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Bo Loserr – Activation

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Etichetta: Bubca Records
Paese: Italia
Pubblicazione: 1 Ottobbre 2017

Ho già dovuto mettere il piumone. Avrei una voglia matta di whiskey e sono solo le 9:21 del mattino. Non ho un lavoro, ma quasi, quel quasi che un giorno è euforia e quello dopo paranoia. Tutti ottimi motivi per ascoltarsi dalla mattina alla sera le cinque tracce di “Activation” di Bo Loserr.

Qualche mese fa, colpito da un delirio ormonale, ho presentato alla radio ShitKid, una tipaccia svedese dalle sonorità garagiste-vaporwave, ma quello che forse stavo cercando non era il caldo abbraccio della nostalgia ma il freddo e asettico gusto di una drum machine. Bo Loserr ha una faccia da schiaffi, a vederlo sembra un ragazzino della suburba in fissa con King Krule senza alcuna voglia di alzarsi dal divano, eppure stranamente la sua musica racconta tutt’altro, senza che per questo mi faccia cagare. Anzi.

Il ritmo e il timbro quasi chiptune di Dads mi colse del tutto impreparato la prima volta che la ascoltai, dato che conoscendo l’etichetta pensavo fosse il solito punkettone sfatto in salsa garage. Le uscite della Bubca Records, volutamente fuori da ogni logica di ricerca intellettuale, sono sempre dannatamente intelligenti. Le stesse sensazioni di congelamento e paralisi adolescenziale (tipiche ormai fino ai 30 anni abbondanti) che caratterizzano una gemma del pop australiano come “Around the House” dei Chook Race, in questo breviario di Bo Loserr, che adesso scorre di sottofondo mentre scrivo, vengono esposte con una immediatezza che fa male.

«Everything feel alright without you.» Litiga col patrigno Bo Loserr, che lo sfida senza pudore: «You are a tough guy, ah? C’mon, show me how tough!» La musica si spezza, si apre un varco che Bo Loserr sa di non riuscire a descrivere tramite una composizione, ma vuole comunque mantenere quell’urgenza nel modo più chiaro e puntuale possibile. E così ci ritroviamo ad ascoltare uno pseudo-estratto da una lite, immerso nel rumore più sterile che abbiate mai sentito.

Registrato male, senza soluzione di continuità da un pezzo all’altro, questo strano EP sembra uscito fuori da una qualche oscura collezione in chissà quale cantina.

Dopo qualche giorno di ascolto serrato mi sparo anche un video, montato da quel bastardo di Tab_Ularasa (il testone dietro la Bubca Records e tanti altri progetti di cui abbiamo largamente discusso QUI), e non sono rimasto per nulla sorpreso che il pezzo scelto fosse proprio quell’Activation che dà il nome all’EP e da cui ho preso le citazioni sopra.

Il video è un ri-montaggio di un vecchio documentario della RAI ripescato da una VHS, probabilmente sull’antico Egitto o sugli scarabei. Tab seleziona alcune scene di vita di uno Scarabaeus sacer, l’insetto coprofago tanto caro agli antichi egizi, presentato nella sua banale quotidianità, dove si lotta tutti i giorni per un la propria merda, portandosela a giro e cumulandone sempre di più. Insomma, quella vecchia volpe di Tab vuole spingere proprio su questa interpretazione di Activation, sull’accumulo. Quello che ci definisce è anche tutta la merda che ci portiamo dietro senza però spargerla a giro, il carico di bagagli emotivi fatto però di odio, risentimento, litigi, sconforto. Verso la fine il video sembra che abbia le convulsioni, i micro movimenti avanti-indietro dell’ambiente denunciano una febbre sopita, un’energia nascosta, un sole imprigionato.

L’alcolismo adolescenziale, la funzione catartica della musica rock, il rifiuto della figura paterna: Bo Loserr ben lungi dal voler essere il cantore di una generazione, descrive il suo mondo, la sua piccola realtà, la sua microscopica fotografia di un atomo e degli elettroni che di girano attorno, con il piglio di uno che si alza tutte le mattine scavando.

The Celibate Rifles – The Turgid Miasma Of Existence

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1986. Australia. Il punk è vecchio di 10 anni, e a molti ha già bell’e che rotto il cazzo. Alcuni punkers, in particolare quelli inglesi finora fedeli seguaci degli Stooges e dei Velvet Underground, stavano per abbracciare le classifiche laccate a suon di giacche orribilmente colorate, ritmi ballabili e synth costosissimi. 10 anni sul groppone è già i Ramones sembravano roba vecchia, dei dinosauri. Esce in questo contesto THE TURGID MIASMA OF EXISTENCE, delicato come una pugnalata durante il sonno, terzo album dei The Celibate Rifles, apice di una carriera del tutto sconosciuta al grande pubblico.

