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Epépé – Epépé

Etichetta: uscito via Bandcamp
Paese: Francia
Pubblicazione: 2019

“Epépé” è tutto quello che “More” e “Obscured by Clouds” volevano essere ma non sono stati. No, non è una colonna sonora, ma riesce perfettamente nell’evocare scorci e vicoli di un magico paesino di provincia, e come se fossimo dei novelli Lancelot Edward Forster ci perdiamo in notti eterne dentro locali immaginari.

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Govier – Predator

“Metal Target”, 2016
Etichetta: Mistery Circles
Paese: USA
Pubblicazione: 2016

It’s not easy having to spend each day,
as the color of the leaves,
when it’s easier to be red sprawled out on the bed.

Govier, Leaves

Cave Junction è una piccolissima cittadina perduta nella Illinois Valley, circondata da foreste fittissime e da una natura rigogliosa. C’è solo una strada che percorre tutta la città – e in meno di mezz’ora, ovvero la route 119, che connette le seimila anime di Cave Junction col l’aera meno popolosa di tutto l’Oregon. Nel 2015, dopo i vani tentativi di mantenere in piedi la sua band, Malcolm Govier Hirsch pubblica il suo primo album solista: “Live! From My Dorm, un concerto registrato su un quattro tracce, dove Govier sussurra al microfono un malessere consapevole e disilluso, non senza un’autoironia acuta e un po’ demenziale.

Secondo le tag della sua pagina Bandcamp la musica di Govier si può riassumere nell’etichetta «bedroom rock». Secondo le orecchie del vostro blogger di fiducia invece, questo giovane songwriter americano ha ascoltato diversi album dei neozelandesi The Bats passando per i Gerbils, facendo poi il giro con i REM e cascare in Australia dalle parti dei Chook Race. C’è chi chiama tutto questo indie pop, chi garage pop, chi invece la vede come una declinazione rock del dream pop, fatto sta che a Cave Junction lo chiamano «bedroom rock» e dobbiamo farcene una ragione. Dopo un intero anno che il mondo vive in lockdown ci stiamo sempre di più abituando a fenomeni musicali scritti, registrati, prodotti e distribuiti direttamente dalle camere da letto di tutto il mondo, senza contare le interminabili maratone streaming su Twitch di musicisti in cerca di un nuovo pubblico e con qualche problema di insonnia. 

In realtà uno dei contenitori più rilevanti per la musica del 2020 non è un servizio streaming ma bensì Tik Tok, che mentre lancia nuove star pop dal forte sapore generazionale come Penelope Scott, normalizza per il pubblico giovanile la figura del musicista solitario, che con il suo PC e un buon microfono RØDE, esprime la sua arte senza troppe preoccupazioni sul formato finale. Alla fine Tik Tok sta mettendo in risalto una dinamica ormai dominante nel mercato DIY che trova in piattaforme come Bandcamp il suo terreno fertile, almeno per quanto riguarda rock, il neo-soul, il folk e l’hip pop. Mi piace pensare che una delle prime “icone” di questo movimento che non può uscire di casa, sia proprio Govier, solo che ancora non lo sa nessuno, nemmeno lui.

Predator” è un album semplicissimo, Govier strimpella la sua chitarra recitando poche parole che aprono le porte ad un mondo altrettanto lineare e prevedibile, se non fosse per la melanconia latente che si sostiene sul filo sottile della nostalgia senza però cadere nei cliché di autori ben più conosciuti come Kurt Vile. La musica di Govier non è vintage, è nostalgica senza usare il fruscio finzionale del vinile o chitarre con pedali da 150 cucuzze, sembra quasi di capire come sia uscire la sera nell’unico locale della città e aspettare di poter bere la prima birra della serata. Il disco è breve, molto, ma non lo vedo come un problema, francamente pensare ancora nel 2021 che un disco debba durare un tot ha poco senso, delle nove canzoni una è scritta dal suo amico Arturo Principe (Like a Soccer Player), ed è presente una splendida cover di un pezzo del regista/animatore underground Vince Collins (Life Is Flashing Before Your Eyes). 

