoround, Part One”, e lo fa per potenza (sembrano quasi i Mountain a tratti) ed efficacia dei tópoi riciclatissimi dell’hard rock, un po’ come fece Kim Fowley nel suo capolavoro del 1968.

Per quanto non valga l’attacco malinconico e storto di Strangers o l’incredibile spleen di Lola (forse il più bel singolo rock di tutti i tempi), come nemmeno il chitarrismo adrenalinico di Rats o l’immediatezza melodica di Apeman, Top of the pops c’ha un riff che spezza le catene della mediocrità e fa risalire questo pezzo sù per le mie arterie fino al centro del mio cuore.

The Celibate Rifles – Bill Bonney Regrets

Ho dedicato una recensione all’album capolavoro dei Celibate Rifles, una band che in questo periodo sto adorando oltremisura, finendo persino a tradire uno dei miei dettami più rigidi: non comprare i cazzo di vinili. Eppure quando al mercatino ho visto quello stracazzo di 33 giri tutto patinato che indicava senza troppi fronzoli una live al CBGB dei Rifles, non ho potuto controllare i processi motori che hanno permesso alla mia mano destra di afferrare il portafoglio.

Bill Boney Regrets comincia che sembra un anthem e si trasforma in un coito interrotto di rabbia e repressione emotiva. Fate vobis.

[Che ci crediate o no non sono riuscito a trovare un link della versione studio della canzone, forse c’è su Spotify ma internet mi ha lasciato, per cui se lo trovate scrivetelo che lo copio-incollo qua senza paura. Ovviamente con dedica.]

The Rats – The Rats Revenge (Part 2)

Taluni credono che i Rats siano la prima band punk di tutti i tempi, e forse non ci vanno così lontani. Tecnicamente vicini alle Shaggs ma connotati da una folgorante vena ironica e demenziale, il loro primo 7’’ è stato retro-datato al 1963 ma in realtà è del ’65 e divenne “famoso” una volta comparso nella celebre collection di “Back From The Grave”, proprio nella sua prima leggendaria uscita. E niente insomma: spacca i culi, questa è la mia analisi estetico-etnomusicologica di The Rats Revenge (Part 2).

The Who – I’m Free

Fermo restando che tutta la discussione attorno al valore di “Tommy” degli Who ha sfangato i coglioni, vorrei qui affermare che il suddetto album è un capolavoro, non sei d’accordo? CHISSENEFREGA – oggi sono proprio in vena di analisi forbite e condite da una scrittura esacerbante ma raffinata.

Detto questo la versione a cui mi riferisco non è quella dell’album originale ma bensì quella del film. Prima di chiudere tutto e venirmi a cercare muniti delle sei facciate di “Isle of Wight Festival 1970” da spaccarmi sul groppone, lasciatemi dire questo: I’m Free è l’unica eccezione in quello che per me è un principio saldo e incorruttibile, ovvero che l’album originale è sempre meglio. Eppure stavolta Townsend l’ha fatta dai, ce l’ha messa in quel posto, perché non ammetterlo una volta per tutte invece che girarci attorno? Con quell’attacco poi, così bucolico, che introduce ad un riffone che ti sbionda.

Per dirla come uno dei grandi intellettuali della politica contemporanea: CIAONE.

Alex Chilton – I Can Dig It

Pezzo piuttosto anonimo francamente, preso dalle celebri sessions del 1970 di Chilton. Non è che sia chissà che, ma piuttosto che mettere i soliti Pere Ubu o Gang Of Four preferivo buttare lì un guilty pleasure di quelli magari meno conosciuti, giusto per cambiare.

Comunque, sebbene come detto il pezzo in sé non sia di certo la punta di diamante della produzione chiltoniana ha un bel tiro e sopratutto un riff spezza-caviglie come si deve. Da mettere come sveglia la mattina, equalizzatore ben impostato per far risaltare le sferzate di Jimmy Page (così dicono) e volume da denuncia per inquinamento acustico.

The Jon Spencer Blues Explosion – Blues X Man

Da non scambiarsi col quasi omonimo duo italiano (per favore, non fate questo errore, lo dico per voi) questo trio deflagrante ne ha nel suo carrello della spesa di riff memorabili, da Rachel alla orgasmica Back Slider (bel garage blues alla The Hentchmen), eppure vi giuro che in “Orange” del 1994 ce la mettono tutta per battere ogni record. In finale ci sono andati Brenda e Blues X Man, e con l’infallibile tecnica del lancio della moneta ne è uscito un solo e incontrovertibile vincitore.

