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The Celibate Rifles – The Turgid Miasma Of Existence

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1986. Australia. Il punk è vecchio di 10 anni, e a molti ha già bell’e che rotto il cazzo. Alcuni punkers, in particolare quelli inglesi finora fedeli seguaci degli Stooges e dei Velvet Underground, stavano per abbracciare le classifiche laccate a suon di giacche orribilmente colorate, ritmi ballabili e synth costosissimi. 10 anni sul groppone è già i Ramones sembravano roba vecchia, dei dinosauri. Esce in questo contesto THE TURGID MIASMA OF EXISTENCE, delicato come una pugnalata durante il sonno, terzo album dei The Celibate Rifles, apice di una carriera del tutto sconosciuta al grande pubblico.

Dopo i primi vagiti garage-surf, la band australiana virerà con risolutezza verso un punk decadente, molto diverso da quello delle due band di riferimento di allora, Saints e Radio Birdman, trovando in TURGID una forma molto elaborata esteticamente ma efficace al primo ascolto.

Il muto urlo proferito durante un incubo. Non riesco a descrivere brevemente questo album con altre parole. Troppo Noisey? Allora diciamo che le scariche punk dei Celibate Rifles raccolgono il nichilismo degli Alley Cats ma gli tolgono il gusto profetico del gruppo losangelino. Se gli Alley erano dei liceali turbati da domande esistenziali, i Celibate Rifles sono adulti che non accettano le risposte della massa. Non a caso laddove nei primi c’era un abuso di nenie e ritornelli cantabili, negli australiani c’è una genuina e decadente furia distruttrice.

Il disgusto dei Celibate per il modo in cui viene condotta l’esistenza umana è totalizzante, un grido angosciante che fuoriesce da una bocca indicibile, cartavetro sulle corde vocali, simboleggiato negli acuti e lancinanti assoli di Kent Steedman. Se c’è un album punk dove gli assoli non sono di troppo capite bene che è questo, la loro forma strettamente diegetica ne giustifica appieno l’esistenza, evidenziando un lavoro pregresso di coerenza estetica. 

Appena posata la puntina sembra quasi di ascoltare una formazione strumentale, tanto è sospesa la frenetica introduzione di Bill Bonney Regrets. Bisogna aspettare più di un minuto per la voce di Damien Lovelock, che in tutto l’album quasi mai cede agli anthem punkettoni, piuttosto accompagna assieme alla sezione ritmica l’andare malsano e ineluttabile della musica. Ogni elemento insomma non è stato pensato di certo per la fruibilità, ma non cede ad un certo piglio intellettuale, mantenendo costante l’equilibrio tra esistenzialismo e riff della Madonna.

Dio, potrei stare ore a scrivere queste cazzate mentre TURGID continua a girare e girare e girare. Se vi chiedevate da dove arrivava un certo spleen nell’alternative degli anni ‘90 tipo Built To Spill, beh, eccolo qua.

I Celibate sono fedeli alla recente storia punk senza però scadere nei cliché del genere, concedendosi anche dei momenti garage-pop (Glasshouse), ma costruendo sapientemente un ambiente sonoro che non ha nemmeno bisogno delle liriche per comunicare il suo afflato – mi viene da pensare, non c’entra molto forse: cosa sarebbe stato Nick Cave senza Blixa Bargeld? Nick ci metteva l’anima è vero, ma Blixa gli forniva un ambiente sonoro brulicante di significanti.

E di significanti ne è strapieno TURGID, che pure suona sincero come un amico dopo la terza lattina sul divano, ma nasconde una profondità che non vuole essere tirata fuori, e intanto si insinua nella tua testa, creando quella connessione implicita che le parole non possono innescare. Per me quell’amico è Dave Morris, che con la sua chitarra disegna metodicamente riff che non dispiegano intenzionalmente tutta la loro furia potenziale, è lui a sostenere la voce monocorde di Lovelock e lo stridio esistenziale di Steedman, è lui lo sguardo chino del tuo amico che non ti aspetti, ma che ti dice tutto. Magistrale.

