Archivi tag: indie rock

Kamikaze Palm Tree – Good Boy

Etichetta: MUDDGUTS
Paese: USA
Pubblicazione: 2019

Dylan Hadley fa parte di quel giro magico che ha ridestato interesse nel rock underground, ovvero White Fence, Mikal Cronin, Ty Segall e tutta la banda. In un’intervista per KEXP John Dwyer ha raccontato della fantastica impressione che gli fece la Hadley come cantante e batterista per la sua band, i Kamikaze Palm Tree, probabilmente una delle realtà più divertenti del panorama rock mondiale – eppure ancora semi-sconosciute.

Continua a leggere Kamikaze Palm Tree – Good Boy

Podcast – Epifanie rock

Giudizi affrettati, oppure presunzione, sono tanti i motivi che ci portano a giudicare un album credendo di averci messo tutta l’attenzione necessaria, ed invece basterà riascoltarlo qualche anno dopo, magari di sottofondo ad un pub, per cambiare idea.

Una lista di otto artisti/band su cui per anni ho spalato merda addosso prima di rendermi conto di quanto fossi in torto.

«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Io e Mac DeMarco

9889478813a3e9613a283bd4cd28c897

Ma per quale schifo di motivo Mac DeMarco piace a tutti tranne che a me? Che poi non è nemmeno vero che non mi piace in toto, ci sono un paio di pezzi che mi prendono bene, ma niente che mi spieghi il suo enorme successo nel sottostrato indie della musica rock.

È vero che per me l’indie è una di quelle poche emanazioni del rock che al 99% mi lasciano interdetto per non dire indifferente. Non mi prendetemi per uno snob del cazzo per favore, sono umano come voi, e anche io possiedo ed ho amato “Mademoiselle” degli Underground Youth in un certo periodo della mia vita in cui i “teen drama” e romanzi come Bed di David Whitehouse erano tutto per me. Però troppo spesso indie è sinonimo di musica tecnicamente buona (mai eccelsa), liriche buone (se sei un eterno adolescente uscito fuori da una VHS a cavallo tra gli ’80 e i ’90) e sopratutto una forma mal celata di nostalgia per tutto quello che precede l’esplosione ormonale e il suo corollario di paturnie sessuali-emotive. E boh, francamente non capisco cosa ci sia di così interessante in tutto questo.

Mac DeMarco tra il 2011 e il 2014 l’avrò ascoltato centinaia di volte, ad oggi ho letto talmente tante recensioni da sapere pure come si chiama sua madre senza doverlo rileggere. Eppure ogni volta che lascio andare “Rock and Roll Night Club”, “2” e “Salad Days” riesco solo a intercettare un paio di pezzi per album, il resto scorre stoicamente.

Ma ad un certo punto, mentre sto bevendo un caffè decaffeinato e mangiando un piccolo panino con salmone affumicato e burro, parte per la centesima volta Moving Like Mike a palla dal mio stereo. Parlo di stamani mattina. Cioè: ho ancora le mani imburrate mentre scrivo. Comunque, è partita Moving Like Mike da “Rock and Roll Night Club”, col suo andare brillo e spensierato, col suo passo incerto ma gioviale ed ecco che BANG rivelazione!

Insomma sì, Mac è un indieguy come tanti, la sua è una storia di un proletario mancato con la faccia da scemo e la voglia di scherzare tarata a 1.000 24h/24, ma sopratutto (epifania!) è il nostalgico perfetto. Oggi tutta la musica nostalgica nelle sue più strampalate forme sta vivendo un successo mondiale. Il dolce rimembrare gli anni ’80 che non sono mai esistiti, se non in certe pellicole e nella musica spensierata che negava la repressione reaganiana a suon di synth e riff catchy, oggi è subentrato nella memoria collettiva sostituendo la realtà. Ragazzi nati nel ’99 che ascoltano vaporwave immaginandosi in qualche pellicola di Spielberg che non hanno mai visto e che probabilmente neanche esiste, ma che riescono a figurarsi tramite operazioni televisive di spietato consumo (o per meglio dire: di vampirismo) come Stranger Things.

Sto facendo un gran casino? Forse sì. Forse no. Non ne ho idea, faccio fatica a seguirmi normalmente ma credo di aver tirato giù due spunti che mi fanno capire, almeno in parte, perché I’m a Man, Me and Jon Hanging On, Annie e Ode To Victory colpiscano così tanto l’immaginario collettivo.

Mac non è il nostalgico classico, non fa alcun riferimento diretto a quegli anni ‘80, è del tutto distaccato dalla cultura del piagnisteo che crede che la simpsonwave sia arte, la sua musica per puro caso coglie quelle sonorità e le rimescola in un discorso sempre fluido armonicamente, come dei brevi flussi di coscienza mentre il mangianastri è accesso e l’automobile viaggia veloce e costante.

DeMarco non racconta niente di particolarmente sorprendente, la sua è una continua elegia dei pregi e dei difetti dell’adolescenza che non vuole andarsene, di quel magone che per lui non è poi niente di che, ma che inesorabilmente lo spinge a prendere quella chitarra e a premere giù sul REC. Mac DeMarco è un eroe contemporaneo perché riesce a vivere questa condizione senza scrivere dei sermoni sulla Verità e la Depressione, è uno sconfitto che non sa di esserlo, anzi: che proprio non gliene frega.

The Buttertones, The Frights, Death Lens, The Prefab Messiahs, Rubber Eggs, Bodies That Matter

cheo1i544csphe6cihrc

Come quando la batteria ormai scarica dell’auto ti lascia in mezzo al nulla così le cose accadono nel mio quotidiano, con quella meravigliosa tempestività che, un’altra persona, trasformerebbe in un romanzo pieno di colpi di scena dove il lettore, incantato dalla mia suadente scrittura che come un serpente si muove a filo delle dune di sabbia, lascerebbe tramontare la ragione a favore della freneticità della lettura. Ma io sono pigro, per cui mi stappo una birra e tiro l’ennesimo bestemmione.

Come fare a sopportare tutte le batterie scariche che si accumulano sotto il letto, ormai quasi a contatto col soffitto? Ci vuole la cara vecchia musica, quella che mi fa sudare e incazzare in camera mia senza dover strozzare qualcuno, insomma, il sano e giusto rock di cui stiamo sempre qui a parlare!

E infatti gli album che vi propongo oggi non hanno alcun collegamento tra di loro, se non che sono quella sbobba che mi ha aiutato nei momenti più stressanti di queste settimane.

Le recensioni brevi non mi fanno impazzire, le faccio solo per un motivo: poco tempo. Mi piace sparlare di qualunque album, anche del più brutto, per sviscerarne ogni aspetto, dalla copertina spieghettata dal rivenditore che me l’ha imbustata, a quel suono opaco della post-produzione che fa figo ma copre le palesi mancanze tecniche, però a far andare quest’auto con il solo ausilio delle mie mani poggiate sul cofano, mentre le mie gambe spingono il peso del mio corpo contro di esso, sono rimasto un po’ a corto di fiato.

Beh, la birra è fredda al punto giusto, direi che possiamo iniziare.

The Buttertones – For the Head and For the Feet (2015)

Da Hollywood a Los Angeles, cinque ragazzi con le idee chiare e un sound che spacca in modo travolgente. C’è chi lo chiama “thriller-rock”, ma al vostro blogger preferito sembra più centrato come termine “drama-rock”, una commistione di indie, alternative, garage e quanto serva a creare un’atmosfera con una potenza narrativa palpabile.

Infatti anche se fossero strumentali i 4 pezzi che compongono questo EP avrebbero un carattere e una connotazione emotiva davvero cinematografica. All’inizio mal sopportavo quel piglio indie, sopratutto alla voce, ma continuavo a mandare Bad Girl perché, da una parte, le liriche erano stranamente piacevoli nella loro semplicità, e perché… quella musica ci stava cazzutamente bene, porcomondo!

Fu quasi inevitabile passare a She’s At Ease, molto in linea con la precedente, ma che succhia dal seno putrefatto di band nate già morte come i Franz Ferdinand e gli ignobili Strokes, pescandone i pochi buoni spunti subito sfruttati in quel sound così compatto e comunque pieno di sfaccettature.

L’attacco psychobilly di Jabber Jaw immediatamente trasformato dalla chitarra new-new wave in un meraviglioso riff alternative mette in luce i muscoli della band, nemmeno te ne accorgi che sono in cinque e che la sezione ritmica fa un lavoro perfetto e pulitissimo. Cristo, c’è un dannato flauto traverso e non da nemmeno fastidio in tutto questo tripudio gggggiovanile, è come se queste canzoni fossero state concepite-scritte-suonate-registrare al stesso tempo!

Giustamente deflagrante l’omaggio all’indimenticabile Ritchie Valens, una La Bamba festosa e veloce, zeppa di elettricità e scevra di ogni manierismo.

The Frights / Death Lens – DeathFrights Split EP (2014)

Uno Split questo molto atteso perché tra due band molto amate dal giovane pubblico underground californiano.

Anche stavolta siamo sul versante del drama-rock, un genere emergente che forse dovremmo iniziare a prendere sul serio, e sul quale certamente cercherò di farvi una sintesi nei mesi che seguiranno.

Sebbene il loro prossimo album sarà prodotto da Zac Carper dei FIDLAR (una band che sta riscuotendo molto successo, senza motivo apparente) i Frights hanno un retaggio musicale molto diverso dal resto della scena californiana, sì beh c’è il surf rock, ma anche un’anima scanzonata Do-wop anni ’50 che li tiene lontani dal solito retaggio garage-punk-DIY ormai talmente abusato da essere una parodia dei suoi stessi valori.

