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Magic Cigarettes, Slift, Skeptics

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So di esser stato via per un po’ ma gli impegni reali, quelli che magari mi fanno persino campare, hanno avuto il sopravvento. Oggi vi propongo tre recensioni che non sono il MEGLIO di quello che ho ascoltato recentemente, ma semplicemente le uniche riflessioni che ero riuscito a buttar giù sul taccuino tra un treno e l’altro.

Dai dai dai.

Le Sigarette Magiche nella spirale della fattanza

Qualche secolo fa mi aveva scritto un componente dei Magic Cigarettes proponendomi l’ascolto del loro ultimo album, “Cooked Up Special”, ricordandomi della mia precedente stroncatura al loro esordio. Per dovere di cronaca: non ho mai stroncato “Magic Cigarettes”, semmai ne ho sottolineato le criticità. Vi va un riassuntino?

  1. I pezzi sono lunghi, ma senza particolari sviluppi che ne giustifichino i due o tre minuti in più di jam psichedelica.
  2. Non sono un fan del “pezzone”, cioè quella traccia che si staglia sulle altre e dirompe nel cervello stampandosi a fuoco, ma le Sigarette sembrava quasi che passassero il tempo a cercare quel riff, senza però riuscirci.
  3. Spesso i momenti più tecnici sono del tutto avulsi dal contesto.

Il tutto però in una cornice più che convincente, se vi piace il garage psichedelico.

Sinceramente preoccupato che “Cooked Up Special” non fosse dissimile dal suo fratellone, avevo già ampiamente sfiorato l’idea che la recensione non l’avrei mai scritta, perché non scrivo niente quando credo che non ci sia niente da dire. Ed invece siamo qua.

Il maggior pregio del lavoro d’esordio del 2015 qui permane, ovvero la commistione di più ambienti sonori e generi che impreziosiscono il percorso d’ascolto, stavolta esaltati dalla minor durata delle tracce. Ci sono stati dei momenti nella mia vita in cui ho creduto all’amore a prima vista, tipo nello strepitoso attacco scratch di Chill Out, o in quello garagista di Freak, che irrompe con una chitarra che ruggisce un electric-doo-wop alla Frights.

È chiaro persino ai sordi che le Sigarette, musicalmente parlando, sono sessualmente attratti dalla scena psych americana fatta di riverberi, raffinatezze sonore e fiumi di parole. Tipo i Growlers per intenderci. Effettivamente poco attratti dalla variante schiaffi-sul-muso-del-suono dei Thee Oh Sees, la loro fede si basa, più che sulle digressioni elettriche alla Barrett, sulla melodia. Se anche Rain Of Weed si presenta con quell’urletto acido che caratterizza John Dwyer e i suoi fantastici amici, ciò che segue è una canzone ballabile senza per forza rompersi una clavicola, senza insomma quei ritmi kraut indiavolati dei californiani, composta ed eseguita con eguale grazia, ma per ascoltatori diversi.

Chiaramente le Sigarette vogliono da parte del fruitore un ascolto più riflessivo, ma non per questo più ponderato. Il loro flusso non vuole frastornarti, ma piuttosto trascinarti dolcemente come la Crystal Ship dei Doors, giù negli abissi della fattanza. Può sembrare un paradosso che con dei pezzi più brevi si possa raggiungere più facilmente il risultato, ma se “lungo” è solo una scusa per dire “ganzo”, qualunque excursus diventa fine a se stesso e rompe la fluidità.

Per quanto mi riguarda non sono particolarmente preso da questo tipo di psichedelia, come per i Growlers le Sigarette per me sono troppo di tutto, riempiono lo spazio sonoro vivibile con sensibilità certamente, ma senza che la cosa susciti in me alcun ché se non un genuino interesse per la parte ingegneristica ed esecutiva.

Pezzi come Hunger Dance e Panc (una reminiscenza dei The Metopathics?) nella loro semplicità e idiozia quantomeno mi divertono e posso riascoltarle con piacere.

