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Supernova, ovvero sulle funzioni del video-clip nel 2017

FireShot Capture 9 - Centauri - SUPERNOVA on Vimeo - https___vimeo.com_213334145.png

Ho riguardato questo video sei o sette volte da martedì, e ho ascoltato Supernova con lo schermo buio almeno altre quattro.

In questi giorni sto riconciliando molto del mio tempo con la musica, principalmente per gli impegni radiofonici che, a discapito persino di vere e proprie disgrazie, continuano e stanno riscuotendo un microscopico successo. Tab_ularasa è un musicista che dai tempi dello split con Muddy Mama Davis mi ero ripromesso di scoprire, e più vado a fondo e più definirlo “musicista” mi sembra una limitazione d’intenti inaccettabile.

Sui Centauri ho già scritto e detto tanto per quanto mi riguarda, una band che ha dalla sua un modo di interpretare il noise estremamente emotivo, quasi fragile, nel primo album fin troppo dispersivi e ripetitivi (anche se con dei picchi notevoli – Alpha Centauri A), nello split con i Dead Horses più incentrati. Personalmente li adoro, ma mi rendo conto che il loro approccio tende a cercare quasi una risonanza emotiva nell’ascoltatore, che se non la coglie ne rimane del tutto indifferente, quando non infastidito.

(Sì, siamo ancora nella premessa, ma adesso vi espongo il fulcro del discorso, cazzoni) Se c’è effettivamente un aspetto peculiare nella musica ai tempi di internet quello è il tempo. O almeno così credevo. Per me l’avvento dei formati digitali doveva annichilire i formati classici, i 7”, i 33 giri, le musicassette, i CD, per favorire formati sempre più “pesanti” ma di qualità, liberando gli artisti dalla necessità di pubblicare dischi che durino un tot, con il singolo che duri un tot, con il video che taglia il pezzo di un tot per renderlo più fruibile, e via dicendo. Il tempo ormai lo decidiamo noi, è la nostra merce di scambio e non più quella del media che deteneva tutto l’intrattenimento e lo elargiva rateizzato al fruitore. Ma a parte le mode revival e nostalgiche, a parte che ancora adesso il disco, l’album, la fa da padrone, c’è un elemento che mi ha fatto riflettere nuovamente.

Sabato scorso ero in Sicilia ad una festa di laurea, una roba che di solito eviterei come la birra analcolica evita me, ma si da il caso che il laureato in questione sia un mio grande amico, per cui prendo i biglietti da Pisa ed eccomi lì. Mi ritrovo ad un certo punto a parlare con un giovane musicista palermitano (22 anni), so che non ve ne frega niente per cui vado dritto al punto: ad un certo punto dice che fare i video per promuovere la propria musica è un retaggio del passato, una roba buona solo a prendere la polvere sugli scaffali. Non sono d’accordo. Il video-clip nell’era di YouTube fa MILIARDI di visualizzazioni, ben più di quanto potessero permettere canali tematici come MTV, e i numeri tendono ancora a salire, non a scendere. In molti casi si è persino raffinata la tecnica, raggiungendo sintesi estetiche deliziose, spesso più appaganti della musica che fa da contorno.

Ma se invece di fare video-clip i video dell’era di internet fossero un tutt’uno con la musica? Pensateci: tutti i nostri dispositivi sono ormai collegati ad uno schermo, è quasi impossibile avere un supporto per ascoltare musica che non ne abbia, a parte i classici stereo (ma anche lì…). Se si esautorasse il video dalle esigenze promozionali e diventasse compendio se non addirittura parte integrante del discorso musicale, sarebbe un’eresia?

Tab_ularasa con il video di Supernova mi ha effettivamente messo un po’ in crisi. Non mi piace intellettualizzare laddove non c’è nessuna urgenza di farlo, questo vorrei metterlo bene in chiaro adesso. È infatti inoppugnabile che riflettere su come la musica cambi in base ai formati di trasmissione della stessa sia fondamentale. Se RCA durante una ripartizione della produzione negli anni ’40 non avesse deciso che la Musica d’Arte andava stampata nei 33 giri e quella pop nei 45 non avrebbe dato il via all’infinita schiera di piccole etichette che furono il terreno fertile per la nascita del rock (aiutati anche dai bassi costi dei nastri magnetici tedeschi), inoltre il formato così breve portò i musicisti pop a rendere i loro pezzi più brevi e veloci. Il formato quindi non è solo un fattore, è IL fattore.

In questo momento per me ascoltare Supernova con il video (che sia su PC o smartphone poco importa) è un’esperienza diversa artisticamente che ascoltare il pezzo e basta, questo non perché la musica dei Centauri non sia efficace di per sé, Supernova è un pezzo davvero azzeccato, forte di un climax distopico davvero ben riuscito, merito di una conoscenza dei mezzi davvero superlativa, ma il video di Tab_ularasa ne completa il discorso senza stravolgerlo

Certo è che parlare d’arte farebbe rizzare anche i peli del culo a Tab, questo è poco ma sicuro, basta ascoltarsi la sua produzione da solista per carpire la sua idea al riguardo, ma per me è in torto marcio. Il suo modo diretto di esprimersi, sporcando il più possibile la comunicazione (proprio come è nella realtà), il suo sforzo “soggettivista” mi ricorda quello di G. Gordon Gritty, che elimina di fatto ogni velleità artistica ma che in realtà ci regala un nuovo punto di vista, che proprio nella sua soggettività pura e scarna è (stacce) una forma d’arte.

