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Ausmuteants – Order of Operation

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Is there any shared creed, code, ideal or mantra that the band shares or lives by?
No fat chicks.

Vi piace il synth pop? Allora adorerete fino allo sfinimento gli Ausmuteants, pochi cazzi e fine della recensione.

No? Davvero? È che c’avrei da studiare per gli esami, da comprare le diciotto bottiglie di rosso per il poker di sabato e… e vabbè, prima il dovere poi la lussuria.

Direttamente dall’Australia (o almeno credo) gli Ausmuteants sono tra le quelle band che invece di guardare ai sixties si sta interessando agli eighties. Mentre i Dreamsalon riscoprono Pere Ubu e Fall, mentre i Corners si sfondano di Gun Club e synth punk, mentre i Nun risciacquano nel pop gli immortali Einstürzende Neubauten, questi pazzi Ausmuteants sono una sorta di Devo dei tempi moderni, solo che invece di addobbarsi come un albero di natale e professarsi cultori di una filosofia spicciola buona solamente per riempire le note dell’album, questi sono davvero fuori di testa.

Sebbene i suoni ricordino quelli degli ottanta più synth questa band è radicata nel suo tempo e il loro terzo album uscito quest’anno è senza troppi giri di parole un fottuto capolavoro, dove la follia dadaista è sinonimo di informazione (quella schizofrenica di internet), dove il porno non è più trasgressione, dove è inutile parlare di de-evoluzione ma piuttosto di de-personalizzazione progressiva del soggetto.

Order of Operation” è uscito a Settembre per la Goner e la Aarght Records, polverizzando di fatto tutta la scena garage, che dopo questo album sembra talmente fuori luogo da provocare un sincero imbarazzo anche a chi, come me, la adora anche nelle sue sfaccettature più ridondanti. La copertina richiama ai moderni manuali di istruzione per PC, con una fotocopiatrice in bella vista, eppure il senso di distacco del bianco-nero-grigio e quel suono così sintetizzato e freddo, nelle loro mani diventa pura furia punk.

Capisco che Bertoncelli consigli di non recensire più i singoli pezzi, ma come cazzo fai quando ti trovi di fronte a qualcosa di talmente paradossale come Bolling Point, dove il feedback degli Stooges e il ritmo ballabile dei Talking Heads si mescolano come cioccolata in polvere e latte, o forse no, o forse questi Ausmuteants sono veramente l’unica novità in una anno dove le riviste rock cercano nuovi spunti nell’elettronica, nella dubstep, nell’alt pop (che definizione di merda) o nei nuovi album di cinquantenni/sessantenni che ormai hanno dato tutto a tutti, tranne al fisco.

Quando parte Freedom Of Information non sai bene se stai ascoltando degli scapestrati dal CBGB o degli artistoidi da SoHo, ma poi le liriche ti riportano ad un mondo più reale, perché è quello che hai intorno mentre la ascolti.

Furia e demenzialità si incontrano in We’re Cops, una specie di hardcore punk suonato da dei Devo impasticcati, oppure sentite come le atmosfere dark dei Nun che si possono ritrovare nei primi istanti di Family Time vengano spazzate via dalla chitarra post punk di Shaun Connor o come direbbe Jake Robertson «fake synth punk», è meraviglioso come gli Ausmuteants riescano a declamare slogan senza senso o parlare di disgrazie (tra cui il suicidio) mantenendo sempre un’allegria nevrotica, è come ascoltare dei commenti su Facebook interpretati da David Thomas!

Quanto sono potenti e poetici i due minuti scarsi di Wrong? La poesia non è nel testo ma nella commistione tra testo e musica, proprio come nella diametralmente opposta Felix Tried To Kill Himself (composta mentre Robertson rifletteva sul proprio suicidio guardando La Strana Coppia di Gene Saks), proprio non mi spiego come facciano questi pazzi a riuscire a mantenere una così geniale tensione fra ritmo e liriche per tredici tracce, non rallentano mai, non si stancano, riescono sempre a trovare una melodia (o un rumore) dannatamente interessanti ed a incastonarci le parole giuste, non importa che sia un testo descrittivo o semplicemente casuale, l’effetto è sempre lo stesso: armonia.

