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La questione Scaruffi (revisited)

Dire che Bowie è un musicista è come dire che Nerone era un suonatore di lira (fatto tecnicamente vero, ma fuorviante).
Piero Scaruffi, dalla scheda critica su David Bowie

L’idea di Piero Scaruffi era semplice: mettere online una banca dati liberamente scaricabile via ftp che fosse una sorta di archivio digitale delle sue recensioni e dei suoi pensieri su cinema, poesia, letteratura, eccetera. Ci aveva pensato nel 1986 e ben nove anni dopo nacque http://www.scaruffi.com, diventato in poco tempo il sito più imitato della storia recente dell’internet. Ciò che però ha reso celebre Scaruffi non è solo il suo essere stato una vera avanguardia nell’ambito della divulgazione digitale, ma i suoi giudizi tagliati con l’accetta su qualsiasi artista o band abbastanza popolare o non sufficientemente sperimentale.

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Come si ascolta un disco che ci fa cagare

Questi sono i problemi che attanagliano noi giovani, altro che il precariato, il mercato del lavoro stagnante, la tristezza e la depressione causata dall’abuso di videogiochi e masturbazione. Come lo gestisco un album che mi fa schifo dentro, per il quale provo solamente ripudio e intolleranza alimentare?

Clicca sul link sottostante e ti prometto che ti reinderizzerà su un porno devastante. Scaldate i condotti lacrimali.

Le PREMESSE per valutare un album rock

Ok, forse ho esagerato col minutaggio, la cosa mi è sfuggita di mano così come tutto il resto della mia vita (e in particolare il girovita). Comunque due o tre considerazioni interessanti le ho tirate fuori, solo che non le ho registrate.

 

Non è colpa dei talent o del pubblico se la musica in Italia fa schifo

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Scrivo questo post dopo una serie di considerazioni su quest’altro comparso sul blog La Grande Concavità. Vi invito leggerlo ma se non vi andasse vi faccio un breve riassunto: l’autore cerca di spiegarsi il progressivo disinteresse verso la musica in Italia e punta il dito contro il pubblico, a suo dire sempre più assopito dalle nuove tecnologie e dai talent televisivi.

Sebbene comprenda a pieno il suo punto di vista, anche perché abbiamo tutti notato quanta gente preferisca fare video o foto ad un concerto piuttosto che ascoltarlo, credo che la colpa di questa di questa disaffezione sia invece causata al 90% dai musicisti stessi.

Avendo anche commentato sotto quel post vi riporto alcune considerazioni già presenti il quel commento.

Il Commento (Revisited)

Oggi abbiamo migliaia di possibilità di ascoltare musica durante la giornata (qualsiasi essa sia e proveniente da ogni parte del globo) e non siamo costretti a viverla come un rito se non ne siamo appassionati. Per me l’ascolto di un disco qualsiasi, da Ty Segall a Iannis Xenakis, è un momento di totale immersione, ma non deve esserlo per tutti!

Fino a qualche anno fa ascoltare musica nei locali o in radio era spesso l’unico modo per ascoltarla se non avevi molti soldi, o se le uniche musicassette che avevi erano quelle dei Matia Bazar che ti aveva regalato la zia a natale, oggi tutte quelle persone che non erano appassionate di musica ma ne volevano solo un po’ per conciliare la giornata, sono libere e quindi anche più disinteressate quando i suoni della band sul palco o su Radio Fiesole non gli stuzzicano il cervello più di tanto. Chi invece è appassionato di musica ora può ascoltarla e ricercarla senza limiti spazio-temporali e fruirne come più gli aggrada, e non solo: può espandere i propri interessi come mai prima d’ora. Fino a un decennio fa avere la discografia dei Residents era impossibile, trovare album come “Cauldron” dei Fifty Foot Hose o tutta l’opera di Francis Poulenc era un’impresa titanica, oggi spesso basta un click.

Si è persa la pazienza dell’ascoltare attivamente? No, semplicemente chi prima era costretto a sorbirsi lato A e B senza fiatare ora può farne a meno, e sono le stesse persone che lo avrebbero fatto anche prima se possibile. Naturalmente c’è il rischio di perdersi qualcosa che magari negli anni avresti riscoperto (qualche volte è capitato ad ognuno di noi!) ma per questo esistono i forum e i social network, indove trovare appassionati alla musica che ascolti è diventato facilissimo, anche se sei un cultore di robe astruse come Merzbow, e in una discussione su questo o quell’altro album può uscire fuori il nome di quel pezzo che avevi prematuramente cancellato dalla playlist.

Diciamo che oggi la quantità di stimoli è sì aumentata a dismisura ma non ne è aumentata proporzionalmente la qualità. È lì sta al critico e all’artista il compito di educare e appassionare l’ascoltatore.

