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Interpolazione nella musica rock

Argomenti piccanti per menti salate e pepate qb. Che poi più che altro è un invito a darvi da fare con la mano destra sul sito di Pincopanco: cliccate a più non posso!

La Musica e il Diavolo

Articolo di: bfmealli

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La musica, da sempre, è stata una questione religiosa. Per la sua impalpabile presenza e per la capacità di riuscire a toccare le nostre emozioni spesso viene accostata al divino, all’ultraterreno. La si attribuisce, infatti, a Dio o al Demonio a seconda degli intervalli usati, dall’umore ed infine anche dalle parole (ho il buon gusto di tralasciare il patetico scandalo dei dischi suonati al contrario e dei suoi relativi messaggi). Durante il medioevo, pare, che un compositore rischiasse il rogo se avesse avuto l’ardire di usare il tritono altresì chiamato diabolus in musica. Anche il primo Blues del Delta, quello degli hobos, che da Charley Patton fino a Robert Johnson ha portato alla nascita del Rock, anche quello, ai tempi, era considerato musica del diavolo.

Sono note le leggende dei due bluesmen sopracitati riguardo la vendita della propria anima in cambio di straordinarie capacità chitarristiche. “E’ facile”, raccontava Patton, “ti metti seduto al lato di uno dei molti incroci stradali del Mississippi, verso mezzanotte, e suoni la tua chitarra… improvvisamente comparirà innanzi a te il Diavolo, prenderà il tuo strumento ed inizierà a suonarlo in un modo mai sentito prima. Dopodiché te lo renderà e da adesso in poi suonerai proprio come ha suonato lui… sapendo, però, che la tua anima l’hai barattata per qualcosa di egualmente immortale.”

Sia Patton che Johnson morirono prematuramente ed entrambi hanno dato vita ad una spina dorsale musicale che tutt’ora viene suonata ed ascoltata. Anche per Robert Johnson fu più o meno simile il suo patto malefico solo che prima di questo evento, il giovanissimo musicista, era solito seguire i migliori bluesmen dell’epoca: Patton stesso, Son House e Willie Brown, i quali lo sbeffeggiavano e scacciarono per la sua palese incapacità con lo strumento. Poco tempo dopo, però, Robert si ripresentò dai suoi maestri, fresco di svendita dell’anima, e tirò fuori dalla sua sei corde un suono e dei brani che lasciarono di stucco quelli che prima lo deridevano. Nasceva con lui quel genere che, se elettrificato e retto da una sezione ritmica, sarebbe in seguito chiamato Blues Moderno.

Quello che mi ha sempre incuriosito del primo blues sono sostanzialmente due cose: la prima è che ogni chitarrista aveva sempre un suo stile personale, tanto da essere riconosciuto benissimo senza neanche sentirlo cantare; la seconda, più spirituale, sono i testi spesso sacri, vecchi gospel riadattati o brani originali che lodano, invocano e pregano Dio e Gesù mentre, al contempo, il Diavolo non è visto come il male assoluto quanto quasi come un vecchio amico un po’ balordo ma carismatico. Per certi versi era uno di loro, il Diavolo, che tra donne promiscue, sbronze colossali, pestaggi furiosi, furti, omicidi ed una forte passione per la musica, anche lui, come loro, non lo si poteva emarginare.

La storia di Blind Willie Johnson mi incuriosì: lui, cieco sin da bambino, quando la matrigna gli verso negli occhi dell’acido solforico, lei, fervente religiosa, durante un litigio con il padre del bambino. Nel resto della sua vita, Blind Willie Johnson, girovagava per il sud degli Stati Uniti con sua moglie ed insieme cantavano per le strade la grandezza, la magnificenza e la potenza del Signore Iddio. Un Signore forse un po’ crudele che se lo portò via di malaria a 48 anni.

Anche Skip James, donnaiolo impenitente, alcolista e rissaiolo, cantava di un dolore acuto e penoso come la sua voce, flebile ma profonda nello stesso modo. Poi un giorno sparì, lasciò tutto e tutti e si dedicò alla fede in modo attivo diventando un predicatore.

Più che il timore di Dio o del Diavolo questi vagabondi erano spaventati da un’altra divinità: la Morte. La Morte è sempre presente nelle canzoni di questi musicisti, come un’ombra silenziosa li seguiva e li terrorizzava tanto che cantarla, forse, avranno pensato, l’avrebbe tenuta lontana ancora per un po’.

Il Rock’n’Roll, qualche decennio dopo, esacerbò in modo massiccio l’idea della musica diabolica che il Blues, quasi, a confronto, era ben visto; il nuovo nemico era un ritmo a dodici battute accelerate e ritmato col salto di quarta. Se il Blues ti faceva riflettere il Rock’n’Roll ti faceva muovere, quindi avvicinare, toccare… non a caso la parola rock and roll ha un’implicita connotazione sessuale. Non solo la musica, non solo i balli osceni, ma anche i capelli lunghi, l’elettricità e la distorsione, i vestiti, i gesti, tutto si stava votando alla promiscuità.

I Rolling Stones empatizzarono con il diavolo in una loro famosissima canzone e, come leggenda vuole, fintanto che resteranno uniti saranno immortali. I Beatles furono involontari fautori del satanismo Mansoniano, i Led Zeppelin frequentarono l’esoterista Aleister Crowley e le varie simbologie sataniche. Dall’altra parte, intanto, Leonard Cohen scriveva una delle canzoni più famose al mondo, Hallelujah, ode al Signore ed all’amore; i Velvet Underground abbandonavano il sound dronico per una dolce ballata intima e toccante come Jesus, preghiera laica di rara dolcezza; i Byrds con Jesus Is Just Alright riproponevano un vecchio e religioso gospel. Il tempo e l’abitudine hanno banalizzato tutto questo, da una parte abbiamo smesso di stupirci delle rivoluzioni culturali che un genere musicale può generare, dall’altra siamo ormai pieni di “musiche del diavolo” che da anni, giocoforza, non ci facciamo più caso.

Alla fine di questa scheda, dopo la mia disamina, mi viene da pensare che il Diavolo, tutto sommato, non è poi così cattivo: chiunque riesca a dare, patti diabolici o meno, una musica così complessa, toccante, eterea ma viva, sincera e mai banale non può essere, ai miei occhi, un essere del tutto malvagio. Dio, invece, lo vedo più come un critico musicale onnipotente che, invece di farlo con una recensione, stronca precocemente la vita di colui che musicalmente non riesce ad apprezzare.