La cosa bella di Govier e di questa generazione musicale è che la disillusione non passa attraverso l’odio per se stessi (qualcuno ha detto Elliot Smith?), invece evapora attraverso nuvole elettroniche create con Garageband, dove alla fine senti anche il «click!» che sancisce la fine della registrazione della parte vocale. I sentimenti sono offuscati e pretendono una loro intimità, è come esporsi ma non troppo, lasciando che la musica sia il fuoco attorno al quale sedersi mentre attorno c’è silenzio. Il ritmo della musica di Govier non è così diverso da quello del dito che scorre sullo smartphone quando si è troppo annoiati persino per dormire, è roba che scivola sotto le scarpe mentre a lezione invece di ascoltare il prof disegnavamo sul banco. Perfino la copertina dell’album ha tutto un suo contesto che a prima vista sembra solo quello di un impedito, ma che nei giusti subreddit è roba di prima qualità, estetica da high school. 

È musica che non urla alcuna urgenza, al massimo ti chiede il permesso per poi sedersi sul divano per tutto il resto della festa. 

Come ti cracko Spotify e te la mando in culo, caro mio musicista del menga

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Il terrore delle multinazionali.

Quando si parla di pirateria su internet finisce sempre in caciara. Oddio, anche quando si parla di ricette per la torta di mele il rischio di trovarsi la mail intasata di minacce è reale, su internet riusciamo sempre ad esprimere il meglio di noi. Comunque sia: Spotify, blablabla.

Ma davvero le migliaia di paladini del web che adesso si schierano a spada tratta per i diritti dei musicisti non hanno mai scaricato nulla d’illegale su internet? Non hanno mai visto una puntata di Danger 5 su un sito poco raccomandabile, non hanno mai scaricato il rar di un album dei Shudder To Think giusto per sapere come suonava? Niente fumetti sfogliati col puntatore del mouse, nessun software di cui non possiedono la copia fisica? Hmmmmmmmmm.

Macché, tutti questi indignados mai e poi mai hanno giocato ad una versione crackata di Caesar III, e nemmeno si sono mai sognati di scaricarsi un bel film in 4k, e proprio in virtù di ciò adesso possono battere il pugno sul loro virgulto e villoso petto e far risuonare la loro cassa toracica con virile onestà.

La verità è che ci siamo talmente abituati a scaricare roba, dai tempi leggendari di Napster ed eMule, che continuare a farlo anche oggi dove internet non è più il Far West pare una cosa normalissima, come pagare 1 euro per il caffè al bar. Ma non è così. E non va un cazzo bene.

Prima di internet e di tutto questo streaming si masterizzavano i CD, c’erano i bootleg e un sacco d’altra roba per evitare di pagare quanto avresti dovuto per avere più o meno lo stesso prodotto che marciva sugli scaffali. Perché sì, la cultura ci rende più ricchi dentro ma per molti dovrebbe essere gratis. Nessuno poi che ci spieghi come si fa se la cultura dev’essere gratis a pagare gli artisti. Gli elargiamo una paga fissa a tutti? Oppure gli stipendi li calcoliamo in base ai like su Facebook? O in base agli iscritti al tuo Vevo? Ma tanto che te ne frega a te, te vuoi soltanto che sia gratis e tanto ti basta, che siano loro a capire come procacciarsi il vil denaro.

Anche il buon vecchio Captain Beefheart tra le sue più famose massime aveva questa: «I don’t want to sell my music. I’d like to give it away, because where I got it from you didn’t have to pay for it.» Però i dischi non li ha mai messi in vendita a 0,00$. Vedete, è bello dire che la cultura dovrebbe essere disponibile per tutti, lo è altrettanto dire che restando seduti su una panchina senza far nulla si partecipa alla pace nel mondo, peccato però che non sia vero. E poi stai occupando abusivamente il posto letto di un musicista.

Ora: non voglio mettermi a fare lezioni di morale, altrimenti cadrei nel tranello anch’io, e credo ci sia una sostanziale differenza nello scaricare illegalmente un album dei Scorpions piuttosto che uno dei Maniaxxx. La prima è che gli Scorpions non hanno tanto bisogno di altri dollaroni; la seconda è che se ascolti gli Scorpions scientificamente hai dei gusti di merda. Per cui scaricare “Love at First Sting” per poi deriderlo con gli amici è ok, scaricare un EP dei Maniaxxx, dire a tutti che sono fighi, ascoltarteli notte e giorno per poi rammaricarti se non fanno un nuovo album perché non possono pagarsi nemmeno le insalate Rio Mare per le trasferte, ecco: in questo caso sei proprio uno stronzetto.