I Death Lens dal canto loro sono più punk e garage, una band californiana fino al midollo, con una grande capacità di mescolare melodia a rumore senza sembrare i Bass Drum of Death. Se ne fregano del lo-fi e già solo per questo Dio (aka Iggy Pop) dovrebbe salvarli dalla sofferenza eterna; che non si può fare garage senza suonare come una scoreggia vestita? E basta co ‘sto cristo di lo-fi, NON È FIGO, semplicemente non ci si capisce un cazzo!

Che dire di questo Split? Le due band sintetizzano le loro rispettive caratteristiche in un vero e proprio drama-rock, che forse trova i suoi momenti migliori quando si da spazio all’istrionica voce di Mikey Carnevale dei Frights.

Sei pezzi travolgenti, irriverenti, sarcastici, delle volte ha la meglio il surf-garage abrasivo (come nell’interludio strumentale Nights of Orlando) ma in generale quello che salta all’orecchio è un sound che ammicca espressivamente al cinema di serie B anni ’80, e lo fa senza sintetizzatori e facendo un casino della madonna. Mica male.

Questo drama-rock viene fuori sopratutto quando conducono i Frights, come in Kids e Just Call It Balls, ma anche in pezzi dove la sezione ritmica punk dei Death Lens è da fare la padrona (Rats e No Colt, No Johnny) il sound resta compatto come un mattone.

Come in ogni buon Split le sue band si scambiano due cover, i Frights scelgono Drag da“Trashed” (2013), che trasformano praticamente in una loro creatura, mentre i Death Lens si cimentano in una Wow, Ok, Cool resa incredibilmente cazzuta dalla band californiana.

Ciliegina sulla torta il gioiello acustico finale, She Makes Me Gay, un pezzo decisamente poco politically correct di rara bellezza, che dimostra che anche sul songwriting lineare queste due band hanno qualcosa da dire. Semplicemente geniali le liriche.

Un album che scorre leggero senza pretese, ma che nella sua apparente semplicità nasconde ingegno e arroganza, un buon mix per un EP rock.

The Prefab Messiahs – Keep Your Stupid Dreams Alive (2015)

Album garage psych di maniera, ma che all’appassionato può riservare qualche soddisfazione.

I The Prefab Messiahs non sono molto conosciuti, anche se sono del giro in quel di Worcester (Massachusetts) dai primissimi anni ’80, ma solo negli ultimi tempi il web li ha eletti a salvatori della patria garage, anche grazie alla solita Burger Records.

Il problema di questa band, per quanto mi riguarda, è che nella meravigliosa tavolozza di colori che ogni album esprime con chiarezza e una certa qualità tecnica, ci si assuefà facilmente.

Sarà che a me tutto il versante garage e psych più legato alle droghe mi annoia a morte, e che i Prefab ne siano un baluardo inestimabile un po’ mi indispone, però non è prevenzione la mia!

Pezzi come College Radio che mescolano Ramones e Electric Prunes sulla carta sono molto più interessanti che sparati dalle casse. Non c’è l’energia travolgente che suggerisce il tentativo di fare del ritornello un inno punk, e non c’è neanche lo spaesamento psichedelico, perché gli effetti e gli effettini sixties fanno un po’ ridere per la loro prevedibilità, rendendo il tutto caricaturale e ridondante.

Io capisco che i quattro siano gente in gamba con anche una cultura musicale notevole, con un sound ben costruito e una tecnica cristallina quanto vuoi, però se questi sono i padrini della Burger non c’è poi tanto da stupirsi se il garage californiano sta diventando tutto uguale.

Rubber Eggs – Bootleg at vintage market 26​/​09​/​15 (2015)

From Sicily with (a) Farfisa, rinati dalle ceneri degli Ipotonix, ennesima band post-rock che esaltata dalle sofisticatezze dei Radiohead tentava una strada già percorsa da molti in Italia (e che non ha fruttato di certo grandi soddisfazioni in termini musicali per noi ascoltatori) adesso si riscopre più garage, più sporca, più interessante.

Che sia a causa di una illuminazione ascoltando il sound retrò dei Calibro 35 o il deflagrante flusso di coscienza degli Inutili non si sa, comunque sia la band palermitana si tuffa nel garage rimescolando le carte del genere senza troppe remore.

Summer Hate si staglia tra il suono mastodontico e impastato dei Mind Garage (anche grazie al dialogo tra la chitarra piuttosto heavy di Giuseppe Taormina e i tasti doloranti del farfisa di Davide Orsi) e una chiara reminiscenza rock-italiano anni ’70, sopratutto nell’impostazione vocale dello stesso Orsi.

Non tardano però le vecchie cattive abitudini a venir fuori, nascoste tra il lento incalzare di Irrevelation, che comunque riesce a mescolare sapientemente indie (c’è un po’ di Raconteurs nel «uuuh-uuuh» quasi sussurrato a fine ritornello) e un certo post-rock nineties però sporco, sincero, c’è un songwriting banale e seccante forse, ma tutto sommato digeribile.

Sapore europeo, anzi, tedesco direi, nell’attacco heavy-stoner di Doom, curiosa via di mezzo tra Black Sabbath, Fuzz, Kadavar, Alice In Chains e qualcosa che colgo ma che la birra non mi aiuta a mettere a fuoco, cinque minuti che la band sa tenere fino all’ultimo secondo.

Dello stesso piglio Illusion, ma molto meno riuscita, troppo caricaturale di un certo heavy-metal teutonico già bellamente superato dal doom metal, un genere che dagli ultimi anni ’90 ad oggi ha assimilato stoner, heavy, sludge e ambient, creando una della scene più fertili di questi anni (tra le band più rappresentative ci sono anche i nostrani Ufomammut).

Ma a parte questa caduta di stile l’EP si sorregge beneCheeze For My Rat è un bel garage strumentale, Revenge of Mother Earth sembra un po’ uscita fuori da “Attack & Release” dei Black Keys ma non sfigura nel complesso, non mancano di coraggio i Rubber Eggs, che alla faccia del DIY e del retaggio punk, buttano nel calderone garage indie rock e alternative italiano e a tratti riuscendoci molto bene.

Bodies That Matter – Glorify! Glorify! Glorify! (2015)

Non è dicerto il miglior album noise che abbia mai ascoltato, ma questo lavoro dei Bodies That Matter mi ha accompagnato assieme a “New Picnic Time” dei Pere Ubu nei miei ritorni notturni in treno. Solo, per interi vagoni, appoggiandomi alla mia spalla riflessa sul vetro, stremato, l’auto con la batteria scarica parcheggiata malamente fuori dalla stazione, il ritmo dolce ed etereo di “Glorify! Glorify! Glorify!” nelle orecchie, i pensieri accuratamente inscatolati nello zaino nel sedile accanto al mio, sale cullandomi il calore del sonno mentre il treno mi riporta a casa.

WTF-did-I-just-read

Sto solo tentando di dare una narrazione alla critica, di elevarla come fanno i critici pagati di Blow Up e Rumore! Non è mica una scusa perché sono stanco di scrivere e voglio spararmi una sessione 12h-no-stop su Bloodborne! A voi una cosa del genere non la farei mai… assolutamente… ma neanche per sogno… ma vi pare…

The Pesos, The Tubs, Frankie Cosmos, 30th Floor Records

Avete presente quei blog o quei recensori che cominciano una recensione descrivendo le loro azioni della giornata, come se a qualcuno potessero interessare? Beh, non è mica un caso se poi recensiscono lodandoli i vari Franz Ferdinand e Strokes di ‘sto cazzo.

Io invece sono duro e puro, così puro che non c’ho mai voglia di scrivere un bel niente. Però dai, oggi ci provo.

Finalmente faccio quattro recensioni in una non perché non abbia tempo per scriverne quattro separate, ma perché dei seguenti album c’è poco da dire, nel bene e nel male.

Quindi bando alle ciance, eccovi un po’ di succose novità dal mondo rock.


pesossssThe Pesos – Carpet Dope (2014)

Poco più di un album revival, tra il primordiale rock anni ’50 e il primissimo surf rock a tinte garage, ma questi Pesos hanno uno stile riconoscibile, al contrario dei vari Frowning Clouds e company che continuano a scopiazzare da Pebbles, senza che nessuno li redarguisca a dovere (tranne il sottoscritto).

Da “Carpet Dope” non vi dovete aspettare chissà che, se non un album piacevole e dalle gustose idee melodiche. Difficile rimanere impassibili di fronte al country scatenato di Cuntrysong, al surf di Heartbeat e di Hey Hey, devi avere proprio un cuore di pietra o essere un fan degli Interpol.

Molto divertente e chicca di questo esordio discografico Ghost (after life after party), che mostra la cifra stilistica dei Pesos, quest’aria gotico-adolescenziale ben lontana dalle riflessioni psichedeliche degli altri complessi californiani.

Questo gusto decadente si evince in particolare dalle ballate (per esempio BABY), le quali sono ad un passo dallo psychobilly, ma si fermano sempre prima, evitando la caricatura ma mantenendo quest’aria di dolci anni ’50 su una spiaggia, mangiando marshmallow e strimpellando una Cumberland Gap o una Rock Island Line.

Certo che i Pesos copiano, ma con intelligenza, e senza seguire la moda di questo psych garage annacquato. Bravi.


