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Kamikaze Palm Tree – Good Boy

Etichetta: MUDDGUTS
Paese: USA
Pubblicazione: 2019

Dylan Hadley fa parte di quel giro magico che ha ridestato interesse nel rock underground, ovvero White Fence, Mikal Cronin, Ty Segall e tutta la banda. In un’intervista per KEXP John Dwyer ha raccontato della fantastica impressione che gli fece la Hadley come cantante e batterista per la sua band, i Kamikaze Palm Tree, probabilmente una delle realtà più divertenti del panorama rock mondiale – eppure ancora semi-sconosciute.

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I migliori album del 2018

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Non so se questo blog esisterà ancora in questi termini oppure diventerà solo un podcast o solo un canale YouTube o tutte queste tre cose, so solo che piano piano, con enorme fatica, sto sistemando la mia vita per renderla ragionevolmente piena e non allucinantemente zeppa di cose. Mi manca sparlare di musica, sopratutto quella di merda che piace a noialtri. Questo post è arrivato con un ritardo folle ma doveva arrivare, sono i migliori album del 2018, eppure non è tutta farina del mio sacco.

In questa lista non ci sono letteralmente i migliori album del 2018, quale megalomane potrebbe mai mettersi a fare una lista del genere? Oggigiorno conoscere la scena musicale in senso lato è impossibile, le uscite sono troppe e le scene troppo frammentate, come anche i linguaggi. Così ho messo semplicemente la roba che, alla fine della giostra, ho ascoltato di più e con maggior piacere, senza troppo smanettarmi sugli aspetti critici (che poi nemmeno lo sono io un critico, sono un appassionato con problemi compulsivi, tutto qui).

Alcuni degli album presenti però non sono tra i miei preferiti, ma dato che sono presenti in tutte le stracazzo di classifiche da Novembre (già, c’è gente che ha fatto uscire la classifica dei migliori del 2018 a Novembre del 2018, che dire…) ho voluto mettere qualche nome per poi insaccarlo di botte virtuali.

L’ordine è alfabetico, per evitare inutili e sterili discussioni.

A$AP Rocky – TESTING

C’è bisogno di dirlo? E diciamolo: A$AP Rocky e la sua cricca hanno tirato fuori un classico, riuscendo a dare uno spessore notevole a tutte le influenze nascoste in questo album (partendo da un insospettabile Otis Redding) e riproducendo un sound da monolite degli anni ’90 senza un briciolo di nostalgia, facendolo suonare come qualcosa di assolutamente nuovo.

Ambrose Akinmusire – Origami Harvest

A parte che in questo album riescono a convivere rap underground e musica da camera senza far scendere il latte ai ginocchi con inutili virtuosismi da una parte o dall’altra, questo è un disco profondamente politico eppure profondamente propositivo. Come nel caso degli IDLES lo sguardo sulla contemporaneità di Akinmusire si discosta dalla retorica pessimista e compie una parabola verso un futuro di possibilità.

Armand Hammer – Paraffin (feat. Billy Woods & Elucid)

Questi non scherzano ragazzi, ce la mettono tutta per sporcarti le orecchie di suoni francamente fastidiosi ma amalgamati ad un flow spettrale e ipnotico.

b a k m a h n / TESTAROSAH – Holy Oxygen

Vaporwave piuttosto classica, stiamo assistendo ai colpi di coda del fenomeno che intanto è diventato mainstream.

Car Seat Headrest – Twin Fantasy

“Twin Fantasy Replica” è la versione riveduta e corretta dell’album capolavoro di Car Seat Headrest, che si merita certamente una recensione (che immagino uscirà entro il 2030). Dopo averlo ascoltato 50 volte ho capito cosa intendeva dire Tab_ularasa quando scriveva che questo è l’album che Ty Segall avrebbe sempre voluto fare. Ne riparleremo.

Childish Gambino – This Is America

Sì, è un singolo, non un album, ma fottesega, se hai qualche reclamo puoi spedirlo su www.pornhub.com. Hanno tutti già detto… quasi tutto, anche di lui ne parleremo. 

Current 93 – The Light Is Leaving Us All

Secco, molto poco piacevole e con momenti di poesia troncati sul nascere. Il solito buon album dei Current 93.

Drinks – Hippo Lite

Oddio: un album post-punk che non suona né come i Joy Division né come una brutta copia dei Gang Of Four! Finalmente!

Eric Chenaux – Slowly Paradise

A me Chenaux m’ha sempre fatto venire un latte alle ginocchia che nemmeno l’ultimo Clapton, giuro, per cui ero molto prevenuto su questo album, che invece è bellissimo e stranamente minimale. Che mi debba riascoltare anche quelli vecchi alla luce di questa nuova cotta? (SPOILER: l’ho fatto, e non è servito un granché)

Ezra Furman – Transangelic Exodus

Anche di questo varrebbe la pena scriverci qualcosa, diciamo solo che Furman è in mega forma e non sarà possibile fermarlo, dal 2013 i suoi arrangiamenti si sono raffinati e le melodie sono molto meno prevedibili e ripetitive.

Father Murphy – RISING. A Requiem for Father Murphy

Ultimo capolavoro per Father Murphy, una discografia sottovalutatissima in questo paese di ingrati. Una volta gli dedichiamo una bella retrospettiva completista.

Felix Colgrave – Royal Noises from Dead Kingdoms: The Music of Double King

Colonna sonora del corto animato dallo stesso Colgrave. Una musica elettronica piena zeppa di riferimenti gregoriani e world music, un talento per ora quasi sconosciuto.

Gee Tee – Gee Tee

Miglior album garage rock dello scorso anno, costruito attorno ad una logica DIY che non sacrifica il suono ma lo rimpasta funzionalmente al tasso alcolemico.

Grip Casino – The King & Eye for an I

Un album di cover dei Residents che coverizzano Elvis Presley. Beh, tanto quei soldi non ti servivano comunque…

Heroin in Tahiti – Casilina Tapes 2010 | 2017

Sarà anche solo una raccolta di esperimenti che fra l’altro non dialogano sempre benissimo tra di loro, ma c’è anche la summa di una ricerca fatta di persone, luoghi e incontri sublimati in musica. Indispensabile per capire l’oggi in questo paese.

HOLY – All These Worlds Are Yours

Uno dei tanti progetti solisti che ormai permeano il panorama DIY, il giovane svedese Hannes Ferm è una sorta di David Bowie senza la pretesa di piacere a tutti, chiuso in una cameretta piena di cose sorprendenti.

IDLES – Joy as an Act of Resistance

Oibò, il miglior album rock degli ultimi 10 anni e per taluni è giusto un buon album. Gli relegherò una recensione ma meriterebbe un libro. Gli IDLES non sono semplicemente quelli che hanno portato le tensioni di Brexit a galla strappandole dal sottile velo dell’ipocrisia, hanno ridefinito un’estetica e le conseguenze di questo avranno delle ripercussioni, potete scommetterci.

J​.​H. Guraj – Steadfast on our Sand

Il Ry Cooder nostrano sfodera un album fatto di sottrazioni ma senza perdere la sua carica narrativa (è comunque una colonna sonora).

Jessica Says – Downers

Gemma pop passata inosservata, Jessica Says ha una voce interessante e un buon orecchio per la melodia più raffinata, sono curioso di vedere cosa verrà.

Jonny Greenwood – Phantom Thread (Original Motion Picture Soundtrack)

Tanto trovo algidi i Radiohead quanto trovo acuto Jonny Greenwood solista. Sul film che vuoi dire, PTA è una delle certezze del cinema statunitense, e questa lunga collaborazione con Greenwood ci sta donando delle musiche davvero eccezionali. Non siamo ai livelli di “There Will Be Blood”, ma cazzomene.

Julien Baker, Phoebe Bridgers & Lucy Dacus – Boygenius – EP

Un trio di signorine molto benvoluto dalla critica specializzata si mettono assieme e fanno un EP molto benvoluto dalla critica specializzata. E non fa cagare. Qualcosa non torna.

Justin Bell – Pillars Of Eternity II: Deadfire (Original Soundtrack)

Obsidian ci ha abituati ad una cura maniacale delle sue opere, e Justin Bell è riuscito a migliorare una colonna sonora che già nel primo capitolo di Pillars Of Eternity lasciava straniti per la bellezza evocativa anche solo nel menù.

King Khan & The Shrines – Three Hairs and You’re Mine

Il disco più festoso dell’anno, e poi King Khan per me ci deve essere sempre in una  classifica, dà quella botta di vita che allontana quel malessere di vivere nella stessa epoca dei Foo Fighters.

Leon Vynehall – Nothing Is Still

Una bella intuizione quella di Vynehall, ricostruire il viaggio di sua madre dall’Inghilterra agli Stati Uniti, una storia di immigrazione che tocca tutte le tappe della musica ambient moderna con una trazione narrativa che personalmente trovo necessaria in questo genere di esperimenti, altrimenti troppo freddini.

Liberate Il Kraken – Liberate Il Kraken

Per la Fake Off Press il 2018 è stato un anno bello denso, con tanto di lancio della rivista underground “Vasi di cristallo su comodini sbilenchi” e poi han tirato fuori questo EP che, per quanto sembri serioso nella sua ricerca di confini sonori ulteriori, mi ha divertito non poco e continua a farlo.

Macintosh Plus – Floral Shoppe

Perché mettere una ristampa? Perché ha comunque venduto a palate, provando quando la vaporwave sia ormai uno dei generi musicali più influenti del nostro tempo. Inoltre “Floral Shoppe” è certamente il capolavoro della sua florida stagione (pun intended).

Micah P. Hinson – When I Shoot At You With Arrows, I Will Shoot to Destroy You

Lo aspettavamo in tanti un bell’album di Micah P. Hinson, e alla fine è arrivato, solo che è molto più bello di quanto ci aspettassimo.

MISS WORLD – Keeping Up With Miss World

Mi sono innamorato di questa scapestrata garagista. Miss World dipinge con ironia un mondo fatto di sopravvivenza e istinti, non c’è alcuna ricerca musicale dietro, giusto un riff altrimenti non sono neanche canzoni ma sketch.

Mythic Sunship – Another Shape of Psychedelic Music

Il più bel disco di musica psichedelica dell’anno, questa band sono tutto quello che i Moon Duo dovrebbero essere e, per mancanza di creatività e tecnica, non saranno mai.

Negative Scanner – Nose Picker

Uno dei migliori album punk del 2018 e non se l’è cagato nessuno. N-e-s-s-u-n-o.

Noname – Room 25

«Y’all really thought a bitch couldn’t rap, huh?» L’unico difetto di questo album è che le prime due tracce sono dei capolavori assoluti mentre le altre sono solo bellissime.

Parquet Courts – Wide Awake!

L’hanno fatto di nuovo ‘sti stronzi, un album assolutamente spassoso, intelligente senza ammorbare con soluzioni supercazzolanti. Un po’ derivativo da “Human Performance”, ma al quinto, sesto, trentesimo ascolto non importerà più di tanto.

PC Worship – Future Fase

Questo collettivo costruito attorno alla figura polivalente di Justin Frye è l’unica dose di sperimentazione di cui avete bisogno ma non lo sapevate. Dategli una possibilità.

SabaSaba – SabaSaba

È come la colonna sonora di un ipotetico film di Ken Russell mai uscito ma di cui avrei amato la colonna sonora.

Sly & the Family Drone + Dead Neanderthals / Mai Mai Mai Split

Lo split del secolo, sempre che siate dei pervertiti musicali come pochi.

SLONK – Song About Tanks

Altro progetto da cameretta, stavolta di Joe Sherrin. È un album che arriva da una brutta separazione e da un brutto periodo, si sente, ma non importa.

Soccer Mommy – Clean

Come dite? Snail Mail? Mi spiace, mai sentiti nominare.

The Buttertones – Midnight in a Moonless Dream

Già aprire l’album con uno strumentale dal sapore surf rock non è da tutti, sopratutto con lo stile e la carica pop dei Buttertones, ma anche il resto non scherza affatto. I Buttertones sono riusciti dove Frights e affini hanno fallito, ovvero a giocare con gli stilemi del rock ante-Beatles parlando della propria generazione. Se vanno avanti così questi diventano delle certezze, almeno da queste parti.