Io posso capire l’astio verso le major e il livore nel vedere che nel 2018 i CD costano ancora un casino e nessuno sembra far nulla per migliorare le condizioni per il compratore – senza al tempo stesso funestare le speranze di guadagno dei giovani artisti non allineati con le mode del momento. Anche perché Spotify non è migliore di nessuno in questo campo, lascia le briciole agli artisti e comunque fa pochi utili (come Deezer o Bandcamp), perché alla fine della giostra alla gente di pagare per l’arte non gliene può fregare di meno.

Ci sarebbe inoltre un altro discorso da fare: non è che dietro un album ci siano solo “gli artisti” (che poi in questi anni di saturazione del mercato sono davvero pochi a potersi fregiare del titolo), ma anche tutta una filiera che permette loro di esprimersi al meglio. Chi li paga gli ingegneri del suono, i produttori, i distributori? E quanto?

Chi è dentro il meccanismo conosce quali sono gli stipendi reali (quando ci sono) nel mondo al di fuori delle classifiche e del mainstream, ma chi è fuori vede solo un anonimo file mp3 caricato su un torrent da un nickname di un tizio che sta dall’altra parte del mondo.

Anni fa era piuttosto in voga il pensiero che grazie alla libertà donata da internet ci sarebbe stata una nuova primavera musicale, piena di sperimentazione e di grammatiche innovative. La verità invece è che il fruitore medio è pigro, e preferisce andare sul sicuro, si addormenta con la sua confort music e si auto-isola in una nicchia, senza nemmeno scavare tanto affondo, per cui chiunque proponga effettivamente della musica che sposta i confini di certi generi, scompare, affoga tra l’indifferenza dei navigatori. Questo IMHO è il grande fallimento della critica musicale, chiusa nelle riviste e incapace di riacquistare autorità agli occhi dei più giovani, buona solo a proporre quello che arriva dai soliti noti, diffidente ai nuovi linguaggi perché non gli ricordano i bei tempi andati con le chitarre e il 4/4.

La kultura, poi ti kura, con premura (cha cha cha)

‘Sta cazzo di cultura, lo sapete no? Ma sì, è colpa della cultura se in Italia le cose vanno male, è che non c’è cultura, non s’insegna la cultura, non si pratica la cultura. Però son tutti che anelano cultura, che veicolano cultura, che secernono cultura da tutti i pori e fori del loro corpo, in particolare da quello che non vede mai il sole.

L’Italia è l’unico paese in cui il numero di scrittori supera di gran lunga quello dei lettori, inoltre per diritto di nascita siamo tutti Tacito, Giulio Cesare, Leonardo Da Vinci e Manzoni, per non dire Dino Zoff ecco. Eppure, sebbene il problema sia la cultura, quella degli altri e mai la nostra, negli ultimi 30 anni la parola stessa è scomparsa dal panorama politico, sostituita da diverse mode (il “contratto”, “l’anti-berlusconismo”, il “federalismo”, la “rottamazione”, “l’onestà”), tutte robe passeggere, le solite cotte estive italiane, che vedono il popolo acclamare il nuovo Re per poi scoprire di averlo sempre odiato. C’è sempre Shakespeare di mezzo, porcaputtana.

Comunque sia l’idea che ci possa essere una scelta, che si debba rinunciare a qualcosa per avere qualcos’altro, è talmente avulsa all’italiano tipo da essere considerata amorale. Io voglio Netflix, Sky, Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon Prime, Mediaset Premium, tutto tutto, però posso pagarne solo uno, altrimenti è una truffa. Alla faccia di chi in quelle aziende ci lavora ma non fa il manager o il Wolf of Wall Street della situazione.

La scelta implica un pensiero prima, una riflessione. Scelgo quel libro perché conosco l’autore e mi piace molto, anzi no prendo quell’altro perché devo leggermi ogni tanto un classico, anzi no prendo quello perché un’opera di saggistica sulla politica contemporanea mi fa comodo per contestualizzare meglio gli eventi che leggo sui giornali, anzi no, non mi merito di essere felice, mi compro un romanzo di Giuseppe Genna. Insomma, scegliere.