11071031_809596815795340_983619904241787842_nThe Tubs – Rags (2015)

Ecco, i Tubs invece sono quel revival che non ci prova nemmeno. Che poi neanche sono malaccio, hanno dalla loro una certa foga, però è garage pop come se ne sente da tanto, troppo, tempo.

La recensione di Manuel Graziani nell’ultimo Rumore si sofferma sulle capacità tecniche della band di ricreare un sound slacker pop della Madonna, ma io non ho idea di cosa sia, l’unica cosa che poso dire è che ascoltando i The Tubs mi sono ritrovato di fronte alla solita band da Burger Records, destinata a sbancare ai vari Burgerama, proponendo poche idee ma un sound molto modaiolo e che tira parecchio in questo momento.

Fra l’altro la loro etichetta originale è la Azbin, una di quelle che tengo sott’occhio per capire se ha intenzione anche lei di seguire questa esplosione garage pop o cerca di mettersi di traverso. Beh, ora ho qualche indizio in più.

Che poi se ogni dubbio non vi si è dissipato al primo ascolto, provate ad ascoltarvi più volte Lost and Found. Dai ragazzi, questo non è garage, questo è indie rock, c’è più Raconteurs in questo pezzo che in tutto “Consolers of the Lonely”. Ci stanno pure gli assoli cristo, GLI ASSOLI!

Hanno poche idee questi tre tizi da Gand e tutte già sentite.


943735_115014782035409_1339358064_nFrankie Cosmos – Zentropy (2014)

Greta Simone Kline, conosciuta come Frankie Cosmos o come Ingrid Superstar, è una delle figure più difficili da incasellare nel folk contemporaneo.

Figlia del mitico Kevin Kline (sì sì, musicista, ma prima di tutto Otto in Un pesce di nome Wanda) e di Phoebe Cates (la protagonista dei due Gremlins) dopo anni di gavetta pubblicando su Bandcamp qualsiasi cosa le passasse per la testa, è arrivata lo scorso anno ha completare la sua prima raccolta, che per lei è come se fosse il primo vero album.

Zentropy” è stato catalogato anti-folk, folk pop, indie folk e altre cazzate. Diciamo che che fa folk, ma non alla maniera del Greenwich Village, dato che siamo nel 2000. La sua leggerezza e le sue emozioni, quasi sempre accennate e che ti fanno sentire piuttosto bene, ricordano quel filone che unisce Katie Bennett e Rachel Gordon, quella musica intimista che non scava più nelle profondità dell’animo, ma ne coglie la superficie.

Se questo è dovuto all’eccessiva svendita del nostro intimo con i social network (e, perché no, dei blog) non lo so, ma quella che una volta era una musica che sondava tramite le parole quello che agli altri non dicevi, ora tenta solamente di evocarli quei sentimenti, senza spogliarli della loro meraviglia.

Questo fa Frankie Cosmos in “Zentropy”, ma a mio avviso è ancora lontana dalle geniali rime di Katie Bennett o da una forma canzone pienamente riconoscibile.

Un album piacevole, fatto di cose impalpabili ma non per questo meno reali.


0004491504_1030th Floor Records: Various Artist – Synth Fighters (2015)

Sono tornati. Purtroppo.

Non paga del successo del precedente esperimento, l’etichetta inglese 30th Floor Records ci riprova, richiama all’ordine i suoi artisti retro-wave per un nuovo, sfolgorante progetto. Reinterpretare i temi musicali di Street Fighters II e di Super Street Fighters in chiave (sorpresa sorpresa) retro-wave.

Ad aprire questo gigantesco progetto attorno al nulla più assoluto ci sono i nostri cari Future Holotape, quelli di “Analog Renegades”. Proprio come dissi a Dicembre dell’anno scorso questa musica avrebbe fatto sfaceli in una pellicola come Kung Fury (che comunque si è avvalsa di una tamarrissima True Survivor, che grazie alla strabiliante interpretazione di David Hasselhoff ha toccato le 15 milioni di visualizzazioni di YouTube, decretando il successo di Kung Fury, per mia somma gioia) e dopo una parentesi così lunga anch’io mi sono dimenticato di che cazzo stavo scrivendo.

Ah, ok, questa retro-wave è molto funzionale a questi progetti, dove una musica del genere ha un senso di esistere, ma nel contesto di un album non sa di un signor cazzo. A meno che tu non sia un fan sfegatato di Street Fighters, s’intende,

Ancora peggio gli album delle singole band che hanno partecipato a questo “Synth Fighters”, un continuo riciclo del synth pop anni ’80, un’operazione meramente estetica che cavalca un’onda nemmeno tanto alta.

Babylon K – Babylon K [EP]

1484292_484359644997225_76661143_n

Voi non immaginate quale cazzo di soddisfazione sia tornare sul mio blog. Sto passando delle settimane davvero di merda e una pausa per scrivere di musica mi ci voleva come l’aria. Cristo.

Cominciamo con una delle recensioni a richiesta che mi sono pervenute in questi giorni, i Babylon K.

Questi cinque virgulti fiorentini si sono cimentati nel loro primo Ep omonimo, pieni di belle speranze e riff, ma [domanda da un milione di dollari] fanno della musica con le palle? Il loro rock demolisce le pareti dell’inibizione e ci trasporta su un altro piano dell’esistenza, dove spazio e tempo trovano la loro definizione ontologica in Famme Cantà del Senatore Razzi?

No.

Non fraintendete, i Babylon K sanno suonare, Daniele Dainelli ha una voce che rientra tranquillamente nella categoria “da paura”, ma per il genere che suonano sono piuttosto prevedibili.
«Eh Beppe, se però non ce lo dici prima che genere fanno ‘sti fiorentini…»
E c’avete ragione da vendere, ma se fossi un buon recensore scriverei per Blow Up, e non su una piattaforma composta per il 90% da poeti mancati e blogger egocentrici che riescono a scrivere post di 50.000 battute sulla loro colazione.

Quello in cui si cimentano i Babylon K è quell’hard psych rock che va tanto di moda nel nord d’Europa, ma con una maledetta attitudine indie che rovina qualsiasi tentativo di fare un po’ di rock cazzuto.

Infatti l’unico problema di questo EP è che appena parte Feelings (il primo pezzo, of course) capisci di trovarti di fronte la versione “MTV approved” di Earthless, Golden Void, The Machine e via discorrendo, passando pure per buona parte del catalogo della Captcha Records.

I riffoni ci sono ma non pestano (al contrario, per esempio, di quelli “sabbathiani” dei Kadavar) e i risvolti psichedelici sono terribilmente banali, praticamente i Babylon K sono gli Arctic Monkeys dello psych rock: molta forma, zero sostanza.

Sicuramente in Why Are Living Now? l’atteggiamento è “loud & proud”, però per quanto concerne il lato compositivo siamo alle basi, il che di solito a me non da fastidio, ma in questo caso, e in questo particolare genere di appartenenza, mi fa abbastanza prudere le mani. Ovviamente con “basi” non intendo che hanno cominciato a suonare ieri, stile Ramones, ma che prendendo in considerazione la storia della scena hard psych, i Babylon K stanno vivendo ancora una fase piuttosto classicheggiante. 

Capisco che seguire le orme di Led Zeppelin e compagnia cantante aggiornandoli ai nostri tempi sia una cosa bella da fare, ma il problema è che ti ritrovi per le mani una gabbia compositiva che si definisce entro dei limiti espressivi dannatamente oppressivi. Il riffone, il ritornello, l’assolo, la voce che fa «AaaaaAAAaaAArrgh!» ma a questo punto le cose sono due:

  • o suoni da Dio (tipo i già citati Kadavar, che sono ancora più classici!)
  • o reinventi tutto
  • [bonus] infondi un profondo significato nel rapporto liriche-musica.

I Babylon K non hanno fanno nessuna di queste cose.

Insomma, un revival mascherato che però potrebbe portare lontano questa band, almeno in termini economici. Infatti se (e solo se) il mercato dovesse spostarsi da questo ritorno al funk ad assecondare le pulsioni hard rock che accomunano la lontana California all’Europa del nord, i Babylon K sarebbero in vantaggio di ben un EP sulla concorrenza.

Sono bravi tecnicamente, ascoltando questo esordio per qualche giorno ho sempre apprezzato l’atteggiamento e la voglia di “spaccare”. Ottima pure la produzione, sul lato tecnico c’è davvero poco da dire, ma il loro rock si basa su cose sentite e risentite fino alla nausea, senza la personalità di tante band tedesche e americane.

È piuttosto chiaro che con la batteria raddoppiata e tralasciando le nenie indie (magari ascoltando qualcosa dei primi Thee Oh Sees) ci sono delle belle potenzialità in gioco, devono solo trovare la loro dimensione.

Cherry Glazerr – Haxel Princess

08340012

La band di oggi è una piccola realtà californiana a cui sono molto affezionato, il loro primo album dell’anno scorso non l’ho recensito perché, come al solito, sono dannatamente pigro.

Papa Cremp” e il suo etereo shoegaze è un album legato a sensazioni decisamente dream pop piuttosto che garage, a conti fatti è l’album che “MCII” di Mikal Cronin doveva essere nella mente del musicista californiano.

A meno di un anno di distanza esce questo “Haxel Princess”, una pillola indie rock piacevole e con delle sorprese.