Come si può realizzare in modo innovativo un classico pezzo stile inno punk come 1982? Ma è chiaro: con quel sound piatto del synth di Jake Robertson, quella chitarra pulita ma incazzata di Shaun Connor, la sezione ritmica garage punk di Marc Dean (basso) e Billy Gardener (batteria) sembra tutto banale e innovativo allo stesso tempo, non sai mai se gli Ausmuteants ti stanno prendendo per il culo oppure stanno facendo della fottuta arte inconsapevolmente.

C’è una importante evoluzione dall’esordio (“Slip Personalities”) e dal secondo album omonimo dell’anno scorso. Nel primo pagavano una certa sudditanza ai grandissimi Chrome, regalandoci comunque momenti notevoli (Blood Nose ha un giro di synth che mi fa impazzire), nel secondo i pezzi raramente superavano i due minuti e l’estetica alla Kraftwerk (troppo distaccata) ogni tanto veniva fuori, certo c’erano i Kinks (Bad Day è una geniale versione non-riesco-a-suonarla di You Really Got Me) e perle punk geniali come No Motivation, ovvero quello che gli Hives non sono riusciti ad essere in vent’anni di carriera in una sola canzone. Ma sopratutto Shaun ha preso in mano i testi e i concetti, elevando la band da semplici cantori delle solite stronzate (sesso, droga e rock and roll) a dissacratori delle stesse, rimescolandole, denudandole e contestualizzandole come poche band o forse nessuna, prima.

– Va bene – diranno i più rompicazzo – tanta roba, però non sono mica i Goat con le loro atmosfere anni ’70 e le influenze nordiche-mistiche-tribaleggianti-alt-rock, perché dici che ‘sti sgorbi hanno prodotto un capolavoro? – Perché quando quando dei ragazzini che hanno come copertina su Facebook una loro foto con indosso delle tette finte, tirano fuori un album così, dove si scoprono gli automatismi e la schizofrenia dell’informazione e della parola nei nostri giorni, allora SÌ, quella è arte.

Non so se ho sbattuto la testa troppo forte, ma dopo una settimana di ascolto “Order Of Operation” mi sembra sempre più bello, sempre più incredibile, sempre più un capolavoro del garage rock contemporaneo.

La citazione all’inizio dell’articolo, e le altre sparse a giro, le ho prese in prestito da questa bella intervista alla band dal mitico blog It’s Psychedelic Baby, ve la linko QUI.

Che si fa ora, ce li spariamo un paio di video? Massì, dai…

Perfomance in studio di Felix Tried To Kill Himself:

Live di Freedom Of Information, con alla voce Shaun Connor (il pezzo d’altronde è suo):

Daft Punk – Random Access Memories

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“Random Access Memories” (che d’ora in poi sarà RAM, giustamente) non è una cagata.

Allo stesso tempo però non è il fottuto capolavoro dell’anno o stronzate simili. Quello che fanno in questo disco i Daft Punk è semplicemente un divertissement, consapevoli purtroppo di non avere null’altro da dire a noi esseri umani del 2013.

Il duo francese per eccellenza ha segnato profondamente quel tipo di rock che voleva fare funk senza sembrare la cover band degli Earth, Wind & Fire. L’idea di inserire l’elettronica è vincente quanto banale. In Francia, come anche nella vicina Germania, l’uso di strumentazione elettronica nel rock comincerà prestissimo, dalla musica colta di Klaus Schulze fino alle impressioni più appetibili di Jean-Michel Jarre l’elettronica è stata, volente o meno, una emanazione del rock. I primi ad intuire la forma-canzone del rock elettronico furono i tedeschi Kraftwerk, band ormai leggendaria il cui sound non è invecchiato al contrario delle loro idee.