The Fleshtones – Shadow-Line

Ricordo ancora il momento esatto in cui la puntina ha toccato il discone di plastica nero, che di punto in bianco ha preso vita come un cazzo di ufo. L’album non era neppure uno dei Fleshtones, ma una collection.

Quel riff ragazzi, quel riff. Di Conrad la canzone non c’ha niente, né la tensione paranoica né l’esaltante vena avventuriera (meno raffazzonata e posticcia di quella del maestro Daniel Defoe), eppure l’esaltazione della band da New York nel suonare questo semplicissimo pezzo rock ’n roll ti trascina con sé in una danza liberatoria.

Non so se preferisco la versione di “The Groups of Wrath: Songs of the Naked City”, quella dell’OST di “Urgh! A Music War”, o la versione dell’82 contenuta nello splendido “Roman Gods”. Basta che ci sia quel cazzo di riff, non importa come lo suoni, per me è ipnotico peggio della batteria di Moe Tucker in Sister Ray, è come farsi una canna bere whiskey e guardarsi un porno in 4k mentre te lo succhiano.

Visti dal vivo per la prima volta l’anno scorso all’Hana-Bi non eseguirono Shadow-Line come nessuno dei loro pezzi più famosi, ma ‘fanculo al cazzo, se c’è qualcuno che se lo può permettere quelli sono i Fleshtones!

Lo so, lo so. Ma la radio? E le recensioni? Purtroppo sembra proprio che il lavoro mi stia rompendo parecchio i coglioni, ma ehi, magari presto potrebbero esserci delle novità. Magari un podcast solo parlato di approfondimento. Magari dei video su YouTube (giusto per inimicarmi per sempre il 100% di chi scrive di musica in Italia). Insomma, saranno cazzi.

BONUS RIFF!

D’Angelo And The Vanguard, russian.girls, Gangbang Gordon, The Stevens, Total Control

INTERNETHATE

Le recensioni di oggi sono davvero particolari per questo blog, r’n’b, hip pop, pop sofisticato, tutta roba che di solito non prendo in esame per due motivi:

  • non mi interessano,
  • notoriamente non ci capisco una emerita mazza, ed è meglio star zitti quando non sai un signor cazzo dell’argomento.

Però, dato che sono un grandissimo cojone, voglio anch’io metter bocca su faccende che non mi riguardano. In fondo è a questo che serve internet, no?

Scherzi a parte (mamma che ridere) questi sono album che ho aquistato, che ho ascoltato parecchio e sui quali c’è qualcosa da dire (o da inveire, dipende) sennò col cacchio che mi mettevo a scrivere un post nella mia unica mattinata libera.

Eeeee via con le danze!

———

angeloD’Angelo And The Vanguard – Black Messiah (2014)

[So bene che con questa recensione mi butterò addosso tanta di quella merda che da domani assomiglierò clamorosamente al demone-merda di Dogma, ma vabbè, succede.]

Esattamente come con i Goat l’opinione pubblica si è fatta sentire, tutti i critici nostrani ed internazionali si sono piegati a novanta per un nuovo album assolutamente inutile, “Black Messiah”. Ma è mai possibile che nel 2015 io debba sentirmi dire da riviste che si professano rock che un album di r’n’b una tacca sopra il riesumato Prince, oltretutto versione raffinata del r’n’b made in MTV, sia un fottuto capolavoro? Anche perché visto il plauso incondizionato di critici piuttosto “importanti” (tra cui l’uomo a cui piacciono gli Who ma “Tommy” gli fa cagare) io l’ho comprato subito, senza fiatare. Da perfetto idiota.

Tutta colpa di quei impasticcati dei Daft Punk e il loro dannato ritorno al funky, genere troppo spesso legato alla merda per eccellenza, la disco music, come nel caso dei due francesi, mentre i cari D’Angelo And The Vanguard (tornati dopo vent’anni con tanto di canale Vevo su YouTube!) sporcano il funk di r’n’b e reminiscenze Funkadelic, inutilmente pompate ed esasperate da testi politically incorrect, collocandosi così lontani dai balletti imbarazzanti con Pharrell, ma non per questo vanno adulati a-prescindere.

Che poi, come con i Goat, a me mica fanno cagare al 100%, il groove assassino di 1000 Deaths per esempio è indiscutibile, ci sono dei musicisti che venderebbero l’anima a Sly Stone per suonare così, però che cazzo c’è da dire su un album del genere? Ha un bel tiro, ha un bel groove, fine. E questo basterebbe a decretarlo a capolavoro?