Se vuoi leggere altri deliri del buon vecchio bfmealli non hai che da cliccare qui: L’algebra del bisogno.

Stairway To Heaven mi ha stufato!

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Rappresentazione concettuale della più celebre canzone rock di tutti i tempi.


Posso dirlo?
Davvero?
Nessuno di voi utenti del web mi stuprerà con del riso crudo per una tale bestemmia?
Non ci credo. Però lo dico.

Stairway to Heaven m’ha sinceramente rotto il cazzo.

Non sono di certo qui a fare il bastian contrario o scemenze del genere, questo tipo di blogging puerile non fa per me. Non sono qui nemmeno per contestare la qualità della canzone in sé (anche se il mito di una oggettiva superiorità su qualunque altro pezzo mi sta sulle palle), ma proprio il suo feeling col sottoscritto. Un post inutile, lo so, grazie per avermelo fatto notare.

I miei gusti musicali sono molto cambiati negli anni, migliorati (forse) e ampliati, però è difficile dimenticare i primi amori. Il prog inglese dei Genesis di “Selling England By The Pound”, i Pink Floyd (ma solo dal 1970 in poi, pensate che mi stavo perdendo!) e poi, ovviamente, l’hard rock sempre di stampo britannico di “In Rock” dei Deep Purple e gli immancabili Led Zeppelin.

Io adoravo i Led Zeppelin, erano come quattro lucenti divinità dorate, che ci poteva essere MEGLIO dei Led Zeppelin? Niente, cazzo. Anzi, se qualcuno proponeva qualcosa (qualsiasi cosa, nemmeno necessariamente musicale, tipo chessò: Madre Teresa) i Led Zeppelin gli erano indistintamente superiori, musicalmente, moralmente, eticamente, grammaticalmente, in qualunque senso.

Però c’erano due album, solamente due album di tutta la loro discografia che segretamente non sopportavo: “Presence” (detto anche “macchèmerdaè?”) e “IV”.

Immaginatevi per un odioso adolescente di un Liceo artistico cosa volesse dire una roba del genere. ‘Sti cazzi che lo spifferai a qualcuno, manco al mio miglior amico, sarebbe stata un’esclusione sociale pazzesca, già il mio «preferisco persino Lucky Starr di Asimov a quel finocchio di Harry Potter» mi aveva reso popolare come un professore di matematica, figuriamoci se avessi toccato l’album INTOCCABILE per eccellenza!

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Che poi a me “IV” (o “Zoso” o ZoSo”, come vi pare maledetti fanboy) non è che facesse cagare tout court. Insomma gente, abbassi la puntina e parte Black Dog, mica zucchine. Poi Bonham lancia con la sua solita veemenza Rock and Roll, e io ci provavo gusto. Ma poi arriva The Battle of Evermore. Che. Palle. Sul serio, mi sembrava di morire, mi contorcevo sul letto cercando di passare indenne quei quasi-sei minuti che sembravano dodici, dai cazzo, non potevano non piacermi, erano i fottuti Led Zeppelin! Poi la botta. Stairway to Heaven.

Vi dico subito che io il lato B di “IV” l’ho ascoltato una volta, come per “Fireball” dei Deep Purple, e m’è bastato, anzi: m’è avanzato. Pensate quello che vi pare, non me potrebbe fregare di meno, mi faceva cagare allora e mi fa cagare adesso. Vabbè, ora Four Sticks e Going to California non mi fanno più vomitare, però non esiste che io posi il piatto con una sincera voglia di risentirle. Da un bel po’. Ma parliamo di Stairway.

Lasciamo perdere vi prego le stronzate. Hanno copiato qualcosa dagli Spirit? E anche se fosse? Il 90% delle canzoni fondamentali degli Zep sono plagi, ma ne parlammo già in un post a loro dedicati (noterete delle sostanziali differenze con questo post, potete giurarci) quindi vi dico solo che non me potrebbe fregare di meno. Se la senti al contrario parlano di Satana e ti invitano a comprare gli album dei Kiss? No, però ti dico che le puntine non crescono sugli alberi. Uomo avvertito…

Detto questo a me Stairway to Heaven non piaceva nemmeno quando ero un fan sfegatato degli Zep. Il super-riffone e i berci animaleschi di Plant non mi attizzavano più, l’assolo celoduro di Page non mi eccitava, sinceramente quel pezzo primo in tutte le classifiche del mondo mi grattugiava il ravanello, e non poco.

Dov’erano i cambi e il dinamismo di What Is And What Should Never Be? Dov’era il blues sofferto di Since I’ve Been Loving You? Cristo, m’accontentavo anche di una caotica Celebration Day! Porca zozza, ma anche una rampante Gallows Pole mi stava meglio! – fra l’altro conosco un tizio il quale, giuro su mia madre, asserisce senza dubbio alcuno che Gallows Pole sia il miglior pezzo dei Led Zeppelin in assoluto.

La cosa che proprio non mi andava già era la struttura del pezzo, telefonatissima ma tirata per le lunghe come nei dischi dei Nazareth, e poi il sound…

Saranno le mie orecchie ad essere anormali, sarà che ho ascoltato la musica ad un volume esagerato fin da piccolo e sono diventato prematuramente sordo, non lo so gente ma il sound di Stairway to Heaven mi sembra così perfetto da non poter far altro che figurarmelo come un meraviglioso oggetto di design, interamente di plastica, con una forma estetica ineccepibile ma senza alcun fottuto utilizzo pratico. Eppure è il più venduto di tutti i tempi. E occupa pure parecchio spazio.

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Non che gli Zep fossero sporchi, anche se all’epoca mi sembravano perché, ovviamente, non avevo ascoltato molto altro, eppure Stairway mi sembrava proprio una roba esagerata e da tamarroni, non c’erano le palle di un Herthbreaker, era sciocca e banale in modo esagerato.

Oggi quando riascolto QUALUNQUE album di QUALSIASI band che mi attizzavano in quel periodo mi prende l’ansia. Non vedo l’ora di cambiarlo per un pezzo di plastica nera qualsiasi, Swell Maps, Thee Oh Sees, Mulatu, cazzo mi va bene pure Mimmo Cavallo ma basta con Led Zeppelin, Deep Purple e Genesis vi prego!

