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Montauk – Montauk

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L’Italia è sempre stata un po’ il fanalino di coda del rock (assieme a molti altri paesi occidentali) qualche soddisfazione siamo riusciti a prendercela nei mitici ’70, ma poi siamo scomparsi di nuovo.

Di band da ascoltare a giro per fortuna ce ne sono, anche se raramente riescono a stare al passo delle corrispettive band americane e inglesi.

I Montauk sono un gruppo giovane che sta muovendo i suoi passi nel terreno del post-core e dell’indie, terreni abbastanza fertili in Italia di questi tempi. Diciamo che puntare su tematiche melanconiche e depressive in questi giorni è un po’ da una parte ”vincere facile” e dall’altra rispecchiare fedelmente lo stato d’animo dei giovani.

La band mi ha spedito l’album un paio di giorni fa, è arrivato stamani stupendomi alquanto. Non tanto per la prontezza delle Poste, ma per la presentazione del disco stesso.

Dentro un cartoncino, tenuto fragilmente da un’elastico, c’è il cd e una specie di “manifesto” d’intenti, più una montagna di disegni di fumettisti e illustratori in linea con il Montauk pensiero.

I disegni, rigorosamente in bianco e nero, riprendono stilemi del fumetto della grafica contemporanea, qualcosa di simile si è già visto in “Requiem” dei Verdena se non ricordo male, dietro i disegni ci sono pure delle citazioni dai testi delle canzoni.

‘Na presentazione di nulla!

Nel manifesto degli intenti la band definisce la sua musica “post-core-slo-core, indie-punk” e cantautoriale, il che secondo me sintetizza bene il disco in sé, ma è quasi più una dichiarazione di limiti che di intenti, comunque ora ne parliamo meglio.

Dice, il foglietto, che loro non sono né gli Hüsker Dü né i Fugazi, e dice giusto assai. I Montauk non hanno la velocità degli Hüsker (e quelli andavano forte per davvero), non hanno la vena politica dei Fugazi e la loro musica scarna e sanguigna, in sostanza c’entrano poco e niente con queste due leggendarie band.

La musica dei Montauk parla ai giovani, suona come uno stralcio preso da un racconto di Ammanniti, senza però la sua psichedelica progressione verso un’infausta (e inevitabile) conclusione, il discorso della band libra in aria fendendo colpi qua e là, rievocando sensazioni e angosce senza però dargli mai una direzione precisa.

Le idee alla band non mancano, come anche la capacità tecnica. Il disco è definito lo-fi, ma non è proprio un lo-fi tipo. Insomma, non suona di certo come “Slaughterhouse” di Segall o “Rubber Factory” dei Black Keys, suona più come un disco degli Zen Circus, una via di mezzo in pratica.

Comunque prima di trarre delle conclusioni andiamo all’ascolto.

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Io, il pezzo che ci introduce in questo album cortino (dai, è un EP) comincia bene. Vada per il post-core, ma diciamo un post-core piuttosto rigido. Non c’è la veemenza degli Hüsker, ma nemmeno dei And You Will Know Us By The Trail Of Dead, piuttosto si lascia spazio ad una monocromia indie come negli The Underground Youth, senza salite o discese troppo rapide.

Come Fossi Il Tuo Cane conferma quanto detto e rimanda alle sonorità dei Teatro Degli Orrori, band molto apprezzata dal pubblico italiano in questi ultimi anni. Speravo in una citazione degli Stooges in tutto e per tutto, ma già il testo “vorrei che tu mi accarezzassi come fossi il tuo cane” – che ha qualche ricordo di I Wanna Be Your Dog, suona però come una sorta di sconfitta, mentre il latrare di Iggy era intriso di un fuoco che qui manca.

Il pezzo successivo, Il Bruco, è pervaso da un nichilismo adolescenziale che fa tanto indie. Mi piace la frase “e sceglierò il silenzio” perché rappresenta bene l’angoscia tipica di questo genere, ovviamente è un ossimoro che nobilita il tentativo di dire qualcosa dei Montauk. Peccato che la struttura compositiva cominci a sembrare un po’ ripetitiva.

Song No Tomorrow butta là qualche sprazzo di new wave, c’è un po’ più di energia e c’è molto potenziale; “la rabbia è una religione” ripetono ad un certo punto, non potrei essere più d’accordo, ma aggiungo che non è ancora la vostra parrocchia, le strutture sono troppo rigide e i suoni troppo calibrati, la rabbia c’è ma non trova ancora un’espressione adeguata. Il Mondo, il pezzo dopo, non aggiunge nulla di importante.