Ho letto da qualche parte che questo è il miglior album punk degli anni ’80. Sinceramente non ho mai avuto la presunzione di poter stilare delle classifiche. Non so nemmeno se quello di cui stiamo blaterando adesso, che ci smuove le budella e i neuroni più di qualunque altra cosa al mondo, avrà una qualche rilevanza tra cent’anni. Però si può dire che il rock ha dimostrato abbondantemente di poter essere considerato una forma di espressione fertile e dannatamente efficace, e per me lo ha fatto tramite album come questo.

Podcast – La leggendaria intervista a Tab_ularasa

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Da sinistra: il vostro blogger preferito, Tab_ularasa, DJ Lowrenzo.

L’anno scorso ne ho fatte parecchie di interviste, ma tutte in ambito extra-musicale, e per quanto mi riguarda aprire un ciclo sul podcast proprio con Tab_ularasa è stato un sogno. Tab è una delle personalità più poliedriche e fottutamente fuori di testa che ci siano nel sottoterra italiano, uno di quelli che potrebbe scrivere la pagina DIY di Wikipedia auto-citandosi come unica e incontrovertibile fonte (di stronzate ovviamente – con affetto Tab <3). Ora però sono ben quattro giorni che ne parlo bene per cui temo mi stia ammalando o qualcosa del genere.

Comunque sia per Ubu Dance Party è stata in generale una bellissima puntata, culminata con la live di Tab e conclusasi con le solite stronzate di DJ Lorenzo.

«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Podcast – Quella cosa chiamata new garage

In questo delirante blog tenuto dal blogger meno costante della storia di questa piattaforma abbiamo spesso parlato di new garage, ci siamo confrontati, insultati, scambiati opinioni, insultati, proposto ascolti e delle birre talvolta, insultati. Ecco, diciamo che in questo podcast e quello che seguirà ho voluto tirare le fila del discorso cominciato ormai 5 anni fa su queste pagine virtuali, proponendovi una visione di questo nuovo garage inedita, piena zeppa delle contaminazioni che secondo me ha, quasi snaturandolo se volete, ma mostrandovi le sue viscere per quello che sono, senza troppa poesia.

Cliccate su play, non ve ne pentirete.

«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Centauri / Dead Horses split

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Etichetta: Lepers Production
Paese: Italia
Pubblicazione: 1 Novembre 2016

La malinconia celata in un feedback può essere difficile da cogliere, un rumore in fondo è solo un rumore, eppure da John Cage a Iannis Xenakis ne abbiamo di esempi di come il rumore possa diventare vettore di sensazioni, riflessioni, e perché no: emozioni.

Nella storia del rock ne abbiamo ascoltati di rumori assordanti eppure significativi, dai Velvet Underground ai Sonic Youth, non mi sento affatto fuori luogo ad inserire in questa esclusiva famiglia il denso discorso sonoro dei Centauri. Questa band prodotta da una delle migliori etichette italiane del momento, la barese Lepers Production, riesuma la semplicità melodica di certo alternative degli anni ’90 e la immerge in stratificazioni rumorose incredibilmente espressive.

Il loro esordio discografico credo sia del 2014, con “Centauri” (of course), una deliziosa vertigine di noise e Faust, ma non i Faust degli inizi ma quelli laconici di “The Faust Tapes”. Il martellio del piano che si perde in uno spazio siderale saturo di frequenze di Alfa Centauri A, spiega meglio di quanto io possa fare l’eleganza dietro questo album (il suo continuo, Alpha Centauri B invece rigurgita del rock un po’ come i Pussy Galore nel bel mezzo del delirio sparavano un blues infernale).

Personalmente provo quasi una venerazione per questo lavoro, sopratutto quando mi ritrovo a leggere riviste come Rumore dove si parla di espressività in merito all’ultimo lavoro di Lady Gaga, laddove quell’espressività anche se ci fosse è stata talmente sviscerata da avere poco da aggiungere, i Centauri invece sono una di quelle band che si muovono tra i confini dei generi, non cercando di scavalcarli ma piuttosto spingendoli un po’ più in là. La tensione fantascientifica della band, più Tangerine Dream che Sun Ra, si sposa con un folk trasognato, e non senza un certa meraviglia ci ritroviamo a navigare nel nostro universo interiore.

Lo split uscito questo primo Novembre con i Dead Horses è un evento per chiunque abbia a cuore l’underground italiano. I Dead Horses, trio acustico dalla febbrile Ferrara, altro non sono che una declinazione dei For Food di cui abbiamo già parlato in una entusiastica recensione che vi linko qua.

