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L’urlo finale di Franco Battiato

… e Vivo
malgrado me stesso…
Franco Battiato, Fenomenologia, “Fetus”, 1972

In un periodo di passaggio particolarmente delicato del rock italiano, il 1972, Franco Battiato era in pieno furore compositivo, il suo periodo d’oro con la Bla Bla di Pino Massara. Si può dire, ad ormai parecchi anni di distanza, che tra il ’72 e il ’73 il prog italiano conobbe la sua definitiva maturazione, sia nelle varie forme che nei suoi temi più ricorrenti (l’ecologismo, la rivoluzione giovanile, le droghe, la libertà sessuale, ecc.), ma assieme alla consapevolezza arrivò una saturazione del mercato discografico, spesso ridondante nelle proposte.

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Architeuthis Rex – Eleusis

press
Sì, la solita CAZZO di immagine sfuocata tipica di band shoegaze, drone e noise.

Fatevi avanti
ora nel sacro cerchio della dea, giocando nel bosco in fiore,
voi che prendete parte alla festa divina.
Io vado con le fanciulle e con le donne
dove c’è la veglia in onore della dea, a reggere la fiaccola sacra.

Aristofane, Le rane, Teatro di Dioniso, Atene , 405 a.C.

Nel 2012 mi imbattei in una band assolutamente fuori dai miei schemi con un nome altisonante e inquietante, li stava ascoltando il proprietario del mio spaccio di vinili preferito, il negozio era invaso da questa musica esoterica, e per quanto ci provassi non riuscivo più a ricordare per qualche dannato disco fossi entrato con venti euro in mano. Ipnotizzato da quell’andamento da messa pagana comprai quello strano manufatto. Era “Tebe”, l’album d’esordio de La Piramide Di Sangue i quali occuparono il mio stereo per parecchie settimane.

Rimasi in trance per un bel po’, come Sheri Moon mentre ascolta il disco dei Lord in The Lords of Salem, e cominciai una disperata ricerca di altro disco così particolare, che avesse quei suoni e quell’atmosfera, fu allora che mi imbattei in un album dalla cover magnetica. Rappresentava un oscuro pianeta proveniente da una qualche strana dimensione, era “Urania” di una band che non avevo mai sentito nominare: Architeuthis Rex.

Per un attimo ho sudato freddo. Cazzo, ho pensato, vuoi vedere che Antonius Rex è tornato e vuole sfornare altra merda? Forse avevo tra le mani “Neque semper arcum tendit rex” parte seconda e non lo sapevo?

Mi ci volle un po’ per scoprire che erano un duo (e che non erano i nuovi Jacula) e che erano Antonio Gallucci e Francesca Marongiu (più eventuali collaboratori) l’unica cosa di cui ero certo era che la loro musica sembrava provenire da un buco nero.

Naturalmente chiamare un album “Urania” non può che far balzare alla memoria di un italiano Arthur C.Clarke, Isaac Asimov, Lester del Rey, Rockynne, Sturgeon, insomma la fantascienza nella sua epoca d’oro, ma lo space rock drone di questa band si lega bene all’oscurità di Robert A. Heinlein, ai suoi misteri, ai suoi mostri immondi e incomprensibili.

La prima cosa che mi venne in mente ascoltando gli Architeuthis Rex fu “Alpha Centauri” dei Tangerine Dream, praticamente l’opposto ideologico alla concezione di kraut o space rock dominata dalla drone di “Urania”. L’album del 1971 che si rifaceva ai suoni cosmici dei film della MGM negli anni ’50, era un volo interstellare a bordo del Bellerofonte prima di atterrare su quel pianeta proibito. Ecco, se “Alpha Centauri” rappresenta il prima gli Architeuthis Rex rappresentano lo sgomento successivo, i mostri dell’inconscio.

Eleusis” è il loro ultimo album, uscito a gennaio dell’anno scorso, dove l’Hammond e il Farfisa non ricordano per niente i giri garage della darkgaze di Has A Shadow, perché le tastiere per Gallucci servono a modellare lo spazio e non per creare melodie, mentre le percussioni tribali ci trasportano dal cosmo di “Urania” ad una terra ancestrale ma vicina a noi. Sebbene ci siano punti di contatto con gli Eternal Zio della Boring Machine, questo duo sembra più legato al black metal ambientale in tinta kraut (in una intervista Gallucci cita gli Aluk Todolo) che alla scena psichedelica.