Dopo i primi vagiti garage-surf, la band australiana virerà con risolutezza verso un punk decadente, molto diverso da quello delle due band di riferimento di allora, Saints e Radio Birdman, trovando in TURGID una forma molto elaborata esteticamente ma efficace al primo ascolto.

Il muto urlo proferito durante un incubo. Non riesco a descrivere brevemente questo album con altre parole. Troppo Noisey? Allora diciamo che le scariche punk dei Celibate Rifles raccolgono il nichilismo degli Alley Cats ma gli tolgono il gusto profetico del gruppo losangelino. Se gli Alley erano dei liceali turbati da domande esistenziali, i Celibate Rifles sono adulti che non accettano le risposte della massa. Non a caso laddove nei primi c’era un abuso di nenie e ritornelli cantabili, negli australiani c’è una genuina e decadente furia distruttrice.

Il disgusto dei Celibate per il modo in cui viene condotta l’esistenza umana è totalizzante, un grido angosciante che fuoriesce da una bocca indicibile, cartavetro sulle corde vocali, simboleggiato negli acuti e lancinanti assoli di Kent Steedman. Se c’è un album punk dove gli assoli non sono di troppo capite bene che è questo, la loro forma strettamente diegetica ne giustifica appieno l’esistenza, evidenziando un lavoro pregresso di coerenza estetica. 

Appena posata la puntina sembra quasi di ascoltare una formazione strumentale, tanto è sospesa la frenetica introduzione di Bill Bonney Regrets. Bisogna aspettare più di un minuto per la voce di Damien Lovelock, che in tutto l’album quasi mai cede agli anthem punkettoni, piuttosto accompagna assieme alla sezione ritmica l’andare malsano e ineluttabile della musica. Ogni elemento insomma non è stato pensato di certo per la fruibilità, ma non cede ad un certo piglio intellettuale, mantenendo costante l’equilibrio tra esistenzialismo e riff della Madonna.

Dio, potrei stare ore a scrivere queste cazzate mentre TURGID continua a girare e girare e girare. Se vi chiedevate da dove arrivava un certo spleen nell’alternative degli anni ‘90 tipo Built To Spill, beh, eccolo qua.

I Celibate sono fedeli alla recente storia punk senza però scadere nei cliché del genere, concedendosi anche dei momenti garage-pop (Glasshouse), ma costruendo sapientemente un ambiente sonoro che non ha nemmeno bisogno delle liriche per comunicare il suo afflato – mi viene da pensare, non c’entra molto forse: cosa sarebbe stato Nick Cave senza Blixa Bargeld? Nick ci metteva l’anima è vero, ma Blixa gli forniva un ambiente sonoro brulicante di significanti.

E di significanti ne è strapieno TURGID, che pure suona sincero come un amico dopo la terza lattina sul divano, ma nasconde una profondità che non vuole essere tirata fuori, e intanto si insinua nella tua testa, creando quella connessione implicita che le parole non possono innescare. Per me quell’amico è Dave Morris, che con la sua chitarra disegna metodicamente riff che non dispiegano intenzionalmente tutta la loro furia potenziale, è lui a sostenere la voce monocorde di Lovelock e lo stridio esistenziale di Steedman, è lui lo sguardo chino del tuo amico che non ti aspetti, ma che ti dice tutto. Magistrale.

Ho letto da qualche parte che questo è il miglior album punk degli anni ’80. Sinceramente non ho mai avuto la presunzione di poter stilare delle classifiche. Non so nemmeno se quello di cui stiamo blaterando adesso, che ci smuove le budella e i neuroni più di qualunque altra cosa al mondo, avrà una qualche rilevanza tra cent’anni. Però si può dire che il rock ha dimostrato abbondantemente di poter essere considerato una forma di espressione fertile e dannatamente efficace, e per me lo ha fatto tramite album come questo.

Podcast – Il new garage oltre gli USA!

Oltre il new garage di Ty Segall e dei Thee Oh Sees c’è qualcosa? Dite la scena francese? Perché quella australiana no? E quella cyperpunk tedesca? E quella psych italiana? E quella weird-punk-sperimentale islandese? In questo episodio di Ubu Dance Party niente Coca-cola per i nostri radioascoltatori, ma i soliti schiaffi e ottima musica che ci compete.