Con Da Quando Non Siamo Più la band comincia a tirare fuori le palle, e io apprezzo molto. Il pezzo credo parli di una coppia che si è divisa, in realtà ci capisco poco grazie ad un sistema di amplificazione da rivedere (il mio), ma frasi come “resto qui a cercare un pezzetto di te nei pantaloni” sono quanto di più post-core si sia finora sentito.
Inoltre la canzone propone una struttura decisamente più elastica, passando dalla velocità alla riflessione con un certo stile, peccato che sul finale il cantante tiri fuori questo:
“la mia vita ha il senso di un sapore
è un piatto di carne a base di interiora
la violenza della cucina tradizionale
le mosche mi fanno una corona di compagnia con al loro ronzante allegria”
Eh? Boh, però il finale mi è piaciuto un casino.

In Nessuno Partirà non manca il brio, ma quattro minuti francamente mi paiono tantini per un pezzo senza troppe sorprese.

Il disco si conclude con Piove, la traccia si distacca dalle altre per la presenza di una lunga introduzione fatta di impressioni sonore piuttosto semplici, c’è molta melanconia che sfocia in una sensazione di solitudine forzata mischiata a misantropia, che fa (ancora una volta) tanto indie.

Che dire?
La band ha idee, ha capacità, ha anche un sound abbastanza personale, che manca? Manca innanzi tutto il carisma di band come Il Teatro Degli Orrori o degli Zen Circus, e per paragonarli ad altre band ancora ai margini manca per esempio un po’ di coraggio alla Gli Ebrei.

Comunque ci sono le basi per qualcosa di potenzialmente interessante.

  • Pro: bel sound, un disco suonato bene e che non ha bisogno di virtuosismi per piacere.
  • Contro: sa di poco, dopo le prime due tracce il resto appare scontato.
  • Pezzo Consigliato: Da Quando Non Siamo Più ha anche una spinta in più.
  • Voto: 5,5/10

Gogol Bordello – Gypsy Punks: Underdog World Strike

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Su questo disco dei Gogol Bordello si è detto di tutto, in primis perché ebbe un enorme successo, poi perché inusuale, e infine perché non si sapeva assolutamente cosa dire.

Si sa, quando un critico – di qualunque cosa – è un vero professionista, tende a dire solo le cose essenziali, quelle che servono al lettore per definire correttamente il giudizio che quel  dato critico si è fatto dell’oggetto criticato. Questo genere di critica non esiste, quasi mai. Tanto meno qua in questo blog, dove il linguaggio raramente è tecnico o conforme alle recensioni musicali, e tutto viene filtrato dal gusto soggettivo del blogger. Il problema è che io lo scrivo questo, mentre la gran parte dei “critici” sul web si ergono a maestri onniscienti e super-oggettivi della musica tutta. Che pena.

Comunque, dato che pochi sapevano spiegarsi razionalmente il fenomeno dei Gogol Bordello e il loro successo nel 2005, si spesero tante (troppe) parole. E pensare che avevano già due dischi e una collaborazione alle spalle con Tamir Muskat, il musicista che ha fatto fare molto probabilmente il salto di qualità alla band di Eugene Hütz.

Comunque più o meno nel 1993 (tanto tempo fa) nasceva una delle tantissime band di folk-punk della scena est europea. L’influenza musicale più prominente è certamente quella rumena/ucraina, ma senza disdegnare quello che i russi avevano ormai irrimediabilmente insegnato in quegli anni. La mente creativa della band è Eugene Hütz, secondo Wikipedia addirittura figlio d’arte (suo padre era chitarrista nei Meridian, chi siano sinceramente non ne ho idea), immigrato non per scelta di vita ma per necessità ha visitato molti paesi assimilando qua e là molte delle sfumature poi caratterizzanti il sound della band.

L’Ucraina lascerà certamente un forte influenza nei testi del musicista, legato alle sue tradizioni e ai temi che sconvolsero l’est nei ’90 e poi nei 2000 con la rivoluzione arancione, ma musicalmente sinceramente c’è una riflessione certamente più americana. Il punk dei Gogol Bordello è ben lontano dai miti del punk come gli Stooges di Iggy Pop, è invece molto più vicino ideologicamente ai Fugazi. Di gypsy puro ne resterà sempre di meno più il tempo passerà.

I primi dischi sono grandiosi per forza, per energia, per colore, ma peccano in produzione e filologicità. Certamente un punto fermo per i Gogol Bordello è il “casino controllato”, ma l’amalgama dei suoi provenienti da “Voi-La Intruder” (1999) e da “Multi Kontra Culti Vs Irony” (2002) non è esattamente il massimo, c’è molta confusione mista a grandissime idee. Anche pezzi di un certo livello come Occurrence On The Border (Hopping On A Pogo-Gypsy Stick) risultano alla lunga stucchevoli e ripieni di suoni che c’entrano poco, per molti sono una tinta di world music, per me sono solo riempitivi di cattivo gusto.