Sicuramente Cooked per le Sigarette rappresenta un passo avanti bello deciso, se in questo blog mettessi ancora i voti sarebbe un 7 su 10 pieno (il precedente un 6), ma non troverà la sua dimensione nella mia rete di ascolti. È come se dietro la magnifica copertina, la rilegatura preziosa e la forma elegante e forbita, non ci fossero poi dei concetti particolarmente interessanti.

Ci ascoltiamo un po’ di fantasy-garage? Ma anche no

Prodotti dalla Howlin Banana Records questa band di Toulouse è riuscita nell’intento di rovinarmi un perfetto weekend di birra-pizza-film della Troma, il tutto con il semplice ascolto del loro ultimo breve EP “Space Is The Key“.

L’hard-psych-garage degli Slift già subito dopo l’attacco al fulmicotone di Dominator aveva un che di già sentito, un olezzo di sudore ormai da quarantenne che ancora si veste con le magliette a righe, insomma ci stanno I SOLITI CAZZO DI THEE OH SEES. Ma stavolta siamo lontani dall’omaggio, perché qui siamo dalle parti del plagio più bieco.

Prendete i Oh Sees di Dwyer, metteteci un pizzico dei Fuzz col chitarrone di Moothart in bella vista, giusto una spolverata di Hawkwind ed eccovi servita una band dal grandissimo potenziale live, ma che è ontologicamente impossibilitata a scrivere qualcosa di originale.

Il pezzo forte di questo EP, la furibonda The Sword, dieci anni fa mi avrebbe esaltato come un tredicenne durante il suo primo sorso di birra con gli amici, oggi mi pare di averla già ascoltata cento volte prima ancora che cominci.

Ma la cosa che mi ha definitivamente rovinato ogni possibilità di godermi la mia double IPA Canediguerra è stato che gli Slift ci sanno fare eccome! Se i Fuzz sono una versione claudicante e a volte imbarazzante dei Blue Cheer, gli Slift sanno pienamente riprendere i fasti di band leggendarie come Cheer e Hawkwind, non compromettendone dunque le peculiarità tecniche, ma la loro musica è solo un misero copia-incolla, che non sperimenta ma al massimo assembla come con una costruzione Lego. O come un musicista vaporwave.

Le tensioni fantasy che stanno influenzando il genere (anche “Orc” dei Oh Sees la interpreta) è evidentemente arrivata anche in Francia. Il risultato, per ora, è decisamente dimenticabile.

Gli Skeptics nello spazio

Bart De Vraantijk dopo quattro-cinque anni di garagismo sixties derivativo ha deciso di cambiare rotta. Da queste parti ce ne siamo accorti tempo fa, quando l’ottima Frantic Records ha pubblicato lo split Skeptics/Prêcheur Loup, uno dei migliori split francesi degli ultimi anni.

È vero che questo primo LP omonimo non proponga poi chissà che, se non la piacevole sorpresa di ascoltare la creatura di De Vraantijk cambiare pelle come un serpente tropicale. Anche perché cos’ha di particolare una Skin of green? È un pezzo che potrebbe scrivere persino Sallusti per la sua banalità, EPPURE l’ascolto di questo album scorre in un modo davvero aggraziato.

La profonda conoscenza della band del garage sixties si sente dall’immediatezza dei riff e dalla semplicità della sezione ritmica, l’unica differenza sta nell’indirizzo cosmico che ha preso la chitarra di De Vraantijk. In pratica è come ascoltare la più banale delle surf-rock band che cerca di coverizzare qualcosa dei primi Black Mountain o dei soliti Hawkwind. Il risultato è… curioso.

Summa di tutto il lavoro i conclusivi 7 minuti di Zeeland, da ascoltare ad un volume decisamente problematico per il vostro condominio.