Se per i Kraftwerk la musica elettronica era imporre la macchina sull’uomo (roba che forse poteva apparire come una novità ai tempi di Fritz Lang e Méliès) per i moderni Daft Punk l’elettronica era un linguaggio alla stregua del rock, che si immergesse nelle sonorità di Donna Summer o dei Clash non importava, coglievano tutte le sfumature di ciò che gli piaceva attorno a loro e le rivisitavano come più gli aggradava, suonandolo come una rock-band.

Con “Discovery”, nel 2001, e la sua versione filmica con “Interstella 5555” (animazioni del divino Matsumoto) chi poteva immaginare che i Daft Punk fossero già a metà carriera? Fu letteralmente un fulmine a ciel sereno questa “band”, solamente 3 album in otto anni, valorizzati con dei remix successivi, eppure per vendere vendevano, evidentemente la loro musica non è poi così scontata come appare!

In realtà la portata di questo duo è stata limitata come la sua discografia: se da una parte impressionò l’inconscio di chi li ascoltava, con il funky, l’r&b e un’elettronica così accessibile a tutti, va detto che la musica non ha seguito il corso dei Daft Punk, è altresì vero che hanno ritrovato in tempi recenti degli emuli nei Justice (anche se con “Audio, Video, Disco” hanno rivolto i loro interessi al prog spicciolo e basilare) ma a parte questi altri due francesi la formula dei Daft raramente è stata re-interpretata, per quanto siano stimatissimi dai colleghi e amati da una folta e agguerrita schiera di fan.

Ma cos’è RAM?

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RAM, semplicemente, sono i Daft Punk di sempre, solo invecchiati.

Non è una malattia, succede a tutti, non si può evitare. È normale la scarsità di idee originali dopo una certa età (non vecchi-vecchi, ma già dopo i quaranta, fatto salvo pochissime eccezioni, particolarmente quando si parla di rock: un genere energico, rabbioso dove la gioventù è un fattore vincolante).

Quest’ultimo album dei Daft è un ritorno ai primi amori, George Clinton, Moroder, tutta la disco music e cazzi e mazzi. Cristo se suonano vecchi i Daft Punk!

Il riff caldo e suadente di Lose Yourself to Dance, assieme a quella chiavica di Pharrell (il quale vorrebbe palesemente essere Jamiroquai, poverino) che fuori dai N*E*R*D non splende, ci fa capire tutto. I Daft si riciclano e riciclano i loro miti, non c’è una fottuta cosa originale in questo album. Il quale però suona abbastanza da Dio.

Assai ispirati certamente i nove minuti di Giorgio by Moroder (già mitologizzati nella rete, ma senza un motivo valido, è un’idea carina cazzo, basta così), impagabile quando la musica si ferma per farci soffermare su questa frase del buon Giorgio:

My name is Giovanni Giorgio, but everybody calls me Giorgio

per poi riprendere con un ritmo tamarro ma riposato. Mi ha fatto sentire bene. Il resto del pezzo lo si dimentica in fretta.

Devo dire che a parte la song che apre le danze, Give Life Back to Music, l’album sembra comporsi da tracce impersonali, che scorrono giù benissimo, così bene che non ti accorgi che il disco è finito e stai dormendo scomposto sulla sedia, sbavandoti addosso come un ebete.

Si salva il finale della Giorgio citata prima, il ritmo di Instant Crush (collaborazione infima, preferisco non fare nomi per  non eccedere negli insulti), la verve di Motherboard (piacevole e anche inaspettata) e la chiara mancanza di idee (però rumorose come mancanze) di Contact.

Un disco dannatamente piatto, adatto per imbroccare una ragazza sulla quarantina.

Però con questo non voglio tacciarlo di merda, di quella ne abbiamo tanta sul mercato, questo invece è un disco dignitoso e piacevole, peccato che suoni tragicamente vecchio.