Il mito dei misteri eleusini è il filo trainante dell’album, non ho ben capito se è un concept sul ratto di Persefone o sullo svolgimento dei riti misterici. Immagino sia importante fino ad un certo punto, perché è la circolarità il vero concetto di fondo ai misteri eleusini e al mito di riferimento, l’idea che ogni cosa ricominci, e che non ci sia morte senza rinascita.

L’album si apre con Hades una vera e propria discesa verso gli inferi che culmina nella potente Eleusis, la rivoluzione nel sound (prima cupo poi estatico) è simboleggiato da quel seme di melograno che Persefone accetta dalle mani di Ade (Pomegranates), fino alla estatica visione di Ecate (Triple Goddess). I riferimenti sono molti, potremmo anche scorgere del sotto testo (l’Ade come la morte, il melograno antico simbolo di fertilità, Ecate come un nuovo giorno e quindi la rinascita, e poi mi viene un gran mal di testa come al solito), è un viaggio completo quello di “Eleusis”, dove curiosità, paura, sgomento, speranza ed estasi si percepiscono distintamente, vi è tutto il mistero della vita umana.

La potenza evocativa di questo album lo rende uno dei prodotti più interessanti degli ultimi anni, gli aspetti esoterici qui sono un po’ più maturi che in altre band della così detta psichedelia occulta, i suoi segreti non sono mai pienamente svelati ma solo accennati.

Mentre con “Sette” i La Piramide Di Sangue proseguono un discorso multiculturale cominciato con la noise da Porta Palazzo (“SUK Tapes ad Sounds from Porta Palazzo”, album seminale composto da vari artisti uscito un anno fa) Antonio Gallucci esplora un suono meno descrittivo e più evocativo.

Se nel suo progetto parallelo denominato throuRoof Gallucci si diverte a riempire lo spazio con una shoegaze ambientale quasi del tutto avulsa dalla realtà, così aliena da annoiarmi a morte (ma magari potrebbe piacere a ernecron! [n.d.a.: ok, rileggendola mi è sortita male, è vero]), con Architeuthis Rex le idee prendono forma, non necessariamente una forma ben definita, ma è proprio questo il bello alla fine.

L’esperienza sensoriale non è una auto-celebrazione e non c’è mai un virtuosismo (nemmeno concettuale) buttato là senza un senso, piuttosto c’è un controllo incredibile sul suono e sulle emozioni/riflessioni che può far scaturire. È un album che si lascia commentare, che ha bisogno di essere condiviso per essere compreso (seppur sempre in minima parte).

Concettualmente sono molto vicini ai Mai Mai Mai in quel «noise profondamente umano» (citando Antonio Ciarletta nel numero 191 di Blow Up), ma per quanto mi riguarda “Eleusis” è la punta di diamante della psichedelia occulta italiana. Almeno per ora.

  • Link utili alla popolazione: se volete ascoltarvi gratuitamente questo gioiello allora non abbiate dubbi a cliccare QUI per la pagina Bandcamp, se volete far sapere alla band quanti capelli vi si sono rizzati ascoltando Eleusis a tutto volume cliccate QUI per la loro pagina Facebook.

E ora, come ci piace a noi, qualche video al Tubo:

Da “Urania”:

Da “Dark As The Sea”, il loro esordio del 2010:

Non è tutto prog quel che luccica

Lo so, lo so.

Per questo post sarò gambizzato da qualche progger alterato, però prima di essere ucciso e violato da uno di voi vorrei premettere qualcosina.

Il prog italiano è stato il mio primo amore, ma lo è stato anche di tantissimi altri. Prima del movimento prog non c’era molto in Italia di cui andar fieri (per quanto riguarda il frangente rock chiaramente). Ma la totale adesione alla rivoluzione inglese e in secondo piano americana a posteriori è quanto di più prevedibile ci potesse essere.