Davvero non so spiegarmi perché valga la pena di ascoltarsi un album che, nelle sue specificità, non rappresenta di certo un’uscita particolarmente originale né in alcun modo sperimentale. Eppure gli Skeptics nella loro immediatezza sono comunque diversi dal resto della scena garagista francese, che sebbene li accumuni delle volte una qual certa corrente estetica (penso alla psych cosmica che ha contaminato Volage, Anna, Madcaps, Baston, etc.) riesce comunque a non spersonalizzarli.

Un pezzo degli Skeptics lo riconoscono immediatamente, ed in questo marasma di uscite garagiste modaiole e sempre più svuotate di ogni necessità, non è una cosa che riesco a ignorare.

Babylon K – Babylon K [EP]

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Voi non immaginate quale cazzo di soddisfazione sia tornare sul mio blog. Sto passando delle settimane davvero di merda e una pausa per scrivere di musica mi ci voleva come l’aria. Cristo.

Cominciamo con una delle recensioni a richiesta che mi sono pervenute in questi giorni, i Babylon K.

Questi cinque virgulti fiorentini si sono cimentati nel loro primo Ep omonimo, pieni di belle speranze e riff, ma [domanda da un milione di dollari] fanno della musica con le palle? Il loro rock demolisce le pareti dell’inibizione e ci trasporta su un altro piano dell’esistenza, dove spazio e tempo trovano la loro definizione ontologica in Famme Cantà del Senatore Razzi?

No.

Non fraintendete, i Babylon K sanno suonare, Daniele Dainelli ha una voce che rientra tranquillamente nella categoria “da paura”, ma per il genere che suonano sono piuttosto prevedibili.
«Eh Beppe, se però non ce lo dici prima che genere fanno ‘sti fiorentini…»
E c’avete ragione da vendere, ma se fossi un buon recensore scriverei per Blow Up, e non su una piattaforma composta per il 90% da poeti mancati e blogger egocentrici che riescono a scrivere post di 50.000 battute sulla loro colazione.

Quello in cui si cimentano i Babylon K è quell’hard psych rock che va tanto di moda nel nord d’Europa, ma con una maledetta attitudine indie che rovina qualsiasi tentativo di fare un po’ di rock cazzuto.

Infatti l’unico problema di questo EP è che appena parte Feelings (il primo pezzo, of course) capisci di trovarti di fronte la versione “MTV approved” di Earthless, Golden Void, The Machine e via discorrendo, passando pure per buona parte del catalogo della Captcha Records.

I riffoni ci sono ma non pestano (al contrario, per esempio, di quelli “sabbathiani” dei Kadavar) e i risvolti psichedelici sono terribilmente banali, praticamente i Babylon K sono gli Arctic Monkeys dello psych rock: molta forma, zero sostanza.

Sicuramente in Why Are Living Now? l’atteggiamento è “loud & proud”, però per quanto concerne il lato compositivo siamo alle basi, il che di solito a me non da fastidio, ma in questo caso, e in questo particolare genere di appartenenza, mi fa abbastanza prudere le mani. Ovviamente con “basi” non intendo che hanno cominciato a suonare ieri, stile Ramones, ma che prendendo in considerazione la storia della scena hard psych, i Babylon K stanno vivendo ancora una fase piuttosto classicheggiante. 

Capisco che seguire le orme di Led Zeppelin e compagnia cantante aggiornandoli ai nostri tempi sia una cosa bella da fare, ma il problema è che ti ritrovi per le mani una gabbia compositiva che si definisce entro dei limiti espressivi dannatamente oppressivi. Il riffone, il ritornello, l’assolo, la voce che fa «AaaaaAAAaaAArrgh!» ma a questo punto le cose sono due:

  • o suoni da Dio (tipo i già citati Kadavar, che sono ancora più classici!)
  • o reinventi tutto
  • [bonus] infondi un profondo significato nel rapporto liriche-musica.

I Babylon K non hanno fanno nessuna di queste cose.

