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Free Weed – Tumbleweeds

Etichetta: Gnar Tapes
Paese: USA
Pubblicazione: 2019

Che il buon vecchio Erik Gage potesse sfornare un gioiello del genere non m’era mai passato per l’anticamera del cranio. Conosciuto anche come Rikky Gage, il nostro è membro fondatore di White Fang e dei The Memories, e nel tempo libero è anche uno dei volti più riconoscibili della Gnar Tapes, piccola etichetta affiliata alla fu Burger Records, un covo di scappati di casa senza arte né parte, capaci di far uscire alcuni degli album più demenziali di tutta la scena garage surf americana, gran parte dei quali firmati da Unkle Funkle e Free Weed, ovvero Eric Gage. Free Weed è un fanatico della marijuana, la quasi totalità delle sue comparse alla mitica Gnar TV così come negli album e nelle collaborazioni con altri musicisti, sono tutte all’insegna di questa sua passione insaziabile. 

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Io e Mac DeMarco

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Ma per quale schifo di motivo Mac DeMarco piace a tutti tranne che a me? Che poi non è nemmeno vero che non mi piace in toto, ci sono un paio di pezzi che mi prendono bene, ma niente che mi spieghi il suo enorme successo nel sottostrato indie della musica rock.

È vero che per me l’indie è una di quelle poche emanazioni del rock che al 99% mi lasciano interdetto per non dire indifferente. Non mi prendetemi per uno snob del cazzo per favore, sono umano come voi, e anche io possiedo ed ho amato “Mademoiselle” degli Underground Youth in un certo periodo della mia vita in cui i “teen drama” e romanzi come Bed di David Whitehouse erano tutto per me. Però troppo spesso indie è sinonimo di musica tecnicamente buona (mai eccelsa), liriche buone (se sei un eterno adolescente uscito fuori da una VHS a cavallo tra gli ’80 e i ’90) e sopratutto una forma mal celata di nostalgia per tutto quello che precede l’esplosione ormonale e il suo corollario di paturnie sessuali-emotive. E boh, francamente non capisco cosa ci sia di così interessante in tutto questo.

Mac DeMarco tra il 2011 e il 2014 l’avrò ascoltato centinaia di volte, ad oggi ho letto talmente tante recensioni da sapere pure come si chiama sua madre senza doverlo rileggere. Eppure ogni volta che lascio andare “Rock and Roll Night Club”, “2” e “Salad Days” riesco solo a intercettare un paio di pezzi per album, il resto scorre stoicamente.

Ma ad un certo punto, mentre sto bevendo un caffè decaffeinato e mangiando un piccolo panino con salmone affumicato e burro, parte per la centesima volta Moving Like Mike a palla dal mio stereo. Parlo di stamani mattina. Cioè: ho ancora le mani imburrate mentre scrivo. Comunque, è partita Moving Like Mike da “Rock and Roll Night Club”, col suo andare brillo e spensierato, col suo passo incerto ma gioviale ed ecco che BANG rivelazione!

Insomma sì, Mac è un indieguy come tanti, la sua è una storia di un proletario mancato con la faccia da scemo e la voglia di scherzare tarata a 1.000 24h/24, ma sopratutto (epifania!) è il nostalgico perfetto. Oggi tutta la musica nostalgica nelle sue più strampalate forme sta vivendo un successo mondiale. Il dolce rimembrare gli anni ’80 che non sono mai esistiti, se non in certe pellicole e nella musica spensierata che negava la repressione reaganiana a suon di synth e riff catchy, oggi è subentrato nella memoria collettiva sostituendo la realtà. Ragazzi nati nel ’99 che ascoltano vaporwave immaginandosi in qualche pellicola di Spielberg che non hanno mai visto e che probabilmente neanche esiste, ma che riescono a figurarsi tramite operazioni televisive di spietato consumo (o per meglio dire: di vampirismo) come Stranger Things.