Se in America il rock si sviluppa su una idea fondamentale di immediatezza e autenticità (con le dovute eccezioni) in UK il rock è ammaestrato tramite la tecnica e il virtuosismo (con le dovute eccezioni). L’Italia manierista anche in musica ha preferito affrontare un discorso alla Soft Machine piuttosto che Velvet Underground, più King Crimson che Captain Beefheart, più Yes che Who.

Affermare che nel prog italiano di originale non ci sia un granché non è una bestemmia, e sopratutto non toglie valore ad alcune opere uniche ed irripetibili (di queste qualcuna sarà discussa tra qualche post).

Ho partecipato ad una accesa discussione su questo tema proprio qualche giorno fa e come al solito quando gli animi si scaldano a me girano i coglioni. La gente si offende molto di più quando gli offendi il clavicembalista preferito che la mamma. Per me i musicisti, in particolare quelli che amo, mi sembrano tutti dei gran coglioni, e comunque sanno difendersi da soli dagli insulti o dalle illazioni di un cazzone sul web.

Per fortuna che in Italia siamo così ben forniti di cavalieri senza macchia e senza paura per difendere i Queen di turno. C’è da riempirsi il cuore d’orgoglio tricolore.

Comunque quello che vi presento quest’oggi è il primo passo verso una mia brevissima trilogia (sì, m’è presa con le trilogie, sono brevi, inconcludenti e approssimative, per questo mi piacciono tanto) , lo scopo prefisso stavolta è presentarvi una parte del mio percorso nella scoperta del prog italiano.

In questo primo post stilerò una lista di quei pezzi che proprio non capisco come possono essere stati pubblicati senza vergognarsi o di quelli che non hanno passato la prova del tempo. Nel secondo vi consiglierò alcuni pezzi che invece sono (secondo me) da rivalutare. Nel terzo vi proporrò gli album che in assoluto mi sono piaciuti di più (eliminando i soliti noti: PFM, Banco, Area e via dicendo perché imprescindibili e noti a tutti).

Partiamo?

I Vocals – Il Cuore Brucia

[Per gli svegli: è una cover di Into the Fire] Eh, sì, I Vocals non sono esattamente prog, ok, ma perché privarvi di questa perla? Mica si coverizzava solo David Bowie e il brit pop, c’è chi ha tentato la strada maestra delle hard rock band inglesi con fierezza e forse poco acume. Considerando che i testi dei Deep Purple notoriamente fanno schifo e provocano la morte di un neurone di Umberto Eco ogni volta che li cantate a squarciagola sotto la doccia, la versione dei Vocals è talmente brutta da essere incommensurabilmente bella! Un capolavoro trash che travalica i limiti umani dell’immaginazione! Aggiungo una postilla personale: Il Cuore Brucia dei Vocal è anche la canzone con più ascolti completi di tutto il mio iTunes.

Gli Uh! – Più nessuno al campo

Gli Uh! citano nel nome chiaramente gli Who, ma sono una band prog. Coerenti. Più nessuno al campo fa parte di quella lunghissima trafila di canzoni che si annoverano nella grande categoria: “Salva un albero, mangia un castoro”. Ma perché la gente non ara più la terra? A che servono ‘sti campi incoltivati? Un tema micidiale per l’epoca, oggi al ragazzino con l’iPod ultima generazione, disperato perché non sa se riuscirà a comprarsi il PC pompatissimo per l’uscita di Dragon Age 3, fottesega del campo d’arare. Il pezzo in sé è tutto tranne che maligno, carina anche la parentesi strumentale, ma cazzo, ‘sto testo fa davvero scendere le palle!

I Califfi – Fiore Finto, Fiore di Metallo

Ma cosa non vi scovo io? Quali perle! I Califfi si prodigano in un rock impegnato vecchio stile con un risultato a metà tra una sigla di un anime anni ’70 e una serie di virtuosismi fuori luogo, più che rock sembra plastica tale è la sua immediatezza e freschezza compositiva. Ecco, gran parte del sound di moltissime band prog era legato ad una sorta di finzione, era tutto molto cartonato, mancavano però i sani attributi maschili.