Quindi che cosa succede in “Centauri – Dead Horses”?

I Centauri si presentano con tre tracce, proseguendo il discorso del loro “The Centauri Tapes” (eh), sposando una vena piuttosto malinconica e incredibilmente efficace, che esplode in tutta la sua meravigliosa fragilità nei 5 minuti di Unza.

I Dead Horses tornano dopo il loro folgorante debutto per la Bubca Records di Tab_Ularasa, e presentano quattro pezzi ormai rodati. Anche se li accumuna una certa urgenza espressiva non sono da confondersi coi siciliani Pan Del Diavolo, nei Dead Horses è tutto “in potenza”, quasi mai la tensione deflagra in un coito rockeggiante. Il rumore c’è anche qui, se The Cross sembra uscita da una casa di produzione indie, Before you judge me suona come se fosse stata partorita tra il sangue e le urla di un garage di periferia.

La musica dei Dead Horse raggiunge vette mistiche, scompare la rabbia di certo folk italiano da classifica per far posto ad un lento rituale misterico.

Due anni fa Mirrorism e For Food hanno segnato rispettivamente delle vette da raggiungere nel panorama nostrano, l’anno scorso gli Hallelujah!, evoluzione dei Vairus, hanno esordito con uno dei più potenti 12” che abbia mai sentito, e quest’anno Centauri e Dead Horses spostano ancora più in là il confine.
E meno male che la musica in Italia fa cagare.

Paracul’ garage rock

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Non che la cosa mi stupisca, in fondo era destino già nel 2007, quando a Fullerton (California) due giovanissimi Lee Rickard e Sean Bohrman, membri dei già paraculi Thee Makeout Party, fondarono nella stessa città dove nacque la “Fender musical instrument company” l’etichetta/negozio di dischi Burger Records.

La Burger non è un’etichetta garage nel senso stretto della parola, piuttosto è un’emanazione dell’impoverimento della scena power pop, un genere che esalta tutti gli elementi più banali del rock (riff, melodia cantabile sotto la doccia a squarciagola, tecnica esecutiva brillante, assoli brevi ma intensi) pompandoli all’inverosimile. Chiaramente a dei poco più che maggiorenni californiani questo non può riuscire a pieno, per cui quello che ne viene fuori è una versione semmai scarnificata del power pop, trovando così un sound simile alle garage band sixties che volevano inseguire il successo dei complessi inglesi.

Il garage storicamente nasce già diviso in due fazioni, da una parte come abbiamo detto c’erano le band incantate dalla melodia facilona del Mersey Beat, dall’altra tipacci alla Monks, band dal sound più duro e incazzoso e dalle liriche finalmente pensanti, che a posteriori saranno ritenute dai critici più superficiali come preludio ante-litteram al punk (e persino al kraut rock nel caso dei Monks!), ma che nella semplicità dei fatti erano una reazione del tutto naturale alla piega modaiola che stava prendendo il rock.

Se la matrice musicologica in fondo è la stessa (il surf rock strumentale degli anni ’50, la fura del rockabilly e le nuove derive psichedeliche) quella culturale è talmente diversa da dividerne i destini musicali, da una parte band che riuscirono ad avere un successo fulminante all’epoca ma che oggi suonano terribilmente datate e scontate, altre invece sebbene snobbate allora entrarono a far parte della leggenda, stimolando negli anni a venire generazioni di rocker del tutto fuori dal mainstream (penso ai già citati Monks, ma anche agli Electric Prunes, Music Machine, Seeds, Fugs, Godz, 13th Floor Elevators, Fifty Foot Hose e centinaia d’altri).

Ma il garage rock della Burger Records a quale parrocchia fa riferimento?

Vedete miei cari lettori, la Burger ha creato una nuova corrente garage, che sta a metà tra le due di cui sopra, il paracul’ garage rock. Un’idea francamente geniale, che ha portato un nuovo elemento nel garage rock che prima era banalmente impensabile: i soldi.

Una volta grattata via la pestilenziale crosta di volgarità e ipertestualità tipica del garage (che non è mai demenziale come si presenta) cosa rimane? Rimangono i riff, la melodia cantabile sotto la doccia, una tecnica raffazzonata quando non inesistente e le liriche sull’erba e sulle ragazze/ragazzi. Il genere perde così tutta la sua carica eversiva, ma ci guadagna non poco sotto il profilo della fruibilità.