Sto facendo un gran casino? Forse sì. Forse no. Non ne ho idea, faccio fatica a seguirmi normalmente ma credo di aver tirato giù due spunti che mi fanno capire, almeno in parte, perché I’m a Man, Me and Jon Hanging On, Annie e Ode To Victory colpiscano così tanto l’immaginario collettivo.

Mac non è il nostalgico classico, non fa alcun riferimento diretto a quegli anni ‘80, è del tutto distaccato dalla cultura del piagnisteo che crede che la simpsonwave sia arte, la sua musica per puro caso coglie quelle sonorità e le rimescola in un discorso sempre fluido armonicamente, come dei brevi flussi di coscienza mentre il mangianastri è accesso e l’automobile viaggia veloce e costante.

DeMarco non racconta niente di particolarmente sorprendente, la sua è una continua elegia dei pregi e dei difetti dell’adolescenza che non vuole andarsene, di quel magone che per lui non è poi niente di che, ma che inesorabilmente lo spinge a prendere quella chitarra e a premere giù sul REC. Mac DeMarco è un eroe contemporaneo perché riesce a vivere questa condizione senza scrivere dei sermoni sulla Verità e la Depressione, è uno sconfitto che non sa di esserlo, anzi: che proprio non gliene frega.

Chook Race – Around the House

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Etichetta: Tenth Court
Paese: Australia
Pubblicazione: 2 Settembre 2016

Ogni tanto mi va un po’ di pop. Ma con gusto.
Tutto quel pop con attitudine punk che dai The Gerbils arriva ai R.E.M.. Per attitudine punk non intendo rutto libero e birra scadente, né GG Allin, ma quel nichilismo adolescenziale dei Ramones che distorce il mondo in una enorme gara verso la felicità che tu, sì sì proprio TU, hai perso in partenza. Quello.

Per un punk così non c’è bisogno sempre di fare un gran casino, lo si può anche sussurrare ad un microfono mentre fuori nevica, svelando che sotto tutta quella furia c’è un mucchio di fragilità da nascondere.

In questo blog abbiamo parlato più o meno approfonditamente di Free cake for every creature, The Stevens, Quarterbacks, All Dogs, Baby Mollusk e forse di altri che ora non ricordo, tutte band accumunate da un modo di raccontare l’adolescenza con calma e riff alla The Bats, magari senza la forza prorompente della storica band neozelandese, ma armati di un po’ di pericolosissima timidezza.

Stavolta siamo sulle sponde australiane, e immagino che chiunque possegga la leggendaria raccolta “Do the Pop!” sappia bene che quando si parla di garage pop si parla all’80% di Australia. Nel 2013 era uscito “A History Of Hygiene” dei The Stevens, quasi un concept sull’adolescenza che gira attorno a tutti i problemi senza colpirne in pieno nemmeno uno, ma lasciando un senso di reale sconforto e confusione, tutte e due sensazioni decisamente adolescenziali, probabilmente una delle migliori espressioni del genere degli ultimi anni, anche se non mi aveva entusiasmato. Stavolta invece con “Around The House”, dei Chook Race, veniamo strattonati per una manica del pigiama, ci danno in mano una piccola lanterna elettrica e ci infiliamo con loro sotto le coperte, entriamo in quel circolo vizioso di «work, eat, sleep, repeat» tipico di un certo indie australiano, una dimensione dove l’età adulta sembra non arrivare mai.

Dopo un 7” pollici ancora ancorato ad un garage rumoroso nel 2012, i Chook Race rilasciano il loro primo album su Bandcamp nel 2015, finalmente definiti nella forma e nella sostanza. L’unico chiarissimo difetto di “About Time” è che tutto quello che viene abilmente descritto nelle liriche raramente è seguito da un garage pop orecchiabile, si sentono le potenzialità e l’album scorre bene, ma poche volte riesce a comunicare con urgenza quella fragilità di cui parlavamo poco fa.