  • Pro: un funky gradevole.
  • Contro: è più movimentata 4’33’’.
  • Pezzo consigliato: Giorgio by Moroder è divertente, vivace e ha un climax ben costruito. L’unica pecca è, che come tutto il resto dell’album, suoni come una creatura ben pensata, ben assemblata, ma senz’anima.
  • voto: 5/10

Lou Reed – Metal Machine Music

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Essenzialmente il più grande disco di tutti i tempi. 
Peccato che non sia così semplice.

Intanto definendo così MMM non si può in qualche modo non interrogarsi su quanto Lester Bangs possa aver influito sul mio giudizio. Nutro una enorme stima per Bangs, l’unico critico che abbia mai letto che non faceva la critica al rock, ma vera e propria critica-rock. Per Bangs era molto importante la sincerità artistica, la musica rock era, ed è tutt’ora, il mezzo di comunicazione più potente che esista, e il più democratico, quindi l’unico modo per comunicare qualcosa di Vero col rock è, banalmente, essere se stessi.

Ognuno ha la sua musica, ed ognuno ha anche il suo rock, quello di Bangs non era il garage, il punk o un’altra stupida etichetta affibbiata alla nuova moda del momento, il rock di Bangs era quello che suonava dal cuore. Può sembrare una cazzata detta così, ma basta considerare il livore che accompagnavano le sue recensioni di gente come David Bowie, James Taylor e Elton John, cioè verso tutto quel rock che era prima di tutto immagine, moda, tendenza, spettacolo o emotività spicciola.

Comunque, prima di impantanarmi e scrivere un articolo su Lester Bangs, volevo solo dire che sì, Bangs ha influito sul mio giudizio ma quando lessi la sua recensione su MMM sapevo bene cosa fosse MMM, e sinceramente la lessi come una gigantesca presa per il culo.

Cosa mi ha fatto cambiare idea?
Nel 1975 ne sono successe di cose importanti, cioè ragazzi, è uscito “Neu! ’75” dei Neu, è uscito nientepopodimenoche “Discreet Music” di Brian Eno, insomma tutta roba che smuoverà non poco le acque, tutta roba buona e sopratutto ASCOLTABILE, cazzo dovrebbe avere MMM che questi due album qua usciti lo stesso anno non hanno?

Quello che non capivo di MMM è che questo album di Lou Reed, deus ex machina di tutto il fottuto rock come lo conosciamo, non è soltanto due pezzi di plastica che suonano più o meno come un officina metalmeccanica, ma è Arte.

Dai gente, lo sappiamo tutti molto bene, Lou Reed non è John Cage. Non è Luigi Nono, non è La Monte Young, Lou Reed è un cazzone, anche perché solo un cazzone può essere il padrino adatto per il rock.

Nessun musicista rock fa Musica con la M maiuscola, proprio per questo ci piace da matti. Certo, in molti lo credono, come lo stesso Reed, ma in questa loro cieca opera masturbatoria in realtà ci donano la più bassa di tutte le forme d’arte possibili.

Tutti sappiamo cos’è “Sally Can’t Dance”, un aborto musicale degno di MTV, ma “Sally Can’t Dance” vendette milioni di copie. Perché? Perché c’era Lou Reed.

Si potrebbe dire a questo punto che l’operazione MMM sia l’equivalente della “merda d’artista” di Manzoni, ma non è affatto così! Se proprio vogliamo fare un parallelo dovremmo farlo proprio con Sally, un disco vuoto, anzi: pieno di merda, dove Reed non sapeva nemmeno cosa stava facendo. Invece MMM è il passo successivo, un passo che Manzoni non poteva fare, perché lui non era l’icona intoccabile che Reed invece incarnava e incarna per il rock.

MMM fa quello che i Kraftwerk non sono mai riusciti a fare, Lou Reed ha davvero eliminato l’uomo, il suo apporto al disco è stato quello di poggiare delle chitarre accordate come Dio-solo-sa e lasciarle piangere, ridere, scherzare fino all’annichilimento più totale.

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Perché qualcuno dovrebbe ascoltare MMM?
Non c’è niente di realmente pensato in quell’album, Reed era probabilmente più fatto di quanto ci confessi oggi, allora perché, perché mi piace così tanto?