Internet ci ha fatto dimenticare cosa vuol dire scegliere, cosa vuol dire desiderare, per cui bisogna applicare un maggiore autocontrollo ai nostri impulsi ruberecci. A cosa serve avere su iTunes l’intera discografia di Frank Zappa se poi ti ascolti sempre i soliti due album? Stai accrescendo la tua cultura? Oppure stai facendo il contrario, impigrendoti nell’ascolto superficiale e non attivo, nella ricerca spasmodica di un riff che ti prenda subito, di una melodia afferrabile, di una cultura di puro consumo?

Non c’è gusto in Italia ad essere coglioni

Se cracki, scarichi, ascolti roba su streaming illegali, spesso e volentieri raconti a giro la favoletta strappalacrime dei pochi denari nel tuo portafoglio di pezza. Io campo con poco meno di 700€ al mese, per lo Stato Italiano sono talmente al di sotto della soglia di povertà da fare soltanto pena, eppure i dischi che mi interessano me li compro, i libri pure e persino i film! È vero: vado spesso dall’usato, ma non c’è niente di male, oggi è così, domani migliorerà. Nessuno dice che sia sbagliato scaricare per poter avere un assaggio di quel prodotto, tastarlo per benino prima di acquistarlo magari ad un prezzo oneroso. Mi chiedo però quanti davvero passano all’acquisto, ed invece scaricano compulsivamente riempiendo intere memorie esterne di cose che non guarderanno, leggeranno ne ascolteranno mai.

Nella vita reale fra le altre cose faccio il critico teatrale, pensate che i teatri mi regalino sempre i biglietti? Oppure che il quotidiano per il quale esce il mio pezzo mi paghi sempre in tempi ragionevoli? Ma questo non significa che devo comportarmi come uno stronzo, e fare l’italianata e cercare di amicarmi quella della biglietteria, oppure procurarmi il pass di qualcun altro. Sembra che sia insito nella narrativa popolare che “furbo” sia sinonimo di “modello di vita” mentre “ligio” di “coglione”.

Il problema non è la crack di Spotify o chi e con quali improbabili scuse si sente autorizzato a usarla, il problema è quella logica che vede i beni culturali come banali passatempo, forme di intrattenimento puramente ludiche.

Ci siamo dimenticati cos’è la dignità, era talmente bello potersi scaricare tutta la discografia dei Rolling Stones che non abbiamo pensato al tipo che ne ha curato la remasterizzazione. Il quale, probabilmente, una volta tornato a casa si spara l’intera filmografia di Ken Russell subbata da ∞zIO§Gabbo§OIz∞ il quale ha una perversa passione per il comic sans.

Il problema ancora una volta è l’egoismo, quel brutto ceffo sempre seduto sul divano, che si infervora solo quando gli entrano nel giardino, mentre lui invece in quello degli altri ci gira bellamente in bermuda e infradito. Coi calzini, s’intende. Vogliamo le cose gratis, ma non non lavoreremmo mai a gratis, né mai di fronte al successo ci contenteremo della paga minima.

Il mondo è proprio come te lo metti in testa, c’ha ragione Truppi – però senza poesia.

Zig Zags – 10-12

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Non hanno nemmeno pubblicato un solo sudicio album, eppure mi fanno impazzire.

Quando una band unisce garage, punk, psichedelia e metal senza fare un pastrocchio (o della fusion pseudo-intellettuale) per me vuol dire che ha le carte in regola.

Il ritorno progressivo al garage “esoterico” (e passatemela, dai) alla Nuggets partito dalla California non è semplice revival o una moda. Lo sta certamente diventando, basta considerare la sterzata commerciale di Mikal Cronin o la nascita di nuove band copia-incolla come gli Hot Lunch (quelli dalla Pennsylvania non quelli glam metal da San Francisco) ma la furia del rock autentico, fatto di sudore e feedback, resiste strenuamente alla base.

Queste band non sono mosse come nei ‘60s dalla voglia di spiccare il volo seguendo il nuovo sogno Beatles (sarà stato almeno il 96% delle band), o magari proprio contro la distopia Beatles (vedi i Monks), perché oggi non c’è un modello o un nemico, oggi si combatte contro il nulla.

Sono un trio gli Zig Zags, voci acide, chitarre distorte che spaziano dall’hardcore punk fino agli Spacemen 3, batteria spesso martellante, ipnotica. Cosa c’entrano con questa guerra al grande nulla di mia totale invenzione?