Di queste potenzialità però se ne accorge la Tenth Court, piccola etichetta indipendente australiana, e così “Around the House” può uscire questo Settembre con una produzione più accorta, e persino una distribuzione internazionale grazie alla Trouble In Mind Records.
Deliziosa perla pop questo secondo lavoro dei Chook Race è diventato uno dei miei leitmotiv da mettere in auto durante le giornate più grigie, dove anche la separazione tra asfalto e cielo non è così definita.

La dolcezza sconfortante di Pink & Grey, dove le due voci di Robert Scott e Kaye Woodward si mescolano senza calore, gli scudi così effimeri di Eggshells, il riconoscere i nostri limiti in At Your Door o nella intima Sorry, si può ben dire che stavolta non è solo un lavoro di liriche, perché viene tutto accompagnato da delle progressioni di accordi davvero degne dei The Bats. Provate a sentire la veemenza quasi punk di una Pictures of You, calmierata da un suono spalmato nel brevissimo ritornello, sensazioni condensate su un vetro di una piccola cameretta in una casa in periferia.

Non c’è dubbio che tra le 10 tracce di “Around the House” abbiamo un vincitore dal punto di vista dell’equilibrio tra riff-liriche-adolescenza, perché Hard to Clean spacca i culi con la gentilezza del cantato sommesso (lei tremendamente simile a Katie Bennett dei Free cake for every creature), l’andamento quasi da punk anthem, ma sempre sotto le coperte. Segnalo anche Lost the Ghost, che sfoggia un riff garage pop anni ’80 che levati. 

Non so se è una mia perversione ma mi piace QUESTO garage pop, non quello di band come i Wyatt Blair e i vari compagni di merenda al Burgerama Music Festival, troppo disimpegnato e ironico senza essere auto-ironico. Forse non è nemmeno un caso che riprendo in mano questi dischi quando inizia a far davvero freddo, alla fine è quasi una reazione psicologica, necessità di affrontare i miei/nostri circle jerk mentali senza urlarli ai quattro venti, ma guardandoli condensare il respiro su un vetro che dà sull’inverno.

Arctic Monkeys – AM

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Trovo che tutta l’attesa che ha preceduto questo album sia sintomatica di come il mainstream stia cercando (inutilmente) di uccidere il rock, e penso che sia anche rivelatore di tutti questi finti rocker o critici di rock i quali a casa ascoltano Oasis, Arctic Monkeys, Franz Ferdinand, Strokes, Foo Fighters e compagnia cantante, però commentano e criticano album dei Faust, dei Pere Ubu o chennesò dei Thee Oh Sees*.

Grazie ad internet tutto va più veloce, in particolare la comunicazione. Il rock definito giustamente e onorevolmente “underground” ha trovato la sua rivalsa a 196 kbps. I vari Captain Beefheart, Can, Amon Düül II, si sono rinsaviti come mai nella loro vita discografica e hanno cominciato a girare in quelle bancherelle (o librerie di iTunes) dove prima si spacciavano solo Muse, Kaiser Chiefs e Queen of the Stone Age.

E quindi, dai primi eroi dell’underground a 196 kbps, molti hanno potuto percorrere una strada che continua tutt’ora: quella del rock autentico, quella di quel genere così particolare da ispirare i sentimenti più bassi fino alle riflessioni più alte.

Cos’abbia dunque a che fare il rock col brit-pop o con l’indie da classifica proprio non l’ho afferro. È un mio limite, lo ammetto.

Gli Arctic Monkeys non provocano, non feriscono, il loro linguaggio da bulletto di strada inglese fa però breccia in una intera generazione (come ci dimostrano gli straordinari dati di vendita) ma nel momento stesso in cui si rivelano in tutta la loro bellezza, evaporano. Gli album di questa band sono come i nastri di 007, dopo che li hai ascoltati si auto-distruggono.

Dall’indie che strizza l’occhio al fenomeno brit-pop ai ritmi da rock discotecaro di questo ultimo album, i Monkeys si sono affermati come La band inglese per eccellenza, le loro songs sono una sfilza allucinante di hit per caratteri sensibili e indie e critici con vergognose pulsioni verso “The Next Day” di David Bowie.