Per me Stairway to Heaven è il rock come NON mi piace (più), prima di tutto è barocco, c’è più barocchismi in quegli otto minuti che di tutta la Val di Noto, ha un testo che porta il demenziale in una nuova dimensione dove banalità e scontatezza sono gli unici due valori universali condivisi, l’assolo diventocieco è l’onanismo della chitarra che prende il sopravvento senza motivo, senza dire niente, senza voler trasmettere nulla se non l’erezione immane che Page si sta menando. Ecco, Stairway to Heaven è un rock, anzi, un hard-cock-rock perfetto, del tutto retorico e svuotato di qualsivoglia intento artistico o provocatorio, è stantio all’inverosimile. Mi ci volle un po’ per capire che è proprio l’hard rock ad essere così, ed è da quella modesta rivelazione che ho ripudiato tutti gli album che adoravo e ho cominciato a dubitare seriamente del valore finora per me inopinabile di quelle band.

In fondo è proprio quel tipo di rock che affossa il genere rendendolo solo un’immagine, un’estetica non ponderata ma superficiale, un sound piatto ed estremamente dogmatico.

Molti mi chiedono come faccio ad ascoltare “Metal Machine Music” senza impazzire. Beh, la risposta a secco è «perché in effetti, per quanto possa essere raccapricciante, mi piace» ed è fin troppo sincera. Ma il punto principale (oltre a tutte le riflessioni che ho sinteticamente spiegato nel post dedicato all’album di Lou Reed, e alla stimolante discussione con Sandro59 che ne ha ampliato non poco la profondità) credo sia: perché non è la solita solfa.

Anche gli album più brutti dei Residents (eh sì, anche loro ne hanno fatti di bruttini di recente) valgono un miliardo di volte qualsiasi sfiatata di Plant e compagni, rei di aver creato un genere che per moltissima gente è il Rock con la “r” maiuscola mentre invece è una dannata gabbia espressiva, dalla quale possono uscire solo dei «baby-baby-baby-mmm», qualche dannato riferimento tolkeniano e quei cazzo di assoli brit-milà-da-attrito che hanno largamente rotto i coglioni.

Bene, da domani posso chiudere il blog.

O forse è meglio farlo stasera.

Sul presto.

A seguire la prova che con Stairway To Heaven non riesci nemmeno a rimediarci un po’ di figa:

Led Zeppelin – II

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[AGGIORNAMENTO DEL 2015: È bello vedere come, a distanza di soli due anni, ci sia stato un grosso cambiamento per quanto riguarda la mia opinione sull’hard rock, e su band come gli Zep. Fare questo blog mi ha aiutato a crescere, scrivere i miei pensieri li ha cristallizzati e resi più “reali”, e al tempo stesso mi ha evidenziato certe incoerenze. Oggi degli Zep salvo solo il primo album, ma ciò non significa che io debba cancellare i miei “peccati del passato”, perché fanno parte di me e della mia personale evoluzione nei gusti e nella critica. Magari un giorno gli dedicherò una monografia, per ringraziarli e al tempo stesso demolirli con una ruspa. Già pregusto i commenti su mia madre…]

Forse con l’estate comincerò a scrivere qualche recensione più contemporanea, intendiamoci: del 2013 ne abbiamo parlato, anche se troppo spesso concentrandoci su residui bellici come i Deep PurpleIggy Pop, David Bowie e Burdon, senza contare l’ultima “fatica” dei Daft Punk e ora ci tocca pure attendere il nuovo album dei Black Sabbath.
Allora perché buttarmi su un disco stra-mega-conosciuto e vecchio come “Led Zeppelin II” o “II” o “il disco dei Led Zeppelin con il collage assieme ai piloti del dirigibile del famoso incidente, un po’ ingiallito”.

Ultimamente va di moda insultare gli Zep, considerati sempre più come dei bravi plagiatori o poco più. Personalmente non credo che gli Zep siano la più importante band rock di sempre, non credo che nessuno lo sia, ognuno ha i suoi meriti e la storia ci aiuta non poco a capirli e a valutarli con oggettività.

I Beatles non hanno di certo portato una rivoluzione concettuale nel rock, al massimo lo hanno denigrato a livello di protesta sociale (è inutile citare Imagine o il testo provocante di Come Together perché non è niente in confronto a quello che il rock fin lì era significato in termini di provocazione), però è innegabile che il loro “sound”, miscuglio di pop, di tanto George Martin e delle mode del momento, abbia scolpito nella mente di molti musicisti un’idea di rock ben precisa e resistente alle avversità del tempo.

Vi parla uno che di dischi dei Beatles ne ha, e alcuni li apprezza in particolar modo, ma che ha anche bisogno di una certa dose di onestà intellettuale.

Il discorso che ho appena fatto sui Beatles si può benissimo estendere a grandissima parte del rock leggero come a tutti i generi che ne derivano, raramente il rock “autentico” che rispetta quell’idea di trasgressione e provocazione si è fatto strada nel mainstream, motivo per il quale non considerare i Beatles come una grande band di rock è stupido, lo è stata per una certa corrente, sì ok: quella più legata al pop e alle mode, ma è pur sempre un rock che lo si voglia o no, e può piacere o far cagare.

A me non piace quasi alcun genere di metal, ma denigrare band come gli Slayer solo perché non mi piacciono oppure perché non rispecchiano la mia idea estetica-concettuale di come dovrebbe essere il rock mi sembrerebbe stupido. Ogni cosa va elogiata o criticata all’interno del suo contesto naturale, se no ogni critica o elogio sarà campato in aria.

Tutto ‘sto casino per dire che ridurre “II” come un disco hard-rock(-blues) di irriducibili plagiatori è davvero idiota.

Jimmi Page ruba qua e là riff o intere canzoni senza rimorsi da ben prima di unirsi agli Yardbirds, ma trovo una certa difficoltà a non accumunarlo a quasi tutto il rock tra gli ultimi ’60 fino ad oggi. Dai Cream ai Mountain si prendeva e si copiava senza problemi, tutti venivano dal blues e dal be-bop (sì, anche dal be-bop), senza contare le più recenti derive della psichedelia e del garage-rock (il rock più autentico, a mio avviso) e i pezzi spesso pluri-plagiati diventando spesso inni generazionali per più generazioni!

Basti pensare alla I’m A Man di Bo Diddley, da grezzo blues a rock vero e proprio con gli Yardbirds (e geniale garage quasi proto-punk con i The Litter), o al caso di Gloria inno garage dei Them ripreso da Hendrix come dai Doors, senza dimenticarci la celebre versione dei Shadows Of Knight.

La linea di confine tra citazione e plagio nella musica è sempre stato molto sottile, fin dai tempi di Corelli! Giudicare una band solo dalla originalità ridurrebbe il numero delle band nel mondo a qualche centinaio, di cui gran parte del tutto inascoltabili.