Quando la politica repressiva di Reagan negli USA si fece pesante l’hardcore sembrava l’unica risposta possibile (anche contro la plastica zuccherosa che radio e televisione di stato promulgavano), ma in quel caso c’era un nemico da combattere e non c’era nemmeno troppo tempo per pensarci sù. Si imbraccia una chitarra e si registra con gli amici in garage o nella palestra della scuola, era vero rock perché spesso ignorava le regole base per suonare decentemente, facevano le cose così come venivano, lasciandosi trascinare dalla rabbia che a quel punto divenne forma. Per questo molti album del periodo sono straordinari, perché trascendono la fruibilità per accettare la sostanza, non c’era una ricerca estetica a priori nel tentare di riprodurre la sensazione di repressione, ma era questa stessa a visitare le band e a farsi strada nelle pessime registrazioni di buona parte della produzione hardcore.

Il garage contemporaneo, quello senza un nemico ben preciso, trova la sua dimensione ideale nell’interiorità. Non denuncia, semmai ammalia con brusche virate drone e un abuso di ritmi martellanti, costruendo un muro di rumori lancinanti quanto rassicuranti.

Ty Segall è un po’ il ragazzo di città che ha voglia di sfogarsi, mette sul piatto buona musica ma senza chissà quale profondità, i Thee Oh Sees sono la band che hanno sondato meglio finora le possibilità di questo nuovo garage sprofondando nella psichedelia, gli Zig Zags, a mio modesto (modestissimo) avviso saranno quelli che lo eleveranno definitivamente.

Unione ideale tra le jam catastrofiche e anarchiche degli Harh Toke, meno puerili dei Criminal Hygiene, restando nella classica forma-canzone gli Zig Zags combattono questo vuoto che ci circonda senza lasciare un attimo di respiro all’ascoltatore, e lo fanno con una propria personalità.

10-12” è una raccolta uscita in un numero limitato di musicassette e in formato digitale su Bandcamp, sono spizzichi e bocconi di una band in fase di crescita, dove non mancano le banalità come i colpi di genio.

C’è ovviamente una buona parte di garage punk senza pretese (se non quella della fruibilità), parliamo di Randy, Tuff Guys Hands, Turbo Hit (gran bel singolo, fra l’altro), Down The Drain, Eyes, I Am The Weekend, No Blade of Grass, che poi altro non sono se non la base che sorregge la struttura sulla quale  gli Zig Zags svilupperanno il loro sound dal 2012 ad oggi.

Ma il ritmo, la distorsione, quell’helter skelter autistico che inconsapevolmente è la risposta alla desolazione quotidiana (vuota ormai di qualsivoglia senso e futuro) si trovano in Human Mind, Love Alright, Scavenger e Monster Wizard. E aggiungiamo a questo elenco anche la recente Voices of the Paranoid, una versione disillusa e acida dei Thee Oh Sees.

Probabilmente sono in errore nel contestualizzare una musicassetta composta perlopiù di banale garage punk in un discorso così ampio e difficile da decifrare quali sono i nostri tempi, la contemporaneità. O forse no. Fatto sta che qui non si sente la mancanza del Vero Genio come negli album di Ty Segall (sempre in equilibrio tra convenzionalità e grande rock), o quella di una opera davvero compiuta nei Thee Oh Sees (anche se con “Carrion Crawler/The Dream” ci sono andati vicino), la strada che hanno imboccato gli Zig Zags sembra una di quelle che lasciando il segno, se non nella musica quantomeno in chi la ascolta.

  • Lo Consiglio: a chi sta amando questa California e i suoi protagonisti, ma anche a chi cerca del punk decente o della psichedelia d’annata senza per forza cadere nel revival.
  • Lo Sconsiglio: a chi crede siano una band per intellettuali (anche se dalla mia recensione sembrano potenzialmente la band preferita da Heidegger), a chi cerca nel punk qualcosa di più Clash piuttosto che della fottuta psichedelia.
  • Link Utili: per la pagina Bandcamp clicca QUI, per l’altra recensione che ho scritto sulla band invece QUI.

[I lettori attenti si saranno accorti che è sono scomparsi i voti e i vari Pro e Contro che mettevo alla fine di ogni recensione. Ho deciso che era meglio così.]