Di colpo gli album usciti quest’anno di Thee Oh Sees, Has A Shadow, Fuzz, Harsh Toke,  scompaiono e le bocche si riempiono di lodi sdolcinate verso “RAM” dei Daft Punk (un dannato disco funk, oltretutto innocuo e spudoratamente commerciale, alla faccia dei Monophonics) , verso “Right Thoughts, Right Words, Right Action” dei Franz Ferdinand, e ora su quest’ultimo gingillo pop degli Arctic Monkeys.

Spero non mi fraintendiate, la musica della band di Alex Turner merita il plauso della critica. Un gioiello perfetto che ritrae con i suoi accordi spensierati tutto il nulla che ci circonda, il solito album autistico di chi guarda il mondo dall’alto del suo piedistallo. A livello filmografico lo si potrebbe tranquillamente accostare ad un blockbuster di enorme successo, ma senza la ricercatezza o la profondità di chi con il blockbuster, o col mainstream come usa adesso dire, cerca di veicolare messaggi un po’ più profondi (le differenze tra Transformer e Pacific Rim vi dicono niente?).

Perché fare una bella revisione dei dischi meno conosciuti dell’hardcore anti-reganiano quando puoi fare l’ennesima lista degli album che preferisci di David Bowie? Perchè non proporre numeri speciali di riviste sugli Amon Düül II o su Arthur Brown quando puoi fare l’ulteriore review da ottomila pagine sui Led Zeppelin o addirittura lo specialone sui Green Day? 

La verità è che sia anche a 33 o 45 giri, o a 196 kbps piuttosto che a 320, il rock autentico rimane una passione per pochi sfigatissimi, che non voglio chiamare “eletti”, perché per essere uno sfigato che adora Moonlight On Vermont e la favorisce a qualsiasi canzone dei Toto, o che preferisce “MMM” a qualunque album degli Strokes, o che venera i Sonics a discapito dei Franz Ferdinand di ‘sta ceppa non c’è bisogno di una spada regale poggiata sulla spalla, ma solo di una birra economica in mano e un film di Kevin Smith in VHS.

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Prodotto dalla Domino e col titolo di “AM”, voluta ma quanto mai disgraziata citazione ai cari Velvet Underground del finito Lou Reed, l’album si apre con la super-hit Do I Wanna Know?. Già da questa piccola perla indie-pop possiamo riflettere sui generi che sono stati accostati a questo album, ben riassunti dalla sintetica scheda della sempre inutile Wikipedia: indie rock, rock psichedelico (!), garage rock (!!), post-punk revival (!!!). Ci mancava il folk-metal ed eravamo a posto.

Una cosa alla volta. Do I Wanna Know? sono le riflessioni di un invertebrato verso una bonazza qualsiasi, il che, sia chiaro, potrebbe anche andarci bene, se non fosse la conclamata mancanza di palle nel genere indie che ci fanno rimpiangere i tragici testi dei Deep Purple o dei Led Zeppelin, che tra il nonsense e i riferimenti a Tolkien erano comunque un po’ più dignitosi. La musica è il solito brit-pop-indie che già i Monkeys hanno sperimentato nei primi album, con un tono più “elettronico”.

R U Mine? potrebbe essere una demo perduta di “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”, il primo e più riuscito album dei Arctic Monkeys. L’unico problema sono questi coretti davvero troppo brit-pop per essere sparati a cassa piena. La sensazione è che dal primo album ad oggi i Monkeys siano sempre più attratti dalle classifiche piuttosto che dalla musica.

One For The Road è una hit pop che gioverebbe di una bella cover degli Scissor Sister.

La “rockeggiante” Arabella dovrebbe essere la prima e “pesante” nota rock dell’album, ma qui mi sono messo le mani nei capelli. Intendiamoci, questo album l’ho comprato perché ne parlano come il nuovo Salvatore, e il primo mi piacque a sedici anni (anche se ora fatico ad ascoltarlo), ma qui siamo su un piano davvero diverso. Tralasciando i testi, perché nel rock sono importanti in modo piuttosto relativo, io sono rimasto sconvolto da chi mi definisce tutto ciò “rockeggiante”! Sembra la parodia di un pezzo rock, non rivoluziona i paradigmi del genere, né li rispetta a pieno perché altrimenti i Dirty Streets quest’anno avrebbero sfornato un album capolavoro mentre è semplicemente un album hard-rock che sfiora la sufficienza.