Jacula – In Cauda Semper

No ma… davvero? Davvero qualcuno ha preso sul serio gli Jacula? Davvero qualcuno li ha accostati ai Black Sabbath? Anche scavando nella memoria sono pochi gli album così spiccatamente tamarri e privi di contenuti come “In Cauda Semper Stat Venenum”. Ok le atmosfere gotiche, ma una cosa sono i Current 93, un’altra gli Jacula! Quando a metà dei 9 lunghissimi minuti di In Cauda Semper parte anche la sezione ritmica c’è da mettersi le mani nei capelli. Il testo in italiano poi è da infarto…

Flea On The Honey – Mother Mary

Sebbene siciliani, e quindi per me son già due voti in più, i Flea On The Honey (poi Flea, poi Etna e poi per fortuna si son fermati) nel loro primo omonimo album mi hanno insegnato molto, in primis come si fa un album rock davvero brutto. I musicisti son mica scarsi, però la musica torna a far scendere i coglioni. Mother Mary anche stavolta presenta un testo da nobel, utilizzando un tema epico molto caro ai progger italiani: il cattolicesimo. Cosa c’è in fondo di più epico e devastante di un uomo crocifisso e risorto, Re della gente tutta, il quale tornerà per giudicarci inesorabilmente? Dai cazzo, in effetti è figo. Anche se, dopo 2000 anni, un po’ ripetitivo.

I Maya – Salomon

No, non state ascoltando il coro della chiesetta di paese dove vostra nonna va tutte le domeniche mattina. Sono I Maya. Praticamente la conferma ufficiale che in Paradiso si ascolta un sacco di merda.

Moby Dick – Il Giorno Buono

Nel caso non l’aveste capito da soli i Moby Dick si chiamano così in omaggio ai Led Zeppelin, e tra cover e pezzi di collage tra idee originali e plagi di questa caratura si sono fatti paladini della hard rock band inglese per eccellenza. ‘Na roba deflagrante.

Il Balletto Di Bronzo – Incantesimo

Non vi incazzate, a me piacciono i Balletto di Bronzo, ma ditemi voi se questo è un testo normale oppure è stato rubato da un set di fantascienza porno-soft. Ditemelo. Sù.

Milords – Solo vento, solo sabbia

Difficilissimi da reperire i Milords non mancano di certo tra i collezionisti più compulsivi. Tra strumentali alla Il Punto e schizofrenia beat, momenti filo-Battisti e pop, senza dimenticarci degli “effetti speciali” atroci, giuro, cazzo lo giuro davanti a tutti voi, i Milords hanno creato un genere unico, nuovo, inimitabile. Una smerdata davvero inimitabile.

Black Sound – Smog

Torniamo sul tema civiltà contro natura con i Black Sound, band trevisana ormai di culto della sotto-cultura musicale italiana. Commistione unica di cliché e strutture sfruttate fino all’inverosimile, i Black Sound sono una fotocopia vivente di tutto quello che tirava all’epoca, mettendo qua e là un eco (che fa figo).

Hunka Munka – L’aeroplano d’argento

Dedicato a Giovanna G” degli Hunka Munka fu un acquisto obbligatorio, primo: lo conosceva un sacco di gente tranne me, secondo: la copertina è una figata allucinante. Essendo stato ristampato di recente lo comprai senza dover spendere i canonici sessanta euro che di media ti spillano per queste bellezze italiane (parlo ovviamente di pezzi di plastica graffiati dai gatti e con copertine ricamate con un km di scotch, le copie messe bene vanno via a botte di 100.000 €!). Cazzo gente, ma che droga vi sparate in vena? No, sul serio, che cazzo succede in questo album??? Tutti ‘sti suoni che esplodono dalle casse saturano l’ambiente peggio di un disco degli Sly & The Family Drone, ma poi l’avete capito bene il testo? Che cazzo vuol dire “se avessi un aeroplano d’argento farei le corse con il vento, ed una sigaretta col sole mi accenderei” ma scherziamo??? Porca vacca gente, all’epoca ne passava di roba buona…

So bene che questa mia lista è incompleta e di certo non spaventosa come potenzialmente potrebbe, così invito chiunque passi di qua a lasciare pure un suo contributo, sarà pubblicato (deh, sì, col vostro nome, ok) assieme agli altri – se avete un link da qualsiasi piattaforma dove poter ascoltare il pezzo consigliato sarebbe gradito, ovviamente mi aspetto anche una gustosa descrizione!