Difficile che ci sia una cultura dell’ascolto in un paese dove non si insegna musica se non ai pochi che l’hanno scelta come percorso scolastico (o per i quali hanno scelto i genitori), è vero che si applaude per inerzia (già lamentava questa pratica un certo Freak Antoni nel 1978!) ma non solo ai concerti, anche a teatro dove uno spettacolo complesso e culturalmente stratificato di Antonio Latella è messo sullo stesso piano di uno parrocchiale sulla vita di San Francesco da un pubblico ormai sterile, ma non per colpa sua ma perché sono pochi gli artisti in Italia che fanno dell’arte una missione.

Gran parte delle band che ascolto in Italia (in particolare in Toscana) sono derivative e auto-referenziali, pretendono attenzione solo perché studiano lo strumento da anni e non perché abbiano composto qualcosa di valido. Manca la sfacciataggine e la voglia di sconvolgere il pubblico, la quale non è un mero mezzo per far parlare di sé ma bensì un modo piuttosto pratico di trascinare lo spettatore nel mondo del musicista. Nelle loro liriche i Troggs parlavano di sesso e non troppo tra le righe, gli Small Faces di droga, gli Who pure e nel frattempo spaccavano tutto, Alice Cooper dava sfogo alle turbe adolescenziali con un rock che doveva shockare proprio come la vita ci shocka ogni fottuto giorno quando si è giovani e pieni di brufoli, oggi per fare un esempio nostrano La Piramide di Sangue propone spettacoli quasi tribali e psicotropi che intortano il pubblico con rimandi fortemente ancestrali e mediterranei (e infatti fanno parte di una scena musicale italiana molto fertile e con un seguito molto attivo nell’ascolto).

Se la proposta musicale in primis è sottotono non ci si può aspettare interesse da parte del pubblico, il quale può ascoltarsi mentre è in treno “Shiny Beast (Bat Chain Puller)” o “Zeichnungen des Patienten” o i Mai Mai Mai piuttosto che i For Food e poi si va vedere l’ennesima band brit-pop o post-rock di ‘sto cazzo. E parlo del pubblico appassionato, perché gli altri, i disinteressati, sono sempre esistiti e sempre esisteranno.

A New York ho trovato locali pieni e grande interesse verso qualsiasi band, lo stesso vale per Belgrado o Amburgo. Ma quelle band si sono costruite un pubblico perché c’era un’idea dietro la loro musica (vedi il fenomeno nascente del drama-rock sulle sponde californiane, o l’interesse nell’Italia post-sessantottina per il prog) e non solo tecnica.

La verità è che le persone realmente interessate all’ascolto ascoltano altro, e non una massa inconsistente di band e musicisti che non appartengono a nessuna scena perché non hanno nessuna idea, oppure peggio ancora “suonano” quell’indie del cazzo alla Stato Sociale.

Ma… e i talent?

Molto semplicemente le stesse persone che prima guardavano Sanremo, o il Festivalbar, o i vecchi programmi radio di contest musicali ora si guardano i talent. Quel pubblico, attirato dalla fruibilità di una melodia italica e dalla immediatezza di una voce forte e nitida, ci sarà sempre perché c’è sempre stato.

Se una persona non è interessata ad approfondire la sua conoscenza musicale perché deve farlo? Se gli basta Tiziano Ferro perché deve si ascoltare Frank Zappa? Come mai la cosa dà così tanto fastidio poi!

La musica culturalmente rilevante è sempre stata apprezzata da una piccolissima parte della popolazione, anzi che dal ‘900 in poi quel pubblico si è allargato a dismisura in confronto ai tempi di rockstar come Carl Philipp Emanuel Bach.

Non ci sarà mai la fila ad un concerto di Antony Braxton o dei Pere Ubu, fatevene una ragione.

E i soldi in tutto ‘sto popò di predica dove li mettiamo?

Problema tutt’altro che secondario i big money. Oggi poi ci sono circa seicento blog solo su WordPress che sanno tutto su come farvi fare soldi suonando quello che vi pare, senza stampare un disco e senza fare una live, ma con l’uso di astruse tecniche di marketing che, deduco dal numero spropositato di siti e blog che ne parlano, funzionano alla grande.

Ironia a parte è un grossissimo problema fare soldi se come mestiere fai il musicista in questo Paese. Ma qui il problema è più ampio, provate a fare i registi teatrali o i costumisti, provate a fare i pittori o gli scultori, provare a fare i coreografi, gli scrittori, gli sceneggiatori cinematografici, i fumettisti, provate a fare dell’arte il vostro mestiere in Italia. Se ci riuscite le dodici fatiche di Ercole le potete affrontare tutte alla guida di una Punto col gomito di fuori e On the Road Again in heavy rotation sulla radio.

