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I migliori album del 2018

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Non so se questo blog esisterà ancora in questi termini oppure diventerà solo un podcast o solo un canale YouTube o tutte queste tre cose, so solo che piano piano, con enorme fatica, sto sistemando la mia vita per renderla ragionevolmente piena e non allucinantemente zeppa di cose. Mi manca sparlare di musica, sopratutto quella di merda che piace a noialtri. Questo post è arrivato con un ritardo folle ma doveva arrivare, sono i migliori album del 2018, eppure non è tutta farina del mio sacco.

In questa lista non ci sono letteralmente i migliori album del 2018, quale megalomane potrebbe mai mettersi a fare una lista del genere? Oggigiorno conoscere la scena musicale in senso lato è impossibile, le uscite sono troppe e le scene troppo frammentate, come anche i linguaggi. Così ho messo semplicemente la roba che, alla fine della giostra, ho ascoltato di più e con maggior piacere, senza troppo smanettarmi sugli aspetti critici (che poi nemmeno lo sono io un critico, sono un appassionato con problemi compulsivi, tutto qui).

Alcuni degli album presenti però non sono tra i miei preferiti, ma dato che sono presenti in tutte le stracazzo di classifiche da Novembre (già, c’è gente che ha fatto uscire la classifica dei migliori del 2018 a Novembre del 2018, che dire…) ho voluto mettere qualche nome per poi insaccarlo di botte virtuali.

L’ordine è alfabetico, per evitare inutili e sterili discussioni.

A$AP Rocky – TESTING

C’è bisogno di dirlo? E diciamolo: A$AP Rocky e la sua cricca hanno tirato fuori un classico, riuscendo a dare uno spessore notevole a tutte le influenze nascoste in questo album (partendo da un insospettabile Otis Redding) e riproducendo un sound da monolite degli anni ’90 senza un briciolo di nostalgia, facendolo suonare come qualcosa di assolutamente nuovo.

Ambrose Akinmusire – Origami Harvest

A parte che in questo album riescono a convivere rap underground e musica da camera senza far scendere il latte ai ginocchi con inutili virtuosismi da una parte o dall’altra, questo è un disco profondamente politico eppure profondamente propositivo. Come nel caso degli IDLES lo sguardo sulla contemporaneità di Akinmusire si discosta dalla retorica pessimista e compie una parabola verso un futuro di possibilità.

Armand Hammer – Paraffin (feat. Billy Woods & Elucid)

Questi non scherzano ragazzi, ce la mettono tutta per sporcarti le orecchie di suoni francamente fastidiosi ma amalgamati ad un flow spettrale e ipnotico.

b a k m a h n / TESTAROSAH – Holy Oxygen

Vaporwave piuttosto classica, stiamo assistendo ai colpi di coda del fenomeno che intanto è diventato mainstream.

Car Seat Headrest – Twin Fantasy

“Twin Fantasy Replica” è la versione riveduta e corretta dell’album capolavoro di Car Seat Headrest, che si merita certamente una recensione (che immagino uscirà entro il 2030). Dopo averlo ascoltato 50 volte ho capito cosa intendeva dire Tab_ularasa quando scriveva che questo è l’album che Ty Segall avrebbe sempre voluto fare. Ne riparleremo.

Childish Gambino – This Is America

Sì, è un singolo, non un album, ma fottesega, se hai qualche reclamo puoi spedirlo su www.pornhub.com. Hanno tutti già detto… quasi tutto, anche di lui ne parleremo. 

Current 93 – The Light Is Leaving Us All

Secco, molto poco piacevole e con momenti di poesia troncati sul nascere. Il solito buon album dei Current 93.

Drinks – Hippo Lite

Oddio: un album post-punk che non suona né come i Joy Division né come una brutta copia dei Gang Of Four! Finalmente!