Alla prossima, feccia!

Rare Bird – As Your Mind Flies By

Rare Bird

Parlare di prog è sempre difficile.
Prima di tutto una considerazione: è un genere piuttosto da checche. Ma io lo amo oltremodo.

La sua struttura così semplice lo rende un terreno estremamente fertile per i barocchismi, inoltre fa anche sì che lo si possa mischiare con qualsiasi genere esistente, dal free-jazz all’elettronica.

I cultori del prog sono sparsi in tutto il mondo, purtroppo anche il materiale disponibile è sparso in tutti gli stramaledetti angoli del mondo, ed è spesso introvabile, o a prezzi inaccessibili per un uomo con una sola vita da vivere. Non è un caso se il disco di cui oggi vi parlo l’ho trovato nei bassifondi di Belgrado la scorsa estate, ad un prezzo per loro molto alto, ma grazie ai magici poteri dell’inflazione divenne per me accessibile.

Dei Rare Bird, fateci caso vi prego, non ne parla nessuno. Nessuno. Sono tra le band più sconosciute del prog, ed è una cosa davvero strana. Vedete, i veri appassionati di prog, per farsi odiosamente fighi con gli amici, amano scovare dischi sconosciuti di band improbabili (e improponibili), per poi propinarle in serate accompagnate da metanfetamina e dvd di Spongebob. Eppure i Rare Bird si trovano ancora in una condizione di limbo assai particolare.

In realtà qualcosa per cui gli Uccello Raro (ok, me la potevo risparmiare) sono ancora ricordati c’è. Purtroppo, però.
Nel 1970 uscì un loro 45 giri, con una hit: Sympathy. Fu un successo mondiale, un grande colpo per la band, peccato che la canzone faccia davvero cagare. Cioè, dannazione, è una roba un po’ Beatles sotto LSD e Procol Harum in stato confusionale, senza contare che è oltremodo noiosa. Dove sono i barocchismi? I sali-scendi vorticosi? È per me incomprensibile come un band che arriva al successo con una palla allucinate come questa possa fare un disco che spacca il culo come “As Your Mind Flies By“.

Un attimo ancora però.
Il loro primo disco, ovviamente titolato “Rare Bird” come la band, esce nel 1969, ed è una mezza fregatura. Cioè, l’inizio è decisamente epico: Beautiful Scarlet (il link è di una versione live, mille volte più figa di quella da studio) certamente non è un pezzo che sprizza di originalità, ma è suonato decisamente bene. Ok, magari non è così epico, però dai, è interessante. Il resto del disco invece è assai anonimo e poco interessante.

Ma in difesa di “Rare Bird” (1969), va detto che in quell’anno lì non è che esistessero poi chissà quali esempi di prog. E riascoltando il disco, contestualizzandolo nell’anno in cui è uscito, ne riesce abbastanza rivalutato.

I Genesis si erano appena presentati e non si può di certo dire che “From Genesis To Relevation” fosse già un lavoro maturo. I Van Der Graaf Generator cominciano il loro glorioso percorso con “The Aerosol Grey Machine“, carino, ma confuso. Invece King Crimson quell’anno tirarono fuori un dannato capolavoro, un disco che è ancora considerato uno dei massimi esempi di progressive rock della storia: “In The Court Of The Crimson King“. Mamma mia! Direbbe Super Mario.

In Italia Le Orme produssero una versione edulcorata di In “The Piper At The Gates Of Down”, ovvero il geniale “Ad Gloriam“, mentre sul fronte trash c’è l’indimenticabile “In Cauda Semper Stat Venenum” dei tragici Jacula (sì, a parte Le Orme, il nulla più totale).

In questo contesto va detto, in tutta onestà, che i Rare Bird avevano prodotto un disco con un sound piuttosto maturo, e decisamente molto prog. Proprio sotto In “The Court Of The Crimson King”, come consapevolezza, c’è il primo disco dei Rare Bird. Poi chiaramente andrebbe fatto un altro discorso sulla qualità del disco, e cazzi e mazzi, ma sai che palle!