Se l’originalità folle e controllata dei Magma fa storia e ha un peso nell’arte in generale (assieme alla musica in particolare), quella degli Zep non ha alcun valore, però suona da Dio.

Cos’è cambiato dai New Yardbirds ai Led Zeppelin? Due cose, fondamentali per il sound di tantissimo rock a venire:
il numero delle chitarre
Peter Grant

2

Innanzi tutto non ci troviamo di fronte a un power-trio, ovvero quello che sembrava essere ormai il prototipo per fare rock “duro” dopo Cream, Jimi Hendrix Experience e Mountain. Questo chiaramente deriva dalla line-up precedente, eppure pensate quanto ha influito per l’hard rock delle origini che le band più ascoltate avessero quattro componenti, mentre quello che poi sarà il formato trio dal ’70 in poi vede i suoi maggiori protagonisti in alcune formazioni prog.

La differenza con gli Yardbirds è lampante, Page non si contende più il ruolo di prima donna, lui adesso è la prima donna. Anche se poche band nella storia vengono ricordate con una tale unità e parità come gli Zep (il discorso vale addirittura per John Paul Jones!) non vi sono dubbi su chi fosse la mente dietro il dirigibile, anche se col tempo Plant mostrerà qualche dote compositiva non sempre scadendo nel banale e nel cattivo gusto (ma della sua discografia solista salvo solo due album dall’infamia generale).

Da notare come anche Page fuori dagli Zep abbia perlopiù prodotto allucinanti cagate, e chi si masturba ascoltandosi “Outrider” è un dannato maniaco del cazzo.

Il fatto che Page non sia colui che sta dietro il sound della band (non è un caso dunque se il resto della sua discografia, limitata a delle collaborazioni, sembri una parodia dei suoi primi dischi e di quelli con gli Zep) non deve però farci cadere nel tranello di pensare che fosse l’amalgama magica di Page sui ritmi tribali di Bonham mentre Plant urlava come una ragazzina in calore ad aver donato un sound unico ai dischi degli Zep, perché c’è un fattore ben più importante: Peter Grant, il vero fondatore di questo gruppo.

Grant colse i fattori interessanti degli Zep e li armonizzò al massimo, donandoci così album equilibratissimi come “II”.

Whole Lotta Love è il riff per eccellenza, mi spiace per i sostenitori dei Purple, ma c’è poco da fare. Assieme a band come gli stessi Deep Purple e i Black Sabbath (mentre il sound preso singolarmente per queste band porterà alla nascita di generi diversi fra loro) ovvero band adorate dal pubblico, in particolare americano, avevano una cosa fondamentale in comune: la mancanza di contenuti.

Il rock non è una cosa seria, lo diceva anche Bangs quindi c’è da crederci, ma da qui ad arrivare ai testi di queste tre band ce ne passa di acqua sotto i ponti. Gli MC5 scandalizzavano, Zappa faceva riflettere (e come lui i Fugs, e più di loro i Godz), i Troggs erano eccitanti, gli Stooges erano punk prima di essere punk, ed erano molto più punk di tutto il punk venuto dopo. Chi cazzo erano dunque quei tre là sopra? E sopratutto: ma di che cazzo vaneggiavano? Di figa e Tolkien assieme, di concerti andati a fuoco, di cimiteri atomici, ma che caaaaaaaaaaaaavolo è?

L’unico problema di album per me favolosi come “II”, come “In Rock”, come “Paranoid” è che sì suonano bene, ma di rock, dello spirito del rock, hanno solo gli strumenti! A quattordici anni mi andava pure bene, e vi dirò che io ascolto ancora con estremo piacere tutti gli album degli Zep, e addirittura il mio pezzo preferito è In The Evening dell’ultimo album (caso rarissimo per me che dopo il quarto album una band continui a piacermi), ma oggi è impossibile non rivalutare la portata musicale di queste band storiche dimenticandosi con totale disonestà intellettuale cosa vuol dire fare ed essere rock.

Però smettiamola di rompere il cazzo agli Zep per i plagi o per le palesi copiature non scritte a chiare lettere nel libretto, “II” è un album che fa accapponare la pelle, se si escludono i riferimenti all’epica fantasy (che porteranno ad una deriva nei testi di certo rock e di molto metal che tutt’ora ritengo oscena e indecente) quell’album spacca come poco nella storia. L’attacco allucinante di Page su Bring In On Home (la prima parte è del grandissimo e indimenticabile Sonny Boy Williamson) o il leggendario assolo di Bonham nella sua Moby Dick sono pezzi di rock tutt’altro che mediocri o frutto di una band buona solo a plagiare.

Diogesùcristo, ma poi si parla solo di ‘sti plagi famossissississimi quando in giro c’è della roba sconcertante: avete presente il celebre attacco di Mississippi Queen dei Mountain? Dopo pochi mesi l’uscita di quel gran disco che è “Climbing!” ci fu questo allucinante plagio dei neozelandesi Human Instinct presente in “Stoned Guitar”, Midnight Sun. Mica male, eh? Citazione dite? Quella sì che è una cazzo di vergogna, però toccare lo stoned è tipo reato ora come ora, mentre spalare merda a caso su band come gli Zep fa tanto fighi (e la questione è la stessa).

Ah, mi sono dimenticato di recensire il disco. Vabbè, tanto lo sappiamo tutti a memoria.

  • Pro: difficile dire di ascoltare rock e non avere questo album in casa, o perlomeno è poco credibile.
  • Contro: profondo come una pozzanghera, lyrics degne di The Wanderer.
  • Pezzo consigliato: ma ascoltatelo tutto e basta, cazzo.
  • Voto: 7/10

[è tipo la trentesima volta che cito The Wanderer di Glitter come esempio negativo, vi rendete conto di quanto stia ancora male per quel disco???]

David Bowie, Iggy Pop, Deep Purple, Eric Burdon

101716_NpAdvHover_Fotor_Collage È la dannata stagione degli zombi, centinaia di band del passato, rinvigorite dal dio denaro e da internet, tornano a sfornare dischi che si ostinano ad intasare il mio cesso.

Il fatto che ad una certa età si possano ancora fare dischi piacevoli non è qui messa in discussione. Infatti finché sento dire che “On An Island” (2006) di David Gilmour è ascoltabile, se non addirittura carino, e che “Mighty ReArranger” (2005) di Robert Plant e la sua band dal vivo renda abbastanza bene, sto tranquillo, sto sereno. Ma appena qualche idiota in qualche rivista patinata comincia a vomitare cose come “il miglior disco dei Pink Floyd dai tempi di The Wall” o anche “come, o forse meglio di Physical Graffiti” io mi incazzo come una scimmia.