Passiamo a I Want It All, e qui mi faccio delle domande. Se “AM” è il disco dell’anno cos’era “Carrion Crawler/The Dream (2011) dei Thee Oh Sees? Porto spesso questa band ad esempio perché non sono dei fenomeni, ma fanno del rock con le palle, e neanche tanto scontato, ma qui stiamo parlando di canzoncine da classifica. Ma solo l’unico che se ne accorge?
Arriviamo ad un pezzo sulla bocca di tutti ‘sti “critici”: No. 1 Party Anthem mi fa riflettere ancora più del precedente. Mentre ascoltavo questa bestemmia mi viene in mente che una roba del genere, però decente, l’avevo già sentita. Queste sonorità molto più mature, molto più quadrate e sviluppate e con un romanticismo nei testi ben più aulico lo troviamo in un recente album rock ITALIANO, ovvero “Midnight Talks” (2010) degli A Toys Orchestra! L’album sforna un indie molto vicino a quello di “AM”, ma molto meno imbarazzante.
Inutile Mad Sounds, con quei “ullallallà” che mi fanno venire l’orticaria più o meno come come i “powpowpow” di Satellite Of Love. Altrettanto prevedibile e pop Fireside, finora questo album non ci pone di fronte né un sound nuovo, né delle idee nuove, né qualcosa che possa essere categorizzato nel rock, al massimo lo inquadrerei bene in quelle classifiche che vedono Strokes, Justine Timberlake, Rihanna e versioni riviste degli Oasis spadroneggiare senza concorrenza.

Why’d You Only Call Me You’re High non scappa alle precedenti critiche. Mi diverte il fatto che You’re High si possa tradurre in un gergo della mia zona: perché mi chiami solo quando ce l’hai alta? che a Firenze vorrebbe dire l’esatto contrario del senso inteso da Turner.

In questo sconcertante contesto Snap Out of It è solo ridicola. Cosa rappresenta della contemporaneità in modo così efficace questo album? 
If that watch don’t continue to swing
Or the fat lady fancies having a sing
I’ll been here
Waiting ever so patiently for you to
Snap Out Of It

Adesso le lyrics di Black Dog mi sembrano scritte da Bob Dylan.

A ritmo di marcia con Knee Socks, si rallenta con la conclusiva I Wanna Be Yours. Un organo elegiaco, la voce da piacione alle esibizioni on stage di MTV o dell’Hard Rock Café e finisce qui.

Il pregio maggiore di questo album è la sua compattezza, se un album comunque più rilevante come “MCII”, uscito sempre quest’anno del californiano Mikal Cronin, suona più o meno come un infinito copia-incolla di due idee, “AM” invece propone nel suo ambiente sonoro lineare tante sfaccettature di un sound molto meno genuino dei primi album, ma più maturo e studiato.

Vorrei riprendere il discorso lasciato in sospeso qualche paragrafo fa e soffermarmi per valutare i generi proposti da Wikipedia per definire “AM”, (per alcuni Wikipedia dovrebbe essere l’enciclopedia definitiva, spero che Jena Plissken ci salvi tutti facendoci saltare in aria prima che ciò diventi ufficiale):

  1. indie rock: sacrosanto.
  2. rock psichedelico: mah. I Black Angels fanno rock psichedelico, La Piramide di Sangue pure, ma come si fa ad inserire questo album nel filone psichedelico? Davvero: non capisco.
  3. garage rock: Ty Segall, Thee Oh Sees, Crystal Stilts, anche il rock sporco e noise dei Action Beat è garage sotto molti punti di vista, ma “AM” manco per un sordo.
  4. post-punk revival: un momento! Cosa intendiamo per post-punk? Pere Ubu? Pop Group? Suicide? Va bene che è un genere vasto e che comprende molte cose (come tutti i generi rock, alla fine sono soltanto classificazioni a posteriori che si affibbiano un po’ a casaccio) ma cazzo, tra “Dub Housing” e “AM” c’è un abisso più profondo dello sconcerto e dell’orrore che ho provato ascoltando “Glitter”!