Insomma, un revival mascherato che però potrebbe portare lontano questa band, almeno in termini economici. Infatti se (e solo se) il mercato dovesse spostarsi da questo ritorno al funk ad assecondare le pulsioni hard rock che accomunano la lontana California all’Europa del nord, i Babylon K sarebbero in vantaggio di ben un EP sulla concorrenza.

Sono bravi tecnicamente, ascoltando questo esordio per qualche giorno ho sempre apprezzato l’atteggiamento e la voglia di “spaccare”. Ottima pure la produzione, sul lato tecnico c’è davvero poco da dire, ma il loro rock si basa su cose sentite e risentite fino alla nausea, senza la personalità di tante band tedesche e americane.

È piuttosto chiaro che con la batteria raddoppiata e tralasciando le nenie indie (magari ascoltando qualcosa dei primi Thee Oh Sees) ci sono delle belle potenzialità in gioco, devono solo trovare la loro dimensione.

Girlpool – Girlpool [EP]

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Per quanto mi riguarda potete benissimo pestarmi a sangue e lasciarmi esanime sul marciapiede, basta che il giorno dopo io possa ascoltarmi in santa pace il primo EP delle Girlpool e starò subito meglio.

Lo spleen di queste due ragazze sfiora la perfezione estetica, una chitarra elettrica, un basso e loro due voci, con tanta voglia di fare del semplice punk. E le liriche… ascoltarmi Love Spell e Paint Me Colors dopo una giornata a sorbirmi la doppiezza dell’Università italiana è un piacere intellettuale quanto viscerale.

Viva il femminismo (intelligente), loro combattono la società che le vede come un prodotto da copertina o da consumo a suon di autenticità. Non solo nel sound ma nelle liriche stesse, riportando una realtà fatta di menefreghismo e superficialità, spogliandola della sua fatiscente ipocrisia.

Da quello che ho capito il termine “Girlpool” sta ad indicare quando degli amici parlando delle ragazze in comune che si sono scopati, giudicandole e via dicendo (ma se qualcuno ci capisce più di me vi prego di scrivermi nei commenti). Da qui testi pazzeschi come quello di Slutmouth in cui Cleo Tucker (la chitarrista) ci racconta di due tizi che parlano di come lei li baciasse entrambi di merda. Più punk di così c’è solo il tavernello il sabato sera al C.P.A..

Eccezionale anche Jane, dove chiedono ai ragazzi in generale di esprimere i loro sentimenti con le parole e non solo con i grugniti, e in effetti è un problema fottutamente reale. I ragazzi mediamente vengono cresciuti come piccoli uomini, seguendo stereotipi imbecilli dove l’uomo sa perfettamente quello di cui ha realmente bisogno, e di solito è una birra.

Plants and Worms è un pezzo propedeutico, e non immaginate a quanta gente serva sentirsi dire senza mezzi di termini di doversi buttare nella vita, invece che stare piantati davanti ad un PC o nella loro cameretta con le cuffie sempre alle orecchie.

Stavolta ho davvero poco da dirvi, a parte che Blah Blah Blah ha il miglior inno punk da cinque anni a questa parte (o anche di più), che American Beauty ha una decadenza poetica che me lo rizza, che Jane l’ascolterei a tutto volume anche mentre mi devo riprendere da una sbronza colossale, amici: queste due ragazze da L.A. hanno dei margini di miglioramento notevoli.

Insomma gente, questo è tutto, vi lascio con una intervista in occasione di un loro concerto a  Brighton (U.K.), l’EP su YouTube e il player di Bandcamp di uno split con le agguerrite Slutever.

Running – Asshole Savant

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We want to do things that make people uncomfortable.
Alejandro Morales (batterista dei Running)

Il problema di gran parte delle band rock contemporanee è esprimere il disagio della nostra epoca (e delle nostre crisi) in modo efficace. Personalmente non mi ritengo particolarmente dotto in fatto di rock, ho aperto il blog per passione non perché mi ritenga un critico o un eletto unto da Chuck Berry, ma credo che nel mio piccolo di aver trovato e recensito alcune band che ci stanno riuscendo, almeno in parte, a svolgere questo arduo compito.