Sia chiaro: non tutto quello che cresce sotto l’ombra del grande hamburger californiano è paracul’ garage, ma buona parte della sua produzione lo è ed ha inquinato l’idea comune di garage rock.

Ne è un esempio lampante il 7’ uscito quest’anno dei Double Cheese. Prodotti dalla francese Frantic City Records (la stessa dei Froth fra l’altro) questa band frutto del rapporto incestuoso tra i The Skeptics e Charles Howl, è riuscita dove nessun altro prima si era neppure avvicinato col binocolo: hanno creato la prima hit garage.

Capite bene che la parola “hit” accanto ad una canzone garage formano un’abominio dalle sembianze lovecraftiane, un mostro indefinibile che trascende diversi piani dell’esistenza, un abisso imperscrutabile dal quale la mente può solamente cadere per poi non poter più risalire.

Come poter descrivere con altre parole il successo di I Hate The 60’s dei Double Cheese, che persino nella nostra penisola è riuscita a riscuotere plausi dal web? Cos’altro non è se non la fine di un percorso iniziato 9 anni fa dalla Burger Records? Ascoltatela e continuate a leggere:

Non lo sentite quel riff PERFETTO? Catchy, direbbero gli ‘mericani! La voce, virile e chiara, l’entrata della batteria ad effetto? Il sound e persino più pulito di un album dei Radiohead? E quel gioco formato dal ritornello «Because I hate/ I hate the 60’s» col sound ultra-sixties del pezzo? Ci sta persino l’assolo, cioè dico: l’assolo in un pezzo garage! Sarebbe come sentire una stonatura in un pezzo dei King Crimson! E come suonano bene, come sono bravi ‘sti Doppio Formaggio!

Cari seguaci del garage rock, ma non lo vedete che vi stanno facendo? Vi stanno facendo terra bruciata attorno, vi stanno mondanizzando, siete diventati più sexy degli hipster porcodio, una volta eravate fonte di ispirazione per i punk più viscerali e disgustosi, ora siete roba da heavy rotation su Virgin Radio, vi hanno spento le grandi palle di fuoco a suon di musicassette e 33 giri che fanno tanto vintage, il vostro pubblico non vi sputa più addosso ma vuole seguirvi su Instagram mentre postate foto dei vostri risvoltini ai pantaloni!

Cosa volete farne delle vostre vite: passarla a costruire hit dal sound catchy e ballabile come i Double Cheese, o spaccare le orecchie e il cervello di qualcuno come gli Hallelujah? Perché la Burger Records prima o poi scomparirà, proprio come questa moda del paracul’ garage rock, e quello che rimarrà di questi anni (proprio come dei sixties, dei seventies, degli eighties e via dicendo) saranno gli album di gente che ha proposto qualcosa di diverso dalla norma, che non si è piegata alla moda, e che ha suonato con orgoglio quel genere che affonda le sue radici nel cuore rock stesso.

[NOTA PER I GENI: Questo post non vuole demonizzare la Burger Records, solo il 90% della loro produzione, poiché le eccezioni ci sono e alcune le ho anche recensite, come i The Abigails, Mr. Elevator & The Brain Hotel, Tracy Bryant e i suoi Corners, Pesos e altri.]

Un blog a puttane (Verma, The Ghetto Fighters)

Purtroppo è un bel po’ che non aggiorno il blog con la solita merda che vi consiglio, ma ci sono stati dei problemi di vario genere (che perlopiù si limitano alla persistente presenza di una vita reale, quelle con i progetti, il lavoro, lo studio, sì sì, tutte quelle stronzate là).

Ho ascoltato della musica ovviamente, ma senza porgli l’attenzione adeguata per delle recensioni. Sarebbe stato inutile buttarvi qua e là delle recensioni scritte di pancia, anche se ne ho molte nel cassetto, perché avrebbe poco senso. 

Comunque sia tra tutta la robaccia che ho ascoltato volevo consigliarvi qualche ascolto.

Intanto tre band krautrock contemporanee (sì, è tornato il kraut, probabilmente sarà il prossimo revival) che dovreste ascoltarvi, i “veterani” zZz, i miei amati Big Naturals (che sono quelli, a mio avviso, più interessanti in prospettiva) e i Verma.