«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Chook Race – Around the House

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Etichetta: Tenth Court
Paese: Australia
Pubblicazione: 2 Settembre 2016

Ogni tanto mi va un po’ di pop. Ma con gusto.
Tutto quel pop con attitudine punk che dai The Gerbils arriva ai R.E.M.. Per attitudine punk non intendo rutto libero e birra scadente, né GG Allin, ma quel nichilismo adolescenziale dei Ramones che distorce il mondo in una enorme gara verso la felicità che tu, sì sì proprio TU, hai perso in partenza. Quello.

Per un punk così non c’è bisogno sempre di fare un gran casino, lo si può anche sussurrare ad un microfono mentre fuori nevica, svelando che sotto tutta quella furia c’è un mucchio di fragilità da nascondere.

In questo blog abbiamo parlato più o meno approfonditamente di Free cake for every creature, The Stevens, Quarterbacks, All Dogs, Baby Mollusk e forse di altri che ora non ricordo, tutte band accumunate da un modo di raccontare l’adolescenza con calma e riff alla The Bats, magari senza la forza prorompente della storica band neozelandese, ma armati di un po’ di pericolosissima timidezza.

Stavolta siamo sulle sponde australiane, e immagino che chiunque possegga la leggendaria raccolta “Do the Pop!” sappia bene che quando si parla di garage pop si parla all’80% di Australia. Nel 2013 era uscito “A History Of Hygiene” dei The Stevens, quasi un concept sull’adolescenza che gira attorno a tutti i problemi senza colpirne in pieno nemmeno uno, ma lasciando un senso di reale sconforto e confusione, tutte e due sensazioni decisamente adolescenziali, probabilmente una delle migliori espressioni del genere degli ultimi anni, anche se non mi aveva entusiasmato. Stavolta invece con “Around The House”, dei Chook Race, veniamo strattonati per una manica del pigiama, ci danno in mano una piccola lanterna elettrica e ci infiliamo con loro sotto le coperte, entriamo in quel circolo vizioso di «work, eat, sleep, repeat» tipico di un certo indie australiano, una dimensione dove l’età adulta sembra non arrivare mai.

Dopo un 7” pollici ancora ancorato ad un garage rumoroso nel 2012, i Chook Race rilasciano il loro primo album su Bandcamp nel 2015, finalmente definiti nella forma e nella sostanza. L’unico chiarissimo difetto di “About Time” è che tutto quello che viene abilmente descritto nelle liriche raramente è seguito da un garage pop orecchiabile, si sentono le potenzialità e l’album scorre bene, ma poche volte riesce a comunicare con urgenza quella fragilità di cui parlavamo poco fa.

Di queste potenzialità però se ne accorge la Tenth Court, piccola etichetta indipendente australiana, e così “Around the House” può uscire questo Settembre con una produzione più accorta, e persino una distribuzione internazionale grazie alla Trouble In Mind Records.
Deliziosa perla pop questo secondo lavoro dei Chook Race è diventato uno dei miei leitmotiv da mettere in auto durante le giornate più grigie, dove anche la separazione tra asfalto e cielo non è così definita.

La dolcezza sconfortante di Pink & Grey, dove le due voci di Robert Scott e Kaye Woodward si mescolano senza calore, gli scudi così effimeri di Eggshells, il riconoscere i nostri limiti in At Your Door o nella intima Sorry, si può ben dire che stavolta non è solo un lavoro di liriche, perché viene tutto accompagnato da delle progressioni di accordi davvero degne dei The Bats. Provate a sentire la veemenza quasi punk di una Pictures of You, calmierata da un suono spalmato nel brevissimo ritornello, sensazioni condensate su un vetro di una piccola cameretta in una casa in periferia.

Non c’è dubbio che tra le 10 tracce di “Around the House” abbiamo un vincitore dal punto di vista dell’equilibrio tra riff-liriche-adolescenza, perché Hard to Clean spacca i culi con la gentilezza del cantato sommesso (lei tremendamente simile a Katie Bennett dei Free cake for every creature), l’andamento quasi da punk anthem, ma sempre sotto le coperte. Segnalo anche Lost the Ghost, che sfoggia un riff garage pop anni ’80 che levati. 

Non so se è una mia perversione ma mi piace QUESTO garage pop, non quello di band come i Wyatt Blair e i vari compagni di merenda al Burgerama Music Festival, troppo disimpegnato e ironico senza essere auto-ironico. Forse non è nemmeno un caso che riprendo in mano questi dischi quando inizia a far davvero freddo, alla fine è quasi una reazione psicologica, necessità di affrontare i miei/nostri circle jerk mentali senza urlarli ai quattro venti, ma guardandoli condensare il respiro su un vetro che dà sull’inverno.