Non è un problema di pubblico o spettatori o fruitori, lo Stato crede poco nell’arte contemporanea in senso lato e preferisce investire sulla salvaguardia del nostro glorioso passato. Quel glorioso passato che va dalle rovine di Pompei che crollano di pezzo in pezzo ogni giorno, alle chiese medievali in ristrutturazione dall’inizio della riforma Protestante, fino ai palazzi nobiliari che diventano sedi di banche e via dicendo.

Poi ovviamente c’è il modo di sfondare senza leccarle il culo alle major o senza fare il verso a Jovanotti. Si chiama Superenalotto.

Ma esattamente che cazzo dovremmo fare?

E che te le devo dire io? Io sono solo un fruitore.

Il ruolo della critica

Andrebbe invece rivalutato il ruolo della critica, proprio oggi che non c’è più bisogno di comprarsi una rivista per sapere che se ti piacciono i Throbbing Gristle oltre ad essere un probabile sociopatico ci sono altre band simili a loro, perché quella funzione è oggi esautorata da una barra laterale di YouTube, è invece necessaria una figura che contestualizzi lo tsunami di proposte musicali contemporanee.

Più che filtrare il critico può come detto contestualizzare e interpreta l’idea di un artista, perché lui al contrario del fruitore medio passa buona parte della sua giornata a studiare l’oggetto della sua critica. Difficile godersi a pieno Mahler se non si hanno nozioni tecniche anche minime di musica, se non si sa che visse nella Vienna di Schiele, nell’epoca dei Tre saggi sulla teoria sessuale di Freud, come anche i già citati Pere Ubu se non si sa cosa sia la Patafisica, se non si conoscono i principali protagonisti del post-punk, se si è mai letto J.G. Ballard o visto Taxi Driver o Shivers. Ma il critico questa robaccia l’ha studiata per voi, e se non è uno stronzo megalomane può anche spiegarvi perché è tanto fica e perché ha influenzato il vostro amato o incomprensibile artista.

Abbiamo bisogno della critica, dei siti e dei blog, magari scritti da gente un po’ più preparati della media e di me, ma per quello c’è tempo.

Fino a qualche decennio fa il commento di un critico provocava riflessioni o scontri il più delle volte produttivi, non paragonabili ai commenti a caldo sotto un video di YouTube, anche se potrebbero benissimo essere il futuro se la sezione dei commenti fosse più curata dal punto di vista grafico, e se il tenore delle discussioni migliorasse come nei forum che andavano di moda anni e anni fa.

Il luogo e i mezzi della critica cambiano, anche la forma può e deve cambiare, ma non la serietà e la credibilità, che si basa unicamente sullo studio appassionato e fottutamente approfondito.

Morale della favola

Insomma, non date la colpa ai talent o al pubblico se quello che suonate non se lo fila nessuno, se credete che all’estero vi possa andare meglio PROVATECI PERDIO, che oggi le occasioni per farsi sentire da etichette francesi, inglesi, coreane ne avete a bizzeffe. Se volete svegliare un pubblico perso nel livellare su Dash Quest piuttosto che ascoltare la vostra sbobba, fate più casino, insultateli, dipingetevi la fava di rosso e suonate con quella, il rock è anche questo, è tirare fuori le tette goffamente mentre parte quel riff, è spaccare gli strumenti – di nuovo, è urlare al microfono «siete un pubblico di merda/ applaudite per inerzia», e magari vi diranno che siete volgari, che siete in cerca di attenzioni, che siete solo dei provocatori dementi. Però intanto parlano di voi, la gente vi ascolterà, e se dietro tutte le stronzate ci sarà qualcosa di interessante gli stronzi che preferiscono i Pussy Galore a Vasco Rossi se ne accorgeranno, vedrete.

Ty Segall mi ha rotto il cazzo

Sinceramente Ty Segall mi ha rotto il cazzo.

E la questione non è semplicemente se “Emotional Mugger” sia o no un buon album, anche se lo è, cioè, è un album sufficiente e sicuramente più ispirato del precedente dove Il Biondo ha toccato il fondo dell’originalità. Non che da Ty Segall dovessimo aspettarci chissà quale miracolo musicale, come se il futuro del rock dipendesse da un riff in più, ma sta tutto in cosa dobbiamo oggettivamente valutare negli album di Segall e del rock californiano e derivati in generale.

Difficile per un critico (uno vero, non come me) valutare gli album dei vari Bass Drum of Death, Audacity, Monsieurs, Frowning Clouds, Blind Shake, Ausmuteants e compagnia urlante seguendo direttive strettamente musicologiche. Cazzo, è già tanto se ‘sti tipacci sanno accordarsi gli strumenti! Non puoi neanche basarti sul metro di giudizio per eccellenza delle rockzine come Mimetics, ovvero il punk attitude, perché gran parte di queste band secernono autenticità punk da ogni orifizio, o al contrario fanno un garage pop dalla melodia surf facilona o dal groove sixties per cui sono troppo presi dalla loro attitudine medio-alto borghese per sputare sul pubblico. (ma questo non è ancora un reato sufficiente per beccarsi un 3 in pagella)

Eppure ci sono degli elementi oggettivi che fanno sì che alcuni album siano meglio di altri. Ma per trovarli non basta ascoltarsi tutto né basta andare ai concerti, piuttosto bisogna applicare una mentalità critica inflessibile.