Eric Chenaux – Slowly Paradise

A me Chenaux m’ha sempre fatto venire un latte alle ginocchia che nemmeno l’ultimo Clapton, giuro, per cui ero molto prevenuto su questo album, che invece è bellissimo e stranamente minimale. Che mi debba riascoltare anche quelli vecchi alla luce di questa nuova cotta? (SPOILER: l’ho fatto, e non è servito un granché)

Ezra Furman – Transangelic Exodus

Anche di questo varrebbe la pena scriverci qualcosa, diciamo solo che Furman è in mega forma e non sarà possibile fermarlo, dal 2013 i suoi arrangiamenti si sono raffinati e le melodie sono molto meno prevedibili e ripetitive.

Father Murphy – RISING. A Requiem for Father Murphy

Ultimo capolavoro per Father Murphy, una discografia sottovalutatissima in questo paese di ingrati. Una volta gli dedichiamo una bella retrospettiva completista.

Felix Colgrave – Royal Noises from Dead Kingdoms: The Music of Double King

Colonna sonora del corto animato dallo stesso Colgrave. Una musica elettronica piena zeppa di riferimenti gregoriani e world music, un talento per ora quasi sconosciuto.

Gee Tee – Gee Tee

Miglior album garage rock dello scorso anno, costruito attorno ad una logica DIY che non sacrifica il suono ma lo rimpasta funzionalmente al tasso alcolemico.

Grip Casino – The King & Eye for an I

Un album di cover dei Residents che coverizzano Elvis Presley. Beh, tanto quei soldi non ti servivano comunque…

Heroin in Tahiti – Casilina Tapes 2010 | 2017

Sarà anche solo una raccolta di esperimenti che fra l’altro non dialogano sempre benissimo tra di loro, ma c’è anche la summa di una ricerca fatta di persone, luoghi e incontri sublimati in musica. Indispensabile per capire l’oggi in questo paese.

HOLY – All These Worlds Are Yours

Uno dei tanti progetti solisti che ormai permeano il panorama DIY, il giovane svedese Hannes Ferm è una sorta di David Bowie senza la pretesa di piacere a tutti, chiuso in una cameretta piena di cose sorprendenti.

IDLES – Joy as an Act of Resistance

Oibò, il miglior album rock degli ultimi 10 anni e per taluni è giusto un buon album. Gli relegherò una recensione ma meriterebbe un libro. Gli IDLES non sono semplicemente quelli che hanno portato le tensioni di Brexit a galla strappandole dal sottile velo dell’ipocrisia, hanno ridefinito un’estetica e le conseguenze di questo avranno delle ripercussioni, potete scommetterci.

J​.​H. Guraj – Steadfast on our Sand

Il Ry Cooder nostrano sfodera un album fatto di sottrazioni ma senza perdere la sua carica narrativa (è comunque una colonna sonora).

Jessica Says – Downers

Gemma pop passata inosservata, Jessica Says ha una voce interessante e un buon orecchio per la melodia più raffinata, sono curioso di vedere cosa verrà.

Jonny Greenwood – Phantom Thread (Original Motion Picture Soundtrack)

Tanto trovo algidi i Radiohead quanto trovo acuto Jonny Greenwood solista. Sul film che vuoi dire, PTA è una delle certezze del cinema statunitense, e questa lunga collaborazione con Greenwood ci sta donando delle musiche davvero eccezionali. Non siamo ai livelli di “There Will Be Blood”, ma cazzomene.

Julien Baker, Phoebe Bridgers & Lucy Dacus – Boygenius – EP

Un trio di signorine molto benvoluto dalla critica specializzata si mettono assieme e fanno un EP molto benvoluto dalla critica specializzata. E non fa cagare. Qualcosa non torna.

Justin Bell – Pillars Of Eternity II: Deadfire (Original Soundtrack)

Obsidian ci ha abituati ad una cura maniacale delle sue opere, e Justin Bell è riuscito a migliorare una colonna sonora che già nel primo capitolo di Pillars Of Eternity lasciava straniti per la bellezza evocativa anche solo nel menù.

King Khan & The Shrines – Three Hairs and You’re Mine

Il disco più festoso dell’anno, e poi King Khan per me ci deve essere sempre in una  classifica, dà quella botta di vita che allontana quel malessere di vivere nella stessa epoca dei Foo Fighters.