The Chats – Smoko

Esordio semplicemente perfetto, punk da sottoscala con la tigna giusta e la lager più scadente che c’è.

The Men – Drift

Mi duole ammetterlo, ma è stata una buona annata per l’indie praticamente ovunque. Tranne in Italia.

The Murlocs – Young Blindness

Questi orfani di Roy Erickson hanno sfornato un disco acidognolo che, non senza nostalgia, spicca per il buon songwriting e il tasso di cazzeggio. E sì, lo so che è uscito nel 2016, ed io lo comprai nel 2016, ma l’ho ascoltato nel 2018. Succede più spesso di quanto crediate.

The Shifters – Have A Cunning Plan

Passato un po’ in sordina ma destinato a far parlare di sé tra gli appassionati del rock australiano. Gli Shifters passano dove sono già passati Total Control, UV Race e Dick Driver, ma lo fanno con un piglio piuttosto originale e una capacità di costruire un album che migliora di ascolto in ascolto, lasciando presagire un futuro brillante.

Thought Gang – Thought Gang

Angelo Badalamenti e David Lynch. Se non li metti in lista devi avere il cuore foderato di merda.

Timmy’s Organism – Survival of the Fiendish

Casse contro il muro, amplificatore che le fa fischiare, 33 giri o FLAC – sai che m’importa, volume immorale. Se non è questo godersi del buon rock ’n roll forse non ho davvero capito niente della vita.

Windows96 – One Hundred Mornings

Miglior uscita vaporwave dell’anno, probabilmente, anche se l’attenzione dei fruitori ossessionati si è ormai spostata su lidi di contaminazione non sempre più interessanti quanto inutilmente più criptici.

Scusa beppe, ma per quale sudicio motivo nella lista non c’è…

Daniel Blumberg – Minus

Francamente Blumberg è presente anche nella classifica su RateYourMusic di tua nonna, a che serve se lo metto anch’io? Te lo fa piacere di più? E poi, considerando quanta bellissima roba è uscita in ambito jazz nel 2018, mi fa pensare che Blumberg fosse presente in due classifiche su tre anche per l’ottimo ufficio stampa. Cioè, ho letto classifiche tutte rock, pop o rap e poi come unico album jazz questo. Fate vobis. Ero indeciso se mettere Akinmusire proprio per non cadere nel tranello, poi mi sono ricordato che qui non mi paga nessuno, per cui…

Kurt Vile – Bottle In

Non è che sia un brutto album o le canzoni non siano azzeccate. Divertente l’intro con Loading Zone, notevole la melensa Bassackwards come la seguente ma più spigliata One Trick Ponies, ma porco demonio ‘sto disco di Kurt Vile puzza di paraculata da lontano un miglio. ‘Sta nostalgia canaglia un po’ teen drama un po’ Mac DeMarco un po’ Pippo Franco ha stramazzato i maroni. In questo album Vile nasconde un cantautorato scadente con dei bei effetti ed una estetica talmente abusata da assomigliare alla spugna con cui lavo i piatti da capodanno scorso.

Low – Double Negative

L’unica cosa davvero interessante è stata seguire il bailamme che si è scatenato tra vecchi fan e nuovi fan. La gente si scanna per le cose più stupide.

Mid-Air Thief – Crumbling

Ma siete davvero tutti sicuri che sia stan gran cosa? Secondo me è un disco che spruzza pretenziosità da ogni solco.  Magari però meriterebbe anche questo una recensione più accurata.

Spiritualized – And Nothing Hurt

Semplicemente non fa per me, l’avrò ascoltato dieci volte e continua a tediarmi come poche cose al mondo. Scusami Jack, è questione di feeling.

Ty Segall – Freedom Goblin

In pratica una raccolta di riff e idee che Segall aveva già sviluppato in qualsiasi suo vecchio album, però stavolta registrati e prodotti a modino. Capolavoro? Magari, quello è uscito nel 2008, e il Biondo che fa impazzire il mondo ha smesso di sfornare cose interessanti intorno al 2012, dopo di che è diventato una fotocopia vivente di se stesso. Peccato.

BONUS:

Courtney Barnett – Tell Me How You Really Feel

A mia discolpa non riesco a farmi piacere musicisti quadrati come la Barnett, troppo prevedibili le strutture melodiche e le armonie, le liriche comunque meritano, curiosissimo di vederla dal vivo tra pochi giorni.

Tropical Fuck Storm – A Laughing Death in Meatspace

Indubbiamente uno dei dischi che mi ha incuriosito di più del 2018, del quale non sono riuscito ancora a farmi una opinione solida. Anche loro li vedrò tra poco, spero di riuscire ad entrare nel loro mood e carpirci qualcosa in più.

 

John Cale – Fear

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Etichetta: Island Records
Paese: UK
Pubblicazione: 1974

You know it makes sense
Don’t even think about it
Life and death
Are things you do when your bored

Che un album rock cominci con un bell’accordo di pianoforte non è certo una roba inusuale, anzi, è un elemento che ha caratterizzato in parte le origini del genere, ma se la chitarra elettrica possiede nell’immaginario collettivo un ruolo leader nel sound rockettaro è certamente dovuto a quel calderone lisergico che furono gli anni ’60. Il pianoforte tornerà ad infuocare i solchi di plastica nera in modo massiccio negli anni ’70, ma se per gli americani il piano era rimembranza di personaggi come Little Richards, Jerry Lee Lewis, Memphis Slim (e tanti altri) in Europa non potevi mica prescindere da Chopin! Il pianoforte, come l’uso degli archi o dell’orchestra, era un tassello per la legittimazione culturale del rock in Europa, quasi mai pestato e vituperato, semmai coccolato da mani consapevoli, fresche di studi classicisti – con tutte le eccezioni del caso che sicuramente non mancherete di segnalarmi.

Le naturali forme di resistenza a questa delle volte eccessiva deriva “classicista” (ben rappresentate dal prog e da certo hard rock) c’erano eccome ovviamente, ma alcuni artisti più sensibili di altri riuscirono in questo contesto a creare opere che sostenevano entrambe le istanze senza contraddirsi. John Cale forse è quello che ne è uscito meglio, o quanto meno che ha saputo trovare un punto di contatto originale, ben invecchiato come un buon Dà Mhìle.

Seduto su questa panchina fredda in attesa del treno in italico ritardo, pensando ad un album degli anni ’70 con un iconico accordo di piano, mi sale sù per il cervelletto “Hunky Dory” di David Bowie. Changes è un pezzo gioviale, scevro dalle tensioni erotico-fantascientifiche successive, coacervo di intuizioni che seguono le nuove tensioni melò nel pop. Cale invece principia il suo album con un piglio storto e ambiguo, senza il taglio wagneriano di certo prog né con cadenza di fiaba, Fear Is a Man’s Best Friend ti scaraventa in faccia i Velvet Underground (Standing waiting for the man to come) e lo fa con uno stile tra il poppettaro e il Bernard Herrmann di Taxi Driver.

Il pianoforte, suonato con trascinante minimalismo, viene disturbato da una chitarra elettrica nevrotica, a destra compare un basso dal suono netto e pieno che verso l’irrequieto finale dialoga disperatamente con la voce quasi strozzata di Cale. Per quanto sia trascinate l’idea melodica di base, Cale inserisce consapevolmente delle interferenze alla piacevolezza totale, lasciando con pochi ma sostanziali accorgimenti un senso di disagio ed incompletezza su cui si regge l’intero impianto dell’album.

L’apporto di Brian Eno è evidente e fondamentale, la cura della timbrica è sofisticatissima, i suoni dei singoli strumenti catturano l’attenzione del nostro orecchio traghettandolo in direzioni contrapposte all’appeal della canzone. Questo si nota in maniera ancor più drastica in Barracuda. L’estetica surf e reggae si mescolano al kraut in un lavoro di sottrazione, le liriche di Cale sembrano volersi lanciare nel tentativo di definire gli stilemi di una hit estiva pre-apocalittica. Detta così sembra una roba pesantissima da Effervescente Brioschi, me ne rendo conto, ma fare blogging nel 2019 vuol dire anche questo, se ci pensate bene è un diritto di tutti supercazzolare liberamente, basta che il limite della tua supercazzola non travalichi la mia supercazzola, altrimenti sono cazzole.

Non è un album perfetto “Fear”, tutt’altro, ma nei suoi difetti più evidenti (come in certe ballate molto prevedibili) trova comunque un equilibrio estetico che rende piacevole l’ascolto a rotta di collo. Un po’ come se fosse uno di quei film in cui di tanto in tanto cala di tensione e ci si perde in dialoghi poco incisivi, ma qualcosa di inspiegabilmente malinconico ti lega a quelle immagini, per cui continui a guardalo e riguardarlo sprofondando sempre di più nel divano.

Al limite dell’auto-plagio ma comunque miglior pezzo del lotto è certamente Gun con i suoi 8 minuti di martellamento velvetundergroundiano, marchiato da un’indimenticabile assolo/trapano di Phil Manzanera che assoggetta sessualmente Arto Lindsay. La ricerca pop di Cale si svela nella sua semplicità compositiva, ma al contempo mostra l’enorme lavoro dietro ogni suono ed ogni parola proferita. Il musicista gallese toglie tutti gli elementi che appesantiscono la forma canzone degli anni ’70 anticipando così l’algidità di certo post-punk (ne sanno qualcosa i The Modern Lovers) riuscendo a tenere sù un groove decisamente rock ’n roll.

Ovviamente è il miglior album di Cale come solista, perché sposta i suoi limiti con l’accortezza di un musicista navigato, ormai all’apice della sua carriera, lo sentiamo infatti scazzare, rimpastare, incollare, scherzare, lo sentiamo inabissarsi nel torpore di una ballad per poi tagliare gli angoli di un potenziale singolo pop da classifica. È un treno John Cale che deraglia continuamente solo sui suoi binari, un viaggio nervoso e certamente scomodo, ma anche per questo perlopiù indimenticabile.

Frank Zappa, Gang Of Four, Miss World

La faccio breve: in questi mesi ho avuto parecchi cazzi da pelare, per cui non rompetemi il gatto. «Vabbè, però avrai sicuramente ascoltato un po’ di musica!» Vero, però poco rock ’n roll, e sopratutto pochissima roba uscita di recente ma quasi ed esclusivamente riascolti di vecchi album. Potrei scrivere di Sage Francis, Thundercat, della Camerata Nordica o di Mahler, ma sono abbastanza sicuro che quello che ne verrebbe fuori sarebbero una cascata di banalità e stronzate colossali, e dato che per quello c’è già il Rolling Stone non vedo perché mi ci dovrei mettere pure io. Alla luce di tutto ciò vi lancio qualche brevissima istantanea (perché non sono recensioni) e due o tre riflessioni estemporanee, leggere come l’aria.

Frank Zappa - Apostrophe'Frank Zappa
Apostrophe
(1974)

Tra Settembre e Dicembre mi sono ripescato tutto lo Zappa dai “Lost Episode” targati 1959 fino a “Joe’s Garage” del ’79, in una sorta di delirio nostalgico per i tempi che furono quando al liceo scoprì questo pazzo baffuto. In un moto di rivalutazione sentimentale mi sono persino ritrovato ad apprezzare “Cruising with Ruben & The Jets”! Quasi mi stavo per sparare un album dei Climax Blues Band in questo clima riappacificatorio e dolciastro, e devo dire che stava andando tutto benone, ascoltando “Over-Nite Sensation” credo di aver avuto persino un’erezione durante l’assolo di Zomby Woof. Poi però è successo, di nuovo. La magia è scomparsa e tutt’un tratto Zappa mi è sembrato uno dei peggiori bastardi della storia del rock. Tutta colpa di quel pasticcio commerciale e ruffiano di “Apostrophe”.