Se sei un fogato perso di garage rock non posso non consigliarti di ascoltarti le band che ho elencato sopra, ma se devo fare un sforzo critico devo anche dirti che non sono tutte uguali. So bene che i Frowning Clouds sono molto amati, ma valgono la metà dei fratelli Ausmuteants, perché i Clouds non si sforzano nemmeno di fare qualcosa di diverso dal revival sixties. Ciò vuol dire che fanno cagare? No, ma incide inevitabilmente sul giudizio complessivo sul loro lavoro.

I Bass Drum of Death sono una presa in giro, poi magari sono ragazzi incredibili, probabilmente sono anche dei compagni di bevute incredibili, potremmo anche dividerci le scopate occasionali mentre ascoltiamo gli Stooges o i Blue Cheer, ma porcodio quel garage rock super-canonizzato, vittima di se stesso e involontariamente parodiato dei loro tre album è roba da grattugie sulle gengive. Sequenze riff ritornello da manuale, melodie canticchiabili sotto la doccia, gli stessi discorsi triti e ritriti, magari tutto costruito alla perfezione, ma è interessante?

Perché chi si pone criticamente di fronte a qualcosa deve anche porsi la domanda: è interessante? Perché non si può scrivere di tutto, mi verrebbe da dire, ma anche perché in fondo sono le cose interessanti che rendono la vita qualcosa di diverso dalla morte. Uno spettacolo teatrale anche se amatoriale e messo in scena con due lire può proporre un’idea interessante e fuori da coro. Lo stesso vale per un film, per un’opera d’arte e via dicendo. Non bisogna necessariamente uscire dai binari per fare qualcosa di valido, anzi chi di solito esagera nell’originalità nel 99% dei casi propone immondizia intellettualizzata (avete mai letto Genna?), è invece interessante chi restando sui binari propone una diversa prospettiva per guardarli.

I Nun sono una band post-punk certamente, ma giocano su una combinazione strumentazione-liriche che ha qualcosa da dire nel suo genere, i Monsieurs in tutte le loro emanazioni in mezzo a tutto il garage indolcito dalla virata melodica della Burger Records sono l’unica band che ha un’attitudine da paura, i Pink Street Boys giocano con le influenze kraut dei Thee Oh Sees e le mescolano ai suoni avanguardistici dell’Islanda elettronica con risultati sorprendenti, i Running propongono una musica largamente inascoltabile ma che se contestualizzata è meno banale di quanto possa sembrare, G.Gordon Gritty produce deliri senza senso, ma che se ascoltati senza pensieri e senza la necessità di intellettualizzare ci ricordano come il rock sia anche necessità di esprimere qualcosa e basta, così come viene. Perché scrivere del nuovo album di Ty Segall, che non aggiunge ormai più niente al panorama garage e rock in generale quando ci sono cose molto più interessanti, anche se meno immediate?

“Emotional Mugger” è l’ennesimo tentativo di Segall di legittimarsi culturalmente, un salto in lungo in realtà, cominciato con un album sorprendente come “Twins” (2012) per poi perdersi in una ricerca estetica glam che non gli compete tecnicamente. In realtà siamo di fronte ad un ibrido tra il suo misconosciuto “San Francisco Rock Compilation or Food or Weird Beer From Microsoft” (2010) e l’ultimo successone “Manipulator” (2015), del primo prende la pseudo-sperimentazione rumoristica, abbastanza inutile quando non fastidiosa poiché non aggiunge niente alla musica né a degli eventuali concetti che comunque non ci sono, del secondo prende la piacioneria, cioè la voglia di incantarti con un riff old school e un po’ di dramma glam rock alla Ty Rex, il risultato è un album piacevole da ascoltare un paio di volte per poi essere dimenticato in fondo a qualche scatolone di cartone.

Forse ha ragione Claudio Lancia dei bravi Sexy Cool Audio, quando scrive sulla sua recensione di “Emotional Mugger” su OndaRock che se Segall pubblicasse meno roba all’anno e facesse una cernita ogni tanto i suoi album ne gioverebbero, ma in tutta sincerità credo Il Biondo sia un tipo che se costretto pubblicare massimo un album ogni due anni lo farebbe da 175 canzoni l’uno. Perché Segall ama la sua musica, o ama se stesso, o ama il suo cazzo, non lo so, però so che farebbe così, non butterebbe via niente. Cristo, ha fatto uscire persino i “bozzetti” acustici per “Twins” (“Gemini”, 2012) e quella merda fumante di “San Francisco Rock Compilation or Food or Weird Beer From Microsoft”. Però adesso basta.