Leon Vynehall – Nothing Is Still

Una bella intuizione quella di Vynehall, ricostruire il viaggio di sua madre dall’Inghilterra agli Stati Uniti, una storia di immigrazione che tocca tutte le tappe della musica ambient moderna con una trazione narrativa che personalmente trovo necessaria in questo genere di esperimenti, altrimenti troppo freddini.

Liberate Il Kraken – Liberate Il Kraken

Per la Fake Off Press il 2018 è stato un anno bello denso, con tanto di lancio della rivista underground “Vasi di cristallo su comodini sbilenchi” e poi han tirato fuori questo EP che, per quanto sembri serioso nella sua ricerca di confini sonori ulteriori, mi ha divertito non poco e continua a farlo.

Macintosh Plus – Floral Shoppe

Perché mettere una ristampa? Perché ha comunque venduto a palate, provando quando la vaporwave sia ormai uno dei generi musicali più influenti del nostro tempo. Inoltre “Floral Shoppe” è certamente il capolavoro della sua florida stagione (pun intended).

Micah P. Hinson – When I Shoot At You With Arrows, I Will Shoot to Destroy You

Lo aspettavamo in tanti un bell’album di Micah P. Hinson, e alla fine è arrivato, solo che è molto più bello di quanto ci aspettassimo.

MISS WORLD – Keeping Up With Miss World

Mi sono innamorato di questa scapestrata garagista. Miss World dipinge con ironia un mondo fatto di sopravvivenza e istinti, non c’è alcuna ricerca musicale dietro, giusto un riff altrimenti non sono neanche canzoni ma sketch.

Mythic Sunship – Another Shape of Psychedelic Music

Il più bel disco di musica psichedelica dell’anno, questa band sono tutto quello che i Moon Duo dovrebbero essere e, per mancanza di creatività e tecnica, non saranno mai.

Negative Scanner – Nose Picker

Uno dei migliori album punk del 2018 e non se l’è cagato nessuno. N-e-s-s-u-n-o.

Noname – Room 25

«Y’all really thought a bitch couldn’t rap, huh?» L’unico difetto di questo album è che le prime due tracce sono dei capolavori assoluti mentre le altre sono solo bellissime.

Parquet Courts – Wide Awake!

L’hanno fatto di nuovo ‘sti stronzi, un album assolutamente spassoso, intelligente senza ammorbare con soluzioni supercazzolanti. Un po’ derivativo da “Human Performance”, ma al quinto, sesto, trentesimo ascolto non importerà più di tanto.

PC Worship – Future Fase

Questo collettivo costruito attorno alla figura polivalente di Justin Frye è l’unica dose di sperimentazione di cui avete bisogno ma non lo sapevate. Dategli una possibilità.

SabaSaba – SabaSaba

È come la colonna sonora di un ipotetico film di Ken Russell mai uscito ma di cui avrei amato la colonna sonora.

Sly & the Family Drone + Dead Neanderthals / Mai Mai Mai Split

Lo split del secolo, sempre che siate dei pervertiti musicali come pochi.

SLONK – Song About Tanks

Altro progetto da cameretta, stavolta di Joe Sherrin. È un album che arriva da una brutta separazione e da un brutto periodo, si sente, ma non importa.

Soccer Mommy – Clean

Come dite? Snail Mail? Mi spiace, mai sentiti nominare.

The Buttertones – Midnight in a Moonless Dream

Già aprire l’album con uno strumentale dal sapore surf rock non è da tutti, sopratutto con lo stile e la carica pop dei Buttertones, ma anche il resto non scherza affatto. I Buttertones sono riusciti dove Frights e affini hanno fallito, ovvero a giocare con gli stilemi del rock ante-Beatles parlando della propria generazione. Se vanno avanti così questi diventano delle certezze, almeno da queste parti.

The Chats – Smoko

Esordio semplicemente perfetto, punk da sottoscala con la tigna giusta e la lager più scadente che c’è.