Belle anche le liriche, ma nulla per cui strapparsi i capelli.

Dopo una settimana di ascolto ho messo sul piatto “Maggot Brain” dei Funkadelic, e credetemi: mi sono sentito una persona migliore.

link a YouTube

———

10723566_472216169585570_1463938047_nrussian.girls – Old Stories (2014)

A rieccoci con la Lady Boy Records, etichetta islandese che ci ha già donati i Pink Street Boys. Stavolta con russian.girls la questione è piuttosto diversa, siamo davvero lontanissimi dal garage incasinato dei PSB e in generale da qualunque cosa suonata con una chitarra elettrica.

Questa strana creatura nasce dalla contorta mente di Guðlaugur Halldór Einarsson (impronunciabile membro dei Captain Fufanu, band elettronica sperimentale), una sorta di folle artista ambient autore di questo questo criptico “Old Stories”.

Il primo impatto con questo “Old Stories” è stato abbastanza… difficile (l’ho essenzialmente odiato) ma nel tempo mi sono reso conto che spesso tornavo all’ovile islandese per riascoltarmi certi passaggi, per riappropriarmi di certe sfumature. Era come se davanti a me si stagliassero colori e linee del tutto casuali, e non riuscissi a capire il senso di quegli schizzi informali. Ma allontanandomi progressivamente (con la mente) mi sono reso conto che il tutto faceva parte di un quadro troppo grande per risultare chiaro al primo colpo d’occhio.

“Old Stories” è praticamente la Psichedelia Occulta Islandese, un viaggio nelle trame esoteriche e criptiche delle loro discoteche e nella loro alienante modernità. E giuro di non essere ubriaco mentre sto scrivendo (il che fra l’altro è una novità).

Non so bene come categorizzare questo album, principalmente perché sono estremamente ignorante sul frangente ambient avant-garde e via dicendo, però roba come Snake Bloker (ovvero un’incubo cubista dei Tortoise) mi intriga per la sua lontananza dal mondo e dal mio modo di pensare (anche la musica).

Un’esperienza che consiglio a chi ha già dimestichezza col genere, altrimenti statene bene alla larga.

link a Bandcamp

———

a3621126830_10Gangbang Gordon – Culturally Irrevelerent [EP] (2014)

Della BUFU Records riparleremo sicuramente, e probabilmente proprio per Gangbang Gordon.

Dadaista, irriverente, sconclusionato, senza dover riprendere la de-strutturazione portata avanti dai maestri come Captain Beefheart o dai perfidi Pussy Galore, questo genio da Wakefield riesce a suo modo a de-costruire il garage moderno, con una leggerezza a tratti addirittura pop (Live At The ABC).

Fa tutto lui, chitarra, voce, batteria, drum machine, dj set, tutto in una maniera sfrontata e disorganica. Non so bene come riesca a distruggere le basi della melodia riuscendo comunque ad essere melodico. I ritmi “beefheartiani” di Passed In My MCAS Exam mescolati agli interventi new wave della chitarra non sembrano infatti lontani dall’immediatezza del garage pop di Jay Reatard, o dalle melodie perfette di Alex Chilton, il che, se permettete, è piuttosto notevole.

L’hip hop sgangherato di Orgullo de Rappers, il disorientamento ritmico, timbrico e armonico di Las Days of Work, praticamente tutto in questo album porta stupore e riflessione, ma senza la premessa di una presa per i fondelli della contemporaneità.

Infatti la cosa bella di Gangbang Gordon è che riesce ad ideare la sua musica a tratti nonsense guardandosi attorno e descrivendo quello che vede, con cura ma senza nemmeno pensarci troppo sopra, risultando molto più realistico e coerente di quanto possa sembrare ad un primo impatto.

L’angoscia e la confusione di Miss Cheevas credo chiarisca piuttosto bene le potenzialità espressive di questo sconosciuto one-man-show dal Massachusetts, uno degli EP più belli che ho ascoltato nell’anno appena passato.

link a Bandcamp

———

a2192467939_2The Stevens – A History Of Hygiene (2013)

Senza alcun dubbio il miglior album rock-pop del decennio, e per tanto non mi piace.

Detto questo questo, il viaggio composto da ben ventiquattro canzoni nell’adolescenza e nell’immaginario di inizi anni’90 di “A History Of Hygiene” è davvero ben costruito e perfettamente equilibrato, a tratti risulta persino evocativo.