Sinceramente Ty Segall mi ha rotto il cazzo. Però “Slaughterhouse” resta un bell’album.

(Sì: sono tornato.)

La tragicommedia di Kasabian e Black Keys

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È incredibile come si perseveri nel coltivare il cattivo gusto. Perché ad un certo punto l’oggettività perde di significato, l’onestà intellettuale sprofonda dietro tecnicismi (sia di scrittura da parte dei critici che musicali) e si arriva ad accettare tutto passivamente.

Gran parte del rock che viene prodotto su scala mondiale oggi trova dei fruitori appassionati praticamente ovunque, grazie a quel marchingegno luciferino di internet. INTERNET! Lo spauracchio dell’industria musicale! INTERNET! Il terrore che naviga su fibre ottiche! INTERNET! La gioia di poter trovare porno per tutte le stagioni e band per tutti i gusti!

Oggi più che mai il ruolo del critico è necessario, ma oggi più che mai il critico è inutile. Perché esiste questa contraddizione? 

La moltitudine di musica che si può ascoltare da YouTube e dai siti streaming spaventerebbe anche il più hungry degli  appassionati (o il più foolish, ma l’unione delle due cose non fa un CEO di fama mondiale semmai un eroinomane) e delle volte riuscire ad orientarsi di fronte a cotanta offerta non è facile. Allo stesso tempo se ti spunta sotto gli occhi il nome di una band che non avevi mai immaginato che potesse esistere, perché perdere tempo per capire se possa piacerti tramite il giudizio del critico di fiducia se puoi ascoltarli gratis subito?

Ma per quale cavolo di motivo il mestiere del critico è diventato “consigliere della corte regale di Tal dei Tali”? Quello lo faccio io, che ho un blog del cazzo e mi permetto anche di insultare penne di “spessore” come Zingales (ma perché sono un cojone, mentre lui è solo una notevole ciofeca), ma il critico vero, leggasi anche “quelli che scrivono su Blow Up”, non è solo un fido amico a cui chiedi un bel disco per sconquassarti le budella, è un tipo che ha studiato e si è fatto il culo per spiegarti che non sono solo rumori e suoni casuali quelli che escono dalle casse del tuo stereo (o dalle cuffie attaccate al tuo lettore mp3 del cazzo).

Ma che c’entrano Kasabian e Black Keys? Ma la controversia è proprio lì! Due band discrete che troneggiano nei social, su YouTube, e anche nelle riviste che dovrebbero essere l’ultimo baluardo contro la mediocrizzazione (newspeak in libertà) del giudizio. Io m’incazzo quando sono tutti d’accordo, c’è poco da fare.

Sui Black Keys ci spendo di quando in quando due parole, e se le spendo è perché la band mi piaceva e non poco. Ma quando mi sento dire che il salto che c’è tra un “Rubber Factory” (2004) e un “El Camino” (2011) è un evidente segno della maturazione della band io sbarello. Ma come cazzo si può dire che dalla rabbia e dal furore di Grown So Ugly o dal riff di 10 A.M. Automatic una band si evolve con la struttura che urla BANALITÀ da ogni decibel di Little Black Submarine, o quella nenia preconfezionata per MTV di Gold on the Ceiling? Una volta la critica rock bastonava queste stronzate, oggi le appoggia, perché oggi fruibilità è sinonimo di qualità. Puttanate.

Black-Keys

E i Kasabian? Mi dite per piacere quali sono i punti di contatto tra il primo album di Tom Meighan e Sergio Pizzorno e uno qualunque degli Oasis? Questo lo chiedo perché da anni ci fracassano i coglioni con questo paragone costante tra Oasis-Kasabian che sta in piedi giusto giusto per qualche pezzo di “Empire” (2006) e poi crolla ineluttabilmente. Sarà che tutti sanno che le due band si ammirano a vicenda e critici stanchi del proprio lavoro invece che ascoltare con cognizione di causa “Kasabian” (2004) hanno buttato lì due stronzate?

Ma ve lo ricordate “Kasabian”? Un album commerciale, certamente, ma dignitoso, con una ricerca nel sound interessante, naturalmente scontata e banale ma quantomeno personale. Reason Is Treason era un pezzo con i coglioni (ancora di più nella versione “nascosta” dopo U Boat), ma anche i suoni sporchi di Club Foot erano accattivanti. Un album quadrato, tutto d’un pezzo, con una estetica ben definita. 