La voce dolcissima e le note eteree della chitarra sono di Clementine Creevy, che qualche anno fa chiusa nella sua cameretta scrisse qualche pezzo da mandare alla Burger Records, la quale riconobbe le potenzialità di Creevy e spinse per la formazione della band che ha firmato “Papa Cremp”, i Cherry Glazerr.

Questo trio (chitarra, basso, batteria) da il suo meglio in pezzi come Grilled Cheese e Haxel Princess, con un alternative rock che suona molto meno nineties dell’ultimo album dei canadesi Pack A.D.. Lo shoegaze è davvero mitigato dalla poca propensione di Creevy di fare più casino del dovuto, mantenendo un equilibrio che non ridonda mai.

Alcuni pezzi sono davvero corti, come la nenia dolce e amara di Glenn The Dawg o nella alternative pop Teenage Girl, e in generale le canzoni non superano quasi mai i tre minuti mantenendo l’album leggero e maledettamente modesto. Ma questa modestia non è da intendersi come incapacità, piuttosto come una presa di posizione in confronto all’eccessivo protagonismo di tante personalità dell’underground californiano ora che riviste e blog si sono accorti di loro. Ovviamente questa non è la Loro presa di posizione, ma è quello che ci leggo io nella mia mente contorta.

Per me i Cherry Glazerr rappresentano quanto c’è di buono nel sottosuolo, meno potenti e immensi di band come Has A Shadow, Nun e Harsh Toke, ma sono tre ragazzi autentici con qualcosa da dire, senza doversi per forza auto-incensare ad ogni intervista.

Bloody Bandaid è un piccola perla che mostra le capacità liriche-emotive di Clementine Creevy.

Così a primo acchito vi confesso che preferivo “Papa Cremp”, ma devo anche premettere che la band è davvero giovane e ha ancora il meglio da dare. Alcuni pezzi che presentano nelle live o in qualche approfondimento radiofonico prospettano sorprese. Aspettiamo e vediamo.

  • Link utili: se volete ascoltare tutto l’album cliccate QUI per la pagina bandcamp, se non resistete al fascino indie di Clementine e volete chiederle di prendere un gelato insieme discutendo di Kundera cliccate QUI per la pagina Facebook della band.

Godetevi questa Had Ten Dollaz, probabilmente uno dei pezzi di punta del prossimo album, è uscito credo in questi giorni il 7 pollici:

Dopo un po’ di shopping musicale a Hollywood nel Amoeba Music, cosa avranno acquistato i Cherry Glazerr?

Cold War Kids – Robbers & Cowards

allcdcovers_cold_war_kids_robbers_and_cowards_2007_retail_cd-front

Il loro ultimo album “Dear Miss LoneyHearts” (2013) non è tanto l’ennesima delusione quanto una triste certezza.

Probabilmente i CWK (Cold War Kids) all’uscita del loro primo album erano considerabili come la band più interessante in prospettiva degli anni 2000, ma la velocità con cui sono stati divorati e defecati da una major come SONY (anche se si legge Dowtown Records) e V2 ha dell’incredibile.

Robber & Cowards” (2006) non è soltanto un buon album ma è uno dei migliori esordi che io abbia mai ascoltato, un indie-rock-blues appetibile tanto per le classifiche quanto per gli ascoltatori più allenati.

Un suono secco, ruvido, autentico (senza il bisogno di ricorrere al low-fi di ‘sto cazzo), la voce di Nathan Willett è la più interessante del rock contemporaneo, testi di pura poesia americana perfettamente incastonati nella malinconia mai melensa di pezzi come Hospital Beds.
La batteria (Matt Aveiro) sembra sempre sul punto di sbagliare un colpo, sempre incerta e nervosa, perché Aveiro è totalmente immerso nell’idea concettuale che sostiene questo album, quello di ricreare una America domestica, protestante e in crisi con la sua stessa identità. Le immagini che suscita We Used to Vacation si sposano perfettamente con il blues corale di Saint John come anche con la rumorosa (e commerciale) Hang Me Up to Dry. Un filo conduttore ben pensato riesce a mantenere sempre l’equilibrio tra liriche e musica.

Trovo incredibile come ci sia gente che ancora parli di Amy Winehouse (urgh!) quando una band con queste potenzialità si sputtana senza ritegno di anno in anno.

Eccoci dunque al dramma che ha investito i CWK, perché tutti gli input di “Robbers & Cowards” li hanno buttati giù dal balcone già col secondo album (“Loyalty to Loyalty”, 2008), peggiorando col terzo (“Mine Is Yours”, 2011) e definitivamente spaccando i coglioni col quarto (“Dear Miss LoneyHearts”). Se escludiamo il ritmo e la vivacità di un bel pezzo come Royal Blue (terza traccia del mediocre “Mine Is Yours”) tutti i lavori della band successivi all’esplosivo esordio rasentano la noia e la banalità più assoluta.

È colpa di SONY?
È colpa di MTV?
Hanno probabilmente perso subito una qualunque forma di vena creativa?
È stato solo culo?
Mah, fatto sta che ormai non ci resta che rammaricarci ad ogni nuova uscita dei Cold War Kids, pensando a quello che è stato e a quello che poteva essere.

  • Pro: l’unico disco di musica commerciale degli ultimi anni davvero contemporaneo e consapevole, lontanissimo dai colleghi oramai ridicoli come Arcade Fire o Arctic Monkeys, o dal finto rock sperimentale che annebbia i Radiohead da tempo, questa qua è musica VERA.
  • Contro: ho sentito molti lamentarsi del fatto che sia banale e la voce di Willett fa cagà. Mmm, diciamo subito che anche gli Oblivians sono banali eppure non mi sembrano così male, e che una voce tipo Alvaro Fella (Jumbo) faccia cagà non ci sono dubbi eppure non riesco ad immaginare un cantante più espressivo. Saranno anche gusti, però esistono anche possibilità di dare giudizi e fare critiche più o meno obiettive, e certe affermazioni a me sembrano semplicemente cazzate.
  • Pezzo consigliato: Saint John, però anche Hair Down mi piglia parecchio.
  • Voto: 6,5/10

(sì: è una recensione parecchio breve, e sì: sono pigro)

In questo video una bella esibizione on the road.

Live a Glastonbury, alla faccia di quelli che li tacciono di essere “solo indie pop” aprono la hit We Used to Vacation con un classico blues: Nobody’s Fault But Mine.

Minutemen – Double Nickels On The Dime

double_nickels_on_the_dime

Dopo il punk dannato e maledetto dei The Alley Cats, e quello beach e arrabbiato degli X, concludiamo questa brevissima e personalissima trilogia del punk californiano made in eighties con un disco che non è un disco, ma è il massimo risultato del punk come genere musicale.

Legati indissolubilmente al punk antagonista dell’hardcore anti-reaganiano, il loro sound è la geniale commistione di intuizioni musicali che spaziano dai Van Halen ai Bad Brains, dai Meat Puppets ai Hüsker Dü, fondendo jazz, funk e reggae il tutto nell’arco di canzoni brevissime ma sempre compiute.

I Minutemen sono stati una grande rock band, almeno fino al 1984.

Un trio di ottimi esecutori, dal compianto D. Boon (voce e chitarra: e che voce e che cazzo di chitarra!) al veloce ma dannatamente preciso George Hurley (batterista e talvolta voce), fino a Mike Watt, un bassista che è più un mito che un uomo, ma che adesso segue Iggy Pop nella sua inutile riesumazione di un furore punk leggermente anacronistico.

Dopo due ottimi album, “The Punch Line” (1981) e “What Makes a Man Start Fires?” (1983) i Minutemen hanno come una sorta di divinazione.

Non si sa bene come cazzo sia potuto succedere, insomma, fino a un anno prima questi tre facevano soltanto della buona musica, dichiaratamente democratici e incazzati fino al midollo con le politiche repressive e la mentalità da cavernicolo di Reagan, una band hardcore da rispettare e onorare, ma nel 1984 decisero, inconsciamente, di cambiare la storia del rock.

Se le vendite esaltavano l’ennesimo disco copia-incolla dei Queen, “The Work”, arrivato al successo grazie al singolo Radio Ga Ga (che già dal titolo fa intuire la profondità culturale e musicologica intrinseca), nessuno poteva di certo aspettarsi il successo che arriderà a questo trio hardcore.

Double Nickels On The Dimeè stato un terremoto che ha scosso le fondamenta di tutto il rock autentico. Le 45 tracce che compongono l’originale LP del 1984 sono l’esempio lampante di come delle volte il genio si manifesti senza preavviso, e di come il rock possa anche innalzarsi dalle sue chitarre suonate alla meno peggio e diventare Musica.

Un album di questa caratura va considerato da almeno tre punti di vista:

  • quello musicale
  • quello letterario
  • quello storico

In generale per fare una buona critica a qualsiasi album i tre punti sopra elencati vanno presi sempre in considerazione, ma il terzo album dei Minutemen è uno di quei rarissimi casi in cui la rivoluzione comprende tutti e tre i punti.

Musicalmente D. Boon, Watt e Hurley spingono al massimo l’acceleratore, velocizzandosi e raffinandosi ancora di più. È straordinario constatare con quale facilità la band abbia fuso tutte le maggiori intuizioni degli anni ’80 e ’70, guardando all’avant-garde come ai più materiali Black Flag, riuscendo allo stesso tempo a non ripetersi mai in 45 tracce. Il sound complessivo ne esce incredibilmente compatto, creando nell’arco di una ottantina di minuti un’esperienza unica e irripetibile.