Bisogna dire che all’epoca l’etichetta che li produceva era la Rubric records, una casa di produzione americana che produce roba allucinante, band che rientrano in categorie molto larghe (alternative/neo-psychedelia/indie rock!) che vogliono dire tutto, ma che urlano “non so neanche io che cazzo sto suonando”. Il che sinceramente un po’ rispecchia i primi lavori dei Gogol Bordello.

La SideOneDummy Records, si rese conto nel 2005 che con i Gogol Bordello poteva farci un affare mica da poco. Per quanto sia apprezzata in patria la SideOneDummy (e per quanto la produzione di questo album sia sotto il nome di niente poco di meno che Steve Albini) di certo non si può dire che sforni talenti a sfare, ma sicuramente mise ordine al sound dei Gogol Bordello, il che però pose definitivamente fine alle sperimentazioni partite con la collaborazione nel 2004 con il sopra citato Tamir Muskat. Il disco in questione è “Gogol Bordello Vs Tamir Muskat“, il capolavoro compositivo della band, che riuscì a interpretare i suoni folkeggianti dell’est in una dimensione elettronica tutto tranne che scontata, data la profonda tamaraggine che spesso pervade l’elettronica dall’est.

Come detto alla SideOneDummy dell’aspetto culturale gliene fregava una cippa (se non in termini di “esoticità”), mentre la questione sociale che proponevano Hütz e compagni era molto più sentita che nelle altre pietose band che si ritrovavano tra le mani. Forzando le caratteristiche ska e punk della band, e facendo sì che la dimensione territoriale della band diventasse quasi una simpatica macchietta, crearono un fenomeno di risonanza mondiale.

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Si salva decisamente la dimensione ideologica del gruppo, che proprio nel disco che li vedrà assicurarsi un roseo futuro, esploderà in tutta la sua nichilista e festaiola potenza: “Gypsy Punks: Underdog World Strike (2005).

Il disco si apre con Sally, un pezzo che a parte essere piuttosto auto celebrativo non si capisce cosa dovrebbe trasmettere. Le tematiche sono lontane dall’est e toccano il punk più prevedibile dei depressi fine ’90 americani. Hütz scimmiotta un accento da immigrato, risulta difficile però capire quanto questo sia naturale o forzato.

I Would Never Wanna Be Young Again è la seconda delusione, un punk-rock con fughe di violini e urla a tutto spiano, un pezzo efficace dal vivo e alle feste mentre si ci regge a malapena le mutande, ma in sé non ha molto da dire.

Già con Not A Crime c’è un netto miglioramento, il ritmo esotico misto a un punk più puro e meno standardizzato riportano i Gogol Bordello nella loro dimensione originaria con una nota psichedelica (l’assolo di fisarmonica che conclude con una serie di suoni elettronici).

Immigrant Punk è un tributo al punk londinese, un format perfetto per la radio, il tema è finalmente legato alla loro dimensione est europea, e il punk ne risulta l’unico mezzo di denuncia sociale possibile: There is a little punk mafia/ Everywhere you go/ She is good to me an I am good to her.

60 Revolutions è un’esplosione gioiosa, una canzone che esprime perfettamente la forza live della band, un pezzo ottimo perché incastra caratteristiche più commerciali ad un gypsy punk di ottima fattura.

Avenue B ha una melodia decisamente mediterranea, un pezzo genuino di grand’impatto, anche a livello compositivo una delle vette del disco.

Dogs Were Barking è un pezzo decisamente auto celebrativo, costruito scientificamente, tutti i cliché prevedibili tutti assieme.

Per me Oh No è una sorpresa, il suo ardore tutto spagnoleggiante, un flamenco-punk che propone qualcosa di diverso dal resto dell’album. Riascoltare “Gypsy Punks: Underdog World Strike” dopo almeno due anni mi ha fatto rivalutare questa traccia in particolare.

Start Wearing Purple è stato il loro primo singolo, ed è certamente uno dei momenti più divertenti del disco, una sorta di grande marcia (come mostrava il video) di pura felicità, sembra di esser stati appena catapultati in mezzo ad una festa!

Think Locally Fuck Globally ci riporta a quella dimensione di “se compro un disco di una band punk di stampo gitano mi aspetto abbiano queste idee politiche”, il che è anche giusto, ma musicalmente si poteva fare qualcosa per non farla sembrare la solita prevedibilissima ballata del cazzeggio.