La musica di Zappa dal 1974 si è trasformata da provocatoria a idiota con un colpo da maestro. Completamente rincretinito dalla sua stessa grandezza Zappa ha cominciato a riciclarsi e a spostare la sua attenzione verso la perfezione estetica dell’esecuzione, producendo una quantità incontenibile di musica fine a se stessa, caratterizzata  nei momenti migliori da lunghissime elucubrazioni elettriche, altrimenti ti toccavano oscene derive pseudo-sperimentali (“Francesco Zappa”), e in generale tutte le sue canzoni divennero metafore più o meno dirette su quanto ce l’avesse lungo.

Non è che tutto quello che sia uscito dopo il ’74 sia merda chiaramente, ci sono parecchi pezzi che si salvano dal generale appiattimento della produzione zappiana, ma sono monadi, brevi esternazioni di un genio un tempo incontenibile.

Anche nei suoi album meno riusciti prima di “Apostrophe” Zappa conservava comunque una fortissima coerenza concettuale, completamente mandata a puttane per favorire la catarsi delle live, lunghissimi flussi di coscienza che cominciavano e si concludevano nell’esaltazione delle sue doti di chitarrista. Riascoltare le soluzioni timbriche di “Hot Rats” complicate oltremodo in St. Alfonzo’s Pancake Breakfast e Father O’Blivion mi ha fatto tornare la colazione sù per l’esofago. Dopo aver parodizzato tutta la storia del rock Zappa ha fatto il giro e, senza rendersene conto, a cominciato a parodizzare se stesso.

trasferimentoGang Of Four
Entertainment!
(1979)

È incredibile quanti gruppi di merda debbano le loro migliori intuizioni a questo album. Di tutta la prima fondamentale ondata post-punk i Gang Of Four rappresentano il giusto equilibrio tra sperimentazione e ballabilità. Intellettuali ma funky, con riff catchy ma anche feedback lancinanti, pensate che negli anni ’80 venivano considerati un ascolto difficile, oggi invece sembrano i più fruibili di quella eccezionale sfornata di punkers intellettualoidi.

Anche loro come Pere Ubu, Throbbing Gristle, Young Marble Giants rispondevano ad una tensione collettiva verso l’apocalisse, perlopiù divisa tra chi ne faceva una battaglia politica e chi una sociale. Chiaramente i Gang Of Four non erano gli Scritti Politti, e così la loro rabbia generazionale si scagliò principalmente contro la musica commerciale.

Questa comune visione di un mondo allo sfascio, dove le industrie chiudono e il sogno capitalista sembra trasformarsi per molti in un incubo, aveva generato una serie di singoli nell’ambiente post-punk piuttosto espliciti. Gli Ubu avevano nel primo album un pezzo come Chinese Radiation, i Throbbing Gristle un singolo come Zyclon B Zombie, i rarefatti Young Marble Giants invece Final Days. In “Entertainment!” non c’è un pezzo corrispettivo  a quelli appena elencati, perché tutto l’album tende per sua natura verso una dimensione paranoica. Il prezioso corollario di immagini nelle liriche, cantate con fare un po’ altezzoso da Jon King, costruisce un mondo giovanile arido e pericolosamente apatico, chiuso all’interno di una discoteca senza porte in cui i Gang Of Four suonano a loop i loro pezzi.

In effetti la band sembra in trance per tutta la durata del disco, persino mentre la batteria di Hugo Burnham sembra in alcuni momenti riprendere il drumming nevrotico e claustrofobico di John French.

Incredibile la conclusione dell’album, tanto immensa e irraggiungibile da rendere ogni tentativo futuro della band di ripetersi a quei livelli puerile e futile. Due voci che si ignorano per poi trovarsi causalmente dopo una nebbia di effluvi elettrici, mentre la sezione ritmica martella come nei Neu!, sono la summa del lavoro di compressione e spigolatura del sound new wave proposto dalla band inglese. Anthrax è più una performance che una canzone vera e propria, potrebbe benissimo essere parte integrante di uno spettacolo di Roberto Latini e nessuno se ne stupirebbe nemmeno un po’.

a4037505322_10Miss World
Waist Management [EP]
(2017)

Non so nemmeno come l’ho scoperto questo Ep. Probabilmente cliccando a caso qua e là in un momento di noia – uno dei pochi concessomi in questi mesi. Ve lo dico chiaro e tondo: non esiste nessun motivo al mondo per cui dovreste ascoltare “Waist Management. Le canzoni sono banali, il garage pop che ci troverete è indietro di dieci anni in termini di freschezza, e di quattro canzoni una è un riempitivo bello e buono. Però, mi venissero le pustole nei condotti uditivi, è la cosa che ho più ascoltato da Settembre a Dicembre. Perché? Boh.

L’idea di base di Miss World è che lei è una ragazza incredibilmente gnocca, che vende la sua compagnia e il suo corpo per campare ogni giorno alla bell’e è meglio. In Buy Me Dinner giura d’innamorarsi di un tizio sposato se gli offrirà il pranzo, in Put Me In A Movie afferma che tutti i suoi amici vorrebbero metterla in un film (di che genere ve lo lascio intuire a voi), in Click And Yr Mine Miss World «fell in love in Internet» e non si rialza più. Lip Job, come avevo detto, è un riempitivo sulla fellatio.

Non so cosa sia successo, ma la storia di Miss World mi ha conquistato. Mi è anche venuta voglia di riascoltarla. Adesso.

PROSSIMAMENTE SU QUESTO BLOG:
1) Una recensione del primo storico flop dei Rolling Stones;
2) La tragica ed emotiva recensione del primo CD rock della mia vita: “Selling England By The Pound”.

(Tranquilli, le ho già scritte. Più o meno.)

Podcast – Gli album peggiori delle band migliori

Sì, ok il titolo fa schifo ai cani, ma il podcast è interessante a bestia. Ci stanno Television, White Stripes, Velvet Underground, Rolling Stones, insomma roba che scotta gente! Sparatevelo nelle orecchie e serbatelo per un po’ tra il cerume, perché la prossima settimana non andiamo in onda (di solito è ogni martedì alle 21:30 su Radiovaldarno).

«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

La musica commerciale di Captain Beefheart e dei Pere Ubu

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Considerati due paladini del rock inteso come avanguardia e sperimentazione, Don Van Vliet e David Thomas nelle loro decennali carriere hanno tentato di intraprendere percorsi musicali più canonici, cercando di replicare il successo di critica nelle vendite dei loro album.

Si dice spesso dei musicisti underground che se ipoteticamente volessero potrebbero avere successo da un momento all’altro, ecco: questa è una sonora e rassicurante cazzata, che si basa sul fatto che produrre una ipotetica e generalissima “musica commerciale” sia facile per un musicista considerato di talento.

È proprio questo pregiudizio sulla musica commerciale, immaginata come un calderone dalle dimensioni titaniche dentro il quale si può trovare un po’ di tutto, che fa credere a chiunque abbia un minimo di reputazione nell’ambiente di poter sfondare come e quando vuole, ma se non lo fa è per la sua inossidabile coerenza artistica. L’amara verità invece ci ricorda come nella storia siano stati pochissimi i complessi o gli artisti rock nati sperimentali e riusciti a conoscere il successo commerciale. Alcuni ci sono arrivati quasi per caso a fine carriera (penso agli Yes, oppure a Iggy Pop), altri con metodo e un grande senso del marketing (i Pink Floyd di Waters), altri ancora con collaborazioni più o meno importanti ed esprimendosi al di fuori di contesti musicali (Nick Cave), ma di solito il successo arriva quando una data scena musicale ha esaurito le sue necessità artistiche e diventa una macchietta di se stessa, come fu per il post-punk inglese, travasato in massa nelle classifiche di Billboard con il suo seguito di synth e sculettamenti dance.

Vorrei analizzare con voi il percorso che ha portato due artisti tra i più influenti della storia del rock, Don Van Vliet (aka Captain Beefheart) e David Thomas (leader e voce dei Pere Ubu), nella fitta e pericolosa giungla delle classifiche di Billboard, qual’è stato il loro approccio alla musica pop, che risultati hanno conseguito e l’effetto per le loro carriere.

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«It’s not music these guys played… Decals is not human music[…]» Scriveva in una entusiasta recensione di “Lick My Decals Off, Baby” Phil Mac Neill nel 1971. L’album uscito nel Dicembre del 1970 per la zappiana Straight Records è il quinto lavoro di Captain Beefheart e della sua Magic Band, già leggenda vivente il Capitano è additato senza mezze misure dalla critica sia come genio sia come fenomeno da baraccone, oppure in maniera più modesta come uno dei tanti “freak” di una stagione musicale decisamente psichedelica. La verità è che Beefheart nel 1969 aveva intaccato indissolubilmente la storia del rock con il suo quarto album in studio: “Trout Mask Replica”, uno dei maggiori e più originali omaggi al delta blues, rivisitato e decostruito in un modo più razionale di quanto possa suggerire lo sghembo attacco di Frownland. “Lick My Decals Off, Baby” è la realizzazione finale dei propositi artistici del musicista californiano, ovvero un totale estraniamento dei musicisti dalla musica che stanno suonando, un vero e proprio flusso di coscienza che parte da Beefheart stesso e arriva all’ascoltatore senza filtri di sorta, costruendo un discorso musicale che, nella sua ecletticità, riesce ad essere solido e coerente dal primo contatto della puntina sul 33 giri fino agli scricchiolii finali. Ci sono arrivati svariati racconti sugli eventi che susseguirono la produzione di questo capolavoro del rock sperimentale, quello più citato vede Beefheart come una specie di martire nei confronti della sua Magic Band i quali premevano per produrre finalmente un album più fruibile, e magari più vendibile. La verità è che fu proprio il Capitano a spingere verso una viscerale commercializzazione della sua musica, nella speranza di venir riconosciuto universalmente come un prodigio della sua generazione musicale, come l’amico/nemico di gioventù Frank Zappa.

Il temperamento del Capitano lo porterà a fare dichiarazioni contraddittorie sugli album che dal 1972 caratterizzeranno la sua rinascita come autore di musica pop, passando da «inascoltabili» a «capolavori» nell’arco di due o tre interviste.
Clear Spot” è il secondo album confezionato per la Reprise (storica etichetta fondata da Frank Sinatra che aveva da poco assorbito la Straight di Zappa), ed è anche l’ultimo guaito del Capitano prima della svolta. Un tentativo non molto onesto di commercializzazione che passa prima di tutto da una nuova line-up, con Milt Holland accanto a Art Tripp (aka Ed Marimba) alle percussioni (già presente in “Lick My Decals Off, Baby”) e Roy Estrada al basso, questi ultimi due strappati al feudo zappiano.

Ma come dicevamo non è di certo “Clear Spot” la vera débâcle, quella arriverà con “The Spotlight Kid”, uscito qualche mese prima sempre per la Reprise. Sebbene il tiro boogie che apre l’album possa far discutere sul solito efficacissimo dialogo tra la slide di Zoot Horn Rollo e Rockette Morton (I’m Gonna Booglarize You Baby), a regnare in tutto Spotlight è la noia e la prevedibilità, dove gli unici acuti sono derivati dai guizzi vocali di Beefheart, rigurgiti dal delta del Mississippi che però non bastano a rialzare l’album e a renderlo sufficiente. Incapace di interpretare la musica commerciale Don Van Vliet la banalizza, credendo che sia tutto un discorso di semplificazione, non riuscendo a costruire un discorso melodico orecchiabile o anche solo un riff micidiale, come se il solo aver agevolato la vita ai suoi musicisti fosse un lasciapassare per le vendite. Pezzi come When It Blows Its Stacks non sarebbero mai riusciti a scalfire una classifica che vedeva capeggiare album come “Catch Bull at Four” di Cat Stevens, “Bare Trees” dei Fleetwood Mac, senza contare Bowie, T-Rex e (urgh!) Neil Diamond. Manca il dinamismo delle produzioni precedenti, ogni pezzo sembra rallentato e suonato svogliatamente, Beefheart dimentica volontariamente per strada tutti gli elementi che rendevano il suo approccio musicale così interessante mettendo in difficoltà anche la band che non si sentivano ripagati dei loro sforzi nelle estenuanti sessioni negli album precedenti.