Ma poi il problema non è tanto il mio, che c’ho pochi soldini e li spendo perché sono stato ammaliato da un critico stronzo che legge i nomi in cover e poi dà il voto senza ascoltare l’album, il problema vero sono proprio quei deficienti che comprano questi dischi e sono d’accordo con il critico! A me non piace dare giudizi assoluti, preferisco insultare l’artista piuttosto che l’ascoltatore, perché ognuno è libero di comprare e amare qualsiasi musica. Ci mancherebbe altro, cazzo. Ma quando si parla di band come i Deep Purple, per l’amor del cielo, si potranno prendere in considerazione gli album precedenti e la storia del fottuto rock, oppure no? Forse dobbiamo metterci a novanta e dire “dai però, Bananas comunque è suonato molto bene” bella figa, allora inizio a comprarmi tutti i dischi di Steve Vai e Joe Satriani così sono a posto con l’anima. Peccato che a me della masturbazione sia venuta a noia qualche anno fa, ora mi piace il Rock.

Tutto questo per dire: non basta il nome, anche la musica, la storia e il contesto sono argomenti che dovrebbero far parte di ogni buona critica a qualsiasi forma artistica. Non tutto quello che ha fatto Leonardo Da Vinci è perfetto, non tutto quello che caga Lou Reed è musica raffinatissima. E così, invece che tediarvi con le mie solite lunghe e laboriose recensioni, stavolta vi butto là qualche impressione di questo genere di album usciti nel 2013, anche perché non meritano un minuto in più del mio tempo.

David Bowie, “The Next Day”: un disco ben costruito da ottimi ingegneri del suono, ben mixato e… basta. Bowie non si spreca nel vendersi come il solito camaleonte, peccato che questo valga per le prime tre tracce, dopo di ché non gli riesce neanche il solito trasformismo e comincia a riciclarsi violentemente. Docet Valentine’s Day, una ballad ammuffita con quel sound così Bowie, ma che per il quale esistono album molto più vecchi e validi. Cosa me ne faccio di “The Next Day”? Di certo Bowie non ha mai spiccato per doti compositive, le cose migliori sono uscite grazie a collaborazioni importanti (Brian Eno e Robert Fripp fra tutti), e questo album lo conferma. If You Can See Me che roba sarebbe? Musica scritta a tavolino, senza anima né idee.

[voto: 4/10]

Iggy and The Stooges, “Ready To Die”: credo sia una presa per il culo. O almeno suona proprio così. È inutile buttare lì miti assoluti come Mike Watt, potevano metterci anche Kermit la Rana, il disco continuerebbe a suonare come la cover band degli Stooges, senza rabbia, violenza, potenza, è più significativa la colonna sonora del film di Spongebob! Di certo la rabbia è un sentimento che mi pervade mentre ascolto questo aborto fatto album, un’inutile sequela di cliché suonati non tanto come se fossero “pronti per morire”, ma piuttosto: “pronti per rapinarvi con un nuovo tour mondiale”. Neanche da ubriaco riuscirei a trovare una giustificazione plausibile per cotanto acquisto.

[voto: 3/10]

Eric Burdon, “‘Til Your River Runs Dry”: per quanto la voce del buon vecchio Burdon sia sempre apprezzata dalle mie casse questo album poteva farselo scrivere da qualcuno che ci capiva qualcosa di musica. Brutto e triste rimescolare le carte di quanto già sentito nella sua monotona carriera solista, pezzi come Devil And Jesus forse possono accontentare vecchi cinquantenni che si lamentano perché “i Clash sono punk quindi fanno cagare” o che “una volta qui era tutta campagna” ma personalmente mi aspetto sempre qualcosa di più, non so perché, sarà irrazionale, però è così, sarà perché ho pochi soldi e non mi piace spenderli in dischi così palesemente inadeguati.

[voto: 3/10]

Deep Purple, “Now What?!”: dai cazzo no! No, no, no, no, no, rifiuto di sentirmi dire da esseri razionali che questo è un buon album, addirittura al di sopra della sufficienza! “Now What?!” dovrebbe essere ritirato dai negozi per salvaguardare la pubblica decenza, ascoltare Vincent Price mi ha quasi ucciso, le orecchie sanguinavano e non riuscivo a fermare le lacrime. Questa non è la cover band dei Deep Purple, questa è la band-parodia dei Deep Purple! Chi ritiene questo album decente non può che ignorare tutta la discografia della band, non ci sono cazzi, oppure non capisce una mazza di rock. Rifiuto a piè pari qualsiasi altra spiegazione, e non mi interessa sentire alcuna difesa a favore di questo scempio assoluto. Se poi le considerazioni sono del tono “però è meglio di Rapture Of The Deep” allora cago mattoni seduta stante. Cazzo, meglio di “Rapture Of The Deep”, allora il Tristan und Isolde di Wagner sembrerà “Glitter” di Gary Glitter. Ma vaffanculo!

[voto: 1/10]

The Mooney Suzuki – Electric Sweat

Electric Sweat

Comprare dischi è un brutto affare.
In passato ho utilizzato ogni tecnica, da: “guarda quanto è fica questa copertina!” a robe più miserabili tipo: “beh, se è con David Gilmour dev’essere bello!” a cose davvero deprecabili come: “davvero è a soli tre euro???” 

Le infinocchiate sono state tante, troppe. Con i vinili però imparai l’arte dell’ascoltare. E così iniziai a passare interi pomeriggi nei negozi di dischi, ascoltando praticamente qualsiasi cosa mi passasse per le mani. Iniziai a anche con i cd, e poi scoprii le “anteprime“ di iTunes e via dicendo.

Eppure ancora oggi mi capita, di volta in volta, di comprare un disco perché… sì, perché mi sembra fico.

Dei The Mooney Suzuki sapevo poco. Ok: non sapevo un cazzo. In generale ricordo che facevano parte della corrente garage dei primi 2000, e che (molto probabilmente) prendevano il nome da due celebri componenti dei Can. Basta.

Comunque un giorno spulciando tra dischi dei The Lyers e dei The Cynics ecco che spunta “Electric Sweat” dei Mooney, targato 2003. Che merda. Cioè, una schifo di copertina rubata ai Grand Funk con loro tutti impegnati a suonare come se fosse l’ultima volta nella loro vita. La solita band garage, ma dietro a tutta quella verve c’era anche della musica decente?