Comunque arriva il 1970, e con lui i capolavori internazionali del Prog. Non mi metto a fare l’elenco, l’unica cosa che si può dire è che ogni band trova il suo sound, si cominciano a sviluppare il folk, il jazz e la musica tradizione all’interno di tracce molto lunghe, l’idea di suite nel prog ormai si fa strada. E non mi vergogno affatto ad affermare che il miglior disco di quell’anno magico fu proprio “As Your Mind Flies By“.

As Your Mind Flies By

Prodotto dalla famosissima Charisma Records, un po’ l’etichetta per eccellenza del prog inglese, il disco non solo dimostra che la band ha studiato, si è migliorata, ed ha sviluppato una personalità unica, ma pone nuovi limiti al prog ancora neonato.

What You Want To Know è in assoluto il pezzo più bello che abbia mai aperto un dannato disco prog dopo 21st Century Schizoid Man. Una cosa: non usano la chitarra elettrica. Sono un gruppo rock. Fanno prog. Non usano la chitarra elettrica. Poteva essere una merda, ed invece è bellissimo. L’hammond suonato da Graham Field è pura poesia, non c’è la potenza (e anche la volgarità, che amiamo) di Jon Lord, ma nemmeno il tocco jazz di Steve Winwood, è una cosa tutta sua, poesia.

Si arriva a Down On The Floor, un bellissimo pezzo che non ha nulla da invidiare alle produzione coeve dei Genesis, tanto per fare un nome. Sebbene uno spiccato carattere “medievaleggiante” non è niente che si possa ricondurre per esempio ad “Alchemy” (1969) dei Third Ear Band, o a qualcosa dei Jethro Tull, i Rare Bird sono esageratamente moderni e unici.

Hammerhead conferma l’eccezionale forma dell’organista (non ho detto che è virtuoso, dico solo che sa che sa che note toccare, senza stupidi barocchismi), le doti vocali di Gould non sono eccelse, ma non facendo niente di trascendentale fa già moltissimo. Il sound complessivamente è calibrato molto bene, e la band se ne esce con eleganza, senza gli inutili orpelli del prog più pomposo, come in molte cose degli Emerson, Lake & Palmer (che sarebbero stata tanta roba senza un quinto delle note che mettevo ad ogni pezzo).

I’m Thinking conclude il primo lato con potenza e armonia. Folle e geniale connubio tra un prog fatto di fughe con l’organo e uno più rilassato, una amalgama che non lascia niente al caso. Uno dei miei pezzi preferiti di tutti i ’70. Nel finale Steve Gould si lascia scappare un sommesso wow, come se anche lui si fosse accorto che stavano facendo qualcosa di Grande.

Il lato B…
Non so davvero come parlarvi del lato B di questo disco.
Una delle prima suite dell’epoca prog si nasconde in questo lato. Si chiama ovviamente As Your Mind Flies By, ed è forse la più bella suite di tutto il genere. Incredibile come già nel ’70 i Rare Bird avessero assimilato il prog, praticamente in questa suite ci sono i cinque successivi anni racchiusi, sintetizzati. Non è normale. È qualcosa di visionario, pazzo, controcorrente.

La critica elogiava questa band, ma nessuno sembrava comprenderli a fondo. Eppure questo disco, in confronto a gran parte dei dischi prog, non soffre di abrasioni dovute al tempo, sembra nuovo, brillante, moderno. Sarà perché è un capolavoro nascosto, sarà perché non è sulla bocca di tutti, sarà perché quando lo metti sul piatto non ti aspetti molto, forse una qualcosa tipo alla The Nice, o al massimo alla The Move, ed invece ti becchi questo capolavoro della musica popolare, una delle massime espressioni del suo genere.

Se amate il prog dovete avere questo disco.

  • Pro: è un disco piuttosto avanti con la sperimentazione prog fino al 1970, dimostra una maturità eccellente, nessun orpello, nessun riempitivo, nessuna infiltrazione di jazz o blues, è un prog esageratamente puro per l’epoca. Inoltre la chitarra è sostituita da un piano elettrico alquanto ispirato.
  • Contro: se non ti piace il prog è una pappa noiosissima, una roba da checche che piangono davanti a “Picture At An Exhibition” e non hanno un orgasmo ascoltando gli MC5.
  • Pezzo Consigliato: ascoltatelo tutto, dalla prima traccia alla suite.
  • Voto: 7/10