Questi australiani ci sanno fare, le note malinconiche la fanno perlopiù da padrona, ma riescono quasi sempre a suscitare una nostalgia di tempi mai vissuti (The Long Vacation, Trail Of Debt, Legend In My Living Room, True Tales Of Half Time, o la elegiaca Come Outside e altre).

La cosa che mi convince di meno però è la ripetitività del sound e delle composizioni, che sì, possono anche cambiare ferocemente mood, ma senza mai riuscire a provocare un bel niente, né coi testi né con le idee musicali.

Ci sono anche delle influenze evidenti, come in Scared Of The Men che li avvicina a tratti agli Smiths, o un pizzico di Syd Barrett in pezzi come Blind In One Ear. Ci sono note più riflessive e interessanti dal punto di vista compositivo come Time Share Community Hall, insomma bisogna ammettere che del soft rock a tinte pop questo album riesce a condensare quasi tutto, ma senza mai svariare più di tanto.

Ecco però la cosa che mi convince di più: raramente ci si annoia. Il che potrebbe suonarvi strano, dato che vi ho appena detto che è un album essenzialmente con poche idee e rimescolate all’infinito, ma paradossalmente alla fine del lungo percorso ci si sente un po’ soli, anche perché i The Stevens, volenti o no, ti trascinano nei loro ricordi, nei loro angoli bui o luminosi, anche se sempre con troppa educazione e distacco per i miei gusti.

Chi ama questo album indica Hindsight come il pezzo di punta, ma a me le nenie alla Morrissey mi scassano abbastanza i coglioni (scusa Marta!) e gli preferisco di gran lunga l’angosciosa e “beatlesiana” Time Share Community Hall.

A mio avviso ben più interessanti dei tanto acclamati Pink Mountaintops di Stephen McBean.

link a Bandcamp

———

a2301055101_2Total Control – Typical System (2014)

Ci avevano lasciato i Total Control nel 2011 con lo stupefacente “Henge Beat” prodotto dalla Iron Lung Records di Seattle, un misto di Thee Oh Sees e Ultravox davvero azzardato, ma in linea con la nascente scena new post-punk californiana ora capitana dai Corners.

Parliamo un attimo di “Henge Beat”. Se la compattezza del synth in The Hammer sembra uscita dritta dritta da un album degli Human League, l’anthem garage di One More Tonight lasciava prospettare grandi fuochi d’artificio alla Ty Segall, una sorta di Ausmuteants più garage e meno synth, in pratica era un album riuscito a metà, dove non si capiva dove cacchio volevano andare a parare questi australiani! La cosa più bella è che TRE ANNI non sono serviti a schiarire le idee.

Non so se è un bene, ma il dialogo tra new wave e garage rock si fa ancora più denso in “Typical System”. Vi faccio un esempio con la seconda traccia, Expensive Dog, dove l’iniziale martellamento garage rock si perde a metà in una variazione new wave, per poi riprendere il ritmo forsennato alla Oblivians e infine ricadere in un incubo synth. Purtroppo questo dinamismo nella composizione non si ripeterà per tutto l’album, ma nei tratti in cui compare è evidente che le due passioni della band si stanno fondendo più armonicamente.

In effetti, a forza di riascoltare questo “Typical System” credo che un passo avanti i Total Control lo abbiano fatto, basta godersi il nichilismo esistenziale nelle liriche, o la distaccata ma potente Flesh War. Non me la sento di dire che siamo ai livelli dei Nun, anche perché in sole nove tracce non sempre l’estetica new wave risulta sufficiente a tenere botta.

Systematic Fuck ha degli interventi di chitarra sul finale che me lo rizzano, ma il resto del pezzo è del tutto fine a se stesso, noioso, ridondante. Liberal Party è semplicemente imbarazzante mentre The Ferryman è evidentemente un riempitivo, un riempitivo in un album di sole nove tracce!

Sebbene sia stato fatto un passo avanti importante (anche i 7 minuti densi di ottimo garage psych di Black Spring lo dimostranochiaramente) ancora il dialogo tra new wave, post punk e garage rock sembra raffazzonato, barcamenandosi tra grandissimi spunti e inutili variazioni sul tema.

link a Bandcamp

Tracy Bryant – Breve discografia

DSCF1776

Tracy Bryant è la mente pensante dei Corners, probabilmente l’unica band in controtendenza di tutta la California garage (genere che adesso sta rinascendo sotto una veste modaiola anche in UK e Australia) che dal post punk dei Gun Club si è trasformata in una band new wave con tanto di synth.

a2648834949_2Nel 2009 esordisce con “Same Old News”, un poetico affresco minimal garage (sì, me la sono inventata) dove la furia e l’energia lasciano il passo alla riflessione, i suoni ovattati a tratti ricordano l’esordio dei Corners (come in Going Back Around) ma è Bryant l’unico protagonista, a volte a discapito della musica.