Riascoltando MMM, dopo una carrellata lunghetta sui Velvet e il primo Reed solista, mi sono come paralizzato. Il primo lato, potente, carismatico, dissonante, mi ha spaventato, ma allo stesso tempo mi ha comunicato tanto. Il terzo l’ho trovato quasi simpatico, il quarto addirittura elegiaco e monumentale.

Ma poi: chissene se ha influenzato la new-wave, la rumoristica nipponica (per inciso: io odio Merzbow) e cazzi e mazzi, e mazzi e cazzi, MMM non è musica, è un monumento al rock.

Lou Reed, l’uomo che con i Velvet Underground ha posto le basi per tutti i stramaledetti generi e sotto-generi del rock, compie la  discesa dal suo trono splendente e si rivela per quel che è: un perfetto idiota. Ma se lo è lui, gli altri cosa sono?

E da qui si giunge alla verità finale: nessuno nel rock è un genio, sono tutti musicisti falliti in partenza (detto con simpatia), idioti con la presunzione di azzeccare un riff e divenire immortali. Certo, ci sono le differenze, artisti come Eno o Fripp non possono vedersi attraverso una cotale semplificazione, ma loro non sono il rock, Lou Reed invece è sempre stato il rock per eccellenza.

Ma se Lou Reed è il rock allora cos’è MMM? 
MMM non è musica, ma ascoltandolo mi ha comunicato emozioni reali, MMM non l’ha suonato per davvero Lou Reed, eppure è un disco di Lou Reed, MMM è arte, ma di che tipo? Dada? Surreale? O forse è un tipo a sé, un qualcosa di unico e irripetibile?

Ecco: per me MMM è un evento irripetibile.

Lou Reed sconfigge il rock, sconfigge la barriera di idolatria smodata e becera, sconfigge “Sally Can’t Dance”, sconfigge l’industria e si denuda di fronte a noi.

MMM è una merda perché Lou è una merda, un’idiota che credeva davvero di fare dell’arte e di ispirarsi ai grandi compositori moderni. Eppure così facendo ci ha donati l’opera rock che più rock non si può, è così rock da trascenderlo, diventa il rock puro, perfetto.

MMM è il capolavoro del padrino di questo genere musicale così basso, diretto, sincero. È un urlo di dolore, di gioia, è come dice lo stesso Reed un vaffanculo, è l’estensione massima del suo ego.

Se quanto ho imparato è giusto, allora “Sally Can’t Dance” è un insulto bello e buono a chi ha amato Reed e il rock in generale, mentre MMM è la sua esternazione più sincera e tragica. Per questo è il più grande disco di tutti i tempi.

Justice – Audio, Video, Disco

Justice

Secondo me molta gente non ha capito un tubo dei Justice.
Già prenderli seriamente oppure paragonarli ad altre band (Daft Punk?), per me sono errori di valutazione.

Gaspard Augé e Xavier de Rosnay non sono due francesi con la passione per l’elettronica, sono due ragazzi che hanno voglia di imparare divertendosi. Una filosofia che in musica purtroppo è enormemente sottovalutata. Non voglio fare paragoni eccelsi (Captain Beefheart, ma solo dell’idea di principio, ovviamente, sempre a pensar male!) ma prendiamo in esame band come gli MGMT o i Klaxons, senza quella vena di fancazzismo che li caratterizza non avrebbero molto da dire.

“Audio, Video, Disco” dice già tutto, ed è stupido – davvero stupido – tacciarli di non aver fatto nulla di che perché è soltanto prog rock, è molto stupido, per il semplice fatto che già il titolo dell’album svela la semplicità del loro far musica: Ascolto, Vedo, Imparo.

Stupirsi poi per una svolta rockeggiante degli Starsky & Hutch della musica elettronica è un po’ patetico. Già in  (2007, meglio conosciuto come “Cross“) ci sono fortissime declinazioni prog, basti pensare alla mini-suite Phantom divisa in due parti, una grandissima prova compositiva che strizza l’occhio ad un prog davvero pe(n)sante.