Underdog World Strike si torna alla dimensione del prevedibile, anche se in chiave pseudo-epica.

Illumination nella sua disarmante semplicità credo dimostri le grandi doti di istrione di Hütz  e anche una chiave di lettura mai degnamente sviluppata nella carriera dei Gogol Bordello fino ad oggi. Il testo inoltre è perfettamente riflesso nella voce e nella melodia del pezzo, una perla di saggezza.

Santa Marinella resta nella memoria solo per la sua lunga sequela di imprecazioni e bestemmie in italiano. Il che, a mio modesto parere, è un po’ poco per una canzone.

Il disco si avvia alla fine, il penultimo pezzo è Undestructable, il testo mi piace molto, la musica… posso dire che mi sembra ridicola nella sua semplicità? Insomma, la mia è solo un opinione, però credo di aver sentito roba molto più impegnata al ristorante argentino in centro.

Mishto! conclude l’album, ed è una vera goduria per chi ama questo genere musicale. Io la apprezzo, al massimo, però mi rendo conto che sintetizza bene i concetti musicali fin qui espressi, inoltre è un’ottima prova per i musicisti della band.

Anni fa questo disco mi piacque da morire, era tra i miei preferiti, oggi non più. Sarà per la mia maggior consapevolezza dello strato culturale-musicale dell’est acquisita in questi anni, sarà perché si sente troppo l’americanizzazione e la commercializzazione in confronto ai lavori precedenti, non lo so, però adesso mi sembra un lavoro appena sufficiente, con alcuni pezzi davvero mirabili, ma nel complesso poco da dire.

Restano una delle migliori esperienze live di tutto il panorama musicale mondiale.

  • Pro: uno dei pochi proseguimenti sulla scia dei grandi Fugazi almeno concettualmente, inoltre delle band pseudo-balcaniche certamente i Gogol Bordello sono il meglio, festaioli e rivoluzionari da poltrona quanto basta.
  • Contro: troppi cliché, chiara mano americana che inficia un po’ su questa “nostalgia” ucraina.
  • Pezzo Consigliato: 60 Revolutions credo riassuma bene il meglio che questa band può dare (o che ha dato).
  • Voto: 5/10

La Questione Scaruffi

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DISCLAMER: Questo articolo è brutto e vecchio e invecchiato male, leggiti QUESTO che è molto meglio!

Piero Scaruffi, per chi non lo sapesse, è una delle personalità più assurde d’Italia (anche se preferisce l’America è pur sempre italiano).

Scaruffi è uno storico del rock (non ama tanto la definizione di critico) che tempo fa tirò fuori una enorme Storia Del Rock ora on-line nel suo vecchissimo (e se vede) sito, un’opera enciclopedica/critica/storica che fa sembrare la Gerusalemme Liberata poco più che un romanzo tascabile alla Camilleri. C’è di tutto, dai Rolling Stones alla band del circolo ARCI sotto casa (se vivi a New York, chiaramente), e il metro di giudizio di Scaruffi è di certo alquanto differente da quello del critico medio, dunque per me è stato fonte, assieme ad altri, di informazioni preziose.

Tutti, o quasi, odiano Scaruffi. In Italia almeno il 98% della popolazione.

In Primis perché il Piero nazionale non sa tenere a freno la lingua, se una band, anche rinomata (se non soprattutto), non gli piace, la distrugge sotto ogni punto di vista.

Per sintetizzare se no qui si fa notte: Scaruffi premia la sperimentazione, il nuovo (che segua però una precisa logica di pensiero, non: nuovo fine a se stesso), le correnti che cambiano davvero il corso della storia musicale, che pongono nuovi limiti o ne che distruggono di vecchi.

Per me è un ottimo metodo di critica, anche se mi trovo spesso in disaccordo con le idee di Scaruffi, non posso far finta di non notare che questo accade quasi sempre quando ci sono in ballo band che mi piacciono. E questo lo dico per onestà intellettuale.

Piero+Scaruffi+Beatles+scaruffi

È ormai storico il suo astio verso i Beatles, visti nel suo libro come un mezzo commerciale prima ancora che musicale; tale considerazione gli ha creato una folta schiera di nemici che, almeno a mio avviso, sono quasi sempre dei perfetti cretini.

Quando mai in Italia si dà peso al giudizio di un critico? Quasi mai, e c’è una ragione ben specifica perché ciò accade: il critico italiano medio tende a parlar bene di qualunque band, meglio ancora se famosa. Leggersi certe recensioni sul Rolling Stone fa venire i brividi, il servilismo verso le case discografiche è lampante, quasi perverso nella sua continua ostentazione.