Verma, il krautpunk moderno

Mi soffermo un attimo sull’esordio omonimo dei Verma, del 2011, un album diviso in tre tracce dove i Tangerine Dream rinascono nella nostra epoca, dove “kosmic rock” non è più un antico suono degli anni ’70, ma qualcosa che di tangibile anche per noi. La cosa bella dei Verma, come anche dei Big Naturals, è la fortissima influenza che il loro kraut ha subito dall’ultima ondata garage psych californiana (sebbene i Verma siano di Chicago e i Big Naturals siano degli stramaledetti inglesi da Bristol).

La sezione ritmica dei Verma è incredibilmente simile a quella dei Thee Oh Sees, che infatti ho sempre denominato kraut a tutti gli effetti, questa commistione tra ignoranza garage e freddezza kraut personalmente mi esalta non poco, spero di trovare nuove band da proporvi in tal senso. Ah, “EXU”, ovvero il secondo album dei Verma uscito nel 2012, sebbene sia meno space guadagna in qualità sei singoli pezzi (stavolta ben sei), e non ho ancora ascoltato gli altri due successivi. Fanno un cazzo di album all’anno questi, porcodemonio.

Il garage sanguigno dei The Ghetto Fighters

Stooges? MC5? Oblivians? Il Ty Segall di “Slaughterhouse”? Tutte favolette della notte in confronto al casino immondo dei The Ghetto Fighters nel loro credo esordio assoluto “The Lost Recording” uscito il mese scorso e il fautore di tutto questo macello è il solito Andy Macbain, lo stesso dei The Monsieurs e dei Marty Kings.

I quattro minuti e un secondo di Hollywood sono l’apertura più devastante dai tempi di “Metal Machine Music”, e io che credevo fossimo al limite con i Running. «Hollywood, that’s were I’m from/ I went out and I got me a gun/ Now I just gotta get outta Hollywood» urla alla Gerry Roslie di Andy Macbain, e a mala pena si capisce qualcosa mentre il riff ultra distorto della chitarra devasta il senso del gusto. Continuo a pensare che Macbain sia un pazzo assoluto, uno dei massimi esponenti del garage punk contemporaneo, dal vivo è una presenza volgare, quasi vomitevole, un cazzo di genio insomma.

Beh, che dire, prima o poi ritornerò a rifocillare il blog delle cose che mi passano per la testa, ma non so bene quando. Intanto vado a fare “le cose serie”.

Running – Asshole Savant

038 Running on Vimeo

We want to do things that make people uncomfortable.
Alejandro Morales (batterista dei Running)

Il problema di gran parte delle band rock contemporanee è esprimere il disagio della nostra epoca (e delle nostre crisi) in modo efficace. Personalmente non mi ritengo particolarmente dotto in fatto di rock, ho aperto il blog per passione non perché mi ritenga un critico o un eletto unto da Chuck Berry, ma credo che nel mio piccolo di aver trovato e recensito alcune band che ci stanno riuscendo, almeno in parte, a svolgere questo arduo compito.

Molti gruppi per trovare un modo di esprimere l’urgenza dell’arte (perché a questo punto di arte si deve parlare) stanno rispolverato la new wave/post punk, genere in cui la nevrosi collettiva e gli artistoidi da SoHo hanno rivoluzionato la grammatica del rock. Da qui il sound eighties di Corners, Dreamsalon, Ausmuteants e Nun. Ma se l’orecchio tende agli insegnamenti di Devo, Pere Ubu e Einstürzende Neubauten, la mente è radicata nel presente. Cercando quindi di trovare ispirazione dal vecchio si costruisce il nuovo, un meccanismo necessario che solo le grandi band hanno saputo far funzionare al meglio.

Che cosa c’entrano con tutto questo i Running? Beh, già dal titolo del disco forse intuite qualcosa.

Asshole Savant” [Captcha Records, 2012] è un EP scarno, ruvido, un rigurgito di Pussy Galore e “Metal Machine Music”, ma con una spinta in più, ovvero la sua profonda e intima relazione col contemporaneo.