Poi la rivoluzione, un “Empire” acido, a tratti addirittura acustico, con la sofferta progressione di The Doberman, che qualcuno dovrebbe spiegarmi perchè non vale mille volte la più banale e ridicola Little Black Submarine dei Keys. Ma anche la malinconica British Legion, molto Oasis negli intenti, risulta infine ben più intima di qualunque pezzo degli Oasis, molto più autentica perché meno elaborata. 

Oggi queste due band sono quanto di più lontano dall’interessante ci sia nel mondo musicale. È una tragicommedia quella di Kasabian e Black Keys, schiavi della propria immagine, profondi come una pozzanghera, merce di scambio nel flusso continuo di dati pirata.

Fever da “Turn Blue” (2014), ultima fatica dei Black Keys, è un prodotto che in una rivista seria di rock underground non verrebbe nemmeno nominato, i critici dicono che in questo album non ci sono le hit del precedente per scelta, ma non capiscono che è solamente il prodotto ad essere ancora più mediocre del precedente. Forse mi sto lasciando trasportare eccessivamente direte voi, può darsi, ma il rock psichedelico di Bullet In The Brain vale davvero di più degli Harsh Toke? Voi mi direte, giustamente, che sono band con intenti diversi, ma sempre di rock si parla, e la psichedelia con tanto di riferimenti agli anni ’70 ci sono, e allora perché Rumore non mette in prima pagina band dello stesso genere dei Keys ma con qualcosa da dire?

La cosa bella è che album come “Turn Blue” o “48:13” (2014) dei Kasabian, sono album che non dicono un bel niente, è la solita musica che non cerca qualcosa di più alto del solito riff, di una melodia d’effetto o anche di stupire tecnicamente il musicista in ascolto. 

Oggi più che mai riprendere gli anni ’70 per dire qualcos’altro è attuale, il Sun Ra ripreso da alcune band psichedeliche italiane si combina perfettamente con il mercato di Porta Palazzo (li nomino sempre ma non li recensisco mai, prometto che presto mi rimetterò in pari con La Piramide Di Sangue), il Syd Barrett dei Thee Oh Sees svela paranoie o annebbia i sensi di una società in crisi non solo economica, c’è la rabbia borghese di Ty Segall, il punk pop nevrotico di Jay Reatard così autentico, i riff post-apocalittici degli Zig Zags che riprendono le immagini di Carpenter e il Neil Marshall di Doomsday senza citarli direttamente, questo è grande rock, quello che dovrebbe sostare in quelle riviste e in quelle librerie di iTunes o playlist di YouTube di chi si dà un tono, di chi “ascolto rock”.

Il rock è un modo diverso di vedere le cose di tutti i giorni e riscoprile di nuovo, non la costante ricerca di una invenzione melodica, tecnica, linguistica o banalità del genere. 

Deep Purple – Bananas

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So che per questo post sarò pestato in strada da qualche fan dei Deep Purple, ma è giusto così. I motivi per cui “Bananas” è secondo me uno degli Album Più Brutti Di Tutti I Tempi non sono da ricondursi all’album in sé quanto alla storia dei Purple.

Che i Deep Purple abbiano fatto la storia del rock più hard non sono di certo io che lo dico, è un dato oggettivo. Dischi come “In Rock” ti fanno QUANTOMENO balzare dalla sedia ad ogni fottuto riff, potenza pura, un botto di virtuosismo (troppo per i miei gusti), ogni elemento della band interpretava al meglio il suo strumento. Ma non è sempre stato così.

La band inglese è tra le più incasinate di sempre, raramente gli stessi elementi stavano assieme per più di due album e i membri più longevi sono quelli che hanno saputo mettersi da parte durante le feroci liti che seguivano ad ogni tour o ad ogni registrazione. Di certo i più focosi furono Ritchie Blackmore e Ian Gillian i quali ci hanno lasciato un mastodontico campionario di insulti più o meno velati; si va dal «Non ho mai sopportato gli atteggiamenti da padre-padrone di Ritchie» di Gillian ad un più colorito Blackmore «Ian Gillian? Ha perso la voce nel 1973 e ancora non se ne è accorto.» [citazioni da JAM, num. 119 del 2005]

Il sound della band trova una sua definizione esaustiva proprio con “In Rock”, nel lontano 1970. Tra alti e bassi i Deep Purple arrivano al 1975 con “Stormbringer” ancora più che in forma, ma lasciando Blackmore sul ciglio della strada in pieno agosto, perdendo insomma il membro certamente più creativo e caratterizzante del gruppo. Dal 1975 in poi i Deep Purple sono ascoltabili solo come una forma estrema di masochismo.

Nel ’84 Blackmore decide che i Rainbow non sono più cosa adatta a lui (grave errore, poiché potenzialmente erano uno sviluppo creativo certamente migliore di una reunion di ottuagenari) e cerca di portare agli antichi fasti i Purple. Quello che uscì fu “Perfect Strangers“, tutt’altro che perfetto ma sicuramente qualcosa di a me straniero.