Inoltre c’è da dire che gran parte dei provetti critici nostrani raccontano panzanate a tutto spiano, per poi fare le pulci a Scaruffi.

Che i Beatles siano nati come risposta politically correct al rock and roll nero non mi pare una bestemmia, è un dato di fatto negabile soltanto con una disonestà intellettuale assoluta. Possiamo discutere sul fatto che fossero validi o meno, o che fossero solo capitati al momento giusto nel posto giusto (o col produttore giusto nell’etichetta giusta), possiamo discutere sulla qualità dei singoli e degli album, ma è innegabile che i Beatles non hanno inventato nulla di trascendentale, ma piuttosto sono stati portavoce di uno stile e di un modo di fare musica a loro coevo. Se avete letto delle note negative in questa analisi è perché partite col pre-concetto (sbagliato) che non inventare sia una cosa negativa. Perché? Non è che siete come Scaruffi allora?

Parliamo dei critici sul web che vogliono la testa di Scaruffi? Una leggenda metropolitana che va molto di questi tempi, figlia chiaramente di un ignoranza mascherata da conoscenza, è che i Led Zeppelin abbiano copiato dagli Humble Pie. 

Ma porca pupazza, tra tutti i santi gruppi da cui i Led Zeppelin hanno spudoratamente copiato (anche se è inesatto, e poi vediamo perché se me lo ricordo) mi prendi gli Humble Pie di Frampton e Marriott? Già trovare le somiglianze per me è una forzatura. Nascono praticamente nello stesso anno, ma da due situazioni assolutamente diverse. I primi dalle ceneri degli Yardbirds (o dei New Yardbirds, o dei Nouvelle Uccell’ o come cavolo si chiamavano dopo il duecentesimo cambio di formazione) band dalla formazione blues che dà alla chitarra quell’importanza fondamentale che poi sarà l’oggetto della discussione musicale in ambito rock per gran parte dei primi ’70. I secondi nascono dalla ex-band di Steve Marriott, gli Small Faces, i mod in diretta concorrenza con i mod per eccellenza: gli Who. Cacchio gli Small Faces ci acchiappavano di soul e di presenza sul palco alla Who, ma gli Yardbirds facevano ben altre cose.

Una volta che Humble Pie e Led Zeppelin si sono formati già di partenza le diversità sono chiare, limpide. I Pie sono la versione hard degli Small Faces, ma senza la vena psichedelica, e sopratutto senza idee particolarmente sconvolgenti (c’erano anche i Cream là a giro, mica la banda dei fiati di San Miniato basso), mentre gli Zep non solo sono la versione molto (alla terza) più hard degli Yardbirds, ma portano avanti nuove idee plasmando il vecchio blues, che sarà una fonte di approvvigionamento costante in tutta la loro carriera da hard-rocker, spingendo verso una psichedelia più funzionale e meno “a caso”, polverizzando il primato del prog e portando il grande rock nei grandi stadi.

Un paio di differenze insomma.

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Vabbè, come al solito nei miei post non si capisce niente, ma la questione è proprio terra terra. Prima di criticare Scaruffi vorrei perlomeno avere un pizzico della sua cultura (generale). Poi chiaramente è un borioso del cacchio, la pagina di nonciclopedia su di lui è più attendibile di quella di wikipedia, non ci sono dubbi, però è anche vero che c’è una forte analfabetizzazione musicale in Italia.

Anni fa, quando Scaruffi parlava bene di Beefheart, dei Red Crayola, dei Fugazi, dei Pere Ubu, di quel gran cazzone di Klaus Schulze, nessuno se li cagava di striscio (parlo del mondo ancora più analfabetizzato musicalmente che è internet) ora sono i miti di un sacco di gente.

Io credo che la critica musicale, come la critica artistica in generale, solo nel tempo dimostra la sua validità.
Nel 1874 la gente s’andava a vedere CabanelBouguereauBaudry, e quella era considerata da tutti i critici Arte Immortale, mentre quegli sfigati che facevano la mostra a casa di Nadar (fotografo piuttosto eclettico, a mio avviso assomiglia tantissimo allo zio Eduard di Mort À Crédit) erano considerati imbecilli destinati a finire nel dimenticatoio per sempre.

P.S.: Essendo nata nei commenti la solita diatriba sui Beatles eccovi una mia riflessione in merito.

P.P.S.: [2021] Questo articolo è vecchio e scritto di getto da un giovane me molto irriflessivo, se volete un aggiornamento su questa “questione” eccovi un succosissimo link.