Si sente la vena pop di Alex Chilton, ma anche la vena più malinconica di alcuni pezzi di band post punk come Swell Maps (Stand and Stay è un piccolo capolavoro) e reminiscenze di Hüsker Dü (In A Cage). Bryant sperimenta umori e suoni, dal surf rock appena accennato di Same Old News alla breve pillola di pop malato Beach, sembra non avere un punto di riferimento né un coerenza di fondo se non nel tono, sempre sommesso, quasi ad aver paura di urlare.

Un album sussurrato, che non vuole far parlare troppo di sé, uno sfogo personale registrato davanti ad un microfono in una sala vuota. Eppure certe intuizioni come I’m Used to It, Sweeping The Floors e la stessa Same Old News non dovrebbero rimanere nascoste.

Mentre i Corners sono ancora un sogno Bryant sembra fregarsene di seguire la scia garage casinista, francamente sembra che gliene freghi poco di tutto.

a1325427342_2Esattamente un anno dopo Bryant ha già pronto “Something More”, un titolo sincero. Subito dalle prime note di Nothing To Me si notano le differenze con “Same Old News”, toni più aspri e a tratti più cupi, ma sempre con un tocco minimale, preferendo accennare piuttosto che spiegare.

Quello che manca a questo album sono le idee del precedente, sebbene più maturo “Something More” sembra meno ispirato, meno interessante, e sempre più un album fatto per se stesso e basta. Uno spiraglio lo apre il surf strumentale di Ghouls, già più in linea con l’esordio due anni dopo della sua nuova band.

Nel 2012 esce “Beyond Way”, il primo ottimo album dei Corners, con un post punk registrato da cani, scompare la timidezza e la vena intimista per far posto ad un punk più energico quando non deflagrante, grazie anche al bassista Billy Changer la vena minimalista prende anche una profondità nel sound notevole.

Quest’anno i Corner stupiscono ancora con “Maxed out of Distractions”, e Bryant ci riprova con il suo self title, stavolta profondamente diverso dai due precedenti.

a3131162118_2Il lo-fi è una schifosa religione, è vero, ma per Bryant non è una mera cifra stilistica, è un suono, un’idea. Il ritmo pop di questo terzo album sì ricorda il solito Alex Chilton, ma Bryant ha sviluppato la sua personalità, non si lascia più intravedere da dietro una tenda e si spoglia. Non c’è la vena anni ’80 di “Maxed out of Distractions”, piuttosto spizzichi di garage californiano (I’m Never Gonna Be Your Man) e del pop più raffinato (Star The Motor)  su questi binari si crogiola Bryant e un po’ si limita. Non mancano intuizioni formidabili come Creep e Bad News, ma in generale è sempre un album suonato e pensato per piacere a Tracy Bryant prima di tutto, il che delle volte può anche essere un pregio, ma Bryant fuori dai Corners non è sempre capace di creare melodie interessanti, pezzi come Tell You non troverebbero spazio né nel primo né tantomeno nel secondo album della band. Poi ad un certo punto arrivi ad una The Black Crow e percepisci dove si nasconde quel genio punk-pop che nei Corners ti ingabbia con Love Letters.

La Burger Records ha da poco fatto uscire “Tracy Bryant” assieme all’esordio di Billy Changer anch’esso self title che appena potrò (mooonnneeey) recensirò.

Un’artista particolare questo Tracy Bryant, così intraprendente con i Corners e così lontano dal mondo come solista. Se fossi in voi scaricherei la versione digitale del primo album (sono solamente 10$!) davvero uno degli esordi più intriganti degli ultimi anni, mentre gli altri due seguenti sono davvero troppo auto referenziali a mio modesto avviso, ma meritano un ascolto.

  • Link utili alla popolazione: ooook gente, eccovi qui i link a Bandcamp se volete ascoltare ADESSO questi tre album, cliccate con malizia QUI per “Same Old News”, invece cliccate con risolutezza QUI per “Something More” ed infine posate il vostro alluce QUI per “Tracy Bryant”.

«E che ce stanno i videooooooOOOoooo?» Sì. Ci stanno pure stavolta.

Il video più punk di tutti i tempi per Some Old News:

La garage pop Start The Motor dall’ultimo album:

E un po’ di Corners no?