La musica commerciale stava andando su altre direzioni, una maggiore pulizia del suono caratterizzava ogni produzione delle major, il prog inglese aveva creato uno standard qualitativo molto alto dal punto di vista produttivo, il folk de-politicizzato incantava le platee di tutto il mondo, ma Beefheart testardo come un rinoceronte continua la sua corsa, pensando che ad uno come lui sarebbe bastato poco o niente per creare un prodotto della stessa fattura di un Neil Diamond qualsiasi.

Ormai in pianta stabile in UK il Capitano si affida al produttore Andy Martino e alla Mercury Records di Chicago che vogliono trasformarlo in un cantautore di ballads melense. Il primo album di questa trasformazione epocale è “Unconditionally Guaranteed” del 1974, distribuito nel Regno Unito dalla Virgin, la formazione della Magic Band perde Roy Estrada e vede Zoot Horn Rollo passare al basso con il ritorno di Alex St. Clair alla chitarra, ma a dare quell’atmosfera di ballate tragicomiche ci pensano Del Simmons al sax, Mark Marcellino alle tastiere e lo stesso Andy Martino che per l’occasione si destreggerà con la chitarra acustica, dipingendo note smielate piene di profonda e imbarazzante inadeguatezza. Upon the My-Oh-My è teoricamente il pezzo che dovrebbe scalare le classifiche, ma sebbene sia esaustivo nel dare una chiave di lettura sulla scabrosa idea compositiva dietro questo album, risulta ancora più sgradevole sentire il proseguo, in cui anche la voce del Capitano viene addomesticata all’inverosimile. Le ballate oltre ad essere incredibilmente convenzionali sembrano anche lentissime, This is the Day non dura 5 minuti ma nella mia testa sono almeno 20, credo che Henri Bergson si sarebbe divertito da matti con questo album. Gli accenni bluesati fanno solo male al cuore, come la slide in New Electric Ride, buttata lì senza un briciolo di decenza. Sembra davvero impossibile che il Capitano si sia ridotto a cantare robe degne del peggior James Taylor (Full Moon, Hot Sun) eppure è tutto lì, inciso su plastica nera.

L’album non decolla, anzi: frana in tutti i sensi, alla Mercury si rendono tutti subito conto che questo freak baffutto è sostenuto solo da un manipolo di aficionados, e decidono di lasciarlo arenare fino alla fine del contratto che prevedeva solo un altro album. Sull’onda dell’indignazione Zoot Horn Rollo, Art Tripp e Rockette Morton lasciano la Magic Band per andare a formare i Mallard col supporto per la produzione di Ian Anderson, una delle peggiori formazioni rock di tutti i tempi, dalla tecnica sopraffina asservita a composizioni banali e terribilmente masturbatorie. Beefheart ovviamente s’incazzò come una scimmia, additando i suoi ex-compagni con tutti i peggiori appellativi che un paroliere come lui poteva trovare, anche se la miglior risposta fu di Art Tripp, appellando Beefheart come «The old fart», citando così i fasti di “Trout Mask Replica”, ormai chiaramente obliati dal loro vecchio mentore.

Su queste premesse nasce sempre nel 1974 “Bluejeans & Moonbeams”, un tentativo quantomeno ridicolo di tornare a forme più blues e meno folkeggianti, ma siamo lontani anni luce anche da un modesto “Clear Spot”. Ira Ingber al basso co-firma gran parte delle composizioni col Capitano, c’è spazio anche per suo fratello Elliot, già chitarrista per Moondog, Frank Zappa e Canned Heat, e presente ai tempi di “The Spotlight Kid”. Devo ammettere che sulla line-up di questo album faccio sempre un gran casino, comunque sia, per ci fosse o no, è un album di mestiere, e nemmeno di gran mestiere. Basta ascoltarsi una Twist Ah Luck per capire che siamo di fronte ad un punto zero della creatività, gli accenni blues sono ancora più dolorosi, ma non in senso espressivo (Captain’s Holiday).  L’insuccesso e l’impossibilità di rinnovare il contratto con la Mercury porteranno Beefheart ad auto-isolarsi in un camper nel deserto del Mojave.

Dopo quattro anni di isolamento e pittura (Don Van Vliet è considerato uno dei migliori esempi di post-informale negli Stati Uniti) Beefheart tornerà con un album stratosferico e geniale, “Shiny Beast (Bat Chain Puller)”, abbandonata ormai ogni velleità commerciale (a parte per Harry Irene) il Capitano è tornato a fare quello che sa fare meglio, ma questa è un’altra storia.

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Spostiamoci nel 1982, anno di pubblicazione di “Song of the Bailing Man”, l’ultima prova dei Pere Ubu prima del loro primo scioglimento. In confronto al precedente “The Art of Walking” vediamo Anton Fier sostituire il grande Scott Krauss alla batteria, Mayo Thompson riconfermato dopo aver sostituito Tom Herman nel 1980, Tony Maimone al basso e Allen Ravenstine ai suoi synth. David Thomas come sempre istrione e grande Padre Ubu anche in sala registrazione, ancora più teatrale del solito con i suoni di Ravenstine messi in secondo piano dopo esser stati protagonisti quasi assoluti dei momenti più paranoici di “Dub Housing”, “Modern Dance” e “The Art of Walking”, la sezione ritmica furiosa e a tratti esageratamente virtuosa. In breve, il solito grande album per la band, che sperimenta e fa avanguardia a sé, mente il post-punk di sponda inglese si era già venduto quasi in blocco alle classifiche.

Il ritorno dei Pere Ubu, dopo le magnifiche divagazioni soliste di Thomas di cui non oggi non parleremo, è targato Marzo del 1988, dopo una difficile ricucitura tra Thomas e i membri storici. A Ravenstine, Maimone e Krauss si uniscono Jim Jones alla chitarra (già membro di molte formazioni rock underground tra cui gli Electric Eels di John Morton), alla batteria accanto a Krauss addirittura il leggendario Chris Cutler degli Henry Cow (già batterista aggiunto anche nei Gong e nei Residents) e lo sperimentatore John Kirkpatrick con il suo Melodeon (variante della fisarmonica). L’album uscito per la Fontana Records è “The Tenement Year”. Piuttosto diverso dalle produzioni precedenti degli Ubu, sopratutto per l’influenze musicali accumulate da Thomas nel suo periodo solista, un album eccentrico ma non anarchico, che riesce ad alternare momenti più rilassati a grandi intuizioni (come nella eclettica Busman’s Honeymoon o nella sguaiata George Had a Hat), senza dimenticare un Ravenstine in grande spolvero.  L’unico problema per Thomas è che sebbene la critica continuasse ad acclamarli le vendite non sembravano proporzionate a quelle entusiastiche recensioni.

Tolto momentaneamente Kirkpatrick ed inserito nella formazione Stephen Hague, produttore di grandi successi pop e tastierista, Thomas cerca di dare ai Pere Ubu una nuova forma, in linea con una musica più accessibile e melodica. Al contrario di Beefheart per David Thomas la musica commerciale non è soltanto banalizzazione di archetipi musicali, ma parte di un processo di espurgazione dai suoi peccati punk (è un periodo complesso per il cantante da Cleveland, anche spiritualmente).

Arriva così nel 1989 “Cloudland”, un album decisamente pop. L’approccio della band è quello di rielaborare gli stimoli per loro più interessanti nella musica commerciale a loro contemporanea (Police e Talking Heads in primis), riuscendo al tempo stesso a mantenere un certo dinamismo ed un tiro non indifferente. Non è un caso se un loro singolo, Waiting for Mary, sbanchi addirittura su Billboard arrivando al numero 6! Sebbene qualche rigurgito post-punk qua e là (Pushin, Flat e in parte anche The Wire) l’album risulta compatto, capace di tirare fuori melodie piacevoli e proponendo la voce unica e irriproducibile di Thomas in una veste non più nevrotica e instabile, ma dolcemente intima ed emozionante.

Siamo molto lontani come esiti artistici da qualsiasi album precedente dei Pere Ubu, si sta parlando esclusivamente di forma e nessuna sostanza, ma con grande umiltà e intelligenza Thomas capisce che il loro approccio non può essere supponente, tipo da super-star dell’underground che si “abbassa” per ragioni commerciali, ma bensì quello dell’addentrarsi in una nuova esperienza, «Put yourself in our shoes, for us going to expensive studios and doing lots of remixes was an experiment in itself.» E così i Pere Ubu sperimentano su nuove forme, e dopo il proto-punk, il post-punk, il rockabilly e il jazz ecco il pop da classifica, distorcendolo e reinterpretandolo su una nuova prospettiva, che dava decisamente il meglio di sé quando Thomas diventava un atipico crooner dal carisma indiscutibilmente magnetico.

Ripetersi però diventa difficile per la band, la nuova formazione fissa vede il grande Eric Drew Feldman (Snakefinger, Pixies e presente anche negli tre ultimi album della rinascita artistica di Captain Beefheart) sostituire Ravenstine, il quale farà solo qualche comparsata, e vede anche l’addio di Cutler, in compenso compare sporadicamente John Kirkpatrick. Esce nel 1991 sempre per la californiana Fontana Records, prodotto da Gil Norton (che aveva già confezionato “Doolittle” e “Bossanova” dei Pixies), l’album si chiama “World In Collision” ed è certamente il più grande sforzo pop della band.

Va detto che stavolta a parte l’eccezionale vena melodica di Oh Catherine, e forse Life of Riley, l’album appare più modesto del precedente, sebbene Oh Catherine riscontri un buon successo (non paragonabile a quello di Waiting for Mary, ma sufficiente per finire in tarda serata da David Letterman) non basta a lanciare l’album in classifica. Nonostante la band mantenga quella dignità che Beefheart aveva decisamente perso al suo secondo tentativo commerciale, non riesce più a trovare quella chiave di volta che li aveva visti vicini al successo mondiale.

Perso anche Eric Drew Feldman i Pere Ubu restano in quattro con l’aggiunta quasi inconsistente di Al Clay. Story of my Life” esce nel 1993, un album che alterna riff fastidiosi a composizioni che, per dirla buona, risultano quasi sempre banali. Thomas cerca di ridare un sound più “rock” alla band, forse vedendo il successo di complessi come gli U2, ma il risultato è tremendamente posticcio (tanto che Maimone lascerà la band subito dopo l’uscita dell’album). L’aspetto peggiore di questo disco è che si sente la mancanza di Thomas, sommerso da una melma sonora incoerente e con accenni epici decisamente fuori fuoco.

Dal 1993 i Pere Ubu ritorneranno più volte, cercando di riprendere la vena creativa di un tempo, ma senza mai riuscirci pienamente, azzeccando giusto due o al massimo tre pezzi in ogni album. Al contrario quindi del nostro Capitano i Pere Ubu non riescono a rinascere dalle ceneri con un album epocale, come mai?

Probabilmente proprio per l’approccio di Thomas di fronte alla musica così-detta commerciale da sperimentatore, proseguendo quella ricerca musicale che cominciava dai suoi Rocket from the Tombs fino ai primi album dei Pere Ubu, quegli album commerciali ne erano una diretta conseguenza e non una deriva. Per Beefheart invece c’era una profonda divisione concettuale tra un “The Spotlight Kid” e “Shiny Beast (Bat Chain Puller)” come pure per gli album successivi, ovvero “Doc at the Radar Station” e “Ice Cream for Crow”, per l’artista californiano una volta accantonato il discorso commerciale si poteva ricominciare da dove si era lasciato, come se nulla fosse.

Lasciare l’underground per sposare una musica più fruibile e potenzialmente vendibile non è una cosa semplice, e di certo non è priva di conseguenze. Sicuramente c’è una voragine artistica tra i Pink Floyd di Barrett e quelli Waters, ma la musica in generale non è solo necessità artistica, è anche competenza tecnica e la capacità di comunicare semplicemente tramite una grammatica fluida e intangibile, si possono criticare anche ferocemente fenomeni come il brit-pop, gli U2 o i Foo Fighters dal punto di vista della proposta artistica, ma non bisogna mai dimenticarci che c’è anche un contesto più ampio dove la melodica orecchiabile, il riff tamarrissimo e la voce virile e potente non sono elementi che da sé fanno un successo commerciale, ma hanno bisogno di tanto studio e dedizione. Ciò non toglie che il miglior album degli U2 non vale una scoreggia travestita di David Thomas.