The Men – Drift

Mi duole ammetterlo, ma è stata una buona annata per l’indie praticamente ovunque. Tranne in Italia.

The Murlocs – Young Blindness

Questi orfani di Roy Erickson hanno sfornato un disco acidognolo che, non senza nostalgia, spicca per il buon songwriting e il tasso di cazzeggio. E sì, lo so che è uscito nel 2016, ed io lo comprai nel 2016, ma l’ho ascoltato nel 2018. Succede più spesso di quanto crediate.

The Shifters – Have A Cunning Plan

Passato un po’ in sordina ma destinato a far parlare di sé tra gli appassionati del rock australiano. Gli Shifters passano dove sono già passati Total Control, UV Race e Dick Driver, ma lo fanno con un piglio piuttosto originale e una capacità di costruire un album che migliora di ascolto in ascolto, lasciando presagire un futuro brillante.

Thought Gang – Thought Gang

Angelo Badalamenti e David Lynch. Se non li metti in lista devi avere il cuore foderato di merda.

Timmy’s Organism – Survival of the Fiendish

Casse contro il muro, amplificatore che le fa fischiare, 33 giri o FLAC – sai che m’importa, volume immorale. Se non è questo godersi del buon rock ’n roll forse non ho davvero capito niente della vita.

Windows96 – One Hundred Mornings

Miglior uscita vaporwave dell’anno, probabilmente, anche se l’attenzione dei fruitori ossessionati si è ormai spostata su lidi di contaminazione non sempre più interessanti quanto inutilmente più criptici.

Scusa beppe, ma per quale sudicio motivo nella lista non c’è…

Daniel Blumberg – Minus

Francamente Blumberg è presente anche nella classifica su RateYourMusic di tua nonna, a che serve se lo metto anch’io? Te lo fa piacere di più? E poi, considerando quanta bellissima roba è uscita in ambito jazz nel 2018, mi fa pensare che Blumberg fosse presente in due classifiche su tre anche per l’ottimo ufficio stampa. Cioè, ho letto classifiche tutte rock, pop o rap e poi come unico album jazz questo. Fate vobis. Ero indeciso se mettere Akinmusire proprio per non cadere nel tranello, poi mi sono ricordato che qui non mi paga nessuno, per cui…

Kurt Vile – Bottle In

Non è che sia un brutto album o le canzoni non siano azzeccate. Divertente l’intro con Loading Zone, notevole la melensa Bassackwards come la seguente ma più spigliata One Trick Ponies, ma porco demonio ‘sto disco di Kurt Vile puzza di paraculata da lontano un miglio. ‘Sta nostalgia canaglia un po’ teen drama un po’ Mac DeMarco un po’ Pippo Franco ha stramazzato i maroni. In questo album Vile nasconde un cantautorato scadente con dei bei effetti ed una estetica talmente abusata da assomigliare alla spugna con cui lavo i piatti da capodanno scorso.

Low – Double Negative

L’unica cosa davvero interessante è stata seguire il bailamme che si è scatenato tra vecchi fan e nuovi fan. La gente si scanna per le cose più stupide.

Mid-Air Thief – Crumbling

Ma siete davvero tutti sicuri che sia stan gran cosa? Secondo me è un disco che spruzza pretenziosità da ogni solco.  Magari però meriterebbe anche questo una recensione più accurata.

Spiritualized – And Nothing Hurt

Semplicemente non fa per me, l’avrò ascoltato dieci volte e continua a tediarmi come poche cose al mondo. Scusami Jack, è questione di feeling.

Ty Segall – Freedom Goblin

In pratica una raccolta di riff e idee che Segall aveva già sviluppato in qualsiasi suo vecchio album, però stavolta registrati e prodotti a modino. Capolavoro? Magari, quello è uscito nel 2008, e il Biondo che fa impazzire il mondo ha smesso di sfornare cose interessanti intorno al 2012, dopo di che è diventato una fotocopia vivente di se stesso. Peccato.