La musica, sebbene tecnicamente tutto tranne che scontata, è anche fruibile. Al contrario di un rock destrutturato, come quello reso celebre da Captain Beefheart, o a esempi di estremismo come nel bellissimo “Right Now!” (1987) dei Pussy Galore, i Minutemen riescono a distruggere ed estremizzare senza sodomizzare l’ascoltatore, il che è innegabilmente un pregio.

A livello letterario siamo di fronte ad una sintesi della storia del linguaggio punk-rock. Dagli inni pacifisti all’introspezione indie, dalla poesia di Patti Smith al linguaggio volgare e irriverente dell’hardcore, Double Nickels è un compendio irrinunciabile per studiare il linguaggio sociale del rock, le liriche che parlano allo stomaco senza dimenticarsi del cervello, la perfetta simbiosi tra ritmo, melodia e rumore assieme al testo.

Per la storia della musica siamo invece di fronte ad un lavoro inarrivabile, un punto di riferimento per chiunque voglia intraprendere la carriera del rocker. Non solo Double Nickels si fa rappresentante musicale e sociale di un intero movimento, riuscendo al contempo a superarlo concettualmente, ma è anche un punto di incontro musicologico di altissimo livello che merita l’attenzione degli studiosi oltre che dei rimasti con le magliette dei Ramones tipo me.

Ammetto che sarebbe stimolante recensire pezzo per pezzo questo album, valutando con attenzione tutti gli spunti e le idee buttate all’interno di questo calderone infernale. Vi dico solo che comincia con l’accensione dell’auto di D. Boone, l’invito ad entrare in un viaggio modesto con tre amici punk che girano l’America tra concerti e avventure, che ne vedono e ne sentono di tutte, che te le raccontano spassionati tra una cerveza e l’altra, con i quali puoi scherzare, vomitare e magari confessarti, puoi dividerci una pizza o magari anche una ragazza, e che quando li lascerai andare via all’orizzonte non saprai mai dove e quando te li potresti ritrovare davanti.

Voto: 9,5/10.

Arctic Monkeys – AM

arctic_monkeys01_website_image_sgjv_standard

Trovo che tutta l’attesa che ha preceduto questo album sia sintomatica di come il mainstream stia cercando (inutilmente) di uccidere il rock, e penso che sia anche rivelatore di tutti questi finti rocker o critici di rock i quali a casa ascoltano Oasis, Arctic Monkeys, Franz Ferdinand, Strokes, Foo Fighters e compagnia cantante, però commentano e criticano album dei Faust, dei Pere Ubu o chennesò dei Thee Oh Sees*.

Grazie ad internet tutto va più veloce, in particolare la comunicazione. Il rock definito giustamente e onorevolmente “underground” ha trovato la sua rivalsa a 196 kbps. I vari Captain Beefheart, Can, Amon Düül II, si sono rinsaviti come mai nella loro vita discografica e hanno cominciato a girare in quelle bancherelle (o librerie di iTunes) dove prima si spacciavano solo Muse, Kaiser Chiefs e Queen of the Stone Age.

E quindi, dai primi eroi dell’underground a 196 kbps, molti hanno potuto percorrere una strada che continua tutt’ora: quella del rock autentico, quella di quel genere così particolare da ispirare i sentimenti più bassi fino alle riflessioni più alte.

Cos’abbia dunque a che fare il rock col brit-pop o con l’indie da classifica proprio non l’ho afferro. È un mio limite, lo ammetto.

Gli Arctic Monkeys non provocano, non feriscono, il loro linguaggio da bulletto di strada inglese fa però breccia in una intera generazione (come ci dimostrano gli straordinari dati di vendita) ma nel momento stesso in cui si rivelano in tutta la loro bellezza, evaporano. Gli album di questa band sono come i nastri di 007, dopo che li hai ascoltati si auto-distruggono.

Dall’indie che strizza l’occhio al fenomeno brit-pop ai ritmi da rock discotecaro di questo ultimo album, i Monkeys si sono affermati come La band inglese per eccellenza, le loro songs sono una sfilza allucinante di hit per caratteri sensibili e indie e critici con vergognose pulsioni verso “The Next Day” di David Bowie.

Di colpo gli album usciti quest’anno di Thee Oh Sees, Has A Shadow, Fuzz, Harsh Toke,  scompaiono e le bocche si riempiono di lodi sdolcinate verso “RAM” dei Daft Punk (un dannato disco funk, oltretutto innocuo e spudoratamente commerciale, alla faccia dei Monophonics) , verso “Right Thoughts, Right Words, Right Action” dei Franz Ferdinand, e ora su quest’ultimo gingillo pop degli Arctic Monkeys.

Spero non mi fraintendiate, la musica della band di Alex Turner merita il plauso della critica. Un gioiello perfetto che ritrae con i suoi accordi spensierati tutto il nulla che ci circonda, il solito album autistico di chi guarda il mondo dall’alto del suo piedistallo. A livello filmografico lo si potrebbe tranquillamente accostare ad un blockbuster di enorme successo, ma senza la ricercatezza o la profondità di chi con il blockbuster, o col mainstream come usa adesso dire, cerca di veicolare messaggi un po’ più profondi (le differenze tra Transformer e Pacific Rim vi dicono niente?).

Perché fare una bella revisione dei dischi meno conosciuti dell’hardcore anti-reganiano quando puoi fare l’ennesima lista degli album che preferisci di David Bowie? Perchè non proporre numeri speciali di riviste sugli Amon Düül II o su Arthur Brown quando puoi fare l’ulteriore review da ottomila pagine sui Led Zeppelin o addirittura lo specialone sui Green Day? 

La verità è che sia anche a 33 o 45 giri, o a 196 kbps piuttosto che a 320, il rock autentico rimane una passione per pochi sfigatissimi, che non voglio chiamare “eletti”, perché per essere uno sfigato che adora Moonlight On Vermont e la favorisce a qualsiasi canzone dei Toto, o che preferisce “MMM” a qualunque album degli Strokes, o che venera i Sonics a discapito dei Franz Ferdinand di ‘sta ceppa non c’è bisogno di una spada regale poggiata sulla spalla, ma solo di una birra economica in mano e un film di Kevin Smith in VHS.

Arctic-Monkeys-AM-recensione

Prodotto dalla Domino e col titolo di “AM”, voluta ma quanto mai disgraziata citazione ai cari Velvet Underground del finito Lou Reed, l’album si apre con la super-hit Do I Wanna Know?. Già da questa piccola perla indie-pop possiamo riflettere sui generi che sono stati accostati a questo album, ben riassunti dalla sintetica scheda della sempre inutile Wikipedia: indie rock, rock psichedelico (!), garage rock (!!), post-punk revival (!!!). Ci mancava il folk-metal ed eravamo a posto.

Una cosa alla volta. Do I Wanna Know? sono le riflessioni di un invertebrato verso una bonazza qualsiasi, il che, sia chiaro, potrebbe anche andarci bene, se non fosse la conclamata mancanza di palle nel genere indie che ci fanno rimpiangere i tragici testi dei Deep Purple o dei Led Zeppelin, che tra il nonsense e i riferimenti a Tolkien erano comunque un po’ più dignitosi. La musica è il solito brit-pop-indie che già i Monkeys hanno sperimentato nei primi album, con un tono più “elettronico”.

R U Mine? potrebbe essere una demo perduta di “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”, il primo e più riuscito album dei Arctic Monkeys. L’unico problema sono questi coretti davvero troppo brit-pop per essere sparati a cassa piena. La sensazione è che dal primo album ad oggi i Monkeys siano sempre più attratti dalle classifiche piuttosto che dalla musica.

One For The Road è una hit pop che gioverebbe di una bella cover degli Scissor Sister.

La “rockeggiante” Arabella dovrebbe essere la prima e “pesante” nota rock dell’album, ma qui mi sono messo le mani nei capelli. Intendiamoci, questo album l’ho comprato perché ne parlano come il nuovo Salvatore, e il primo mi piacque a sedici anni (anche se ora fatico ad ascoltarlo), ma qui siamo su un piano davvero diverso. Tralasciando i testi, perché nel rock sono importanti in modo piuttosto relativo, io sono rimasto sconvolto da chi mi definisce tutto ciò “rockeggiante”! Sembra la parodia di un pezzo rock, non rivoluziona i paradigmi del genere, né li rispetta a pieno perché altrimenti i Dirty Streets quest’anno avrebbero sfornato un album capolavoro mentre è semplicemente un album hard-rock che sfiora la sufficienza.

Passiamo a I Want It All, e qui mi faccio delle domande. Se “AM” è il disco dell’anno cos’era “Carrion Crawler/The Dream (2011) dei Thee Oh Sees? Porto spesso questa band ad esempio perché non sono dei fenomeni, ma fanno del rock con le palle, e neanche tanto scontato, ma qui stiamo parlando di canzoncine da classifica. Ma solo l’unico che se ne accorge?
Arriviamo ad un pezzo sulla bocca di tutti ‘sti “critici”: No. 1 Party Anthem mi fa riflettere ancora più del precedente. Mentre ascoltavo questa bestemmia mi viene in mente che una roba del genere, però decente, l’avevo già sentita. Queste sonorità molto più mature, molto più quadrate e sviluppate e con un romanticismo nei testi ben più aulico lo troviamo in un recente album rock ITALIANO, ovvero “Midnight Talks” (2010) degli A Toys Orchestra! L’album sforna un indie molto vicino a quello di “AM”, ma molto meno imbarazzante.
Inutile Mad Sounds, con quei “ullallallà” che mi fanno venire l’orticaria più o meno come come i “powpowpow” di Satellite Of Love. Altrettanto prevedibile e pop Fireside, finora questo album non ci pone di fronte né un sound nuovo, né delle idee nuove, né qualcosa che possa essere categorizzato nel rock, al massimo lo inquadrerei bene in quelle classifiche che vedono Strokes, Justine Timberlake, Rihanna e versioni riviste degli Oasis spadroneggiare senza concorrenza.