Il trio in questione è formato da Jeff  Tucholski alla chitarra (piuttosto che “elettrica” direi “abrasiva”) e voce, Matthew Hord al basso e voce (e smorfie) e infine Alejandro Morales alla batteria, nonché fondatore di questo progetto che sta devastando Chicago a suon di noise punk da qualche anno a questa parte.

Tra LP ed EP più o meno di culto (tra cui “Vaguely Ethnic” dell’anno scorso, uscito per la Castle Face Records di John Dwyer) ho scelto di consigliarvi questo brevissimo lavoro uscito nel 2012, pietra miliare di una band che non devasta solo dal vivo (come molte formazioni di culto) ma anche in studio.

Pezzi stratosferici come I Can’t Believe I’m Alive sono un manifesto concettuale, trascendendo i generi si può dire senza arrampicarsi sugli specchi che c’è un contatto tra la furia dei Running e le melodie amare dei The Molochs di Lucas Fitzsimons, come anche con Felix Tried To Kill Himself degli Ausmuteants, sono il manifesto quindi di una dimensione giovanile devastata, torturata dall’ondata di informazione prima televisiva e poi dal web, una dimensione che queste band stanno cominciando a dipingere, ognuno secondo la sua personale scuola di pensiero.

Se Fitzsimons punta sul songwriting (anche in virtù della sua immensa capacità lirica, che lo colloca senza troppi intoppi tra Bob Dylan e Tom Waits come ordine di grandezza) e gli Ausmuteants invece sulla foga dell’informazione e sulla devastazione della parola, i Running ripescano la chiusura ritmica del kraut rock senza miscelarla alla psichedelia (come nei Thee Oh Sees) ma piuttosto immergendola in un denso calderone sonoro noise e hardcore, rendendo questo brevissimo EP ben più devastante della mezz’ora di feedback e garage rock di “Slaughterhouse” di Ty Segall.

La sensazione che si ha ascoltando la title track è terribile, una versione rabbiosa di Ghost Rider dei Suicide, come invece il garage punk di Everybody’s Fucking Everybody è una versione moderna delle violente espressioni dei Pussy Galore.

È sempre brutto ridurre una recensione ad una sequenza di nomi, ma cercate anche di venirmi incontro, questo “Asshole Savant” spezza le coordinate con la sua furia devastante. Ah, fra l’altro è così che si satura lo spazio sonoro, non come quella cagata di “The Electric Hour” dei Jefferitti’s Nile, dove si butta nel mezzo tutti i generi conosciuti su questa terra perché non si ha un cazzo da dire, il disagio dei Running è vero, è palpabile dal pavimento che trema per i bassi, dalle orecchie che sibilano a causa dei feedback, dal peso nel petto per quei testi così pieni di vuoto.

Al contrario di altre band i Running sanno bene quello che fanno, sono scientifici nella loro ricerca estetica, e non gli basta esprimere la desolazione intellettuale e emotiva in cui viviamo, ma vogliono svegliare il pubblico a suon di rumori devastanti e raccapriccianti, incubi sonori dove ti ritrovi a correre per scappare da un mostro, ma ti accorgi solo all’ultimo di stare fermo.

Zig Zags – 10-12

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Non hanno nemmeno pubblicato un solo sudicio album, eppure mi fanno impazzire.

Quando una band unisce garage, punk, psichedelia e metal senza fare un pastrocchio (o della fusion pseudo-intellettuale) per me vuol dire che ha le carte in regola.

Il ritorno progressivo al garage “esoterico” (e passatemela, dai) alla Nuggets partito dalla California non è semplice revival o una moda. Lo sta certamente diventando, basta considerare la sterzata commerciale di Mikal Cronin o la nascita di nuove band copia-incolla come gli Hot Lunch (quelli dalla Pennsylvania non quelli glam metal da San Francisco) ma la furia del rock autentico, fatto di sudore e feedback, resiste strenuamente alla base.

Queste band non sono mosse come nei ‘60s dalla voglia di spiccare il volo seguendo il nuovo sogno Beatles (sarà stato almeno il 96% delle band), o magari proprio contro la distopia Beatles (vedi i Monks), perché oggi non c’è un modello o un nemico, oggi si combatte contro il nulla.

Sono un trio gli Zig Zags, voci acide, chitarre distorte che spaziano dall’hardcore punk fino agli Spacemen 3, batteria spesso martellante, ipnotica. Cosa c’entrano con questa guerra al grande nulla di mia totale invenzione?