Quando nel ’93 si ritrovarono di nuovo assieme Gillian e Blackmore (ormai inaciditi anche dall’età) furono subito insulti in quantità e dischi davvero deprimenti nella loro incapacità di proporre qualcosa di nuovo ed interessante. Blackmore se ne va sbattendo la porta e rifugiandosi nei suoi Blackmore’s Night.

Inizia così l’epoca di egemonia di Steve Morse, il quale di certo non manca di tecnica, peccato che in quanto songwriting abbia voluto sperimentare tutti i suoi limiti con il grande pubblico.  Subito dopo arrivò anche Don Airey a sostituire il mai abbastanza compianto John Lord. Airey è riconosciuto (giustamente, direi!) come uno dei migliori interpreti della tastiera tra i pensionati e gli ARCI di tutto il mondo, anche se il suono del suo hammond nei lavori con i Purple non sempre sembra in armonia con il resto dell’ensemble.

Da questo immondo pandemonio resta da capire cosa siano i Deep Purple. Secondo Gillian sono «un’idea», ma sinceramente parlare di una band come di un concetto che trascende i suoi componenti mi pare alquanto imbecille come ragionamento. È come dire che i Soft Machine sono un concetto quindi anche Gary Glitter a seguito della band di paese può suonarli a loro nome alla Festa del Porcino.

Comunque l’idea Gillian non poteva mica tenersela per sé, così nel 2003 i Deep Purple compiono un atto davvero inconcepibile visto la palese mancanza di idee appurata in “Abadon (1998, disco essenzialmente di rivisitazione dei lavori passati, una roba agghiacciante), fanno un nuovo disco, tutto, tutto, tutto sbagliato: “Bananas“.

Bananas

Uscito per la famosissima EMI questo affronto al decoro acustico fu prodotto da Michael Bradford che guarda caso scriverà anche gran parte dei pezzi di questo album. Bassista, produttore famoso ed ingegnere prestatosi a tante personalità come Run D.M.C., Kula Shaker, Madonna New Radicals ma solo una volta a testa (gatta ci cova), Bradford viene ancora oggi menzionato per il suo lavoro con i Purple da “Bananas” a “Rapture Of The Deep” da schiere di fan incalliti. Inoltre “Bananas” vanta certamente il primato come copertina più brutta della storia del rock e forse di qualunque genere musicale conosciuto, ideata, credo, dal loro fruttivendolo di fiducia.
Ma cominciamo pure con l’ascolto.

Il disco si apre con House Of Pain, composizionedegna della miglior band del vostro liceo (suonata però da dei professionisti). Il pezzo non esprime alcunché se non una serie indefinita di cliché, ci sono dei discreti musicisti che a tratti ricordano qualcosa dei Deep Purple ma anche dei Bad Company e degli Aerosmith. Peccato che nell’atroce copertina del disco ci sia scritto Deep Purple e così, innocentemente, mi immaginavo un nuovo disco della band che ha fatto la storia del rock e non la loro cover band attempata. Inutile. Mi viene da pensare male sul titolo della canzone.

In Sun Goes Down l’unica nota decente è Airey che ogni tanto dà qualche sferzata di classe sui tasti. In generale si tenta di dare un tono epico ad una traccia che dimostra ancora volta che sanno suonare ma nient’altro. Paziento fino alla fine del pezzo, perché io ho speso dei soldi per un disco dei Deep Purple e voglio continuare ad ascoltare anche se le orecchie sanguinano.

Di Haunted sapevo che era una della ballad meglio riuscite dei Purple. Beh, sappiate che non è così, anzi. Gillian non canta, si lamenta (e pure male) mentre Morse fa addirittura il verso a Brian May. L’aulico testo di Tormentato ci ricorda che quando le liriche dei Deep Purple non significavano un tubo (vedi Black Night) ma almeno la musica era spettacolare, ora che sono addirittura al limite della decenza la musica sembra uscita fuori da un karaoke. Dire che è una delle ballad più riuscite è un affronto a Soldier Of Fortune mica da ridere.

Ammetto che in Razzle Dazzle per un attimo la tastiera usata da Airey mi è sembrata giocattolo. Gillian si ridicolizza oltremodo, il pezzo non è né buono né cattivo ed è la cosa peggiore per una canzone come per un album, la totale assenza di creatività crea situazioni davvero imbarazzanti. Ad un certo punto c’è pure il gatto di Airey che salta su una pianola (mi rifiuto di pensare che la stia suonando da sobrio).

Silver Tongue si presenta con un riffone bestiale, ed insieme a lui la speranza che “Bananas” riservi forse qualche soddisfazione. Come non detto. Il pezzo è scritto col culo, ad un certo punto parte una fuga condotta da Morse di carattere prog, poi diventa metal, infine arriva Airey vestito da John Lord e ricomincia d’accapo, tutto questo accompagnato da un Gillian pronto per il karaoke in riva al mare con gli amici. Confusione totale.