Leggo la tracklist:

Electric Sweat (scontato)
In a Young Man’s Mind (ci sta)
Oh Sweet Susanna (ok ok)
vado un attimo più giù e leggo I Woke Up This Mornin’ (una cover dei Ten Years After? Ma si chiamava così la canzone?)

Insomma la lettura ultra-mega-superficiale (e il prezzo ultra-mega-scontato) mi convincono abbastanza e alla fine lo compro.

L’idea era quella di ritrovarmi di fronte ad una versione esageratamente garage dei Can, e la cosa poteva anche starci.

Ok, andiamo alla sostanza: il disco dei The Mooney Suzuki è una delle cose che mi hanno più fatto divertire e incazzare al tempo stesso.

Divertente perché si fa ascoltare alla grande. Una birra fresca in mano, il disco sul piatto, e succede quello che desideravo. “Electric Sweat” suona come un disco garage come io suono il sax come Anthony Braxton. La verità è che i Mooney dentro questo calderone di idee e cazzeggi ci infilano tutto quello che sanno, dai MC5 (domati) ai Led Zeppelin, si percepiscono Grand Funk e molto garage contemporaneo, l’elettricità è certamente in primo piano, peccato che ancora una volta faccia rima con chitarra elettrica, e questo mi fa incazzare.

Io non sono un detrattore della chitarra elettrica, non posso essenzialmente, è stato il mio primo amore da bambino. Però crescendo a suon di Hendrix, Page, Blackmore e Frampton dopo poco tempo ho iniziato a rompermi il cazzo. È mai possibile che se vuoi fare rock la chitarra elettrica dev’essere la protagonista a tutti i costi? No! Cazzo no!

Però è chiaro che ai Mooney Suzuki piace da matti. E, cazzo, la fanno piacere anche a me. Ascolto “Electric Sweat” con la stessa eccitazione di un voyeurista che ha appena scoperto un buco nel suo bagno che gli permette di vedere in quello adiacente, ogni pezzo mi sembra unico e potentissimo.

Erano secoli che non sentivo un disco rock dove la chitarra non sembrasse la schifosa copia di un qualunque solista dei seventies. Cioè, la copia tecnicamente c’è, ma l’energia è tutta di Graham Tyler, non l’ha rubata in giro, non fa mossettine alla Keith Richards, al massimo si dimena come il più cotto dei Ty Segall.

Le tracce scorrono senza pietà, e anche cose che sulla carta mi avrebbero spaccato i coglioni a sentirle sembrano miracoli. Non puoi stare seduto sulla sedia con la birra in mano, devi per forza renderti ridicolo ai tuoi vicini saltellando come un cretino mentre ascolti It’s Showtime, Pt. 2 (esiste una parte 1?) e anche se I Woke Up This Mornin’ non è la cover di quel grandissimo pezzo dei Ten del 1969 c’è una così chiara strafottenza nel modo di suonare dei Mooney che non puoi non farti coinvolgere.

I pezzi strumentali come It’s Showtime, Pt. 2 e Electrocuted Blues [non ho trovato un link] me la fanno alzare in modo esagerato.

Lo so che è una recensione del cazzo (calcolando che l’ho comprato tempo fa, e l’ho pure citato nel post sugli Stripes!), ma per il prossimo disco dei Suzuki che compro mi informo e la faccio meglio, intanto ascoltate questa roba perdenti!

  • Pro: rock energico, spruzzata decisa di garage, pezzi ispirati, chitarra elettrica che fa un casino della Madonna. Compratelo!
  • Contro: ho rovesciato la birra.
  • Pezzo consigliato: non c’è, smettetela di leggere queste cazzate e compratevi “Electric Sweat”!
  • Voto: boh, cazzo ne so… sarà un 6 in teoria, ma per la foga direi 7/10

Black Mountain – Black Mountain

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I Black Mountain sono una band relativamente giovane conosciuta più dai critici rock che tra gli appassionati di rock, il che è un po’ quello che accadde per esempio ai Rare Bird di cui avevo parlato l’ultima volta.

Al contrario dei Bird i Black Mountain non sono certo avanti coi tempi, anzi, sono un po’ indietro.

La smodata passione di Stephen McBean per i ’70 e i ’60 non è certo un mistero, già nel suo primo ensemble, i Pink Mountaintops, progetto parallelo ai Black Mountain, McBean e compagnia bella si sdavano sul rock psichedelico, con un’anima però un po’ pesantuccia.

McBean fuori dai Black Mountain sembra Syd Barrett imbottito di valium, una noia tremenda. Dicono che per chi ama la musica psichedelica dischi come “Outside Love“, del 2009, sia un gran bel disco. Beh, a me piace la psichedelia, eppure “Outside Of Love” mi fa sinceramente schifo. Noioso oltremodo, ripetitivo, i testi che dovrebbero essere strappalacrime invece si rivelano banali e melensi. Sarà una questione di sensibilità, non lo metto in dubbio, ma a tatto i Pink Mountaintops mi fanno venire prurito alle parti basse.

Tutt’altra storia i Black Mountain che nel 2005 si presentarono con il miglior disco mai prodotto dalla Jagjaguwar. Ovviamente omonimo il primo album dei Black Mountain sembra a tutti un ottimo tributo ai Black Sabbath, ma niente di più, ma per me non è così semplice.

Dopo il successo McBean continua a scrivere canzoncine per la nonna con i Pink, ma nel 2008 stupisce ancora con “In The Future“, secondo disco dei Black Mountain, con una quantità incredibile di pura genialità, banalità, prog-rock, noise e ballate degne, al massimo, di Lenny Kravitz. Ce n’è per tutti i gusti!

“In The Future” è davvero una piccola perla nel 2008, un disco incompreso ancora una volta dal pubblico ma non dalla critica. È difficile nel 2000 poter ascoltare riff potenti e fughe psichedeliche come in Tyrants, e nello stesso album potersi fare un viaggio con Queens Will Play e la folle Bright Lights, oppure infilarsi nel trascinante rock tribale di Evil Ways. Tutti i lavori di questa band sono seguiti spesso da innumerevoli tracce che non rientrano nel cd, ma che sono tutt’altro che riempitivi, piuttosto spingono ancora più in là le idee della band, come in Black Cats, dove il sound è molto moderno, con una strizzatina a tratti alla new wave.

Trovo che nella gioiosa ecletticità dei Black Mountain ci sia tanta ingenuità, ma anche tanta sincerità. La band sperimenta i suoi limiti, niente di nuovo o di rivoluzionario, ma non c’è la pretesa di esserlo. Questa umiltà traspare decisamente nei primi due lavori dei Mountain.