Quando la politica repressiva di Reagan negli USA si fece pesante l’hardcore sembrava l’unica risposta possibile (anche contro la plastica zuccherosa che radio e televisione di stato promulgavano), ma in quel caso c’era un nemico da combattere e non c’era nemmeno troppo tempo per pensarci sù. Si imbraccia una chitarra e si registra con gli amici in garage o nella palestra della scuola, era vero rock perché spesso ignorava le regole base per suonare decentemente, facevano le cose così come venivano, lasciandosi trascinare dalla rabbia che a quel punto divenne forma. Per questo molti album del periodo sono straordinari, perché trascendono la fruibilità per accettare la sostanza, non c’era una ricerca estetica a priori nel tentare di riprodurre la sensazione di repressione, ma era questa stessa a visitare le band e a farsi strada nelle pessime registrazioni di buona parte della produzione hardcore.

Il garage contemporaneo, quello senza un nemico ben preciso, trova la sua dimensione ideale nell’interiorità. Non denuncia, semmai ammalia con brusche virate drone e un abuso di ritmi martellanti, costruendo un muro di rumori lancinanti quanto rassicuranti.

Ty Segall è un po’ il ragazzo di città che ha voglia di sfogarsi, mette sul piatto buona musica ma senza chissà quale profondità, i Thee Oh Sees sono la band che hanno sondato meglio finora le possibilità di questo nuovo garage sprofondando nella psichedelia, gli Zig Zags, a mio modesto (modestissimo) avviso saranno quelli che lo eleveranno definitivamente.

Unione ideale tra le jam catastrofiche e anarchiche degli Harh Toke, meno puerili dei Criminal Hygiene, restando nella classica forma-canzone gli Zig Zags combattono questo vuoto che ci circonda senza lasciare un attimo di respiro all’ascoltatore, e lo fanno con una propria personalità.

10-12” è una raccolta uscita in un numero limitato di musicassette e in formato digitale su Bandcamp, sono spizzichi e bocconi di una band in fase di crescita, dove non mancano le banalità come i colpi di genio.

C’è ovviamente una buona parte di garage punk senza pretese (se non quella della fruibilità), parliamo di Randy, Tuff Guys Hands, Turbo Hit (gran bel singolo, fra l’altro), Down The Drain, Eyes, I Am The Weekend, No Blade of Grass, che poi altro non sono se non la base che sorregge la struttura sulla quale  gli Zig Zags svilupperanno il loro sound dal 2012 ad oggi.

Ma il ritmo, la distorsione, quell’helter skelter autistico che inconsapevolmente è la risposta alla desolazione quotidiana (vuota ormai di qualsivoglia senso e futuro) si trovano in Human Mind, Love Alright, Scavenger e Monster Wizard. E aggiungiamo a questo elenco anche la recente Voices of the Paranoid, una versione disillusa e acida dei Thee Oh Sees.

Probabilmente sono in errore nel contestualizzare una musicassetta composta perlopiù di banale garage punk in un discorso così ampio e difficile da decifrare quali sono i nostri tempi, la contemporaneità. O forse no. Fatto sta che qui non si sente la mancanza del Vero Genio come negli album di Ty Segall (sempre in equilibrio tra convenzionalità e grande rock), o quella di una opera davvero compiuta nei Thee Oh Sees (anche se con “Carrion Crawler/The Dream” ci sono andati vicino), la strada che hanno imboccato gli Zig Zags sembra una di quelle che lasciando il segno, se non nella musica quantomeno in chi la ascolta.

  • Lo Consiglio: a chi sta amando questa California e i suoi protagonisti, ma anche a chi cerca del punk decente o della psichedelia d’annata senza per forza cadere nel revival.
  • Lo Sconsiglio: a chi crede siano una band per intellettuali (anche se dalla mia recensione sembrano potenzialmente la band preferita da Heidegger), a chi cerca nel punk qualcosa di più Clash piuttosto che della fottuta psichedelia.
  • Link Utili: per la pagina Bandcamp clicca QUI, per l’altra recensione che ho scritto sulla band invece QUI.

[I lettori attenti si saranno accorti che è sono scomparsi i voti e i vari Pro e Contro che mettevo alla fine di ogni recensione. Ho deciso che era meglio così.]