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Per alcuni appunti biografici e curiosità ho spulciato questi due bei librini che vi consiglio vivamente:

  • Luca Ferrari, “Captain Beefheart – Pearls before swine Ice cream for crows”, Sonic Book, 1996
  • Duca Lamberti, “Pere Ubu, David Thomas – The geography of sound in the magnetic age”, Sonic Book, 2003

Bidons, Mirrorism, For Food

Finalmente ho trovato un po’ di tempo per annoiarvi con le solite recensioni MA stavolta si cambia aria! E basta con ‘ste cazzo di band californiane, e che siamo una colonia americana? Ah, “sì” dite?

RECENSIONI DI BAND ITALIANE come avete più e più volte richiesto per mail e su Facebook maldetti stalker bastardi schifosi luridi «Oh, finalmente le recensioni di Tab_Ularasa, VAIRUS e La Piramide Di Sangue che ti chiediamo da secoli!» ehm, in realtà non proprio eh. Però quasi, come cantava Freak Antoni.

La Salerno garage dei Bidons

Un minuto di silenzio per il nome della band.
Proseguiamo.

Come indica in maniera vistosa il loro logo su Bandcamp i Bidons suonano un “garage per le masse”, una musica democratica e fiera della sua immediatezza, come ci hanno insegnato papà Bangs e mamma Sonics. I ritmi del loro primo album del 2012 “Granma Killer!!!” sono però deliziosamente rock and roll più che punk-garage (vedasi il pezzo 2009) con venature power pop ma senza l’egemonia della chitarra a tutti i costi, sono persino ballabili i bastardi!

Per cui è ovvio, come i più intransigenti di voi avranno subito capito, che qui siamo su una sponda più catchy del garage, compiacente e divertente, il che di per se non dev’essere un male a prescindere però è chiaro che se preferite suoni abrasivi e gli sputi in faccia i Bidons non fanno per voi (come anche la società civile, ma questo è un altro discorso).

Due cover eccellenti, Be A Caveman degli Avengers e Night Time dei Strangeloves, gli ululati alla Cramps di Wolves of Saint August, un album che si mastica bene e si dimentica altrettanto facilmente… Avrebbero anche i numeri questi quattro salernitani, ma manca il singolone spaccadenti, l’ariete d’assedio, la HIT insomma. Ci provarono subito l’anno dopo col singolo Raw, Naked & Wind, misto di White Stripes e sixties ben congegnato, apripista per il loro secondo album: “Back To The Roost”.

Si alza il volume stavolta, meno rock and roll e più furia Nuggets, leggermente più vintage ma non lo-fi e con una title-track memorabile. Meno paraculi dei Double Cheese ma altrettanto bravi nel combinare riff, assoli brevi ma cazzuti e ritmi forsennati. Non sono proprio la band per cui vado pazzo di solito, però come spinge (Shout it out) Burn Down! e come galvanizza il riff di I don’t mind!

Insomma: di sicuro il loro lavoro migliore, sopratutto alla luce dell’ultimo album “Clamarama”.

Non voglio partire prevenuto quando recensisco un album, mai, però già dopo aver ascoltato il pezzo d’apertura, Do it alone, mi è scesa parecchio la scimmia che si era arrampicata faticosamente nel 2013 per “Back To The Roost”. Più power pop che garage, assoli da masturbazione seriale, riff troppo troppo troppo orecchiabili, cazzo è come spararsi nelle orecchie un misto di Bass Drum of Death-Jet-Double Cheese tutto patinato e ripulito fino all’inverosimile.

Dal punto di vista compositivo probabilmente siamo di fronte al loro album più riuscito, se sparato a tutto volume dalle casse sembra inciampare clamorosamente con i suoi stessi cliché ma senza auto-ironia. Probabilmente a quelli di voi che preferiscono gli Smithereens agli Oblivians questo album provocherà orgasmi multipli da qualsiasi orifizio, perché i Bidons ci sanno fare eccome. Personalmente ho faticato non poco ad arrivare alla fine dell’album.

Passiamo alla roba seria, passiamo alla scena Ferrarese.

Captain Beefheart è sceso a Ferrara: ovvero come i Mirrorism mi hanno spappolato il cervello

Io la prima demo dei Mirrorism non so dove cazzo cercarla. Probabilmente dovrei contattare la band, ma tra tutti i contrattempi della vita mia non ho mai trovato lo spunto per decidermi e rompergli il cazzo, così la roba più vecchia che ho trovato è del 2012, un EP titolato “Fly Eye”.

E nulla, già dopo S.P.O.W. ho dovuto spararmi una sega per svuotare tutta l’emozione che mi si era accumulata nelle palle. Post-punk? Un po’, per nulla nostalgico dei tempi che furono, ma che ne riprende le cose migliori, i ritmi sghembi, le chitarre inquietanti, la voce che passa dalla narrazione alle urla più agghiaccianti, sicuramente caratterizzato da una attitudine tutta loro. Sembra che i titoli stampati nella musicassetta fossero pure sbagliati e questo gli vale cinque punti in più a bocce ferme.

Night Flight mi ricorda i cambi repentini e la frenesia di alcuni pezzi degli australiani Total Control ma l’aggiunta del sax (per nulla Morphine ma mooolto beefheartiano) è un tocco di classe ineguagliabile, bellissime anche la lenta Slow Homo, la punkettona Exit The Loop e Anti Bodies.

È come trovarsi di fronte ad un piccolo miracolo, come quando ascoltai per la prima volta i VAIRUS «Ma allora è possibile fare della merda di qualità pure in Italia!»

Sarà addirittura la Trouble In Mind a produrgli il 7’’ con Night Flight e Exit The Loop nel 2013. Ovviamente sarà un successo nazionale ed internazionale, li avrete sicuramente visti a Sanremo, a Lollapalooza, agli Oscar e dal Papa vestiti da chierichetti.

E poi, due anni fa e due giorni dopo il mio compleanno, arriva il regalo più bello: “Mirrorism”, la loro consacrazione, il loro primo vero album, caricato free su Bandcamp. E in concomitanza la notizia del loro scioglimento. MAPORCODIO.

Amici: possiamo urlare al capolavoro e non vergognarci. Cazzo bisogna dire di un album così? Infiltrazioni psichedeliche deliranti, un theremin mai così psicotico prima, ogni cristo di pezzo sembra partorito in un momento di lucida creatività mai più raggiungibile, come se in quel preciso momento le sfere celestiali e le loro palle si fossero congiunte su una linea retta cosmica, anche se non lesinano coi rumori/suoni e le distorsioni sembra tutto estremamente controllato e calibrato.

Solo White Jam se magna a colazione gran parte della produzione australiana e californiana contemporanea, se poi vai avanti è sconcertante la facilità con cui le idee scorrono fluide e sempre brillanti, fino alla deflagrazione finale: quei sette minuti e ghianda di Loose End che da due anni a questa parte il mio pezzo rock italiano preferito in assoluto.

Compratelo se potete, in digitale of course, ed amatelo fisicamente.

E dopo tutti ma prima di tutti: i For Food

Prima o poi anche di loro bisognava parlare.

Probabilmente preceduto da qualche EP che mi sono perso, i For Food hanno all’attivo un solo album uscito nel 2014 e composto da sette pezzi che provocano uno spaesamento totale. Agghiacciante ed estetica in modo malato la prima vera traccia, Love, Sex & Drugs, ci colpisce subito per una cifra stilistica unica e destabilizzante, qua mettersi a fare troppi discorsi attorno al genere diventa pericoloso ma purtroppo necessario.

Categorizzare in musica, in particolare negli studi musicologici più che nella critica la quale etichetta a caso un po’ tutto, serve a collocare nel tempo e nello spazio un dato fenomeno musicale e di solito aiuta a comprenderne tutte le unicità. Però con i For Food è davvero un macello. Insomma, con i Mirrorism l’etichetta post-punk gliela affibbi e per quanto gli possa stare stretta se la tengono e non devono rompere il cazzo, ma con i quest’altri ferraresi c’è da bruciarsi le sinapsi.

Cos’è una City Light? Io un nome l’avrei: capolavoro, di nuovo, ma non ci aiuta. Ci sono rimembranze delle sperimentazioni post punk e ovviamente art rock, ma addirittura possiamo cogliere echi di trip-hop e psichedelia che non riesce a scadere mai nel revival. Psichedelia Occulta forse? Mmm, non direi, siamo troppo lontani dalle influenze jazz degli Squadra Omega o da un certo misticismo misto a tribalismo di altre band, come anche dal prog di In Zaire, questi son di Ferrara mica di Torino!

È davvero un unicum questo “Don’t Believe In Time” e non soltanto per il nostro paese.

Giocano i For Food, ma sempre rimanendo fottutissimamente seri. Ci disorientano, ci buttano in un altro spazio e in un nuovo tempo, la melodia non solo c’è ma è l’elemento fondante di tutti i pezzi, anche se poi quasi la si dimentica nell’avvolgente tempesta sonora, mai satura però come nei complessi garage-sperimentali tipo i teramani Inutili.

L’attacco di Opium New Year potrebbe benissimo essere quello di una band indie rock americana per poi concludere con un riff genuinamente punk e la bellissima voce di (credo, perché non ho trovato moltissime informazioni) Agnese “Aggie Rye”, che spazia da Beth Gibbons a Exene Cervenka passando per Grace Slick come se nulla fosse, incantandomi ogni volta.

Punta di diamante la conclusiva La Petit Mort, un po’ Doors un po’ Jefferson Airplane nei primi istanti, per poi perdersi finalmente saturando, un vero e proprio orgasmo finora ritardato e che esplode su chitarre dapprima orientaleggianti poi shoegaze.

Un album di cui non dobbiamo sottovalutare l’influenza non solo sulla scena Ferrarese (che comunque li venera, giustamente) ma su tutto l’underground italiano.

Beh, che dire gente, questo è tutto, tornate pure a fare quello che stavate facendo. Alla prossima.

Hallelujah!, New Berlin, Magic Cigarettes, G. Gordon Gritty

Ma non li recensisci il Trio Banana?
E gli Inutili?
E Tab_Ularasa?
Ma ti piacciono i Go!Zilla?
E la retrospettiva su Wyatt?
E la discografia di mia nonna?
E la carbonara me la fai?
Però senza pancetta eh, che sono vegetariano.

Vi voglio bene. Anzi no.


Hallelujah! – Hallelujah! (2015)

Ve la ricordate la Depression House Records? Quelli che avevano fatto uscire quel bel 7’’ dei Blind Shake in terra italica? Beh, che ricordiate o no fottesega, l’importante è che adesso non commettiate l’errore di non ascoltarvi il deflagrante esordio degli Hallelujah!

Mi avete svoltato la settimana Hallelujah e non lo sapete. Lunghi tratti in treno e bus riempiti dal frastuono di Fugazzìn messa in loop finché  il cervello non fumava via tutta la merda della giornata. Un garage così cattivo così ignorante era un po’ che non lo sentivo.

Un attacco magniloquente come quello di Red Mestruo si fotte buona parte della concorrenza californiana, in particolare quella edulcorata della Burger, così intenta a cercare belle melodie canticchiabili sotto la doccia che ha dimenticato cos’è il sudore, l’attitudine.

È un insulto questo 12’’, in primis al buon gusto, e poi alle logiche che vogliono il garage, oggi seguito in Italia da sempre più fanzine e riviste dedicate, come un genere addomesticabile e addirittura piacevole.

Non c’è malinconia psych o revival sixties con quelle voci mai urlanti ma al massimo cantanti, non c’è mai nemmeno un attimo di tregua se è per questo.

Quasi sembrano cascarci sapete? Quando parte Space si percepisce un pizzico di Psichedelia Occulta (con quel gusto kraut e space rock che piace molto alle formazioni psichedeliche nostrane) e con un po’ di rock teutonico, ma bisogna solo pazientare un po’ per farsi di nuovo travolgere da un wall of sound inclemente.

Grazie Hallelujah per avermi ripetutamente violato l’apparato uditivo, spero di poterlo rifare presto con del nuovo materiale incandescente.