Per i primi due dischi si parla fin troppo spesso di Led Zeppelin, quando in realtà degli Zep c’è solo qualche rimando, certamente McBean tende di più verso i primi monolitici Black Sabbath, i Blue Öyster Club e i Blue Cheer, ma anche i Dead Meadow senza contare gli Hawkwind, questi ultimi molto rivalutati in tempi recenti anche dal garage rock (vedi il californiano Ty Segall).

Non disdegnano ogni tanto qualche rimando jazz e al pop raffinato (Angels) ma continuo a premere sulla sincerità, che poi non è che sia un merito soltanto della musica, diciamo, fuori dal mainstream, perché anche giovanotti di belle speranze come Mitch Laddie fa revival (blues) ma meccanicamente, senza l’energia di gente come McBean, che pure nei soporiferi Pink Mountaintops ci mette l’anima, e si sente.

Inoltre anche se spesso ci vanno giù di wall of sound non essendo fanatici del low-fi a tutti i costi, tipo i Purling Hiss, il loro suono è sempre pulitissimo e molto calibrato. Nessun eccesso, nessuna nota storta, c’è un grande controllo, forse anche troppo. In effetti una caratteristica fondamentale del loro sound nei primi due album è un po’ questo eccessivo controllo, che alla lunga estranea, crea come una sorta di vuoto mentale nell’ascoltatore, si percepisce spesso nelle tracce dei Black Mountain un malessere esistenziale affascinante. La ripresa di Tyrants, la terribile ripetitività del riff in Don’t Run Our Hearts Around distruggono lo spazio e il tempo, inconsciamente ci finisci dentro, assieme a loro. Guardate che c’è una grande consapevolezza nella psichedelia dei BL, il che mi sembra sia stato poco sottolineato anche dai critici più entusiasti, i quali si sono decisamente soffermati sui ricordi rock che i riff rimandano, senza invece prendere in considerazione le qualità intrinseche alla band.

L’ultima fatica in studio dei Black Mountain è il mediocre “Wilderness Heart” (2010), più in linea con le altre band prodotte dalla Jagjaguwar, roba perlopiù pseudo-intellettuale o triste-intimistica, o semplici scempiaggini come i Foxygen, gruppo californiano di grande successo ma senza un bel niente da dire.

Ma andiamo a conoscere meglio l’album d’esordio dei Black Mountain.

Black Mountain 2005

Modern Music è un inizio sconcertante. Avevo detto Black Sabbath e Hawkwind, ed invece eccoci a partire con un pezzo pieno di ecletticità e allegria, e un istrionico McBean che ripete: we can’t stand your modern music, we feel afflicted! e a chi si riferisce? Probabilmente a tutto il movimento della new wave più afflitta, all’indie più autolesionista, al brit pop senz’anima, o più in generale a tutta quella musica moderna senza passione, meccanica, vuota. Ok, ci dicono, ci rifacciamo al passato, ma solo alla sua musica.

Netto lo stacco con Don’t Run Our Hearts Around, un riff potente ma imperniato di psichedelia pura, il pezzo è un susseguirsi di variazioni imprevedibili ma mai eclatanti (mi piace un casino).

Ennesimo salto con Druganaut, si può parlare di prog, ma sempre senza orpelli inutili, duetti di ottima fattura tra McBean e Amber Webber, psichedelia e chitarra elettrica che passa dall’essere protagonista di sostanziosi riff all’essere totalmente disassemblata in suoni distorti ma sempre espressivi.

In No Satisfaction la band si lancia in un folk leggero. Mi piace il ruolo del testo, la ripetizione ritmica di: ‘cause everybody like to claim things, everybody shame things and everybody likes to clang bells around è un po’ più sofisticata di come si presenta. McBean ragiona su alcuni luoghi comuni del loro far musica, del revival, sul modo di vivere questa esperienza, cantando we can’t get no satisfaction per me rivela una sorta di “costrizione”, un modo di apparire che però non si confà con la realtà che si cela dietro, la mancanza di un reale sentimento di appartenenza verso la comunità, esplicata bene nel pezzo successivo (inoltre si citano i Velvet di Lou Reed, avete presente I’m Waiting for the Man?).

Set Use Free è un pezzo semplice ma costruito con grande maestria, terribilmente malinconico ed estraniante. Rimandi a Killer dei Van Der Graaf Generator sono da vedersi nel testo, questo sentirsi killer, assassini delle emozioni che ci circondano, il tema della liberazione dalle macchine (=società) per tornare ad essere davvero, a poter amare, a poter essere liberi è di una banalità sconcertante, ma ben esplicato.

Invece No Hits rivela una propensione all’elettronica (moooolto velata) che si ripresenterà in vari aspetti in tutti gli album dei Black Mountain, ma ad oggi non ha trovato ancora un sviluppo interessante. Molto prog, ma senza una direzione precisa.

Heart Of Snow si presenta con un prog classico, ma il sound della band riesce a far riscoprire il gusto di ascoltarsi anche la più banale struttura prog pensabile. Un pezzo molto delicato e tragico.

Devo dire che dal 2005 ad oggi ancora non sono riuscito a trovare niente di interessante nell’ultima traccia dell’album, Faulty Times, buttata lì così, un pezzo alquanto insipido e senza il piglio dei Mountain, più scolastico diciamo.

Credo sia un disco che merita, come anche il secondo, “In The Future”, forse nel 2005 avevate altro da fare mentre la critica adorava questo album d’esordio, ora però non avete troppe scuse per non ascoltarlo.

  • Pro: non è semplice revival, la band non ha enormi qualità, e probabilmente non ha già più niente da dire dopo soli due album, ma c’è molta passione e tanta sincerità, che al giorno d’oggi è merce rara.
  • Contro: se non vi piace lo stoner rock non è esattamente un disco che vi consiglierei. Riffoni che si perdono in ripetitivi momenti psichedelici, voci suadenti e mai un momento di vera rabbia rock, praticamente una palla.
  • Pezzo Consigliato: è difficile perché alcuni pezzi sono molto slegati tra di loro, comunque credo che Druganaut sintetizzi efficacemente il sound e le idee dei Black Mountain.
  • Voto: 6,5/10

La Questione Scaruffi

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DISCLAMER: Questo articolo è brutto e vecchio e invecchiato male, leggiti QUESTO che è molto meglio!

Piero Scaruffi, per chi non lo sapesse, è una delle personalità più assurde d’Italia (anche se preferisce l’America è pur sempre italiano).