Quello che vediamo nel video in pratica è un documentario su una famiglia di giraffe, probabilmente in VHS, la materia di cui è fatto il supporto video è quasi tangibile per quanto è usurata, quel gusto un po’ retrò di certi video contemporanei (anche vaporwave) non è qui però presente. Per Tab_ularasa la materia e la sua percezione sono elementi fondamentali della sua estetica, basti dare un occhio ai suoi collage o alla splendida copertina dei Rawwar per rendersene conto. Quando si sente cantare «I’m an asshole» vediamo il maschio della giraffa sedurre la femmina con una buona dose di ignoranza animale, e il quadretto familiare successivo col figliolo grazie all’accompagnamento musicale sembra quasi quello della (im)perfetta famigliola di provincia, magari pure tossici. La tragedia che si dipana nel mezzo del video poi sembra quasi trasformarsi in un documentario su Forcella o sulla adolescenza in generale. La prima volta la percezione che ebbi guardandolo fu come se quelle giraffe fossero degli alieni, evoluti ed intelligenti come noi, ma troppo diversi per comprenderne la tecnologia e la saggezza, ma che alla fine dei conti si rivelassero identici nella sostanza, nell’amore, nella violenza, nel dolore, nella morte.

Ma probabilmente sono solo io, dovrei smetterla di leggere Queneau e Sartre appena sveglio diocristo.

Podcast – Dots, Rawwar, Centauri, Ty Segall

E allora sì cazzo. Puntatona di Ubu Dance Party, l’unico podcast di rock underground che non le manda a dire. A meno che non mi ritrovi a letto con l’influenza (odio l’influenza). 3 album italiani uno meglio dell’altro e una feroce stroncatura al Biondo che fa impazzire il mondo.

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«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Centauri / Dead Horses split

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Etichetta: Lepers Production
Paese: Italia
Pubblicazione: 1 Novembre 2016

La malinconia celata in un feedback può essere difficile da cogliere, un rumore in fondo è solo un rumore, eppure da John Cage a Iannis Xenakis ne abbiamo di esempi di come il rumore possa diventare vettore di sensazioni, riflessioni, e perché no: emozioni.

Nella storia del rock ne abbiamo ascoltati di rumori assordanti eppure significativi, dai Velvet Underground ai Sonic Youth, non mi sento affatto fuori luogo ad inserire in questa esclusiva famiglia il denso discorso sonoro dei Centauri. Questa band prodotta da una delle migliori etichette italiane del momento, la barese Lepers Production, riesuma la semplicità melodica di certo alternative degli anni ’90 e la immerge in stratificazioni rumorose incredibilmente espressive.

Il loro esordio discografico credo sia del 2014, con “Centauri” (of course), una deliziosa vertigine di noise e Faust, ma non i Faust degli inizi ma quelli laconici di “The Faust Tapes”. Il martellio del piano che si perde in uno spazio siderale saturo di frequenze di Alfa Centauri A, spiega meglio di quanto io possa fare l’eleganza dietro questo album (il suo continuo, Alpha Centauri B invece rigurgita del rock un po’ come i Pussy Galore nel bel mezzo del delirio sparavano un blues infernale).

Personalmente provo quasi una venerazione per questo lavoro, sopratutto quando mi ritrovo a leggere riviste come Rumore dove si parla di espressività in merito all’ultimo lavoro di Lady Gaga, laddove quell’espressività anche se ci fosse è stata talmente sviscerata da avere poco da aggiungere, i Centauri invece sono una di quelle band che si muovono tra i confini dei generi, non cercando di scavalcarli ma piuttosto spingendoli un po’ più in là. La tensione fantascientifica della band, più Tangerine Dream che Sun Ra, si sposa con un folk trasognato, e non senza un certa meraviglia ci ritroviamo a navigare nel nostro universo interiore.

Lo split uscito questo primo Novembre con i Dead Horses è un evento per chiunque abbia a cuore l’underground italiano. I Dead Horses, trio acustico dalla febbrile Ferrara, altro non sono che una declinazione dei For Food di cui abbiamo già parlato in una entusiastica recensione che vi linko qua.

Quindi che cosa succede in “Centauri – Dead Horses”?

I Centauri si presentano con tre tracce, proseguendo il discorso del loro “The Centauri Tapes” (eh), sposando una vena piuttosto malinconica e incredibilmente efficace, che esplode in tutta la sua meravigliosa fragilità nei 5 minuti di Unza.

I Dead Horses tornano dopo il loro folgorante debutto per la Bubca Records di Tab_Ularasa, e presentano quattro pezzi ormai rodati. Anche se li accumuna una certa urgenza espressiva non sono da confondersi coi siciliani Pan Del Diavolo, nei Dead Horses è tutto “in potenza”, quasi mai la tensione deflagra in un coito rockeggiante. Il rumore c’è anche qui, se The Cross sembra uscita da una casa di produzione indie, Before you judge me suona come se fosse stata partorita tra il sangue e le urla di un garage di periferia.

La musica dei Dead Horse raggiunge vette mistiche, scompare la rabbia di certo folk italiano da classifica per far posto ad un lento rituale misterico.

Due anni fa Mirrorism e For Food hanno segnato rispettivamente delle vette da raggiungere nel panorama nostrano, l’anno scorso gli Hallelujah!, evoluzione dei Vairus, hanno esordito con uno dei più potenti 12” che abbia mai sentito, e quest’anno Centauri e Dead Horses spostano ancora più in là il confine.
E meno male che la musica in Italia fa cagare.