Archivi tag: Fuck Buttons

Nazario Di Liberto – All Waste Town

10492150_789188124458864_3974079036402390254_n

Domani esce il nuovo album di Nazario Di Liberto, rappresentante di una scena post rock palermitana ancora sterile e legata a musica di vent’anni fa. Di Liberto non vuole innovare questa scena, piuttosto cerca di divertirsi con la sua musica.

Nel 2012 esce “Stasi”, un album etereo e compatto, l’idea di creare un’istantanea se vogliamo emotiva di un momento preciso della nostra/sua vita, ma fortemente difettato da una ricerca musicale praticamente avulsa dalla scena elettronica contemporanea. La musica rimane in superficie come un sottile velo estetico che nasconde una certa povertà espressiva.

Eppure le idee non mancano, come anche la capacità tecnica, e Di Libero ci riprova quest’anno con “All Waste Town”.

Un album che, sebbene sia unitario dal punto di vista del sound, è impregnato di diverse accezioni (post rock, industrial, dream pop, trip hop) e solo in una di queste trova una dimensione che superi il semplice esercizio di maniera.

La frustrazione di Di Liberto nei confronti di questa waste town alla fine non viene quasi mai fuori. È come se mancassero dei tasselli per completare un mosaico ben congegnato.

Ad aprire le danze ci sono Proto_Tipo//3 e Proto_tipo//4, un bel passo avanti nella composizione in confronto a “Stasi”, ma almeno due indietro in confronto alla scena internazionale in cui cerca di evolversi questo nuovo album. In una recensione di Andrea Terenzi di Rockit, piuttosto entusiasta, immagina “All Waste Town” in linea con la “electro/avangarde” in voga nei club berlinesi. Il che, in tutta sincerità, non è affatto un complimento.

Se c’è una elettronica che oggi si può definire di avanguardia è quella degli inglesi Boards Of Canada e dei conterranei Fuck Buttons. I secondi, prodotti da John Cummings dei Mogwai, hanno con il riuscitissimo “Slow Focus” (2013) creato un nuovo standard internazionale a cui la musica di Di Liberto si scosta pesantemente, rimanendo legata a fenomeni di troppi anni fa, ed ad una scena (quella palermitana) priva di spunti originali.

L’affresco a tratti gotico e piuttosto riuscito di Tokyo è figlio di quanto sopra scrivevo, siamo lontani dall’eterea stasi che bloccava espressivamente l’album precedente, perché Tokyo di tutto il lotto è la vera waste town. Ma è un post rock già sentito, senza sferzate sperimentali, il che da una parte è voluto (perché come avevo premesso Di Liberto non vuole rinnovare un linguaggio), ma è comunque un limite. Non manca di certo carattere però le idee sembrano troppo spesso involontariamente riciclate.

Ancora più paradossale la bellissima Useless, con la splendida voce di Sonja Burgì che ricorda il dream pop etereo di Elizabeth Fraser nei Cocteau Twins. Ed è proprio questa atmosfera trip hop a riportare l’album ad un a dimensione anacronistica, come se fosse uscito nel 1999. Useless è davvero un gran pezzo, ma se lo mettiamo in confronto alla produzione trip hop attuale (è uscito qualche giorno fa un buon “Adrain Thaws” di un Tricky secondo la critica internazionale “ritrovato”) suona quantomeno banale.

Munito anche di hidden track (con il bellissimo verso più volte ripetuto: «mortician of feeling»), “All Waste Town” è un album riuscito a metà. Se nella composizione Di Liberto ha fatto passi in avanti, e anche le idee espressive riescono comunque a venire fuori, la musica suona bene o male come un post rock già sentito e risentito, insofferente alle novità più sperimentali e interessanti degli ultimi cinque anni.

Considerando la scena italiana in evoluzione (basti considerare il catalogo della Boring Machines, che per quanto ermetico sta ricevendo il plauso anche della critica più incompetente) c’è ancora molto lavoro da fare, ma per fortuna ci sono tutte le potenzialità.

Ty Segall – Sleeper

ty-segall-2

Sono di quelli che ama il fatto che la musica sia così varia da trovar appassionati a qualunque sua declinazione.

Non mi stanno sulle palle i fan di macchiette come i Tokyo Hotel, tanto meno quelli che hanno la fissa per David Bowie, quelli che amano solo la techno, quelli che si masturbano sulla dub-step o che credono che il rock inizi e finisca con i Led Zeppelin. La musica ha il potere di unire tutti, cazzo, perché pestarci i piedi a vicenda? C’è spazio per tutti.