Ausmuteants -Band Of The Future

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Etichetta: Aarght! Records - AARGHT037
Paese: Australia
Pubblicazione: 26 Agosto 2016

So che è un’opinione impopolare ma a me i side-projects degli Ausmuteants mi stanno sulle palle, anche gli amatissimi Frowning Clouds, anzi loro prima di tutti! È che questi quattro australiani fuori dalla band mi suonano troppo derivativi di certi sixties che sì, ci scaldano ancora il cuore come le storie di Guareschi, ma che – in estrema sintesi, hanno spaccato i coglioni e saturato il mercato. Perché ascoltarmi un revival dei Monks, dei Troggs o dei Sonics quando ho già i vecchi album – che fra l’altro spaccano decisamente di più. Però quella volta là che i quattro si ritrovano tutti assieme sotto quel magico nome così punk e così dolcemente reietto, ecco che la magia del Natale si ripropone anche il 26 Agosto.

Se “Order Of Operation” del 2014 era un piccolo capolavoro della scena punk mondiale questo “Band Of The Future” impone gli Ausmuteants come il gruppo più muscolare, cazzuto e ispirato del globo.

Sì è vero, sono solo canzonette, e la più lunga dura 2 minuti, e non avrà mai l’impatto di un vero capolavoro, ma la condizione di fragile equilibrio tra la necessità di esprimere la contemporaneità e la nostalgia del punk e del garage moderno, trovano finalmente la loro dimensione in questo album. Se vi pare poco fate voi.

Il revival anni ’80 sta coinvolgendo tutte le forme d’arte e non solo la musica, pensate al cinema con It Follows o alla TV con Stranger Things (ma se ne potrebbero citare decine di esempi), musicalmente la sua forma più pura e quindi anche limitatamente nostalgica è la synth wave. Se è vero che c’è chi prende i suoni tipici della synth wave per farne qualcosa di unico (penso alle musiche di Cliff Martinez nella prima stagione di The Knick e nel Neon Demon di Refn) la maggior parte delle uscite discografiche sono poco più che stronzate, e hanno il loro epicentro nel Regno Unito. E capite bene che tra UK e Australia sebbene i chilometri di distanza c’è ancora qualcosa di più profondo che le unisce.

Già nei loro primissimi lavori gli Ausmuteants rielaboravano le pulsioni synth in un modo tutto loro, mescolando la freddezza di quei suoni alla adolescenziale furia punk con una certa facilità.

Forme più elaborate di questo mix nelle terra dei canguri le abbiamo già assaporate, c’è quella eclettica dei Total Control di “Typical System” (2014), o quella dark e cronenberghiana dei Nun, ma mai con il tiro e l’entusiasmo di questo “Band Of The Future”.

Per quanto la tracklist dell’album abbia in parte dei forti rimandi col passato (titoli come I Hate You e Liars all’aficionados rimandano rispettivamente a Monks e Richard Hell) il dialogo cominciato nel 2014 con il web ora è più un dato di fatto.

Si comincia a rotta di collo e si finisce a rotta di collo, una valanga sonora degna dei migliori Minutemen, da una band che non ha la tecnica sopraffina dei californiani ma di certo ne condivide l’impeto.

La presenza del synth è forte come nell’album precedente ma l’amalgama è decisamente più riuscita, i pezzi sono tutti ultra-compatti, non solo per lo scarsissimo minutaggio, ma perché non c’è mai un reale protagonista nella strumentazione, non c’è la solita chitarra onanistica né i giri acchiappa bischeri col synth, è tutto asservito all’espressività di ogni singola traccia.

Potenzialmente sono tutti singoli micidiali, il mio preferito ovviamente è una stoccata alla critica musicale: Music Writers.

Diecimila meglio del nuovo e pretenzioso Ty Segall, che come tutta la scena californiana si stanno godendo il loro momento d’oro rammollendosi decisamente, gli Ausmuteants sono ancora sul pezzo, tra i loro fan eccellenti ci sono anche band di altrettanto spessore della scena ferrarese (Hallelujah!), scena che in generale dialoga molto bene con il punk australiano e che produce del punk di livello altissimo (ci sono delle involontarie rassomiglianze anche tra i già citati Total Control e i grandiosi Mirrorism per dire).

Non scomodiamo paroloni per concludere questa così poco professionale recensione, diciamo solo che ci sono poche cose a giro che valgono la pena di essere sparate a mille dallo stereo o in auto, ci sono poche cose che vi faranno venir voglia di spaccare tutto come questo album, ci sono poche cose che riprendono la grandezza degli ottanta senza scimmiottarla come gli Ausmuteants.