BONUS:

Courtney Barnett – Tell Me How You Really Feel

A mia discolpa non riesco a farmi piacere musicisti quadrati come la Barnett, troppo prevedibili le strutture melodiche e le armonie, le liriche comunque meritano, curiosissimo di vederla dal vivo tra pochi giorni.

Tropical Fuck Storm – A Laughing Death in Meatspace

Indubbiamente uno dei dischi che mi ha incuriosito di più del 2018, del quale non sono riuscito ancora a farmi una opinione solida. Anche loro li vedrò tra poco, spero di riuscire ad entrare nel loro mood e carpirci qualcosa in più.

 

Nastro – Nastro

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Etichetta: To Lose La Track
Paese: Italia
Pubblicazione: 2009

L’ho bruciato
l’ombrello col ferro da stiro
l’ho buttato
nella vasca da bagno il fono
camminavo
col piede sul filo del rasoio
elettrico!

«Però guarda che dal vivo erano mille volte meglio eh! Facevano un casino pazzesco, c’avevano un muro del suono che lo TOCCAVI diocristo, lo potevi imbiancà!» Non lo metto in dubbio, caro amico romano che vedo solo una volta l’anno (per fortuna), però ‘sto album è comunque una bomba, una cosa inaudita per il panorama italiano, sopratutto oggi. Peccato che sia uscito quasi 10 anni fa nella totale indifferenza di tutti noi.

Nastro” scorre (giustamente) come un nastro magnetico a 8 millimetri, con i suoi singhiozzi krautrock e testi epigoni di un Faust’o disincantato che non ha conosciuto il David Bowie berlinese. Teso nel cercare un compromesso tra melodia e rumore che non risulti imbarazzante come quello dei Subsonica, ma che piuttosto derivi dalla new wave più cerebrale, l’esordio dei Nastro ad un primo ascolto risulta sconclusionato e indigeribile. Poi, come una nebbia che si dirada, lascia scoperta la strada dalle quali convergono tantissime influenze senza prediligerne alcuna, risultando a tratti come un’opera dal profondo senso intellettuale e delle altre come una sonora cazzata, ma senza comprometterne mai la fruibilità.

Certi momenti, debitamente isolati, sembrano rifarsi ad una dimensione commerciale, tipo il secondo Beck per capirci (Blues e Cestino di frutta), altri rimandano al post-industriale, e ti ritrovi improvvisamente di fronte ad una versione spigolosa di “Dub Housing” (Ha Ha Ha), per cui orientarsi tra le influenze diventa inutile, perché lo spaesamento ti accompagna per ogni traccia.

Il punto però è: merita riscoprire questo album uscito ormai 10 anni fa? La faccenda per me è semplice in fondo, album come “Nastro” non hanno una data di scadenza perché non si rifanno a nessuna scena in particolare, non dialogano col loro contemporaneo ma spostano i confini di certe grammatiche che chiaramente li ispirano. Non siamo di fronte all’operazione di un Faust’o che in maniera programmatica decostruiva la canzone italiana portandola nella new wave, qui di programmatico non c’è niente perché ogni canzone è pensata, rimasticata ed eseguita con grande attenzione nei particolari, senza necessariamente però convergere verso un concetto legante che non sia il puro suono.

La componente rumoristica in questo esordio è forse una di quelle più peculiari che abbia mai ascoltato da parte di un gruppo italiano. Oggi il rumore è una costanza nell’underground nostrano. Album come “Φ” (2016) e “Stromboli” (2015) sono recensiti persino dalle riviste più mainstream, anche se magari non sono apprezzati quanto i nuovi eredi del cantautorato italiano (Young Signorino, Sfera Ebbasta, Stato Sociale, Thegiornalisti, Willie Peyote e il resto del circo equestre) in ogni caso stanno riscontrandosi con un pubblico progressivamente più eterogeneo e sempre meno di soli addetti ai lavori. Comunque, sebbene l’operazione portata avanti dai Nastro sia in linea con certe dimensioni caustiche italiche (penso all’esordio degli Arto, che avevo citato su Facebook tempo fa), riesce a dominare gli istinti radical-intellettuali del rumore fine a se stesso dentro una struttura-canzone che non scade nel melodismo adolescenziale, ma intercetta Neu! come J.G. Thirlwell, Alan Vega e gli Skiantos di “Pesissimo!” (Sul Parafulmine), risultando così mai accomodante ma comunque eccezionalmente piacevole.