Concludo affermando senza ombra di dubbio che gli Arctic Monkeys sono la band pop più valida d’Europa, con un background culturale invidiabile e una testa a capo che sforna hit che valgono milioni. Ma non sono una band rock.

  • Pro: in assoluto il miglior brit-pop, gli fanno le seghe Kaiser Chiefs, Franz Ferdinand, Killers e gli altri compagni di picnic.
  • Contro: se vi piace il rock inteso come musica autentica, e vi masturbate non su You Porn ma con le pagine di Creem dei primi ’70 allora potrebbe procuravi un infarto, o peggio le infamate degli amici (come nel mio caso).
  • Pezzo consigliato: R U Mine? credo sia il meno peggio, Arabella invece è un gioiello trash da serata goliardica.
  • Voto: 3,5/10 (vi consiglio di leggere la guida ai voti e solo dopo insultarmi)

*non voglio insinuare che se ti piacciono gli Strokes allora non puoi recensire “Orgasm” dei Cromagon, dico solo che probabilmente sei un pazzo bipolare. Tutto qua.

Montauk – Montauk

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L’Italia è sempre stata un po’ il fanalino di coda del rock (assieme a molti altri paesi occidentali) qualche soddisfazione siamo riusciti a prendercela nei mitici ’70, ma poi siamo scomparsi di nuovo.

Di band da ascoltare a giro per fortuna ce ne sono, anche se raramente riescono a stare al passo delle corrispettive band americane e inglesi.

I Montauk sono un gruppo giovane che sta muovendo i suoi passi nel terreno del post-core e dell’indie, terreni abbastanza fertili in Italia di questi tempi. Diciamo che puntare su tematiche melanconiche e depressive in questi giorni è un po’ da una parte ”vincere facile” e dall’altra rispecchiare fedelmente lo stato d’animo dei giovani.

La band mi ha spedito l’album un paio di giorni fa, è arrivato stamani stupendomi alquanto. Non tanto per la prontezza delle Poste, ma per la presentazione del disco stesso.

Dentro un cartoncino, tenuto fragilmente da un’elastico, c’è il cd e una specie di “manifesto” d’intenti, più una montagna di disegni di fumettisti e illustratori in linea con il Montauk pensiero.

I disegni, rigorosamente in bianco e nero, riprendono stilemi del fumetto della grafica contemporanea, qualcosa di simile si è già visto in “Requiem” dei Verdena se non ricordo male, dietro i disegni ci sono pure delle citazioni dai testi delle canzoni.

‘Na presentazione di nulla!

Nel manifesto degli intenti la band definisce la sua musica “post-core-slo-core, indie-punk” e cantautoriale, il che secondo me sintetizza bene il disco in sé, ma è quasi più una dichiarazione di limiti che di intenti, comunque ora ne parliamo meglio.

Dice, il foglietto, che loro non sono né gli Hüsker Dü né i Fugazi, e dice giusto assai. I Montauk non hanno la velocità degli Hüsker (e quelli andavano forte per davvero), non hanno la vena politica dei Fugazi e la loro musica scarna e sanguigna, in sostanza c’entrano poco e niente con queste due leggendarie band.

La musica dei Montauk parla ai giovani, suona come uno stralcio preso da un racconto di Ammanniti, senza però la sua psichedelica progressione verso un’infausta (e inevitabile) conclusione, il discorso della band libra in aria fendendo colpi qua e là, rievocando sensazioni e angosce senza però dargli mai una direzione precisa.