Why’d You Only Call Me You’re High non scappa alle precedenti critiche. Mi diverte il fatto che You’re High si possa tradurre in un gergo della mia zona: perché mi chiami solo quando ce l’hai alta? che a Firenze vorrebbe dire l’esatto contrario del senso inteso da Turner.

In questo sconcertante contesto Snap Out of It è solo ridicola. Cosa rappresenta della contemporaneità in modo così efficace questo album? 
If that watch don’t continue to swing
Or the fat lady fancies having a sing
I’ll been here
Waiting ever so patiently for you to
Snap Out Of It

Adesso le lyrics di Black Dog mi sembrano scritte da Bob Dylan.

A ritmo di marcia con Knee Socks, si rallenta con la conclusiva I Wanna Be Yours. Un organo elegiaco, la voce da piacione alle esibizioni on stage di MTV o dell’Hard Rock Café e finisce qui.

Il pregio maggiore di questo album è la sua compattezza, se un album comunque più rilevante come “MCII”, uscito sempre quest’anno del californiano Mikal Cronin, suona più o meno come un infinito copia-incolla di due idee, “AM” invece propone nel suo ambiente sonoro lineare tante sfaccettature di un sound molto meno genuino dei primi album, ma più maturo e studiato.

Vorrei riprendere il discorso lasciato in sospeso qualche paragrafo fa e soffermarmi per valutare i generi proposti da Wikipedia per definire “AM”, (per alcuni Wikipedia dovrebbe essere l’enciclopedia definitiva, spero che Jena Plissken ci salvi tutti facendoci saltare in aria prima che ciò diventi ufficiale):

  1. indie rock: sacrosanto.
  2. rock psichedelico: mah. I Black Angels fanno rock psichedelico, La Piramide di Sangue pure, ma come si fa ad inserire questo album nel filone psichedelico? Davvero: non capisco.
  3. garage rock: Ty Segall, Thee Oh Sees, Crystal Stilts, anche il rock sporco e noise dei Action Beat è garage sotto molti punti di vista, ma “AM” manco per un sordo.
  4. post-punk revival: un momento! Cosa intendiamo per post-punk? Pere Ubu? Pop Group? Suicide? Va bene che è un genere vasto e che comprende molte cose (come tutti i generi rock, alla fine sono soltanto classificazioni a posteriori che si affibbiano un po’ a casaccio) ma cazzo, tra “Dub Housing” e “AM” c’è un abisso più profondo dello sconcerto e dell’orrore che ho provato ascoltando “Glitter”!

Concludo affermando senza ombra di dubbio che gli Arctic Monkeys sono la band pop più valida d’Europa, con un background culturale invidiabile e una testa a capo che sforna hit che valgono milioni. Ma non sono una band rock.

  • Pro: in assoluto il miglior brit-pop, gli fanno le seghe Kaiser Chiefs, Franz Ferdinand, Killers e gli altri compagni di picnic.
  • Contro: se vi piace il rock inteso come musica autentica, e vi masturbate non su You Porn ma con le pagine di Creem dei primi ’70 allora potrebbe procuravi un infarto, o peggio le infamate degli amici (come nel mio caso).
  • Pezzo consigliato: R U Mine? credo sia il meno peggio, Arabella invece è un gioiello trash da serata goliardica.
  • Voto: 3,5/10 (vi consiglio di leggere la guida ai voti e solo dopo insultarmi)

*non voglio insinuare che se ti piacciono gli Strokes allora non puoi recensire “Orgasm” dei Cromagon, dico solo che probabilmente sei un pazzo bipolare. Tutto qua.

Montauk – Montauk

cropped-montauk_logo_web3

L’Italia è sempre stata un po’ il fanalino di coda del rock (assieme a molti altri paesi occidentali) qualche soddisfazione siamo riusciti a prendercela nei mitici ’70, ma poi siamo scomparsi di nuovo.

Di band da ascoltare a giro per fortuna ce ne sono, anche se raramente riescono a stare al passo delle corrispettive band americane e inglesi.

I Montauk sono un gruppo giovane che sta muovendo i suoi passi nel terreno del post-core e dell’indie, terreni abbastanza fertili in Italia di questi tempi. Diciamo che puntare su tematiche melanconiche e depressive in questi giorni è un po’ da una parte ”vincere facile” e dall’altra rispecchiare fedelmente lo stato d’animo dei giovani.

La band mi ha spedito l’album un paio di giorni fa, è arrivato stamani stupendomi alquanto. Non tanto per la prontezza delle Poste, ma per la presentazione del disco stesso.

Dentro un cartoncino, tenuto fragilmente da un’elastico, c’è il cd e una specie di “manifesto” d’intenti, più una montagna di disegni di fumettisti e illustratori in linea con il Montauk pensiero.

I disegni, rigorosamente in bianco e nero, riprendono stilemi del fumetto della grafica contemporanea, qualcosa di simile si è già visto in “Requiem” dei Verdena se non ricordo male, dietro i disegni ci sono pure delle citazioni dai testi delle canzoni.

‘Na presentazione di nulla!

Nel manifesto degli intenti la band definisce la sua musica “post-core-slo-core, indie-punk” e cantautoriale, il che secondo me sintetizza bene il disco in sé, ma è quasi più una dichiarazione di limiti che di intenti, comunque ora ne parliamo meglio.

Dice, il foglietto, che loro non sono né gli Hüsker Dü né i Fugazi, e dice giusto assai. I Montauk non hanno la velocità degli Hüsker (e quelli andavano forte per davvero), non hanno la vena politica dei Fugazi e la loro musica scarna e sanguigna, in sostanza c’entrano poco e niente con queste due leggendarie band.

La musica dei Montauk parla ai giovani, suona come uno stralcio preso da un racconto di Ammanniti, senza però la sua psichedelica progressione verso un’infausta (e inevitabile) conclusione, il discorso della band libra in aria fendendo colpi qua e là, rievocando sensazioni e angosce senza però dargli mai una direzione precisa.

Le idee alla band non mancano, come anche la capacità tecnica. Il disco è definito lo-fi, ma non è proprio un lo-fi tipo. Insomma, non suona di certo come “Slaughterhouse” di Segall o “Rubber Factory” dei Black Keys, suona più come un disco degli Zen Circus, una via di mezzo in pratica.

Comunque prima di trarre delle conclusioni andiamo all’ascolto.

DSC00924

Io, il pezzo che ci introduce in questo album cortino (dai, è un EP) comincia bene. Vada per il post-core, ma diciamo un post-core piuttosto rigido. Non c’è la veemenza degli Hüsker, ma nemmeno dei And You Will Know Us By The Trail Of Dead, piuttosto si lascia spazio ad una monocromia indie come negli The Underground Youth, senza salite o discese troppo rapide.

Come Fossi Il Tuo Cane conferma quanto detto e rimanda alle sonorità dei Teatro Degli Orrori, band molto apprezzata dal pubblico italiano in questi ultimi anni. Speravo in una citazione degli Stooges in tutto e per tutto, ma già il testo “vorrei che tu mi accarezzassi come fossi il tuo cane” – che ha qualche ricordo di I Wanna Be Your Dog, suona però come una sorta di sconfitta, mentre il latrare di Iggy era intriso di un fuoco che qui manca.

Il pezzo successivo, Il Bruco, è pervaso da un nichilismo adolescenziale che fa tanto indie. Mi piace la frase “e sceglierò il silenzio” perché rappresenta bene l’angoscia tipica di questo genere, ovviamente è un ossimoro che nobilita il tentativo di dire qualcosa dei Montauk. Peccato che la struttura compositiva cominci a sembrare un po’ ripetitiva.

Song No Tomorrow butta là qualche sprazzo di new wave, c’è un po’ più di energia e c’è molto potenziale; “la rabbia è una religione” ripetono ad un certo punto, non potrei essere più d’accordo, ma aggiungo che non è ancora la vostra parrocchia, le strutture sono troppo rigide e i suoni troppo calibrati, la rabbia c’è ma non trova ancora un’espressione adeguata. Il Mondo, il pezzo dopo, non aggiunge nulla di importante.

Con Da Quando Non Siamo Più la band comincia a tirare fuori le palle, e io apprezzo molto. Il pezzo credo parli di una coppia che si è divisa, in realtà ci capisco poco grazie ad un sistema di amplificazione da rivedere (il mio), ma frasi come “resto qui a cercare un pezzetto di te nei pantaloni” sono quanto di più post-core si sia finora sentito.
Inoltre la canzone propone una struttura decisamente più elastica, passando dalla velocità alla riflessione con un certo stile, peccato che sul finale il cantante tiri fuori questo:
“la mia vita ha il senso di un sapore
è un piatto di carne a base di interiora
la violenza della cucina tradizionale
le mosche mi fanno una corona di compagnia con al loro ronzante allegria”
Eh? Boh, però il finale mi è piaciuto un casino.

In Nessuno Partirà non manca il brio, ma quattro minuti francamente mi paiono tantini per un pezzo senza troppe sorprese.