New Berlin – New Berlin (2015)

Ve lo ricordate Michael Flanagan? Quello delle Deep Secret tapes? Forse è meglio se la smetto con le domande.

Mr. Flanagan oltre a produrre musicassette del miglior garage texano ha una sua band: i New Berlin per l’appunto, e si dia il caso che spacchino moderatamente.

Un garage asettico, minimale ma senza per questo risultare freddo e palloso. Mi ricorda vagamente i lavori solisti di Tracy Bryant (Corners) in particolare i momenti più felici di “Same Old News” con quella mescolanza di un pop raffinato alla Alex Chilton e garage scanzonato, ma c’è sopratutto del post punk nel sound che non può passare inosservato.

Propongo di concentrare le nostre forze, offuscate da anni di alcol e scorribande, sulle due cover presenti in questo brevissimo esordio, che entrambe riescono grazie all’interpretazione della band a delucidarci sul suono di questa Nuova Berlino:

I Don’t Care dei grandiosi Ramones ha un gusto teutonico potente, se l’ascolti troppo rischi te ti vengano i capelli biondo-nazi di David Bowie in “Low”, i NB riescono a spurgare i Ramones dalla frenesia punk, lasciandoci addirittura un un velo di malinconia, concentrandosi sulla melodia cantilenata e un ritmo ipnotico. Bird on a Wire di Leonard Cohen conferma queste sensazioni, la totale assenza di profondità nel suono e una ricerca estetica che è con una gamba nel lo-fi e con l’altra nel sound chiarissimo-pulitissimo-altissimo dei Young Marble Giants.

In generale è sorprendente la facilità con cui i New Berlin pescano melodie orecchiabili e riff garage della Madonna, Radium è uno strumentale a tinte surf che persino nell’asetticità del sound ti fa alzare il culo dalla sedia, Taco Madre ha una sezione ritmica banalissima e un riff anche peggio, eppure fila che è una meraviglia, sarà anche i pezzi durano in media 1 minuto e mezzo (per me un fottutissimo merito).
Escono ogni anno centinaia di album/EP garage che spaccherebbero i culi a destra e a manca se solo i pezzi durassero poco! Che cazzo ci fai con un pezzo garage rock da 5-6 minuti?!? Gli unici che potevano permetterselo erano i Plan 9, ma loro sapevano suonare, il 99% delle band garage NO!

Comunque un album che si apre con un pezzo che si chiama Hardcore Punk ed invece di spararti nelle orecchie una roba alla Black Flag ti fa l’assolino new wave e il riff garagista vecchia maniera va solo encomiato con fiumi di birra – rigorosamente super-scontata al discount.

Magic Cigarettes – Magic Cigarettes (2015)

Dicevo: a che cazzo serve fare un pezzo con più di 5-6 minuti di garage rock? Un modo intelligente per ovviare al problema ripetitività è mescolare il garage ad altri generi, renderlo più elastico e predisporlo a variazioni e nuove dinamiche. Ed è più o meno questo quello che fanno i Magic Cigarettes.

L’anno scorso avevo ascoltato il loro “Demo EP” apprezzando la tecnica, ma non molto la sostanza. Per carità: bel tiro My Harmony, carucce le influenze barrettiane (Cut Your Wail) ma c’era troppo testosterone per me (assoli, raffinatezze stereofoniche, dinamiche già ascoltate mille e mille volte che servono solo a mostrare i muscoli agli amici musicisti). Comunque dato che non avevo buttato via tutto, tantomeno il ricordo delle cose buone, mi sono ascoltato il loro album omonimo uscito quest’anno.

E mi tocca confermare amaramente che i Magic Cigarettes da Rovereto non hanno fatto quel salto che speravo. Non ho nemmeno tante critiche oggettive da muovere contro questo esordio psichedelico-garagista, che non riesce ad essere virtuoso come un “Typical System” degli australiani Total Control ma ci prova, e non ha nemmeno un pezzo da sfondamento come Loner dei francesi Volage che riesce a rendere più che passabile un album altalenante come “Heart Healing”, per cui rimane come una pièce teatrale incompiuta, ben scritta, con una bella messa in scena, ma di una roba che bene o male abbiamo già visto parecchie volte e senza spiccare in nessun aspetto in particolare.

Ciò non toglie che ci troviamo di fronte ad un prodotto ben confezionato, ma con pochi momenti interessanti e che alla lunga stanca nel suo barocchismo sonoro.

G. Gordon Gritty – Still Not A Musician (2015)

Se ne sta su una panchina con Jay e Silent Bob, probabilmente in cuffia i Red Krayola quando ancora si poteva scrivere con la “C”, e continua a non essere un musicista il nostro G. Gordon Gritty.

Fino a poco tempo si faceva chiamare Gangbang Gordon e mi aveva violentato il cervello con un EP davvero poco convenzionale “Culturally Irrevelent”. Continua così l’epopea di GGG, insofferente e irriverente non-punk non-rocker da Wakefield, con questo “Still Not A Musician” ripesca dalla sua produzione e prosegue nella sua visione super-oggettiva sia della musica (disorientante, ritmicamente improbabile e melodicamente disturbante) che del mondo che lo circonda, descritto con cura e senza artifici.

Un continuo dialogo tra realtà e mente, che rende questo album la vera opera d’arte del lo-fi, anche perché è l’unico album dove ha effettivamente senso usarlo!

“I’m not a musician. It’s just what I do.” canta, se così si può dire, GGG, 34 canzoni senza sconti di alcun genere verso l’ascoltatore, canzoni dove GGG desidera avere un accento da straniero,  dove si lamenta dei group projects, dove un attimo prima sta per esplodere e poi rappa qualche delirante pernsiero sulla giornata o sulle ragazze che non se lo filano, perché lui è uno che pensa.

Pillole di weird-rock (Life At The ABC, rivisitata proprio da “Culturally Irrevelent”), invettive a tutto quello che gli passa in testa con una chitarra scordata in mano (Achin’ Like A Traveler), sentori di Pussy Galore, di noise, persino di Oblivians, ma che scompaiono velocemente, perché non ci sono coordinate nel flusso di coscienza che GGG declama svogliatamente al microfono.

Non so se è davvero così culturalmente irriverente il lavoro di GGG, cosa lo è al giorno d’oggi dopo che abbiamo ascoltato davvero di tutto? Direi semmai che è interessante questa visione ultra-oggettiva della musica come espressione del suo ego in forma pura, senza struttura musicale ma solo con caotiche impressioni sonore che spaziano dalla banalità al nonsense (Hidden Track), quasi non gliene fregasse niente che ci sia qualcuno in ascolto.

Personalmente non faccio fatica a descriverlo come un album rock, la critica ha accettato cose ben più improbabili e sperimentali, quello che GGG fa non è un eccesso di virtuosismo o di stronzaggine, piega il genere a una sua immagine fregandosene del contesto, fregandosene di chi ascolta, fregandosene a volte persino della musica.

Young Marble Giants – Colossal Youth

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Secondo il più celebrato e rompiballe critico rock, Simon Reynolds, il loro post-punk era meglio persino di quello dei Pere Ubu, per Geoff Travis, capoccia della Rough Trade in quel periodo di fermento new wave tra la fine dei ’70 e l’inizio dei sintetici ’80 erano il gruppo di punta della leggendaria etichetta, hanno fatto solo un album e sono un trio di gallesi senza batterista.

Chissà se persino oggi Stuart Moxham, leader della band, pensa ancora che Alison Statton, la ragazza di suo fratello Philip nonché cantante della band proprio per questo, non meriti di stare al primo posto della classifica del New Musical Express del 1980. Chissà cosa avrà provato il leggendario John Peel quando il 18 agosto dello stesso anno i Young Marble Giants, questo improbabile trio che si ribellava all’egemonia punk, lo stesero con un’ondata di post-punk intimista, quei suoni scarni, quella voce così normale, quei testi così ricercati. Gli ci volle un bel po’ a Peel per togliere dalla sua personale heavy rotation Final Day, una vera e propria anti-hit dal sapore apocalittico.

Se fossi un bravo recensore vi sviscererei ogni singolo pezzo di questo monumentale album, l’unico di questa straordinaria band, ma l’unica cosa vagamente musicologica o critica che riesco a formulare mentre ascolto “Colossal Youth” è una semplice, banale, parola: cazzo.

E non è una questione di eccitazione sessuale, la stessa che mi prende quando parte T.V. Eye degli Stooges o Eptadone degli Skiantos, lì è il fuoco sacro del rock che straborda dai vasi capillari, qua è tutta un’altra cosa. La musica dei YMG mi lascia sempre senza fiato, al massimo riesco a sussurrare un fievole cazzo mentre mi stendo sul letto, completamente perso in quelle liriche dirette a me e a me soltanto, quel ritmo così new wave senza pretese artistoidi, quel rock che ti penetra dentro senza urlare nemmeno una volta.

Parte la batteria elettronica, ineluttabile come un metronomo, la segue la chitarra di Stuart Moxham imitandola, arriva la voce di Statton, fredda ma non distaccata, poi il basso minimale di Phil Moxham, una melodia rarefatta, quasi impercettibile, rock scarnificato da ogni pelle nera o bianca che sia, altro che la de-evoluzione dei Devo, nei soli 3 minuti di Searching for Mr. Right c’è tutto il post-punk nella sua definizione più nobile, quel passo avanti che razionalizza le paturnie nichiliste di Iggy Pop e dei Ramones in un sound compatto e in delle liriche consapevoli.

Non ci sono abbellimenti, non c’è niente in più, nemmeno un inizio ed una fine degna di questo nome, gran parte dei pezzi partono con un ritmo dettato dalla batteria elettrica (rudimentale e limitata) e nello stesso modo si chiudono, “Colossal Youth” è un album che prende in esame il particolare, le cose che ci sono nel mezzo fra quelle “importanti”, non vuole essere esaustivo, al massimo accenna, i pezzi sono tutti cortissimi, essenziali.

La presenza di un organo e di un pezzo dedicato al grande Booker T. non devono far storcere il naso, questo disco nella sua compattezza sonora si districa tra i generi più diversi, come ho detto prima qua si nega ogni influenza, si possono percepire vaghi rimandi al kraut rock, sicuramente ad Alan Vega, la chitarra di Moxham riesce ad evocare Robert Fripp come Duane Eddy, eppure quello che ne viene fuori è unico, irripetibile e decisamente magnetico.

Brand-New-Life è uno dei riff più belli di tutto il post-punk, ai livelli di Non-Alignment Pact dei Pere Ubu o di Natural’ Not In It dei Gang of Four, il giro d’organo in Ode To Booker T. (traccia aggiunta nella ristampa) è pura perfezione estetica, Choci Loni è un surf rock post-apocalittico di pregevole fattura, Include Me Out ha una delle più belle sequenze batteria-chitarra-basso della storia.

Uscito a Febbraio del 1980, “Colossal Youth” è uno dei capolavori del rock, un album che spruzza modestia e stile da tutti i pori, musica pensata per chi non vuole solo stordirsi a suon di riff gonfiati di decibel, ma pretende qualcosa di più.

E l’immancabile Peel Session:

Fifty Foot Hose – Cauldron

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Siamo nei primi anni ’60 a Burlingame, California. In questa cittadina si sta vivendo un boom industriale senza precedenti, le famiglie bene di San Francisco si trasferiscono qui nella contea di San Mateo, certamente anche per via di quel verde sfavillante che incornicia tutte le strade, ma sopratutto per le montagne di dollari che si accumulano nelle industrie e nei loro dintorni.

Figlio di una immigrata italiana “Cork” Marcheschi è un giovane con la passione per la musica di Edgar Varèse, nel 1962 passa il tempo sperimentando suoni e stravaganze su sintetizzatori fatti in casa alla bell’e meglio, facendo inorridire i vicini con suoni gutturali, strani gorgoglii e voci siderali.

Deciso com’era di far provare l’ebbrezza di quei rumori a tutta la comunità di Burlingame, sempre nel ’62, assieme a dei suoi amici italo-americani, da alla luce gli Hide-away, una band dallo sgangherato R&B, modellato sull’influenza di “Poème électronique” di Varèse, del jazz di ‘Frisco e del blues che ascoltava saltuariamente per strada. Da questa formazione verrano fuori gli Ethix, ovvero la band in cui Marcheschi si impegnerà in una sperimentazione più consapevole, la band dalle cui ceneri nascerà uno dei complessi più importanti della storia del rock: i Fifty Foot Hose.