Le idee alla band non mancano, come anche la capacità tecnica. Il disco è definito lo-fi, ma non è proprio un lo-fi tipo. Insomma, non suona di certo come “Slaughterhouse” di Segall o “Rubber Factory” dei Black Keys, suona più come un disco degli Zen Circus, una via di mezzo in pratica.

Comunque prima di trarre delle conclusioni andiamo all’ascolto.

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Io, il pezzo che ci introduce in questo album cortino (dai, è un EP) comincia bene. Vada per il post-core, ma diciamo un post-core piuttosto rigido. Non c’è la veemenza degli Hüsker, ma nemmeno dei And You Will Know Us By The Trail Of Dead, piuttosto si lascia spazio ad una monocromia indie come negli The Underground Youth, senza salite o discese troppo rapide.

Come Fossi Il Tuo Cane conferma quanto detto e rimanda alle sonorità dei Teatro Degli Orrori, band molto apprezzata dal pubblico italiano in questi ultimi anni. Speravo in una citazione degli Stooges in tutto e per tutto, ma già il testo “vorrei che tu mi accarezzassi come fossi il tuo cane” – che ha qualche ricordo di I Wanna Be Your Dog, suona però come una sorta di sconfitta, mentre il latrare di Iggy era intriso di un fuoco che qui manca.

Il pezzo successivo, Il Bruco, è pervaso da un nichilismo adolescenziale che fa tanto indie. Mi piace la frase “e sceglierò il silenzio” perché rappresenta bene l’angoscia tipica di questo genere, ovviamente è un ossimoro che nobilita il tentativo di dire qualcosa dei Montauk. Peccato che la struttura compositiva cominci a sembrare un po’ ripetitiva.

Song No Tomorrow butta là qualche sprazzo di new wave, c’è un po’ più di energia e c’è molto potenziale; “la rabbia è una religione” ripetono ad un certo punto, non potrei essere più d’accordo, ma aggiungo che non è ancora la vostra parrocchia, le strutture sono troppo rigide e i suoni troppo calibrati, la rabbia c’è ma non trova ancora un’espressione adeguata. Il Mondo, il pezzo dopo, non aggiunge nulla di importante.

Con Da Quando Non Siamo Più la band comincia a tirare fuori le palle, e io apprezzo molto. Il pezzo credo parli di una coppia che si è divisa, in realtà ci capisco poco grazie ad un sistema di amplificazione da rivedere (il mio), ma frasi come “resto qui a cercare un pezzetto di te nei pantaloni” sono quanto di più post-core si sia finora sentito.
Inoltre la canzone propone una struttura decisamente più elastica, passando dalla velocità alla riflessione con un certo stile, peccato che sul finale il cantante tiri fuori questo:
“la mia vita ha il senso di un sapore
è un piatto di carne a base di interiora
la violenza della cucina tradizionale
le mosche mi fanno una corona di compagnia con al loro ronzante allegria”
Eh? Boh, però il finale mi è piaciuto un casino.

In Nessuno Partirà non manca il brio, ma quattro minuti francamente mi paiono tantini per un pezzo senza troppe sorprese.

Il disco si conclude con Piove, la traccia si distacca dalle altre per la presenza di una lunga introduzione fatta di impressioni sonore piuttosto semplici, c’è molta melanconia che sfocia in una sensazione di solitudine forzata mischiata a misantropia, che fa (ancora una volta) tanto indie.

Che dire?
La band ha idee, ha capacità, ha anche un sound abbastanza personale, che manca? Manca innanzi tutto il carisma di band come Il Teatro Degli Orrori o degli Zen Circus, e per paragonarli ad altre band ancora ai margini manca per esempio un po’ di coraggio alla Gli Ebrei.

Comunque ci sono le basi per qualcosa di potenzialmente interessante.

  • Pro: bel sound, un disco suonato bene e che non ha bisogno di virtuosismi per piacere.
  • Contro: sa di poco, dopo le prime due tracce il resto appare scontato.
  • Pezzo Consigliato: Da Quando Non Siamo Più ha anche una spinta in più.
  • Voto: 5,5/10