Ho ricominciato ad intortarmi vero? Fottesega, blog mio, regole mie. Ora, per esempio, mi stapperò una bella birra ghiacciata da 66, la berrò, e poi finirò di scrivere questa recensione. Tra un rutto e l’altro.

Ecco, boh, in realtà non so cos’altro dire. Nell’invitarvi all’ascolto di questo disco non voglio instillarvi l’idea che questa sia la via per definire un sound underground originale, non bisognerebbe riprendere da dove i Nastro hanno lasciato (quello toccherebbe a loro), ma bensì assimilarne l’attitudine al cercare di spostare confini invece che superarli (spesso intellettualizzando eccessivamente) o peggio seguendone i bordi pedissequamente.

Per i più curiosi eccovi il link ad una splendida intervista su acquanonpotabile.

Architeuthis Rex – Eleusis

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Sì, la solita CAZZO di immagine sfuocata tipica di band shoegaze, drone e noise.

Fatevi avanti
ora nel sacro cerchio della dea, giocando nel bosco in fiore,
voi che prendete parte alla festa divina.
Io vado con le fanciulle e con le donne
dove c’è la veglia in onore della dea, a reggere la fiaccola sacra.

Aristofane, Le rane, Teatro di Dioniso, Atene , 405 a.C.

Nel 2012 mi imbattei in una band assolutamente fuori dai miei schemi con un nome altisonante e inquietante, li stava ascoltando il proprietario del mio spaccio di vinili preferito, il negozio era invaso da questa musica esoterica, e per quanto ci provassi non riuscivo più a ricordare per qualche dannato disco fossi entrato con venti euro in mano. Ipnotizzato da quell’andamento da messa pagana comprai quello strano manufatto. Era “Tebe”, l’album d’esordio de La Piramide Di Sangue i quali occuparono il mio stereo per parecchie settimane.

Rimasi in trance per un bel po’, come Sheri Moon mentre ascolta il disco dei Lord in The Lords of Salem, e cominciai una disperata ricerca di altro disco così particolare, che avesse quei suoni e quell’atmosfera, fu allora che mi imbattei in un album dalla cover magnetica. Rappresentava un oscuro pianeta proveniente da una qualche strana dimensione, era “Urania” di una band che non avevo mai sentito nominare: Architeuthis Rex.

Per un attimo ho sudato freddo. Cazzo, ho pensato, vuoi vedere che Antonius Rex è tornato e vuole sfornare altra merda? Forse avevo tra le mani “Neque semper arcum tendit rex” parte seconda e non lo sapevo?

Mi ci volle un po’ per scoprire che erano un duo (e che non erano i nuovi Jacula) e che erano Antonio Gallucci e Francesca Marongiu (più eventuali collaboratori) l’unica cosa di cui ero certo era che la loro musica sembrava provenire da un buco nero.

Naturalmente chiamare un album “Urania” non può che far balzare alla memoria di un italiano Arthur C.Clarke, Isaac Asimov, Lester del Rey, Rockynne, Sturgeon, insomma la fantascienza nella sua epoca d’oro, ma lo space rock drone di questa band si lega bene all’oscurità di Robert A. Heinlein, ai suoi misteri, ai suoi mostri immondi e incomprensibili.

La prima cosa che mi venne in mente ascoltando gli Architeuthis Rex fu “Alpha Centauri” dei Tangerine Dream, praticamente l’opposto ideologico alla concezione di kraut o space rock dominata dalla drone di “Urania”. L’album del 1971 che si rifaceva ai suoni cosmici dei film della MGM negli anni ’50, era un volo interstellare a bordo del Bellerofonte prima di atterrare su quel pianeta proibito. Ecco, se “Alpha Centauri” rappresenta il prima gli Architeuthis Rex rappresentano lo sgomento successivo, i mostri dell’inconscio.