Molti gruppi per trovare un modo di esprimere l’urgenza dell’arte (perché a questo punto di arte si deve parlare) stanno rispolverato la new wave/post punk, genere in cui la nevrosi collettiva e gli artistoidi da SoHo hanno rivoluzionato la grammatica del rock. Da qui il sound eighties di Corners, Dreamsalon, Ausmuteants e Nun. Ma se l’orecchio tende agli insegnamenti di Devo, Pere Ubu e Einstürzende Neubauten, la mente è radicata nel presente. Cercando quindi di trovare ispirazione dal vecchio si costruisce il nuovo, un meccanismo necessario che solo le grandi band hanno saputo far funzionare al meglio.

Che cosa c’entrano con tutto questo i Running? Beh, già dal titolo del disco forse intuite qualcosa.

Asshole Savant” [Captcha Records, 2012] è un EP scarno, ruvido, un rigurgito di Pussy Galore e “Metal Machine Music”, ma con una spinta in più, ovvero la sua profonda e intima relazione col contemporaneo.

Il trio in questione è formato da Jeff  Tucholski alla chitarra (piuttosto che “elettrica” direi “abrasiva”) e voce, Matthew Hord al basso e voce (e smorfie) e infine Alejandro Morales alla batteria, nonché fondatore di questo progetto che sta devastando Chicago a suon di noise punk da qualche anno a questa parte.

Tra LP ed EP più o meno di culto (tra cui “Vaguely Ethnic” dell’anno scorso, uscito per la Castle Face Records di John Dwyer) ho scelto di consigliarvi questo brevissimo lavoro uscito nel 2012, pietra miliare di una band che non devasta solo dal vivo (come molte formazioni di culto) ma anche in studio.

Pezzi stratosferici come I Can’t Believe I’m Alive sono un manifesto concettuale, trascendendo i generi si può dire senza arrampicarsi sugli specchi che c’è un contatto tra la furia dei Running e le melodie amare dei The Molochs di Lucas Fitzsimons, come anche con Felix Tried To Kill Himself degli Ausmuteants, sono il manifesto quindi di una dimensione giovanile devastata, torturata dall’ondata di informazione prima televisiva e poi dal web, una dimensione che queste band stanno cominciando a dipingere, ognuno secondo la sua personale scuola di pensiero.

Se Fitzsimons punta sul songwriting (anche in virtù della sua immensa capacità lirica, che lo colloca senza troppi intoppi tra Bob Dylan e Tom Waits come ordine di grandezza) e gli Ausmuteants invece sulla foga dell’informazione e sulla devastazione della parola, i Running ripescano la chiusura ritmica del kraut rock senza miscelarla alla psichedelia (come nei Thee Oh Sees) ma piuttosto immergendola in un denso calderone sonoro noise e hardcore, rendendo questo brevissimo EP ben più devastante della mezz’ora di feedback e garage rock di “Slaughterhouse” di Ty Segall.

La sensazione che si ha ascoltando la title track è terribile, una versione rabbiosa di Ghost Rider dei Suicide, come invece il garage punk di Everybody’s Fucking Everybody è una versione moderna delle violente espressioni dei Pussy Galore.

È sempre brutto ridurre una recensione ad una sequenza di nomi, ma cercate anche di venirmi incontro, questo “Asshole Savant” spezza le coordinate con la sua furia devastante. Ah, fra l’altro è così che si satura lo spazio sonoro, non come quella cagata di “The Electric Hour” dei Jefferitti’s Nile, dove si butta nel mezzo tutti i generi conosciuti su questa terra perché non si ha un cazzo da dire, il disagio dei Running è vero, è palpabile dal pavimento che trema per i bassi, dalle orecchie che sibilano a causa dei feedback, dal peso nel petto per quei testi così pieni di vuoto.

Al contrario di altre band i Running sanno bene quello che fanno, sono scientifici nella loro ricerca estetica, e non gli basta esprimere la desolazione intellettuale e emotiva in cui viviamo, ma vogliono svegliare il pubblico a suon di rumori devastanti e raccapriccianti, incubi sonori dove ti ritrovi a correre per scappare da un mostro, ma ti accorgi solo all’ultimo di stare fermo.

Ipotonix – Storie di un mondo a-parte

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Dopo un mese di balli latino-americani e discoteche all’aperto con folle adoranti il Casto Divo tutti abbiamo bisogno di spurgarci con del sano rock.
O di bestemmiare, dipende dalla sensibilità.

Comunque tra una birra e l’altra ho avuto modo di ascoltare un po’ di roba a giro, tra cui questi Ipotonix.

“Storie di un mondo a-parte” oltre ad essere il titolo del loro primo EP uscito quest’anno è anche il manifesto involontario di un modo di fare rock. Sì perché il rock inteso come comunità in Italia è un po’ un tabù, così è più facile rifugiarsi in un mondo a-parte, un altrove dove i nostri suoni e le nostre passioni si esprimono sorde a tutto quello che ci circonda.

Eppure il rock è emanazione del suo tempo, dei suoi moti, delle sue speranze e anche delle sue focose e futili espressioni sociali. Cazzo, i Velvet Underground rappresentavano una intera comunità underground, gli MC5 addirittura politica, è impossibile scindere i White Stripes da Detroit come è impossibile slegare Nick Cave dalla poesia contemporanea americana.

In Italia questo è più difficile da percepire anche se con le tecnologie di cui oggi disponiamo non è più un alibi. Fin da subito abbiamo scopiazzato le impressioni musicali che ci arrivavano dagli USA attraverso l’Inghilterra (con notevole ritardo), però un minimo di contesto, diocristosantissimo, glielo vogliamo dare?

Gli Ipotonix non fanno eccezione, convergendo in sé molte caratteristiche del brit-pop/rock di ultima generazione (più Radiohead che Klaxons, più Gotye che Franz Ferdinand). Il loro primo EP è composto da impressioni che hanno il valore di essere unite da un sound ben preciso, il quale però non è contestualizzabile (porcodemonio!).

Molti sostengono che l’unicità sia un elemento positivo per l’arte, ma è chiaro che questi “molti” si drogano dalla mattina alla sera di UnoMattina e X-Factor, bevono TG1 a colazione e hanno un poster di Pippo Baudo in topless sopra il letto.

L’opera d’Arte non assume il suo valore specifico nell’unicità (nemmeno come elemento in sé, come ci insegna la Pop-art) ma nel contesto con cui dialoga. Essendo l’Arte comunicazione deve saper comunicare in un linguaggio comprensibile, o quantomeno deve contenere una chiave di lettura che ne permetta la decifrazione.

Il rock è una forma di comunicazione più bassa dell’Arte quindi i suoi elementi di lettura sono molto più limitati, essi in seguito possono anche essere spezzati e creare una diversa idea di rock, la quale però potrebbe potenzialmente rivelarsi in antitesi con il concetto di rock stesso – sì, ora la finisco di farmi le seghe.

Gli Ipotonix in questo senso non fanno rock, ma un riflesso di esso.

Se gli strumenti ci sono tutti e le strutture sono quelle manca però la forza di collante sociale o di rottura che contraddistingue questo genere che vive solo di estremi.

Il Teatro Degli Orrori propone un rock già sentito nel secondo hardcore e quindi ha perso essenzialmente il treno con il momento storico in cui quella musica aveva un motivo preciso per esistere, in pratica è una imitazione di rock.
I Fleshtones, sebbene facessero revival, lo contestualizzavano e finirono per definirsi super rock perché sapevano di aver iconizzato il rock delle origini come nessuno prima di loro aveva mai fatto.