Come dite?
Che razza di storia è mai questa?
Chi cazzo sono i Fifty Foot Hose?
Non saranno mica la solita merda proto-punk, proto-kraut, proto-cazzi e proto-mazzi?
No amici miei, niente del genere.

Il loro esordio, “Cauldron” del 1967, è stato uno degli album del rock psichedelico più seminale della sua generazione. Throbbing Gristle, Pere Ubu, Bauhaus, Chrome, cristo, probabilmente in questa lista c’è pure tua nonna, si perde a vista d’occhio il numero delle band che hanno subito il fascino della follia controllata di questo album.

Considerando che la stessa introduzione che avete appena letto la troverete per almeno altri TRECENTO album su internet, ci tengo a precisare una cosa. Prima di tutto che mai come ora si stanno svelando le fragili basi della critica rock, piena zeppa di “capolavori seminali”, troppi, in particolare nella psichedelia, che poi ad ascoltarli sono spesso tutti uguali, e magari stampati per la prima volta nel 2002 (per cui hanno influenzato ‘sta gran ceppa).

Non so dove volessi andare a parare con questo discorso, probabilmente mi sto rimbambendo, ma volevo dire che ci sono album che possiamo DAVVERO definire imprescindibili per la comprensione storica della psichedelia, come “Psychedelic Lollipop” (1966) dei Blues Magoos, o Sgt. Pepper (1967) dei Beatles. Ma la questione cambia, e non poco, quando dobbiamo giudicare quegli album che hanno DEFINITO il genere non solo nella loro epoca, ma ben oltre. (però basta col Caps Lock, eh)

Come non citare i primi tre dei Silver Apples, attivi fin da inizio 1967, sperimentatori assoluti, ma anche l’esordio del ’68 degli United State Of America, Piper (1967) dei Pink Floyd, il secondo album dei leggendari Kaleidoscope (“A Beacon from Mars”, 1968) e “Parable of Arable Land” (1967) dei Red Crayola, questi sono tutti album che non hanno semplicemente definito il genere, ma ne hanno esteso l’influenza fino ad oggi. Questi sono quelli che vanno ascoltati a manetta, ma non perché ce lo dice il Julian Cope o il Simon Reynolds di turno, ma perché sono una figata!

In questo calderone di genialità allucinogena non abbiate remore alcun di inserire i Fifty Foot Hose tra i protagonisti assoluti.

Ah, già, stavamo parlando di loro. Eravamo rimasti agli Ethix, giusto?

Nel 1966 esce il loro primo singolo, un vero e proprio schiaffo in faccia al buon gusto: “Skins/Bad Trip”. Skins è una specie di garage rock tutto storto e stonato, ma il piatto forte è senza dubbio Bad Trip. Degno di un titolo così diretto, Bad Trip è una cacofonia malata, urla e rigurgiti acidi si susseguono su una base musicale indefinita, uno degli esperimenti più deprecabili e meravigliosi mai sentiti nel rock di ogni tempo e declinazione, puro dadaismo infantile.

Inutile dirvi il successo planetario che ne seguì.

Fu David Blossom, il chitarrista degli Ethix di Marcheschi, che decise di fare un passo avanti nella sperimentazione, così sempre nel ’66 formano una nuova band con Larry Evans, anche lui chitarrista, Kim Kimsey alle pelli, Terry Hansley al basso e sopratutto Nancy Blossom alla voce (all’epoca moglie di David ma futura sposa di Cork!).

Chiusi in una camera con un Theremin, dei Fuzz-Tone e uno speaker in plastica, appartenente ad una nave della marina americana della Seconda Guerra Mondiale, cominciarono un po’ per gioco un po’ per reale necessità artistica a formare quell’arabesco psichedelico che sarà “Cauldron”.

Ad inizio 1967 gli ormai Fifty Foot Hose finiscono alla Mercury Records, al cospetto di band già affermate come i Blue Cheer. Dopo qualche sessione di prova, con l’aiuto di Dan Healy (Grateful Dead) dettero alla luce per la Limelight Records “Cauldron”. Ne furono stampate 5000 copie.

Se per molti complessi dell’epoca l’ispirazione arrivava dall’esperienza diretta di droghe più o meno pesanti, per i Fifty Foot Hose la cosa era un po’ diversa. A parte Larry Evans, che era il più canonico del gruppo, gli altri si sparavano in vena Morton Subotnick, John Cage, Terry Riley, Steven Reich, Luigi Russolo, il musicista più commerciale che conoscevano era Archie Shepp. Tutto poteva venirne fuori, ma di certo non un qualcosa di consueto.

Allora, si parla dell’album? Ma non lo sapete che Bertoncelli disapprova quelli che si mettono lì a scrivere di ogni traccia del disco, come una specie di elenco asettico? E ci frega qualcosa?

Si comincia con And After, e già Marcheschi mette le mani avanti. Rumore. E la melodia? E la tonalità? E il ritmo? Roba per vecchi rincoglioniti. Un terremoto sottomarino apre le danze, un suono che Chrome e Pere Ubu conoscono molto bene.

Segue la dodecafonia psichedelica di If Not This Time, con la voce di Nancy adesso in primo piano, qualcuno ci ha sentito qualcosa dei Jefferson Airplane, scazzando ovviamente. If Not This Time è un pezzo inconcepibile per i Jefferson come per buona parte della scena psichedelica, troppo colto, troppo intricato, dannatamente estraniante e comunque fruibile.

Opus 777 con i suoi 22 secondi anticipa di quattro anni “Alpha Centauri” dei Tangerine Dream.

Primo ed ultimo calo di stile dell’album la canticchiabile The Things That Concern You di Evans, giuro che sembra uscita fuori da “In the land of Grey and Pink” dei Caravan, piuttosto fuori posto insomma.

Dopo l’intermezzo elettronico di Opus 11 scoppia la furia psichedelica di Red The Sign Post, una meraviglia stereofonica che mostra i muscoli della band, brevissimi assoli, virtuosismi elettronici, rumori assordanti e un finale deflagrante.

Ultimo intermezzo elettronico, For Paula, e poi un’altra esplosione di colori, suoni, odori, visioni con Rose. Il dialogo tra la voce di Nancy e la chitarra di Blossom è puramente sessuale, senza alcun dubbio, un continuo stuzzicarsi senza vergogna, fino ad un’orgia con tutta la band che culmina a 3/4 del pezzo.

Si arriva senza protezioni al volo vertiginoso di Fantasy, 10 minuti senza riferimenti, un capolavoro questo davvero senza tempo, degno della potenza evocativa di War Sucks dei Red Crayola. Blossom con la chitarra fa quello che cazzo gli pare, Terry Hansley praticamente dà fuoco al basso mentre Kim Kimsey, che in un primo momento tiene stabile la jam infernale, perde i freni inibitori, fino al culmine che viene spezzato dalle note di una chitarra acustica, per poi risalire verso il caos. Montagne russe psichedeliche, un continuo sù e giù che non dà mai un attimo di respiro, melodie psych che si mescolano a dadaismo e cacofonia. Quasi meglio di una birra fredda d’estate.

E dopo una tale follia controllata la mente viene nuovamente sconvolta… da una improbabile cover di Billie Holiday. Amatissima da Nancy, God Bless the Child viene infarcita di interventi elettronici del tutto arbitrari, rendendola quantomeno particolare. Personalmente non ho mai ben capito il perché di questo pezzo, però suona da Dio, per cui gliela abboniamo.

E quando pensi di averle sentite tutte, ma proprio tutte, ecco Cauldron, un finale criptico, un collage dadaista di voci, alcune deturpate orribilmente, un’esperienza angosciante e incomprensibile, degna della new wave più spinta e concettuale.

Quello che discosta questo album dalla produzione a lui contemporanea è l’incredibile quantità di riferimenti culturali più o meno immediati, e la perfetta armonia tra sperimentazione spinta e fruibilità.

Trascendendo generi, influenze e se vogliamo anche ogni norma del buon senso, i Fifty Foot Hose non fecero in tempo a fare il secondo album (doveva chiamarsi secondo le leggende “I’ve Paid My Dues”) che si sciolsero, lasciando comunque ai posteri un album tra i più seminali e belli della storia del rock.

D’Angelo And The Vanguard, russian.girls, Gangbang Gordon, The Stevens, Total Control

INTERNETHATE

Le recensioni di oggi sono davvero particolari per questo blog, r’n’b, hip pop, pop sofisticato, tutta roba che di solito non prendo in esame per due motivi:

  • non mi interessano,
  • notoriamente non ci capisco una emerita mazza, ed è meglio star zitti quando non sai un signor cazzo dell’argomento.

Però, dato che sono un grandissimo cojone, voglio anch’io metter bocca su faccende che non mi riguardano. In fondo è a questo che serve internet, no?

Scherzi a parte (mamma che ridere) questi sono album che ho aquistato, che ho ascoltato parecchio e sui quali c’è qualcosa da dire (o da inveire, dipende) sennò col cacchio che mi mettevo a scrivere un post nella mia unica mattinata libera.

Eeeee via con le danze!

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angeloD’Angelo And The Vanguard – Black Messiah (2014)

[So bene che con questa recensione mi butterò addosso tanta di quella merda che da domani assomiglierò clamorosamente al demone-merda di Dogma, ma vabbè, succede.]

Esattamente come con i Goat l’opinione pubblica si è fatta sentire, tutti i critici nostrani ed internazionali si sono piegati a novanta per un nuovo album assolutamente inutile, “Black Messiah”. Ma è mai possibile che nel 2015 io debba sentirmi dire da riviste che si professano rock che un album di r’n’b una tacca sopra il riesumato Prince, oltretutto versione raffinata del r’n’b made in MTV, sia un fottuto capolavoro? Anche perché visto il plauso incondizionato di critici piuttosto “importanti” (tra cui l’uomo a cui piacciono gli Who ma “Tommy” gli fa cagare) io l’ho comprato subito, senza fiatare. Da perfetto idiota.

Tutta colpa di quei impasticcati dei Daft Punk e il loro dannato ritorno al funky, genere troppo spesso legato alla merda per eccellenza, la disco music, come nel caso dei due francesi, mentre i cari D’Angelo And The Vanguard (tornati dopo vent’anni con tanto di canale Vevo su YouTube!) sporcano il funk di r’n’b e reminiscenze Funkadelic, inutilmente pompate ed esasperate da testi politically incorrect, collocandosi così lontani dai balletti imbarazzanti con Pharrell, ma non per questo vanno adulati a-prescindere.

Che poi, come con i Goat, a me mica fanno cagare al 100%, il groove assassino di 1000 Deaths per esempio è indiscutibile, ci sono dei musicisti che venderebbero l’anima a Sly Stone per suonare così, però che cazzo c’è da dire su un album del genere? Ha un bel tiro, ha un bel groove, fine. E questo basterebbe a decretarlo a capolavoro?

Belle anche le liriche, ma nulla per cui strapparsi i capelli.

Dopo una settimana di ascolto ho messo sul piatto “Maggot Brain” dei Funkadelic, e credetemi: mi sono sentito una persona migliore.

link a YouTube

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10723566_472216169585570_1463938047_nrussian.girls – Old Stories (2014)

A rieccoci con la Lady Boy Records, etichetta islandese che ci ha già donati i Pink Street Boys. Stavolta con russian.girls la questione è piuttosto diversa, siamo davvero lontanissimi dal garage incasinato dei PSB e in generale da qualunque cosa suonata con una chitarra elettrica.

Questa strana creatura nasce dalla contorta mente di Guðlaugur Halldór Einarsson (impronunciabile membro dei Captain Fufanu, band elettronica sperimentale), una sorta di folle artista ambient autore di questo questo criptico “Old Stories”.