Eleusis” è il loro ultimo album, uscito a gennaio dell’anno scorso, dove l’Hammond e il Farfisa non ricordano per niente i giri garage della darkgaze di Has A Shadow, perché le tastiere per Gallucci servono a modellare lo spazio e non per creare melodie, mentre le percussioni tribali ci trasportano dal cosmo di “Urania” ad una terra ancestrale ma vicina a noi. Sebbene ci siano punti di contatto con gli Eternal Zio della Boring Machine, questo duo sembra più legato al black metal ambientale in tinta kraut (in una intervista Gallucci cita gli Aluk Todolo) che alla scena psichedelica.

Il mito dei misteri eleusini è il filo trainante dell’album, non ho ben capito se è un concept sul ratto di Persefone o sullo svolgimento dei riti misterici. Immagino sia importante fino ad un certo punto, perché è la circolarità il vero concetto di fondo ai misteri eleusini e al mito di riferimento, l’idea che ogni cosa ricominci, e che non ci sia morte senza rinascita.

L’album si apre con Hades una vera e propria discesa verso gli inferi che culmina nella potente Eleusis, la rivoluzione nel sound (prima cupo poi estatico) è simboleggiato da quel seme di melograno che Persefone accetta dalle mani di Ade (Pomegranates), fino alla estatica visione di Ecate (Triple Goddess). I riferimenti sono molti, potremmo anche scorgere del sotto testo (l’Ade come la morte, il melograno antico simbolo di fertilità, Ecate come un nuovo giorno e quindi la rinascita, e poi mi viene un gran mal di testa come al solito), è un viaggio completo quello di “Eleusis”, dove curiosità, paura, sgomento, speranza ed estasi si percepiscono distintamente, vi è tutto il mistero della vita umana.

La potenza evocativa di questo album lo rende uno dei prodotti più interessanti degli ultimi anni, gli aspetti esoterici qui sono un po’ più maturi che in altre band della così detta psichedelia occulta, i suoi segreti non sono mai pienamente svelati ma solo accennati.

Mentre con “Sette” i La Piramide Di Sangue proseguono un discorso multiculturale cominciato con la noise da Porta Palazzo (“SUK Tapes ad Sounds from Porta Palazzo”, album seminale composto da vari artisti uscito un anno fa) Antonio Gallucci esplora un suono meno descrittivo e più evocativo.

Se nel suo progetto parallelo denominato throuRoof Gallucci si diverte a riempire lo spazio con una shoegaze ambientale quasi del tutto avulsa dalla realtà, così aliena da annoiarmi a morte (ma magari potrebbe piacere a ernecron! [n.d.a.: ok, rileggendola mi è sortita male, è vero]), con Architeuthis Rex le idee prendono forma, non necessariamente una forma ben definita, ma è proprio questo il bello alla fine.

L’esperienza sensoriale non è una auto-celebrazione e non c’è mai un virtuosismo (nemmeno concettuale) buttato là senza un senso, piuttosto c’è un controllo incredibile sul suono e sulle emozioni/riflessioni che può far scaturire. È un album che si lascia commentare, che ha bisogno di essere condiviso per essere compreso (seppur sempre in minima parte).

Concettualmente sono molto vicini ai Mai Mai Mai in quel «noise profondamente umano» (citando Antonio Ciarletta nel numero 191 di Blow Up), ma per quanto mi riguarda “Eleusis” è la punta di diamante della psichedelia occulta italiana. Almeno per ora.

  • Link utili alla popolazione: se volete ascoltarvi gratuitamente questo gioiello allora non abbiate dubbi a cliccare QUI per la pagina Bandcamp, se volete far sapere alla band quanti capelli vi si sono rizzati ascoltando Eleusis a tutto volume cliccate QUI per la loro pagina Facebook.

E ora, come ci piace a noi, qualche video al Tubo:

Da “Urania”:

Da “Dark As The Sea”, il loro esordio del 2010: