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Edoardo Bennato – I buoni e i cattivi

Retro della copertina di “I buoni e i cattivi”
Etichetta: Ricordi
Paese: Italia
Pubblicazione: 1974

Edoardo Bennato è stato, per una breve ma intensa stagione che va dal 1968 al 1977, una delle voci più autentiche e peculiari del rock italiano. Ha cominciato da bambino con suoi due fratelli nel Trio Bennato, per poi riallacciarsi alla musica nei suoi primi anni universitari in quel di Roma. Carismatico rielaboratore di grammatiche stantie, Bennato ha fin da subito presentato una precisa e sincera attitudine per la musica rock quanto per musica popolare italiana, mettendo in mostra le ipocrisie del sistema musicale nostrano per poi, nella sua lunga carriera, finirne divorato con tutte le scarpe. 

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Magnetic Fields – Quickies

Etichetta: Nonesuch
Paese: USA
Pubblicazione: 2020

Quando  un artista arriva al dodicesimo album e questo è pure palesemente un passatempo, il rischio che sia una schifezza così raccapricciante da rivalutare persino “How to Dismantle an Atomic Bomb” è del 99%. Ma per Stephin Merritt e i suoi Magnetic Fields le cose sono andate piuttosto bene, e “Quickies” è un disco che merita di essere ascoltato, apprezzato e (perché no?) amato dissolutamente. 

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Neil Young – “Live At Massey Hall 1971”

Etichetta: Reprise Records
Paese: USA
Pubblicazione: 2007

Non so perché, ma Neil Young è una testa di cazzo naturale. È l’amico che ne sa sempre più di te, che ti deride l’impianto stereo non-valvolare e che sa sempre qual’è la giusta posizione in camera tua dove ascoltare “Larks’ Tongues in Aspic” – probabilmente sarebbe capace di farlo anche con Robert Fripp in persona. Va comunque detto, a onor del vero, che l’ossessione di Young per la qualità del suono e dell’esecuzione lo ha portato a regalarci alcune delle live più epiche della storia del rock, roba da far accapponare la pelle anche al cinquantesimo ascolto. Oggi però non vi scriverò di una di queste, bensì di qualcosa che ha aspettato ben 36 per uscire nei negozi, rinfiammando il fandom youngiano come nessun album dopo “Harvest Moon” sarebbe riuscito a fare. “Live At Massey Hall 1971” fotografa Neil Young poco prima della sua esplosione commerciale, di fronte ad un pubblico caldissimo che lo ama e lo inneggia ininterrottamente. È da solo, senza band, seduto su una sedia che si prende tutto il tempo del mondo per accordare la chitarra, o che strimpella il piano per trovare le note giuste prima di cominciare il pezzo. È un chiacchierone, delle volte rimprovera (figurati), della altre si lascia andare a ricordi recenti, scherza. L’aria è quella delle grandi occasioni, il musicista da Nashville però non è permeabile alle richieste del pubblico, più che i classici propone canzoni nuove perché «non riesce a pensare ad altro», sono canzoni spoglie e ruvide in un modo che non sembra nemmeno davvero lui.

Young si concede il lusso di arrivare non preparato, con qualche canzone ancora da ricamare. Proprio lui, quello tutto fissato con la precisione e la qualità, che abbassava o tagliava del tutto le voci del pubblico in post-produzione per lasciare la purezza dell’interpretazione intatta, testardo fino all’inverosimile, ma in questa specifica occasione magnificamente impreciso, nervoso, emozionato. Certo, ormai ci siamo abituati a questo tipo di uscite, il celebre “Unplugged” dei Nirvana ad MTV trovava le sue vette nelle reinterpretazioni emotive di Cobain di Meat Puppets e di Leadbelly, o il bellissimo “Skonnessi” degli Skiantos, dove la poesia demenziale di Freak Antoni suonava molto meno ironica e significativamente più malinconica. Ma “Live At Massey Hall” è diverso perché non è Neil Young che interpreta acusticamente Neil Young, è Neil Young che mette in scena l’origine delle sue canzoni, l’intuizione melodica soggiacente ad ogni cosa.

La banalità delle prime note di Journey Through the Past si eleva appena la voce ci cade sopra, come se la stesse improvvisando per la prima volta, con quella freschezza che scompare quando ci ripensi l’istante dopo averla suonata. Così anche in See the Sky About to Rain è come percepire l’aria fredda che annuncia la fine dell’estate, mentre in Cowgirl In the Sand albeggia il calore della primavera, è l’esperienza più empirica che un’artista possa provocare per esprimere la caducità dell’ispirazione. Non è un album che ha segnato un’epoca, come potrebbe poi, è uscito talmente in ritardo da sembrare più un reperto archeologico, quando ancora il folk aveva ricordi vividi dei suoi maestri, in compenso è la cristallizzazione di un passaggio storico traumatico per il rock, al massimo della sua popolarità e in piena frammentazione tra sottogeneri, ed è – chiaramente – un momento chiave per Neil Young, popolarissimo cantante canadese, ormai ad un passo dal diventare un’icona, con quello che ne consegue. Tutte queste tensioni sembrano incontrarsi per un attimo a Massey Hall, tra un sorso di birra e una chiacchierata tra amici, prima che le note di On The Way Home spazzino via tutto il quotidiano e fissino quel momento per sempre.  

Dopo aver ascoltato questo album ammetto che mi ci vuole un po’ per riprendere in mano “Harvest”, “Zuma”, ma anche “Rust Never Sleeps” che sebbene sia un’altra live, soffre di quell’epica forzata e retorica del rock ormai alla fine degli anni ’70. In questo disco c’è tutta la grandezza di un artista immenso, che con una voce e una chitarra può far ballare centinaia di persone mentre fuori ulula scuro il vento, oppure può farle piangere al chiuso delle loro case, a cinquant’anni di distanza, e senza nemmeno capire bene il perché.

The Builders And The Butchers – S/T

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Etichetta: Bladen Country Records
Paese: North Carolina, USA
Pubblicazione: 2007

Sono pochi gli album che sebbene delle prime tre tracce me ne piaccia solo una, finiscono comunque a girare sul piatto tante di quelle volte che rischiano di prendere fuoco. Nell’era di internet ci capita di avere a che fare tutti i giorni con terabyte di musica fluida che sgorga fuori da YouTube, Spotify, Deezer o qualunque altra stronzata, e così eccoci a skippare via interi album perché la prima canzone ci sembra una cagata micidiale.

Per evitare questo brutto modo di fare, e consapevole che spesso ci vuole più di un ascolto per apprezzare certe cose, quando decido di mettere sù un album che non conosco, magari di sottofondo perché sto facendo altre cose, lo metto tutto e ‘fanculo.

Quando, ormai più di un anno fa abbondante, partirono le prime percussioni di The Night, Part 1, credevo di aver beccato un nuovo album di Charlotte Gainsbourg con Beck, e per questo mi girarono subito i coglioni. Il nome dell’album era quello della band: The Builders And The Butchers. Sentivo puzza di hypsterata, e l’indice pulsava dalla voglia di cliccare su “avanti” o ancora meglio “chiudi ‘sta merda please”. Però dato che quando mi do delle regole divento più inflessibile di un tedesco paralitico (questa era brutta, però la lascio lo stesso), non clicco un bel niente.

Il pezzo nemmeno finisce davvero che comincia subito l’altro, con un bel riffone acustico southern gothic da paura. Ellamadonna, penso, senti là che stacco! E come si è ringaluzzito anche il cantante! Il testo credo parli di mafia irlandese, o forse non ci sto capendo niente, però è qualcosa di nero come la pece, scuro come il fondo di un pozzo, denso come il catrame. È come se un villaggio di coloni americani si fosse svegliato in mezzo alla notte, e ballasse attorno ad un fuoco altissimo, e sebbene il suo infernale zampillare era come se ci fosse più ombra e notte attorno a quelle persone di quanta ne avessi mai vista in vita mia.

E poi la terza canzone, quella che di solito ti convince a sganciare il denaro e sbatterlo sul bancone come se volessi chiedere una pinta al saloon, mi fa cagare di nuovo. Semplicemente non ha il nerbo della precedente (che noto chiamarsi Red Hand). E durava pure sei minuti e ghianda. Sarà stato un caso, mi dico, la classica canzone azzeccata nel bel mezzo della merda. Il fiore che sboccia nella merda. Quella cosa che sembra merda ma non lo è, però c’è comunque un sacco di merda tutt’attorno. Comunque sia mi decido a chiudere il PC e levarmi di culo, probabilmente a leggere qualcosa per farmi passare l’amaro.

Dopo esattamente due righe di qualsiasi cosa avessi sotto mano, e che fa l’altro non ricordo per niente, riaccendo l’ambaradan, vado sulla cronologia e rimetto d’accapo. The Night, Part 1: meh. Red Hand: bella cazzo, che tiro. Spanish Death: madonna non finisce più ‘sto strazio. Parte Black Dressese da lì è solo amore.

La band di Ryan Sollee incasella una serie di canzoni che sono pietre miliari del folk gotico americano, costruendo un album capolavoro anche perché imperfetto, claudicante, sporco, sincero. L’amarezza sconfortante delle liriche incontrano il ritmo apocalittico della musica, i Builders And The Butchers suonano come se si trovassero di fronte al Giorno del Giudizio, consci di una ineluttabilità oscura, eppure nella loro razionale malinconia c’è un attaccamento alla vita viscerale.

Proprio come nel celebre dipinto icona di Grant Wood, i Builders rappresentano l’America così com’è, in un modo talmente veritiero da sembrare per forza una parodia, anche se di un umorismo nero e macabro. Persino nel lenitivo canto di The Gallows alla fine sembra che ci sia qualcuno che stia per scoppiare a pingere, in un patetismo solare tipico americano.

Ormai è più di un anno che ‘sto in fissa con questi tizi, spesso comparati dalla critica rock ai primi Portugal. The Man (ma i Portugal sono molto più pop e catchy). I costruttori e i macellai sono una delle band più cazzute del folk ‘mericano, peccato che dopo il primo spettacolare album non sono più riusciti a ripetersi a questi livelli. È vero che gente che ne sa molto più di me considera “Salvation Is A Deep Dark Well”, il loro secondo album del 2009, l’apice della ricerca estetica del gruppo di Portland, nell’Oregon. Secondo me invece Salvation è nettamente inferiore all’esordio, sopratutto per la produzione eccessivamente laccata, e poi perché nel cercare più equilibrio tra composizione ed esecuzione la musica di  Ryan Sollee perde tutta la sua immediatezza, e quindi tutta la sua bellezza.

Sinceramente questo album lo stavo per cassare senza troppe remore, a causa di una abitudine che fa parte di quella corsa infernale che sta diventando il quotidiano. Parafrasando Alfredo Marasti nella prima puntata di Hot Conversation, bisogna riscoprire il gusto dell’approfondimento, della pazienza, sopratutto poi quando ci si trova di fronte a linguaggi e grammatiche diverse dalle nostre, che hanno bisogno di tempo per essere consapevolmente assimilate.

L’apice nel loro esordio arriva con la corale Bringing Home The Rain, agrodolce canto collettivo che si trascina come uno che è appena scappato dalla terra sotto la quale era stato sotterrato, per reclamare il suo diritto a sottrarre altra aria a questo mondo.
Dalla favola gotica di Black Dresses fino alle profondità di una cava di carbone (The Coal Mine Fall), la notte che avvolge tutto l’album non è quella timidamente illuminata dalle stelle, ma quella che coltiviamo dentro di noi.

Podcast – Maniaxxx, Control Freaks, Doug Tuttle, Greg Ashley, Justin Peter Kinkel-Schuster

Pubblico con ingiustificabile ritardo la quattordicesima puntata di Ubu Dance Party su alcune novità (reali o percepite tali) recuperate con i ramini nel portafoglio.

Non solo garage giovanotti, ma per le cose più astruse dovrete aspettare la prossima stagione del podcast (cioè questo Settembre), per ora fottetevi le orecchie con questa nuova puntata che comincia pian piano ma che nel finale vi deflorerà definitivamente.

 

Podcast – Captain Beefheart ’72-’74

Sulle frequenze lisergiche di Radio Valdarno eccovi su Mixcloud il vostro podcast preferito, Ubu Dance Party! In questo delirante episodio ci concentreremo sull’analizzare il periodo più controverso della discografia beefheartiana, ovvero il biennio ’72-’74, quello di “The Spotlight Kid”, “Clear Spot”, “Unconditionally Guaranteed” e “Bluejeans & Moonbeams”, il tutto condito da zoofilia, analisi musicologiche, aneddoti, cazzate e digressioni sull’olocausto.

Benvenuti su Ubu Dance Party.

«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Centauri / Dead Horses split

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Etichetta: Lepers Production
Paese: Italia
Pubblicazione: 1 Novembre 2016

La malinconia celata in un feedback può essere difficile da cogliere, un rumore in fondo è solo un rumore, eppure da John Cage a Iannis Xenakis ne abbiamo di esempi di come il rumore possa diventare vettore di sensazioni, riflessioni, e perché no: emozioni.

Nella storia del rock ne abbiamo ascoltati di rumori assordanti eppure significativi, dai Velvet Underground ai Sonic Youth, non mi sento affatto fuori luogo ad inserire in questa esclusiva famiglia il denso discorso sonoro dei Centauri. Questa band prodotta da una delle migliori etichette italiane del momento, la barese Lepers Production, riesuma la semplicità melodica di certo alternative degli anni ’90 e la immerge in stratificazioni rumorose incredibilmente espressive.

Il loro esordio discografico credo sia del 2014, con “Centauri” (of course), una deliziosa vertigine di noise e Faust, ma non i Faust degli inizi ma quelli laconici di “The Faust Tapes”. Il martellio del piano che si perde in uno spazio siderale saturo di frequenze di Alfa Centauri A, spiega meglio di quanto io possa fare l’eleganza dietro questo album (il suo continuo, Alpha Centauri B invece rigurgita del rock un po’ come i Pussy Galore nel bel mezzo del delirio sparavano un blues infernale).

Personalmente provo quasi una venerazione per questo lavoro, sopratutto quando mi ritrovo a leggere riviste come Rumore dove si parla di espressività in merito all’ultimo lavoro di Lady Gaga, laddove quell’espressività anche se ci fosse è stata talmente sviscerata da avere poco da aggiungere, i Centauri invece sono una di quelle band che si muovono tra i confini dei generi, non cercando di scavalcarli ma piuttosto spingendoli un po’ più in là. La tensione fantascientifica della band, più Tangerine Dream che Sun Ra, si sposa con un folk trasognato, e non senza un certa meraviglia ci ritroviamo a navigare nel nostro universo interiore.

Lo split uscito questo primo Novembre con i Dead Horses è un evento per chiunque abbia a cuore l’underground italiano. I Dead Horses, trio acustico dalla febbrile Ferrara, altro non sono che una declinazione dei For Food di cui abbiamo già parlato in una entusiastica recensione che vi linko qua.

Quindi che cosa succede in “Centauri – Dead Horses”?

I Centauri si presentano con tre tracce, proseguendo il discorso del loro “The Centauri Tapes” (eh), sposando una vena piuttosto malinconica e incredibilmente efficace, che esplode in tutta la sua meravigliosa fragilità nei 5 minuti di Unza.

I Dead Horses tornano dopo il loro folgorante debutto per la Bubca Records di Tab_Ularasa, e presentano quattro pezzi ormai rodati. Anche se li accumuna una certa urgenza espressiva non sono da confondersi coi siciliani Pan Del Diavolo, nei Dead Horses è tutto “in potenza”, quasi mai la tensione deflagra in un coito rockeggiante. Il rumore c’è anche qui, se The Cross sembra uscita da una casa di produzione indie, Before you judge me suona come se fosse stata partorita tra il sangue e le urla di un garage di periferia.

La musica dei Dead Horse raggiunge vette mistiche, scompare la rabbia di certo folk italiano da classifica per far posto ad un lento rituale misterico.

Due anni fa Mirrorism e For Food hanno segnato rispettivamente delle vette da raggiungere nel panorama nostrano, l’anno scorso gli Hallelujah!, evoluzione dei Vairus, hanno esordito con uno dei più potenti 12” che abbia mai sentito, e quest’anno Centauri e Dead Horses spostano ancora più in là il confine.
E meno male che la musica in Italia fa cagare.

Magic Shoppe – Triangulum Australe EP

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Ieri abbiamo parlato del Boston Fuzzstival, un evento che riunisce i più talentuosi complessi new garage, psych e derivati vari del Massachusetts e dintorni. Alla fine dei conti la line-up non è che sia un granché, tante belle speranze, ma sopratutto tanto conformismo, un evento assai tragico in un genere come il garage, oggi appiattito dalla moda esplosa in California.

La colpa, probabilmente, sta nell’aver ridotto la furia iconoclasta del garage rock (penso ai Monks, ai Troggs, agli Stooges) al semplice DIY (Do It Yourself), che aveva ancora un senso nell’hardcore punk, un senso perlopiù politico o comunque di antagonismo, ma oggi nell’era di internet, di Soundcloud e Bandcamp, significa che chiunque prenda una chitarra in mano e suoni “alla Sonics” faccia del sacro e intoccabile garage rock.

Ogni tanto ci siamo trovati di fronte a band che, sebbene apprezzino il movimento in sé, cercano di esporre una offerta musicale non proprio piatta come come l’encefalogramma di Gasparri. Ho recensito Ausmuteants (adorati dai garagisti italiani, giustamente), Nun, Dreamsalon, Molochs, Running, i Thee Oh Sees prima che a Dwyer gli fondesse il cervello, robe così insomma.

Quello che voglio dire, prima che vi posti la foto di io che mi masturbo rileggendomi («mmm, oooh come sono bravo, mmm»), è che i Magic Shoppe da Boston, Massachusetts, potrebbero rientrare tra quei gruppi che non si limitano a scopiazzare Moby Grape e compagnia cantante.

Al primo ascolto di ”Triangulum Astrale” li ho scambiati per i Brian Jonestown Massacre, e mi è sembrato un punto a favore mica male. Pensai: nel girone infernale della neo-folk-psychedelic ho forse pescato qualcosa di davvero interessante?

Magic Shoppe è un progetto di Josiah Webb, già collaboratore dei Ghost Box Orchestra (altra famosa realtà bostoniana) e batterista nei Difference Engine (band shoegaze degli anni ’90), che consta di ben quattro chitarristi, più un basso e batteria, senza contare almeno una quindicina di collaboratori esterni.

Da questo numeroso brain-storming uscì nel 2010 il loro primo EP, “Reverb”: un nome, una religione. Cugini moderni dei leggendari Spacemen 3, ma senza scadere nel revival copia-incolla, questi sei ometti si produssero in quattro tracce una più tosta dell’altro. Sì, ok, i riverberi, sì ok, l’eterno wannabe Velvet Underground, ma pezzi come Dead Poplar mica crescono nel giardino sotto casa tua. L’EP sembra nostalgico, ma non lo è nella sostanza, e sopratutto si rifà alla seconda età psichedelica senza scimmiottarla.

Nel 2011 con i quattro pezzi di “Reverb” più altri quattro completano il loro primo album: “Reverberation”, piuttosto osannato dalla critica underground che lo ha ascoltato (quindi due o tre blog), ma per me uno strano intruglio di cose che non mi sarei mai aspettato dopo il primo EP, e che mi lasciano talvolta più perplesso che convinto.

Time To Go sembra una canzone uscita fuori da un bootleg di Peter Gabriel, Transparency è un mix di shoegaze e soft rock non proprio riuscito, Haunted Hollywood è brutta anche senza i miei commenti, alla fine della giostra Burn Right Through è l’unica novità degna di nota. L’album però riscontra un certo interesse, anche perché, ed è vero, non è la solita sbobba.

Sembra che si sia persa la verve iniziale, e poi nel 2014 arriva questo EP che tutto potrebbe sembrare tranne che un album dei Magic Shoppe.

Sì, l’eco dei riverberi è rimasto (come anche quell’intro che apriva ogni pezzo di “Reverberation”, qua presente solo nella prima traccia), ma il suono è più caldo e acustico. Sembra quasi che i Brian Jonestown Massacre siano passati per fare quattro chiacchiere, e tra una lager e una canna ne sia venuto fuori questo EP.

Struttura dronica, grande cura del suono (con tutti i limiti di una produzione da due lire), ottima intesa tra i musicisti e sopratutto qualcosa da dire. Trip Inside This House e Midnight In The Garden potrebbero benissimo essere uscite nel 1995, magari nel secondo album dei soliti Brian Jonestown Massacre, ma al contrario del piglio elettrico e anarchico di “Methodrone”, qua si respira un’aria più riflessiva, e probabilmente Webb tira anche troppo sul freno a mano.

Non è un caso se il pezzo più intrigante di questo lavoro sia Shangri-La In Reverse, davvero una perla rara: sitar, le registrazioni delle chitarre mandate al contrario, campane tibetane, eppure con una personalità LORO, senza dover per forza sembrare dei cazzo di figli dei fiori come i Lejonsläktet!

Con più coraggio questa potrebbe essere una grande band, retaggio shoegaze, animo alternative anni ’90, buona conoscenza della psichedelia anni ’80, e una solida àncora che li lascia ormeggiati al nostro tempo.

Stiamo parlando solo di impressioni, di idee buttate lì, ma se qualcuno con un po’ più di coraggio è in ascolto forse potrebbe cavarci fuori qualcosa di interessante. E scusate se è poco!

All The Way è il pezzo che apre il loro primo EP, gustatevelo in live:

L’eterna adolescenza dei Violent Femmes

Articolo di: bfmealli

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Il tempo è il critico più spietato: smonta, ridimensiona o sminuisce del tutto determinati artisti che, ai loro tempi, erano considerati dei grandi. La difficoltà maggiore, in un’opera d’arte non è tanto piacere ai propri contemporanei ma non sopperire alla spietata onta del tempo. D’altra parte ci sono dei monoliti così ben piantati al suolo da non smuoversi minimamente con l’incedere degli anni e, quando penso quali opere possono fregiarsi di tale capacità, sicuramente non posso non citare i Violent Femmes.

I Violent Femmes hanno commesso lo stesso magnifico errore di Orson Welles: hanno toccato il loro massimo vertice al primo colpo. Anche se il resto delle loro produzioni possiamo considerarlo buono il paragonare non regge tra il primo capolavoro con le seguenti opere.

Ciò che mi ha incuriosito, riguardo al disco del trio di Chicago è come è possibile che il loro garage acustico possa essere ancora fresco, come riesca ancora a parlare a tantissime persone nonostante le rivoluzioni musicali che ci sono state dal 1981, data del loro primo disco, fino ad oggi. Ciò che mi ha portato a trarre delle conclusioni sono due ragioni: 1) La genuina sincerità musicale, priva di fronzoli, di stereotipi, di virtuosismi inutili e 2) la capacità di riuscire a comunicare un disagio, uno stato, che è l’adolescenza.

Per capire meglio l’importanza dei Violent Femmes è giusto leggerne i testi. Le parole dipingono uno stato adolescenziale che tutt’oggi resta vivo. Il disco parla di giovani, ai giovani, senza volere essere giovani (cosa davvero difficile se si considera la monoliticità dell’impresa).

Ovviamente la meraviglia delle loro liriche si rafforza se pensiamo che questo disco parla di una generazione che viveva ancora nella guerra fredda, dove i cellulari ed internet non esistevano, dove la società non si era così tanto deformata dai meme e dai social network. Eppure i deliri da marijuana di Blister In The Sun sono gli stessi che potrebbe avere un ragazzo del 2015; le pene amorose di Confessions non sono poi così distanti da quelle che un adolescente oggi potrebbe provare; lo stesso vale per quel sentimento di spleen che ben descrive un disagio dovuto all’età, al luogo natio ed alla noia come viene cantato in To The Kill.

I Violent Femmes parlano e parleranno ad ogni generazione un linguaggio universale fatto di strumenti acustici, gioie, pene, sconfitte, vittorie, amori, tradimenti e frustrazioni che ogni adolescente vivrà fin tanto che il mondo non conoscerà il Fallout.

Se vuoi leggere altri deliri del buon vecchio bfmealli non hai che da cliccare qui: L’algebra del bisogno.

The Pesos, The Tubs, Frankie Cosmos, 30th Floor Records

Avete presente quei blog o quei recensori che cominciano una recensione descrivendo le loro azioni della giornata, come se a qualcuno potessero interessare? Beh, non è mica un caso se poi recensiscono lodandoli i vari Franz Ferdinand e Strokes di ‘sto cazzo.

Io invece sono duro e puro, così puro che non c’ho mai voglia di scrivere un bel niente. Però dai, oggi ci provo.

Finalmente faccio quattro recensioni in una non perché non abbia tempo per scriverne quattro separate, ma perché dei seguenti album c’è poco da dire, nel bene e nel male.

Quindi bando alle ciance, eccovi un po’ di succose novità dal mondo rock.


pesossssThe Pesos – Carpet Dope (2014)

Poco più di un album revival, tra il primordiale rock anni ’50 e il primissimo surf rock a tinte garage, ma questi Pesos hanno uno stile riconoscibile, al contrario dei vari Frowning Clouds e company che continuano a scopiazzare da Pebbles, senza che nessuno li redarguisca a dovere (tranne il sottoscritto).

Da “Carpet Dope” non vi dovete aspettare chissà che, se non un album piacevole e dalle gustose idee melodiche. Difficile rimanere impassibili di fronte al country scatenato di Cuntrysong, al surf di Heartbeat e di Hey Hey, devi avere proprio un cuore di pietra o essere un fan degli Interpol.

Molto divertente e chicca di questo esordio discografico Ghost (after life after party), che mostra la cifra stilistica dei Pesos, quest’aria gotico-adolescenziale ben lontana dalle riflessioni psichedeliche degli altri complessi californiani.

Questo gusto decadente si evince in particolare dalle ballate (per esempio BABY), le quali sono ad un passo dallo psychobilly, ma si fermano sempre prima, evitando la caricatura ma mantenendo quest’aria di dolci anni ’50 su una spiaggia, mangiando marshmallow e strimpellando una Cumberland Gap o una Rock Island Line.

Certo che i Pesos copiano, ma con intelligenza, e senza seguire la moda di questo psych garage annacquato. Bravi.


11071031_809596815795340_983619904241787842_nThe Tubs – Rags (2015)

Ecco, i Tubs invece sono quel revival che non ci prova nemmeno. Che poi neanche sono malaccio, hanno dalla loro una certa foga, però è garage pop come se ne sente da tanto, troppo, tempo.

La recensione di Manuel Graziani nell’ultimo Rumore si sofferma sulle capacità tecniche della band di ricreare un sound slacker pop della Madonna, ma io non ho idea di cosa sia, l’unica cosa che poso dire è che ascoltando i The Tubs mi sono ritrovato di fronte alla solita band da Burger Records, destinata a sbancare ai vari Burgerama, proponendo poche idee ma un sound molto modaiolo e che tira parecchio in questo momento.

Fra l’altro la loro etichetta originale è la Azbin, una di quelle che tengo sott’occhio per capire se ha intenzione anche lei di seguire questa esplosione garage pop o cerca di mettersi di traverso. Beh, ora ho qualche indizio in più.

Che poi se ogni dubbio non vi si è dissipato al primo ascolto, provate ad ascoltarvi più volte Lost and Found. Dai ragazzi, questo non è garage, questo è indie rock, c’è più Raconteurs in questo pezzo che in tutto “Consolers of the Lonely”. Ci stanno pure gli assoli cristo, GLI ASSOLI!

Hanno poche idee questi tre tizi da Gand e tutte già sentite.


943735_115014782035409_1339358064_nFrankie Cosmos – Zentropy (2014)

Greta Simone Kline, conosciuta come Frankie Cosmos o come Ingrid Superstar, è una delle figure più difficili da incasellare nel folk contemporaneo.

Figlia del mitico Kevin Kline (sì sì, musicista, ma prima di tutto Otto in Un pesce di nome Wanda) e di Phoebe Cates (la protagonista dei due Gremlins) dopo anni di gavetta pubblicando su Bandcamp qualsiasi cosa le passasse per la testa, è arrivata lo scorso anno ha completare la sua prima raccolta, che per lei è come se fosse il primo vero album.

Zentropy” è stato catalogato anti-folk, folk pop, indie folk e altre cazzate. Diciamo che che fa folk, ma non alla maniera del Greenwich Village, dato che siamo nel 2000. La sua leggerezza e le sue emozioni, quasi sempre accennate e che ti fanno sentire piuttosto bene, ricordano quel filone che unisce Katie Bennett e Rachel Gordon, quella musica intimista che non scava più nelle profondità dell’animo, ma ne coglie la superficie.

Se questo è dovuto all’eccessiva svendita del nostro intimo con i social network (e, perché no, dei blog) non lo so, ma quella che una volta era una musica che sondava tramite le parole quello che agli altri non dicevi, ora tenta solamente di evocarli quei sentimenti, senza spogliarli della loro meraviglia.

Questo fa Frankie Cosmos in “Zentropy”, ma a mio avviso è ancora lontana dalle geniali rime di Katie Bennett o da una forma canzone pienamente riconoscibile.

Un album piacevole, fatto di cose impalpabili ma non per questo meno reali.


0004491504_1030th Floor Records: Various Artist – Synth Fighters (2015)

Sono tornati. Purtroppo.

Non paga del successo del precedente esperimento, l’etichetta inglese 30th Floor Records ci riprova, richiama all’ordine i suoi artisti retro-wave per un nuovo, sfolgorante progetto. Reinterpretare i temi musicali di Street Fighters II e di Super Street Fighters in chiave (sorpresa sorpresa) retro-wave.

Ad aprire questo gigantesco progetto attorno al nulla più assoluto ci sono i nostri cari Future Holotape, quelli di “Analog Renegades”. Proprio come dissi a Dicembre dell’anno scorso questa musica avrebbe fatto sfaceli in una pellicola come Kung Fury (che comunque si è avvalsa di una tamarrissima True Survivor, che grazie alla strabiliante interpretazione di David Hasselhoff ha toccato le 15 milioni di visualizzazioni di YouTube, decretando il successo di Kung Fury, per mia somma gioia) e dopo una parentesi così lunga anch’io mi sono dimenticato di che cazzo stavo scrivendo.

Ah, ok, questa retro-wave è molto funzionale a questi progetti, dove una musica del genere ha un senso di esistere, ma nel contesto di un album non sa di un signor cazzo. A meno che tu non sia un fan sfegatato di Street Fighters, s’intende,

Ancora peggio gli album delle singole band che hanno partecipato a questo “Synth Fighters”, un continuo riciclo del synth pop anni ’80, un’operazione meramente estetica che cavalca un’onda nemmeno tanto alta.