I primi ed eterei suoni che ci introducono Walk On ci richiamano alle atmosfere dei Caravan, spiazzandoci effettivamente un po’. Spunta così una struttura da blues rock non da buttare via (visto quanto sentito finora). Gillian si prodiga al Canta Tu col solito impegno e notiamo una cosa dalle nostre casse Indiana Line: gli effetti. Roba da sigla delle Winx, ma che cacchio c’entrano? Che si stava fumando Bradford durante le registrazioni? Il pezzo comunque risulta troppo lungo e il finale è un pasticcio noioso senza motivo di esistere. La frustrazione aumenta notevolmente.

Picture Of Innocence riprende a tratti le cose sentite in “Abadon”, un blues rock frizzante ma che non sa di un cazzo (perdonatemi le parolacce, ma siamo già a mezz’ora d’ascolto e questo aborto con i solchi mi sta facendo innervosire). Airey tira fuori qualche bella idea, il finale però risulta oltremodo tamarro.

I Got Your Number sembra un pezzo dei Foreigner. E non è un complimento. C’è un bell’assolo sempre del prodigo Airey, stroncato troppo presto da un riff abominevole di Morse, Gillian a tratti ricorda Kyle Gass. 

Con Never A Word mi sembra di esser stato catapultato di nuovo in un disco dei Caravan, ma smetto di fare paragoni perché li ho insultati una volta di troppo. Ma… la traccia è bella (o forse solo decente, ma ormai sono in pieno effetto allucinatorio)! La linea melodica è molto delicata, appena accennata, la voce sembra perfetta (sono in estasi), tutto sembra al posto giusto, l’emozione inizia a commuovermi e… e… finisce di punto in bianco?!? Ma come? Sviluppi una bella linea melodica, e poi sul più bello la tronchi così? Senza un senso? Dio, come odio questo album!

Bananas non può che cominciare nel peggiore dei modi. Un casino insensato di generi, di idee (?), Gillian/Canta Tu, l’hammond buttato lì senza motivo, assoli di armonica che non lasciano scampo. Follia. Comunque anche stavolta i membri della band dimostrano le loro grandi abilità tecniche (peccato per la musica di merda). Gli ultimi secondi del pezzo rimandano alle atmosfere di Morricone nei vecchi ’60, confondendoci ed irritandoci ancora di più.

Doing It Tonight è qualcosa di atroce. Una roba tipo latino-americana con chitarra, tastiera, basso e batteria, cantata dal fratello scemo di Paul Rodgers. Rockeggiante quanto basta per farci rimpiangere anche gli ultimi lavori di Santana. Più simile a Heavy Samba che a Santana comunque.

Il tutto si conclude con Contact Lost (col cervello, aggiungo io) dedicata agli astronauti morti nell’incidente dello Space Shuttle Columbia. Sull’attacco di questo pezzo strumentale mi sono messo le mani nei capelli. Che-razza-di-disco-dei-Deep-Purple-è-mai-questo? Come si fa a dire che è buono, che è decente, con che coraggio? Il pezzo non è terribile, poco più di un minuto strumentale per Morse essenzialmente, ma che senso ha? E perché gli effetti sonori che riempiono questo album sembrano quelli di Bim bum bam?

Se Gillian avesse avuto la decenza di chiamare la sua band in un altro modo questo era solo l’ennesimo disco ben suonato ma che non sa di un tubo della storia (Steve Vai ne sa qualcosa), ed invece si è trasformato in un affronto diretto alla storia del rock stesso, macchiando il buon nome dell’hard rock. Una band con tante banane ma poca musica che abbia qualcosa da dire.

Se il disco non ha avuto una vera e propria stroncatura dalla critica (e da alcuni fan) è per il solito problema della critica musicale italiana, e di come si parla spesso di musica. L’aspetto tecnico predomina ancora oggi a discapito di quello creativo, laddove per creatività si possono intendere tante cose, dall’approccio al genere fino a certe scelte particolari di arrangiamento, ma di certo non ‘sta sbobba. I Deep Purple negli anni ’70 hanno incattivito il rock, l’hanno reso più pesante, alcune loro intuizioni hanno plasmato il genere e fomentato epigoni in tutto il mondo. Quello che invece i Deep Purple fanno con “Bananas” è far cassa su un nome, il che inficia assolutamente nel giudizio finale su questo album.

  • Pro: è un ottimo porta vivande in stile vintage.
  • Contro: è un pessimo frisbee e un disco di merda.
  • Pezzo consigliato: ho speso venti euro per questa merda, e vi giuro su Dio che rimpiango The Wanderer! Ma quale pezzo consigliato…
  • Voto: 2/10