Il disco si conclude con Piove, la traccia si distacca dalle altre per la presenza di una lunga introduzione fatta di impressioni sonore piuttosto semplici, c’è molta melanconia che sfocia in una sensazione di solitudine forzata mischiata a misantropia, che fa (ancora una volta) tanto indie.

Che dire?
La band ha idee, ha capacità, ha anche un sound abbastanza personale, che manca? Manca innanzi tutto il carisma di band come Il Teatro Degli Orrori o degli Zen Circus, e per paragonarli ad altre band ancora ai margini manca per esempio un po’ di coraggio alla Gli Ebrei.

Comunque ci sono le basi per qualcosa di potenzialmente interessante.

  • Pro: bel sound, un disco suonato bene e che non ha bisogno di virtuosismi per piacere.
  • Contro: sa di poco, dopo le prime due tracce il resto appare scontato.
  • Pezzo Consigliato: Da Quando Non Siamo Più ha anche una spinta in più.
  • Voto: 5,5/10

Ty Segall – Goodbye Bread

ty-segall

[Dopo un paio d’anni mi pento di parecchie cose in questa recensione, ma il bello di fare recensioni perché mi va sono anche queste uscite così entusiastiche, esagerate, prorompenti. Da qui ho cominciato ad aprirmi alla scena garage californiana, e adesso nel 2015 posso dire che è stata la protagonista di questo blog per un paio d’anni buoni. Quindi grazie Ty, non so bene di cosa, ma grazie.]

Ty Segall è californiano gente, cresciuto come solo in California crescono i veri uomini, pane, acqua e garage rock.

Quando ascolti Segall non sai bene da dove partire. Delle volte sembra appena uscito da una jam session con Iggy, delle altre invece con i Sonics, non è raro che mi rimembri a tratti anche i Seeds, i Troggs e i Crime.

La musica di Segall non vuole colpirvi il cervello, punta dritto dritto alle budella. I suoni distorti, il feedback, errori palesi e le sbavature, tutto fa parte della potenza espressiva di questo cazzone.

Per me è difficile fare un recensione di “Goodbye Bread“. In realtà la cosa è andata così: mi giravano le palle perché volevo recensire il Richard Hell dei tempi d’oro, però poi ho pensato che faccio troppe recensioni di vecchiardi, in seguito mi è venuto in mente che potrei fare una recensione sui Foxygen (che, per inciso, odio) e mentre mi lambiccavo con questi dilemmi iTunes, che se ne stava lì a buttare in sequenza casuale miliardi di ore di musica, mi spara a tutto volume California Commercial, proprio da “Goodbye Bread” di Ty Segall. È stata come un’illuminazione, una sorta di luce in fondo al tunnel. Non è il mio disco preferito del giovane californiano, però da qualche parte dovevo pur cominciare.

L’ambiente di Segall è quello underground pesante, uno dei tanti sconosciuti che infestano le radio streaming e i locali più infami con i loro brufoli e la loro scocciante gioventù. Paffuto e biondo, Segall a prima vista potrebbe anche apparire come un bravo ragazzino arrivato tardi al concerto dei Nirvana, ed invece è proprio un pazzo, anzi: è incazzato.

Molti amanti dell’indie sono rimasti sconvolti dall’implume Segall, riconoscendo sulle prime qualche accordo depresso-introspettivo si sono avvicinati, per poi ritrovarsi sommersi da pura rabbia rock. Ehi, niente contro l’indie, mi piacciono pure gli Underground Youth, però il garage è unico, anche per i personaggi tipo Segall.

Va bene, si ispira a gente come Iggy, come ai Black Sabbath e ai Black Flag, come pure alla psichedelia di Syd Barrett e dei White Witch e via dicendo, ma chi con un po’ di cervello non lo fa? Probabilmente lo fa anche Jeffrey Novak, non tanto bene però, ma Segall sembra attingere proprio dalla forza originaria che smuoveva tutti quei maledetti geni.

Sì, ok, forse, e dico forse, “Goodbye Bread” è il suo disco più moscio a tratti, però è quello che mi è capitato sotto mano adesso. È uscito nel 2011 sotto la grandissima Drag City, un’etichetta con le palle. Il sound appare più canzonato e “limitato” almeno in confronto ai lavori precedenti, un po’ come se durante le registrazioni qualcuno tenesse per le palle in prode Ty, ma in realtà non ci trovo niente di sconvolgente, anzi, anzi

Ty arriva a questo album dopo una serie infinita e incatalogabile di collaborazioni, di tutti i tipi e con con tutti i tipi più strani della scena californiana. La sua prima esperienza di rilievo è certamente con i The Traditional Fools (2008), un paio di 45 giri ed un album con i coglioni, ma un po’ dispersivo. Poi sembrava dovesse fare quasi il serio con Mikal Cronin, ed invece “Reverse Shark Attack” risulta essere uno degli album più fancazzisti e divertenti del 2009.

Inizia a collaborare con i Sic Alps nei ’10, si fa una bella cultura anche psichedelica, e si prepara mentalmente alla collaborazione con White Fence. Chi vi dice che “Hair” (2012) il disco di Segall con Fence sia roba da checche ci capisce sinceramente poco o pochissimo. Segall, come ben dimostra la sua discografia, non è solo Stooges, non è solo garage (e già sarebbe comunque tanto), ma principalmente è divertimento. Tira fuori due o tre dischi all’anno, che cazzo credete gliene freghi di come viene incasellato, o se delude i fan del “feedback a tutti i costi”? “Hair” vede collaborare due grandi e giovanissimi rocker, ma se Segall è il lato oscuro del rock, quello viscerale, quello puro, invece White Fence fa parte di quel rock psichedelico angosciante, ironico e disturbante. La loro passione per i sixties e i seventies si fa sentire tutta in “Hair“, con colpi di genio assoluti come in Time e Easy Rider, oppure in totali momenti di noia, eppure anche la merda di Fence e Segall è preferibile a una qualunque band della Jagjaguwar (a parte i primissimi Black Mountain).

Praticamente sto spendendo più parole per i dischi peggiori che per i migliori. Ma in realtà va bene, è quello che volevo sotto sotto.

Il crescente successo che investe Segall lo porta nel 2011 a fare una bella raccolta di singoli dal 2007 al 2011 ovviamente, un modo per farsi conoscere anche da noi europei, che in California a cercare i suoi dischi proprio questo weekend non possiamo andarci. E nemmeno nel prossimo.

Quello che ne viene fuori da quella stranissima valanga di singoli sono perle di saggezza che rischiavano di essere perse per strada. Roba garage-punk come Bullet Proof Nothing, rigurgiti barrettiani come in Fuzz Cat, rumorosissime hit come Ms. White. Sembra che Segall, un fottuto ragazzino (ma non lo erano forse anche i Sonics, i Count Five e gli Stooges?) per giunta californiano, abbia riscoperto il garage, e ce lo stia insegnando di nuovo.

Goodbye Bread

Dopo “Lemons” (2009) e “Melted” (2010), due dischi a tratti notevoli ma anche presuntuosi, esce il nostro “Goodbye Bread“. Obbligatoriamente, come ogni buon disco garage, va ascoltato ad un volume ESAGERATO, meglio senza cuffie.

L’album si apre con la title track e se vi sembra un pezzo “serio” provate ad ascoltarlo così.

Si passa alla sopracitata California Commercial, garage puro e semplice.

Seguono a fuoco Comfrontable Home, You Make The Sun Fry e I Can’t Feel It. C’è rumore, ma ci sono già tante idee che verranno sviluppate con Fence in “Hair“. Ascoltandole non si capisce proprio come Segall abbia tirato fuori due dischi al sangue come “Slaughterhouse” e “Twins” (entrambi dell’anno scorso), ed è infatti impossibile se non si conosce la discografia del ragazzo.

My Head Explodes mi fa bene al cervello, sento confluire più ossigeno quando la ascolto. Si comincia con un misto di indie e grunge, per poi scoppiarti in faccia a piena potenza: rumori assordanti e distorti, e c’è pure la chitarra spaziale alla Hawkwind!

Si spazia un po’ con The Floor, eclettica e modesta, moscia invece Where Your Head Goes, c’è un po’ di Barrett anche in I Am With You, per il finale c’è Fine, che non sa di un cazzo, probabilmente a Segall stava alquanto fatica scrivere ancora qualcosa di decente (tra ottomila collaborazioni e al ritmo di due dischi all’anno mi stupisco che non ci sia molta più merda).

In conclusione si può può benissimo dire che “Goodbye Bread non è un disco particolarmente rilevante nella discografia di Segall, ma da qualche parte bisogna pur cominciare no? Inoltre sono dell’avviso che anche quando caga Segall fa della musica molto più sincera e vera della maggior parte delle band che dicono di fare rock.

Segall non fa arte, non fa roba intelligente, non sta riscrivendo i capisaldi della musica, fa rock, fa garage. E lo fa bene, dannazione.