Scaruffi è uno storico del rock (non ama tanto la definizione di critico) che tempo fa tirò fuori una enorme Storia Del Rock ora on-line nel suo vecchissimo (e se vede) sito, un’opera enciclopedica/critica/storica che fa sembrare la Gerusalemme Liberata poco più che un romanzo tascabile alla Camilleri. C’è di tutto, dai Rolling Stones alla band del circolo ARCI sotto casa (se vivi a New York, chiaramente), e il metro di giudizio di Scaruffi è di certo alquanto differente da quello del critico medio, dunque per me è stato fonte, assieme ad altri, di informazioni preziose.

Tutti, o quasi, odiano Scaruffi. In Italia almeno il 98% della popolazione.

In Primis perché il Piero nazionale non sa tenere a freno la lingua, se una band, anche rinomata (se non soprattutto), non gli piace, la distrugge sotto ogni punto di vista.

Per sintetizzare se no qui si fa notte: Scaruffi premia la sperimentazione, il nuovo (che segua però una precisa logica di pensiero, non: nuovo fine a se stesso), le correnti che cambiano davvero il corso della storia musicale, che pongono nuovi limiti o ne che distruggono di vecchi.

Per me è un ottimo metodo di critica, anche se mi trovo spesso in disaccordo con le idee di Scaruffi, non posso far finta di non notare che questo accade quasi sempre quando ci sono in ballo band che mi piacciono. E questo lo dico per onestà intellettuale.

Piero+Scaruffi+Beatles+scaruffi

È ormai storico il suo astio verso i Beatles, visti nel suo libro come un mezzo commerciale prima ancora che musicale; tale considerazione gli ha creato una folta schiera di nemici che, almeno a mio avviso, sono quasi sempre dei perfetti cretini.

Quando mai in Italia si dà peso al giudizio di un critico? Quasi mai, e c’è una ragione ben specifica perché ciò accade: il critico italiano medio tende a parlar bene di qualunque band, meglio ancora se famosa. Leggersi certe recensioni sul Rolling Stone fa venire i brividi, il servilismo verso le case discografiche è lampante, quasi perverso nella sua continua ostentazione.

Inoltre c’è da dire che gran parte dei provetti critici nostrani raccontano panzanate a tutto spiano, per poi fare le pulci a Scaruffi.

Che i Beatles siano nati come risposta politically correct al rock and roll nero non mi pare una bestemmia, è un dato di fatto negabile soltanto con una disonestà intellettuale assoluta. Possiamo discutere sul fatto che fossero validi o meno, o che fossero solo capitati al momento giusto nel posto giusto (o col produttore giusto nell’etichetta giusta), possiamo discutere sulla qualità dei singoli e degli album, ma è innegabile che i Beatles non hanno inventato nulla di trascendentale, ma piuttosto sono stati portavoce di uno stile e di un modo di fare musica a loro coevo. Se avete letto delle note negative in questa analisi è perché partite col pre-concetto (sbagliato) che non inventare sia una cosa negativa. Perché? Non è che siete come Scaruffi allora?

Parliamo dei critici sul web che vogliono la testa di Scaruffi? Una leggenda metropolitana che va molto di questi tempi, figlia chiaramente di un ignoranza mascherata da conoscenza, è che i Led Zeppelin abbiano copiato dagli Humble Pie. 

Ma porca pupazza, tra tutti i santi gruppi da cui i Led Zeppelin hanno spudoratamente copiato (anche se è inesatto, e poi vediamo perché se me lo ricordo) mi prendi gli Humble Pie di Frampton e Marriott? Già trovare le somiglianze per me è una forzatura. Nascono praticamente nello stesso anno, ma da due situazioni assolutamente diverse. I primi dalle ceneri degli Yardbirds (o dei New Yardbirds, o dei Nouvelle Uccell’ o come cavolo si chiamavano dopo il duecentesimo cambio di formazione) band dalla formazione blues che dà alla chitarra quell’importanza fondamentale che poi sarà l’oggetto della discussione musicale in ambito rock per gran parte dei primi ’70. I secondi nascono dalla ex-band di Steve Marriott, gli Small Faces, i mod in diretta concorrenza con i mod per eccellenza: gli Who. Cacchio gli Small Faces ci acchiappavano di soul e di presenza sul palco alla Who, ma gli Yardbirds facevano ben altre cose.

Una volta che Humble Pie e Led Zeppelin si sono formati già di partenza le diversità sono chiare, limpide. I Pie sono la versione hard degli Small Faces, ma senza la vena psichedelica, e sopratutto senza idee particolarmente sconvolgenti (c’erano anche i Cream là a giro, mica la banda dei fiati di San Miniato basso), mentre gli Zep non solo sono la versione molto (alla terza) più hard degli Yardbirds, ma portano avanti nuove idee plasmando il vecchio blues, che sarà una fonte di approvvigionamento costante in tutta la loro carriera da hard-rocker, spingendo verso una psichedelia più funzionale e meno “a caso”, polverizzando il primato del prog e portando il grande rock nei grandi stadi.

Un paio di differenze insomma.

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Vabbè, come al solito nei miei post non si capisce niente, ma la questione è proprio terra terra. Prima di criticare Scaruffi vorrei perlomeno avere un pizzico della sua cultura (generale). Poi chiaramente è un borioso del cacchio, la pagina di nonciclopedia su di lui è più attendibile di quella di wikipedia, non ci sono dubbi, però è anche vero che c’è una forte analfabetizzazione musicale in Italia.

Anni fa, quando Scaruffi parlava bene di Beefheart, dei Red Crayola, dei Fugazi, dei Pere Ubu, di quel gran cazzone di Klaus Schulze, nessuno se li cagava di striscio (parlo del mondo ancora più analfabetizzato musicalmente che è internet) ora sono i miti di un sacco di gente.

Io credo che la critica musicale, come la critica artistica in generale, solo nel tempo dimostra la sua validità.
Nel 1874 la gente s’andava a vedere CabanelBouguereauBaudry, e quella era considerata da tutti i critici Arte Immortale, mentre quegli sfigati che facevano la mostra a casa di Nadar (fotografo piuttosto eclettico, a mio avviso assomiglia tantissimo allo zio Eduard di Mort À Crédit) erano considerati imbecilli destinati a finire nel dimenticatoio per sempre.

P.S.: Essendo nata nei commenti la solita diatriba sui Beatles eccovi una mia riflessione in merito.

P.P.S.: [2021] Questo articolo è vecchio e scritto di getto da un giovane me molto irriflessivo, se volete un aggiornamento su questa “questione” eccovi un succosissimo link.