Però odio i detentori dell’assolutismo nel rock.
Il rock è una creatura semplice, senza pretese di alcun genere, semplice da suonare come da capire. Tutte quelle variazioni che essenzialmente vengono meno alla sua idea di autenticità, democrazia del linguaggio e forte empatia per me sono interessanti, ma non sono rock. Sono un purista di merda, pazienza, come dicevo prima: c’è spazio per tutti in questo Fango che ci ostiniamo a chiamare Terra.

Vedete, è inutile riempire le pagine di critica musicale (parlo ovviamente a quei giornali che dovrebbero trattare di rock) con le menate dei Fuck Buttons, o sul secondo album di David Lynch, o sull’ennesima prova da maestro di Roy Harper, ogni album merita almeno un 6 perché ci sono delle dannate chitarre elettriche o perché ha qualche stupida pretesa intellettuale che oggi va tanto di moda.

I The Litter non ne avevano di pretese e restano molto fighi, stesso per i Sonics, gli Stooges, insomma tutte quelle band che hanno fatto rock con l’anima e una mano sul cazzo, quel rock che ti fa sentire vivo. Chi più chi meno.

Ty Segall dopo cinquemila dischi, trenta band e otto miliardi di concerti si è capito essere un rocker che fa parte di questo bel imprinting, un sano garage con vampate di portentosi feedback come mai si erano percepiti da un dannato pezzo di plastica nero su un piatto girevole.

Se il mondo girasse per il verso giusto i suoi album sarebbero attesi da molta più gente di quella che aspetta la nuova cagata dagli spompati Franz Ferdinand, o addirittura la nuova fatica dei Travis!

Dopo un anno dove il rumore ha fatto da padrone (“Slaughterhouse”) e si è perfezionato come purezza del suono e nella composizione (“Twins”) Segall cambia tono. Succede quando ti muore un genitore, un padre, che la vita per attimo cambi di tono.

Il resto dei musicisti rock di grido si dividono tra indifferenza totale e menate intellettualoidi. Segall semplicemente cambia tono, resta il sound (anche se acustico e non elettrico), resta l’acido e il garage da borghese impigrito, ma ci fa percepire quel cambiamento così intimo senza lagnarsi per sessanta minuti su quanto la vita faccia cagare. Si chiama rock, comunque.

TySegall_AlbumArt_Sleeper

Sleeper” non vale un laccio delle mie scarpe, non è un capolavoro, probabilmente avrete seicento dischi migliori di questo in casa, ma le dieci tracce di questo album sono di un rock autentico, uno che così oggi lo fa solo lui e pochi altri prescelti.

Ovviamente siamo lontani da album come “The Sun Dogs” dei Rose Windows, forse uno dei capolavori usciti quest’anno, ma nemmeno un “Here Come The Sonics!!!” è un capolavoro, eppure è il mio album rock preferito, come la mettiamo? Fare un buon rock non significa mai fare per forza della musica di un certo livello, significa semplicemente aderire a quei principi di autenticità, democrazia del linguaggio e empatia. È così semplice che ogni anno usciranno sì e no cinque album che rispettano a pieno questi principi, ma per me sono davvero ROCK.

Anche stavolta Segall va a segno, un suono acido ci accompagna per tutto l’album, sferzate acustiche semplici ma potenti, litanie garage di pregiatissima fattura (quello che mi aspettavo da “MCII” di Cronin, che sebbene lustrato a lucido dai critici sordi fa cagare oltre ogni diritto di replica) dieci melodie perfette, un cazzo di piccolo fabbricante di pillole musicali micidiali, un tale orecchio malato è solo da acclamare onestamente.

Sì, non fa lunghe suite da dieci ore, non parla di Bush, non ha violoncelli, sitar o clavicembali, fa solo delle dannate canzoni da tre minuti ciascuna, adesso che pure in Italia ci sono band di spessore (La Piramide Di Sangue, Squadra Omega, In Zaire e via dicendo) un disco così può sembrare banale come l’ennesimo album inutile dei Gogol Bordello, ma qui c’è roba autentica, roba suonata con una passione palpabile che le band da classifica si sognano la notte.

Se il rock è la vostra ragione di vita non potete non avere tutti gli album di questo idiota californiano. Insieme a quelli dei Thee Oh Sees, se possibile.

E sì, la recensione è corta, perché di fronte ad album così c’è solo da stapparsi una birra assieme a qualche amico, farsi due risate e chiacchierandoci sopra, niente cervello, nessuna pretesa, solo del semplice e mai innocuo rock.

  • Pro: se non lo avete capito dopo tutto quello che ho scritto…
  • Contro: preferisco il Segall che mi prende a schiaffi a suon di feedback lancinanti registrati probabilmente in cucina mentre frulla delle viti d’acciaio. Ma tanto tra due mesi questo mette su una band e lo fa davvero.
  • Pezzo consigliato: Sleeper.
  • Voto: 6,5/10