  • Pro: alcune idee sono stupefacenti nella loro semplicità, come in California Commercial, o come nel gustosissimo climax di My Head Explodes.
  • Contro: questo dipende voi: Segall cazzeggia per tutto il tempo, sbavature e ingenuità costellano tutto il disco dalla prima all’ultima traccia, se la cosa vi piace non è un difetto, se invece vi dà fastidio state lontani mille miglia da questo disco e in generale da Ty Segall.
  • Pezzo Consigliato: ho un fottuto debole per Goodbye Bread. Che ci posso fare?
  • Voto: 7/10

A Toys Orchestra – Midnight Talks

…a toys orchestra

Di band in Italia più che meritevoli c’è ne sono in quantità, è trovarle il casino. Se sei fortunato riesci ad ascoltarle alla sagra del tartufo, se hai i giusti contatti magari te li spari nelle orecchie direttamente dal loro blog o su SoundCloud, ma di certo non ne sentirai parlare in radio o in TV, e la critica musicale nostrane un po’ per pregiudizio un po’ per fatica li rilega agli articolisti di seconda mano, con recensioni di trenta o sessanta parole in tutto.

Fino a dieci anni fa era tutto un po’ più semplice, e band come i Verdena, i Linea 77 e i Subsonica raggiunsero una notorietà eccezionale considerando la cultura musicale media in Italia (senza scomodare i Bluvertigo, i Tre Allegri Ragazzi Morti e così via), ma era comunque un’ondata commerciale (per dirla come un quattordicenne nel forum di Ondarock). Oggi nel marasma di internet se ti autoproduci e difficile finire nelle prime pagine di Google.

Gli a Toys Orchestra sono una delle realtà musicali più interessanti, a livello mondiale. E non sto esagerando, anche se è facile pensarlo perché… beh, perché sono italiani, dico bene? La band capitanata da Enzo Moretto sta facendo grande musica, e la fa più o meno da quando sono nati. Non sconvolgetevi, niente di trascendentale, il loro è un ottimo pop rock senza pretese, scanzonato e romantico e dal retrogusto amarognolo della scena indie, ma comunque mille volte meglio di certo brit pop che imperversa in tutte le riviste “rock” di questi tempi.

Gli a Toys Orchestra si formano nel 1998 e dopo una gavetta tosta nel 2001 pubblicano il loro esordio discografico. Quando si parla di “Job” (2001) si parla spesso, troppo spesso, di indie rock. Di certo la prima comunità musicale ad apprezzare la band campana fu proprio quella indie, ma da loro a band come i The Underground Youth o i Yeah Yeah Yeahs ci passa il mare. C’è l’indie, come ci sono gli Smiths, i Radiohead e tanto altro, c’è anche la musica italiana pop con le sue melodie agrodolci. In “Job” l’anima e il sound della band sono intuibili, anche se ancora non nella condizione di poter uscire fuori con tutta la loro complessità. L’album non è di certo un exploit, ma lascia intravedere qualche qualità.

Nel 2004 grazie ad una etichetta fiorentina specializzata in indie rock (che poterà ancora di più a categorizzare la band nella ristretta cerchia dell’indie), la Urtovox, possono pubblicare “Cuckoo Boohoo“. L’album è un gran passo avanti in confronto a “Job”, una maturazione forse inaspettata. La complessità musicale viene sottovalutata praticamente da qualsiasi recensore o critico italiano, il quale di certo si rende conto di essere di fronte ad un lavoro ben al di sopra della media, ma allunga comunque le mani. Eppure “Cuckoo Boohoo” per quanto non un capolavoro, è un album forte della sua umiltà e leggerezza. Grazie ad un fortunato singolo Peter Pan Syndrome molte porte cominceranno ad aprirsi per la band. Sono diversi i pezzi orecchiabili, da Hengie: Queen Of The Border Line (con tanto di citazione a Angie dei Rolling Stones) a Elephant Man e Asteroid, le idee melodiche sono anche il nucleo attorno al quale le canzoni girano, senza mai prendersi il lusso di cercare qualcos’altro.

Il terzo disco degli a Toys Orchestra esce soltanto nel 2007, ed è finora di gran lunga il loro migliore: “Technicolor Dreams”. Le voci di Enzo e di Ilaria D’Angelis si amalgamo in cori melanconici, il ritmo a tratti diventa leggermente più frenetico e nervoso del lavoro precedente. L’eleganza, dettata da una asciuttezza del suono ben calibrata, tende a deflagrare in alcune tracce in barocchismi totali che lasciano stupefatti. Il diverso approccio è evidente in Panic Attack #3, continuo ideale di Panic Attack #1 e Panic Attack #2  nel disco del 2004, sebbene l’urgenza di non staccarsi dal discorso melodico si cerca di sfruttare distorsioni e mezzi elettronici per sostenere il crescendo della canzone. I testi, anche se fin qui non ne avevo parlato, sono uno dei punti forti della band, ed in questo disco trovano una evoluzione poetica non indifferente anche se ancora lontani dall’unione tematica ideale nel quarto disco (che è quello che mi appresto a recensire), poi purtroppo persa nel quinto “Midnight (R)Evolution” (che affronta malamente tematiche sociali, ma senza la poesia e lo stile decadente che di solito caratterizzano la produzione lirica della band). L’inserimento di elementi derivanti dell’elettronica è perfettamente gestito. Notevole Technicolor Dreams, finita insieme ad altre canzoni del gruppo nel bruttissimo film Remeber The Daze ; l’album secondo me presenta meno tracce eccellenti del precedente, ma acquista una maggiore armonia tra i pezzi risultando un lavoro perfettamente omogeneo.

Dopo una collaborazione con una influente realtà musicale italiana, gli Afterhours, e qualche altra collaborazione cinematografica di pessimo gusto, arriva il 2010, e con lui “Midnight Talks”.

cd

Quando l’album uscì lo comprai sulla fiducia, convinto che il gruppo valesse venti euro senza neanche la prova d’ascolto (cosa che mi rimangerò con il disco successivo).

La copertina mi fece un po’ effetto e la cosa mi piacque.

Mentre metto il cd nello stereo guardo meglio la confezione, ‘na roba da stereotipo indie-a-bestia (la Urtovox non si fa riconoscere insomma). Mi ricorda un po’ quella di “Requiem” dei Verdena, e fa saltare in mente anche quella ancora più scarna di “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” degli Arctic Monkeys.

Il disco inizia con Sunny Days e la prima cosa che subito l’orecchio nota è la profondità. Il suono del piano è molto più caldo che nei lavori precedenti, la produzione mette in scena le migliori qualità della band così come i suoi limiti ma finalmente con una cornice da produzione pop che più gli si confà. Dopo a mala pena due minuti il pezzo accelera di punto in bianco, si passa a Red Alert così, senza aver il tempo di orientarsi i Toys mostrano come la loro abilità compositiva si sia raffinata così come il desiderio di dare una certa forza narrativa all’album.

Mystical Mistake si apre con un attacco decisamente più rock che pop, ripetitiva ma orecchiabile.

The Day Of The Bluff ci calma e ci fa riflettere. Il disco racconta di quelle personalità che si aggirano la notte, tenta di comunicarci l’incomunicabilità della società contemporanea; la difficoltà di una reale comunicazione sfocia nella depressione, nelle perversioni, nella malinconia (Mark Fisher intensifies).

Celentano è un tributo al vecchio Adriano, decisamente dimenticabile.

Plastic Romance e Plastic Romance (part Two) sono l’apice di questo album.  La prima parte è a ritmo di marcia, una marcia vittoriosa che che però stride con la tragica storia di un amore impossibile e perverso tra un ragazzo e una bambola di plastica. Nella seconda parte la ferocia collassa nella melanconia pop.

Pills On My Bill è una ballad di tutto rispetto, mica quella schifezza di Haunted dei Deep Purple recentemente recensita (ho ancora i conati di vomito). Anche la parte orchestrale risulta assai meno tamarra del previsto (si sa come va a finire di solito con le ballad).

Frankie Pyroman è il secondo diretto sulla stomaco dopo Mystical Mistake. Stavolta però la sezione ritmica si sposa in modo particolarmente pregiato con la melodia, producendosi in un groove rock ben confezionato per quanto prevedibile.

Backbone Blues è il modo di fare blues della band. Passabile.

Look In Your Eyes scopre subito le carte con una linea melodica che ci ricorda tantissimo le cose migliori sentite in “Cuckoo Boohoo”. L’evoluzione tecnica e di produzione permette però ai Toys di fare l’ennesimo salto di qualità.

Con Summer non ci stupiamo più della qualità nella ricercatezza di un sound pulito ma non freddo. La pecca maggiore di Summer è la sua lunghezza, il pezzo è semplice, perché annacquarlo inutilmente con almeno un minuto abbondantemente in più?

The Golden Calf è la traccia che ha meno da dire di tutto il disco.Un riempitivo di cui non se ne sentiva il bisogno e che allunga il brodo inutilmente.

Somebody Else è un finale banale ma efficace. Riassume deliziosamente la poetica di questo album, travolge nella sua malinconia per poi esplodere nel suo grido di disperazione finale, evoluzione definitiva da quello isterico di Panic Attack, ora gli a Toys Orchestra sanno a chi urlare, ed è proprio a noi che è indirizzato quell’urlo di meravigliosa angoscia.

Non recensirò “Midnight (R)Evolution” il disco uscito sull’onda di “Midnight Talks”, perché è il risultato di una triste operazione commerciale. Ci sono degli spunti interessanti ma non è un lavoro ben ponderato come di solito è quello dei Toys.

  • Pro: un pop rock meno banale del solito.
  • Contro: gli a Toys Orchestra sono una band esageratemente caratterizzata, ed è possibile che il sound non vi piaccia per niente inficiando così ogni ascolto futuro.
  • Pezzo Consigliato: come per “Superunknown” qualche recensione fa, non posso che consigliarvi di ascoltarvi tutto il disco tutto d’un fiato.
  • Voto: 6,5/10