Fare rock non è semplicemente prendere una chitarra in mano, entri all’interno di una comunità che ha una storia breve ma densa di eventi fondamentali. Puoi farne parte (Fleshtones) o anche rinnegarla (il punk) ma non puoi esprimerti a-parte, perché se no non riuscirai mai a comunicare quello che credi sia importante che gli altri ascoltino.

Ovviamente se vivessimo in un mondo dove la gente non compra quello che le major impongono sarebbe meglio, ma questo non fa che nobilitare ancora di più chi fa rock davvero, senza compromessi.

Ah, già, gli Ipotonix, la recensione, eccetera eccetera, come sono sbadato, se continuo così entro la fine dell’articolo sarò cieco.

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Guidati dalla voce e dal sintetizzatore di Davide Orsi gli Ipotonix si muovo attorno ai Radiohead e ad impressioni che derivano perlopiù dal soft rock britannico degli anni ’70. Il sound a tratti ci appare in effetti un po’ ammuffito ma non così tanto da farci desiderare delle scimmie di mare per natale, il synth spazia sfiorando momenti jazz quasi alla Sun Araw o quasi industrial alla Fuck Buttons (senza ovviamente la loro vena dark e noise), peccato che con i “quasi” non si combina poi molto.

L’EP si apre con il ritmo serrato ci City Line – Primo incontro, uno strumentale che rivisita le atmosfere del primo Mike Oldfield. Una traccia che, va detto, è piuttosto notevole per una prima demo.

Segue Reazione Chimica, un pezzo che D.Orsi ha perfezionato nel corso degli anni, qui entra in gioco la voce ma sopratutto il sax di Marco Marotta, il sound complessivo risulta come una specie di inedito brit-pop-jazz.

Supertramp non ha nulla della famosa band inglese, una accozzaglia di idee appiccicate una dopo l’altra dalle quali si esce piuttosto storditi. Il momento più basso dell’EP.

Naturale Coscienza di Sè sembra una cover dei Radiohead col sax.

Si riprende con City Line – Secondo incontro, e della prima parte resta solo il sound perché le atmosfere si fanno più scure, richiamando ai momenti più felici di Moroder; un taglio a tratti epico, poi manierista ma senza masturbazione. City Line in realtà nasce come un pezzo unico, ma questa divisione ne accentua i cambi di tono e i diversi mood, in assoluto i due pezzi pregiati dell’EP.

Si conclude con una cover: Missing Pieces di Jack White. Stentano quasi tutti in realtà, ma le sferzate garage della chitarra di Giuseppe Taormina valgono il prezzo dell’EP (e ricordano i wall of sound dei Thee American Revolution).

Cosa ci rimane alla fine dell’ascolto?
Buona musica (City Line), buone idee (Reazione Chimica), un po’ di confusione dovuta all’inesperienza (Supertramp) ma manca l’anima, la forza sciamanica che ti fa alzare dalla sedia completamente posseduto dal demone del rock, che ti fa spaccare sedie e desiderare che ci sia ancora altra birra in frigo.

È anche vero che con queste basi si mescolasse anche un po’ di sano rock allora… beh, allora sarebbero cazzi.

  • Pro: per essere una band nata da così poco hanno già un bel affiatamento.
  • Contro: ma che genere è? Non saprei proprio a chi consigliarlo!
  • Pezzo consigliato: le due City Line sono un lusso per questo EP, che senza sarebbe stato anche da 3,5/10.
  • Voto: 5,5/10

Ultime considerazioni:
mi sembra dovuto, almeno per onestà intellettuale, farvi partecipi della mia microscopica partecipazione alla realizzazione di questo EP, avendone curato una sorta di “post-produzione” (per la quale, difatti, compaio nei ringraziamenti). Ovviamente ciò non ha in alcun modo interferito con la recensione, tanto che a Davide ne ho mandata una diversa, mentre qui ne pubblico un’altra. Che fottuto bastardo, eh?