Ricordo di aver letto in un vecchio numero del Rolling Stone (sì, lo compravo, e me ne vergogno) una loro intervista, parlavano dei loro esordi, e non mi stupì leggere che tra tante cose avevano pure militato in una cover-band dei Green Day. Visto? Niente di esaltante, niente di trascendentale, nessun rimando a John Zorn, a Frank Zappa o a cippalippa, a loro piacevano i sempliciotti e scontati Green Day.

Definire il valore di una band solo e soltanto dai punti di riferimento e dalla scelta di un genere è davvero sconfortante. Cosa trasmettono i Justice, realmente?

Prima di tutto una ecletticità non indifferente, un sound che spazia dai Daft Punk a Andrew Lloyd Webber, una giocosa musica da rave party senza pretese se non quella di essere subita passivamente.

Guardando (ed ascoltando) il quarto episodio della prima stagione di Misfits*, quello in cui Curtis fa quel gran casino dopo aver visto la sua ex, ti rendi conto di come i Justice siano uno specchio quantomeno realistico della nostra generazione (sono del ’90). In discoteca, nell’episodio citato, danno Phantom part II remixata dai Boyz Noize, tutt’attorno le luci e i laser oscurati dal muro dei corpi che passivamente subiscono note di cui a mala pena percepiscono i bassi, seguendo una linea ritmica a volte più in sintonia con la loro testa che con quello che manda il dj. I Justice si fanno promotori della dispersione musicale, del collage (Kraftwerk, Electric Light Orchestra, Yes, e chi più ne ha più ne metta) e del ri-collage (il remix), sono moderni, contemporanei, e lo fanno senza un reale bisogno di espressione alta, senza il bisogno di aggiungere nulla se non la loro passione per quello che ascoltano, vedono ed imparano.

La cifra stilistica è importante, la presenza di questa enorme croce illuminata che li segue ovunque, dalle copertine degli album ai video fino all’enorme dj set dal vivo è un simbolo ormai caratterizzante. I loro video seguono esattamente la loro idea di musica, così progressive, non c’è un reale inizio ed una fine, c’è solo una infinita progressione, da non vedersi come sinonimo di miglioramento, ma il naturale e ineluttabile divenire delle cose. Notate come fra l’altro nella prima cover si mostra una croce spaziale, mentre stavolta un monolite antico come Stone Age. Hanno già detto molto del disco soltanto con la copertina.

Il percorso della band è psichedelico, si va da collaborazioni con i Fat Boy Slim a Britney Spears, ma il successo arriverà con We Are Your Friends, storico feat con Simian (il video è geniale) nel 2006. La loro via è certamente segnata da Pedro Winters, manager già di Daft Punk e Cassius, e sebbene la sua impronta sembra che i Justice ascoltino molto di più l’elettro-prog dei Battles e i dj californiani. Nel 2007 con “Cross” probabilmente siglano uno dei capolavori assoluti dell’elettronica di stampo popular, e con “Audio, Video, Disco” (uscito ben quattro anni dopo) alzano il tiro.

L’etichetta naturalmente è la francese Ed Banger Records di Winters.

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Il disco comincia, almeno per i miei gusti, nel migliore dei modi. Horsepower è una fuga prog che sembra cominciata già da tempo, il sapore è decisamente Andrew Lloyd Webber, ma non quello bravo, quello tamarro e rimbecillito del “Phantom Of The Opera“. Barocchismi inutili, ma con gran stile.

Trovo che Civilization sia di una potenza vergognosa. Dal vivo rende mille volte il disco, riflette esattamente quello che dicevo sopra, e ce ne fa capire un’altra: i Justice hanno imparato le basi del prog, e le usano per lo stesso motivo con cui avevano assimilato i Daft Punk, lasciare che ai ragazzi arrivi addosso un muro di suoni e parole, nient’altro (ma con una qualità compositiva sempre più interessante).

Un cretino, ovvero un recensore di Onda Rock, ha voluto paragonare Ohio a Because dei Beatles. Ok, Ohio non solo non c’entra niente, ma siamo ben oltre la semplicistica musica pseudo-intellettuale dei Beatles di “Abbey Road” (grazie al cielo). La progressione di Ohio ci trasporta in un viaggio senza meta (leit motiv del disco, e della musica dei Justice), il percorso non progredisce, ne aggiunge mai nulla di nuovo, è solo un andare avanti per inerzia (ammetterete, finalmente, che i Justice fanno una musica mille volte più comunicativa e contemporanea di più o meno tutte le band rock esistenti, almeno per onestà intellettuale).

Canon si presenta con un intro dal sapore medievaleggiante (i Third Ear Band di “Alchemy“?) per poi esplodere in una follia prog che va dagli Emerson, Lake & Palmer ai già citati Battles. Una prova compositiva degna di Phantom, che sinceramente comprova che i Justice non stanno lì a far girare dischi su un piatto.

On ‘n’ On ha avuto su di me l’effetto covalente di un calcio nelle palle. Cos’è? Ma dove sono finiti i Justice di “Cross”? Il sapore anni ’80 di questa traccia mi stupisce, e mi lascia un ottimo sapore in testa. Semplice, intelligente, sembra di vedere un bambino che si prodiga nell’assimilare ciò che ha attorno. C’è molta ingenuità, ma anche modestia in questo modo di comporre musica.

Brianvision fa tornare finalmente i Justice in linea con la loro produzione precedente, ameno nel sound. Il tono epico mi piace, ed è anche ironico, i suoni che ad un certo punto si perdono per poi ricompattarsi in una struttura ritmica serratissima, chiaramente questa è una recensione di pancia, ma voler fare recensioni “serie” sul rock è un po’ come i documentari sull’origine della ricetta della carbonara. Non serve a gustarti di più un piatto, e poi se non ti piace l’uovo non ti piace e basta.

Divertente Parade, mi fa ridere perché mette un po’ a nudo questa parata continua che si sente spesso negli album di rock commerciale, gente in festa a ritmo di tamburi che come pecorelle seguono i loro idoli vestiti in modo carnevalesco. Fateci caso.

Newlands dalle prime note mi sembrava un pezzo degli AC/DC o degli Who. Perché? Perché probabilmente piacciono ai Justice. Se piacciono anche a noi tanto meglio, se no chissene. Mi sembra un ottima filosofia per un musicista.

Helix è il pezzo che mi piace meno. Non fraintendetemi, bella composizione, suoni in linea con l’album, strizza pure l’occhio ai Fat Boy Slim (che mi piacciono) quindi niente da ridire, però non mi entusiasma come gli altri pezzi. Forse perché ormai me l’aspettavo? Probabilmente se i Justice si ripetessero con un disco uguale a questo mi farebbe completamente cagare proprio per questo motivo, siamo alla penultima traccia ed ora basta, abbiamo capito.

Audio, Video, Disco conclude il giro panoramico dandoci una efficace sintesi di questo album. Il rimando ai Daft Punk ritorna, senza vergogna, e i Justice ci salutano sperando di averci divertito con la loro musica senza pretese, se non quella di essere ascoltata.

  • Pro: obiettivamente? Mi è piaciuto tantissimo a pelle, però i Justice non si sprecano a darci nuove idee. Un lavoro assolutamente di poco conto per la musica contemporanea. Vi stupisce? Non avete letto bene la recensione allora. Detto ciò correte a vederli dal vivo e a comprare il disco.
  • Contro: ripetitivo a tratti, però sinceramente oltre al fatto che non si sta parlando di grande musica, ci sono pochi difetti effettivi.
  • Pezzo consigliato: propongo (ancora una volta) un ascolto completo. È un lavoro fatto di impressioni musicali, alcune molto interessanti, altre semplicemente orecchiabili.
  • Voto: 6/10

[*andatevi a leggere perché secondo me Misfits era davvero una figata. Cioè, lo so che non ve frega ‘na cippa, ma andateci lo stesso.]