Il primo impatto con questo “Old Stories” è stato abbastanza… difficile (l’ho essenzialmente odiato) ma nel tempo mi sono reso conto che spesso tornavo all’ovile islandese per riascoltarmi certi passaggi, per riappropriarmi di certe sfumature. Era come se davanti a me si stagliassero colori e linee del tutto casuali, e non riuscissi a capire il senso di quegli schizzi informali. Ma allontanandomi progressivamente (con la mente) mi sono reso conto che il tutto faceva parte di un quadro troppo grande per risultare chiaro al primo colpo d’occhio.

“Old Stories” è praticamente la Psichedelia Occulta Islandese, un viaggio nelle trame esoteriche e criptiche delle loro discoteche e nella loro alienante modernità. E giuro di non essere ubriaco mentre sto scrivendo (il che fra l’altro è una novità).

Non so bene come categorizzare questo album, principalmente perché sono estremamente ignorante sul frangente ambient avant-garde e via dicendo, però roba come Snake Bloker (ovvero un’incubo cubista dei Tortoise) mi intriga per la sua lontananza dal mondo e dal mio modo di pensare (anche la musica).

Un’esperienza che consiglio a chi ha già dimestichezza col genere, altrimenti statene bene alla larga.

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a3621126830_10Gangbang Gordon – Culturally Irrevelerent [EP] (2014)

Della BUFU Records riparleremo sicuramente, e probabilmente proprio per Gangbang Gordon.

Dadaista, irriverente, sconclusionato, senza dover riprendere la de-strutturazione portata avanti dai maestri come Captain Beefheart o dai perfidi Pussy Galore, questo genio da Wakefield riesce a suo modo a de-costruire il garage moderno, con una leggerezza a tratti addirittura pop (Live At The ABC).

Fa tutto lui, chitarra, voce, batteria, drum machine, dj set, tutto in una maniera sfrontata e disorganica. Non so bene come riesca a distruggere le basi della melodia riuscendo comunque ad essere melodico. I ritmi “beefheartiani” di Passed In My MCAS Exam mescolati agli interventi new wave della chitarra non sembrano infatti lontani dall’immediatezza del garage pop di Jay Reatard, o dalle melodie perfette di Alex Chilton, il che, se permettete, è piuttosto notevole.

L’hip hop sgangherato di Orgullo de Rappers, il disorientamento ritmico, timbrico e armonico di Las Days of Work, praticamente tutto in questo album porta stupore e riflessione, ma senza la premessa di una presa per i fondelli della contemporaneità.

Infatti la cosa bella di Gangbang Gordon è che riesce ad ideare la sua musica a tratti nonsense guardandosi attorno e descrivendo quello che vede, con cura ma senza nemmeno pensarci troppo sopra, risultando molto più realistico e coerente di quanto possa sembrare ad un primo impatto.

L’angoscia e la confusione di Miss Cheevas credo chiarisca piuttosto bene le potenzialità espressive di questo sconosciuto one-man-show dal Massachusetts, uno degli EP più belli che ho ascoltato nell’anno appena passato.

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a2192467939_2The Stevens – A History Of Hygiene (2013)

Senza alcun dubbio il miglior album rock-pop del decennio, e per tanto non mi piace.

Detto questo questo, il viaggio composto da ben ventiquattro canzoni nell’adolescenza e nell’immaginario di inizi anni’90 di “A History Of Hygiene” è davvero ben costruito e perfettamente equilibrato, a tratti risulta persino evocativo.

Questi australiani ci sanno fare, le note malinconiche la fanno perlopiù da padrona, ma riescono quasi sempre a suscitare una nostalgia di tempi mai vissuti (The Long Vacation, Trail Of Debt, Legend In My Living Room, True Tales Of Half Time, o la elegiaca Come Outside e altre).

La cosa che mi convince di meno però è la ripetitività del sound e delle composizioni, che sì, possono anche cambiare ferocemente mood, ma senza mai riuscire a provocare un bel niente, né coi testi né con le idee musicali.

Ci sono anche delle influenze evidenti, come in Scared Of The Men che li avvicina a tratti agli Smiths, o un pizzico di Syd Barrett in pezzi come Blind In One Ear. Ci sono note più riflessive e interessanti dal punto di vista compositivo come Time Share Community Hall, insomma bisogna ammettere che del soft rock a tinte pop questo album riesce a condensare quasi tutto, ma senza mai svariare più di tanto.

Ecco però la cosa che mi convince di più: raramente ci si annoia. Il che potrebbe suonarvi strano, dato che vi ho appena detto che è un album essenzialmente con poche idee e rimescolate all’infinito, ma paradossalmente alla fine del lungo percorso ci si sente un po’ soli, anche perché i The Stevens, volenti o no, ti trascinano nei loro ricordi, nei loro angoli bui o luminosi, anche se sempre con troppa educazione e distacco per i miei gusti.

Chi ama questo album indica Hindsight come il pezzo di punta, ma a me le nenie alla Morrissey mi scassano abbastanza i coglioni (scusa Marta!) e gli preferisco di gran lunga l’angosciosa e “beatlesiana” Time Share Community Hall.

A mio avviso ben più interessanti dei tanto acclamati Pink Mountaintops di Stephen McBean.

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a2301055101_2Total Control – Typical System (2014)

Ci avevano lasciato i Total Control nel 2011 con lo stupefacente “Henge Beat” prodotto dalla Iron Lung Records di Seattle, un misto di Thee Oh Sees e Ultravox davvero azzardato, ma in linea con la nascente scena new post-punk californiana ora capitana dai Corners.

Parliamo un attimo di “Henge Beat”. Se la compattezza del synth in The Hammer sembra uscita dritta dritta da un album degli Human League, l’anthem garage di One More Tonight lasciava prospettare grandi fuochi d’artificio alla Ty Segall, una sorta di Ausmuteants più garage e meno synth, in pratica era un album riuscito a metà, dove non si capiva dove cacchio volevano andare a parare questi australiani! La cosa più bella è che TRE ANNI non sono serviti a schiarire le idee.

Non so se è un bene, ma il dialogo tra new wave e garage rock si fa ancora più denso in “Typical System”. Vi faccio un esempio con la seconda traccia, Expensive Dog, dove l’iniziale martellamento garage rock si perde a metà in una variazione new wave, per poi riprendere il ritmo forsennato alla Oblivians e infine ricadere in un incubo synth. Purtroppo questo dinamismo nella composizione non si ripeterà per tutto l’album, ma nei tratti in cui compare è evidente che le due passioni della band si stanno fondendo più armonicamente.

In effetti, a forza di riascoltare questo “Typical System” credo che un passo avanti i Total Control lo abbiano fatto, basta godersi il nichilismo esistenziale nelle liriche, o la distaccata ma potente Flesh War. Non me la sento di dire che siamo ai livelli dei Nun, anche perché in sole nove tracce non sempre l’estetica new wave risulta sufficiente a tenere botta.

Systematic Fuck ha degli interventi di chitarra sul finale che me lo rizzano, ma il resto del pezzo è del tutto fine a se stesso, noioso, ridondante. Liberal Party è semplicemente imbarazzante mentre The Ferryman è evidentemente un riempitivo, un riempitivo in un album di sole nove tracce!

Sebbene sia stato fatto un passo avanti importante (anche i 7 minuti densi di ottimo garage psych di Black Spring lo dimostranochiaramente) ancora il dialogo tra new wave, post punk e garage rock sembra raffazzonato, barcamenandosi tra grandissimi spunti e inutili variazioni sul tema.

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Future Holotape, The Feels, Burnt Ones, Evening Meetings, Guantanamo Baywatch

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I miei lettori lo sanno già, ma lo ripeto per chi è capitato qua mentre cercava il nuovo casting couch (sì Tristram, parlo con te): odio scrivere queste recensioni brevi. Per carità delle volte sono utili, sopratutto per le band che ritengo di merda o semplicemente discrete (e infatti nei primi tempi era così), ma ora le uso anche per quando ho poco tempo. Cioè sempre.

Una terribile disgrazia (per il mio ego, voi ci guadagnate), pensando che solo di recente ho relegato a pochissime righe quel fottuto capolavoro di “Forgetter Blues” dei The Molochs, e stavolta tocca ai poveri Feels e ai divertenti Guantanamo Baywatch, che qualche riga in più se la meritavano.

Vorrei davvero potervi fornire un servizio migliore, ma il mondo reale è sempre pronto a romperti i coglioni, per cui stavolta non sono quattro ma bensì CINQUE mini-recensioni, con una bonus che arriverà giusto giusto per rovinarvi il Natale.

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a3092013185_2Future Holotape – Analog Renegades (2014)

Il venti Dicembre è una data importante per la storia dei videogiochi. Ventidue anni fa questo stesso giorno, Streets of Rage 2 della SEGA sconvolse il mondo occidentale.

È più o meno questo l’incipit di una folle raccolta della 30th Floor Records, improbabile etichetta inglese con una certa passione per i synth e gli anni ’80, quelli dei 16 bit e degli ectoplasmi verdi.

In questa raccolta (denominata “Synths of Rage”!) i principali artisti della label si prodigano in cover sintetizzate delle gloriose colonne sonore che accompagnarono i primi tre Streets of Rage, un’esperienza tra l’estatico (per chi ci ha giocato e l’ha amato) e la noia più totale (per tutti gli altri). Tra le band chiamate in causa ci sono questi Future Holotape, un duo californiano che dal look sembrano spuntati fuori dritto dritto da Grosso guaio a Chinatown, si ispirano dichiaratamente alle colonne sonore dei videogiochi e… penso basta?

Oltre ad una papabile colonna sonora per il potenziale capolavoro Kung Fury (film che dovrebbe uscire nel 2015), non vedo altra utilità pratica per questo “Analog Renegades”. Certo, è affascinante, a tratti divertente, è praticamente un film trash-fantascientifico made in eighties, però è tutta roba già sentita e risentita, senza mai nemmeno un mezzo tentativo di darci qualcosa in più. Insomma, a che serve questa ricerca estetica? Qual’è la chiave di lettura?

Se è un prodotto con poche pretese, è comunque mediocre, se invece ne ha non si capiscono bene quali siano.

Questa retro-mania che sta invadendo il mondo civilizzato ha sicuramente prodotto degli esperimenti interessanti, ma direi che i Future Holotape ora come ora siano solo una curiosità, e nulla più.

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a0555530692_2The Feels – The German Club. Mystic, CT 06/27/2014 (2014)

Da non scambiare assolutamente con gli omonimi The Feels di New York, merdosissima band post-punk-pop che ha reso un grande servizio alla musica di merda con “Dead Skin” uscito anch’esso quest’anno. Foo Fighters e compagni di merenda ringraziano.

Questi The Feels invece vengono dal Connecticut, sono cinque ragazzi di belle speranze specializzati in jam session di una certa potenza evocativa, mischiando quanto sanno di jazz, rock e funk. L’anno scorso rimasi affascinato dalle semplici variazioni di “Fields”, il loro primo EP, così ingenuo e innocente che, ovviamente, non l’ho recensito. Ogni anno ormai salterò circa trenta o quaranta recensioni, porcobertoncelli.

Comunque sia, dalle dolci note di Recriminations e dal suono caldo del sax in Pizza Man, ecco i nostri cinque eroi tornare a solcare i palcoscenici con una live tra le più sorprendenti dell’anno e con un sound rinnovato e energico.

Si va da Zorn al jazz di strada, c’è posto pure per l’irraggiungibile Sun Ra, in effetti c’è un po’ di tutto nelle folli 12 tracce che compongono questa live al The German Club, un locale di Mystic, la loro città. Sebbene le molteplici influenze il risultato è straordinariamente compatto e coerente, per nulla confuso o celebrale.

L’attacco di Jam > e della successiva Blegh! ti fanno scuotere il fondoschiena, la loro voglia di musica privilegia la stessa e non l’onanismo dei musicisti, dei pezzi che seguono come Glass Museum vorrei poter dire di più, ma sono tremendamente ignorante quando si parla di jazz e preferisco lasciare che la loro musica parli da sé.

Trovo fantastica la citazione pop di Keyboard Cat Jam >, una roba che Piero Bittolo Bon secondo me dovrebbe prendere in considerazione per i suoi Jümp The Shark.

Un album che non vi consiglierà NESSUNO, ma che vale la pena per almeno un ascolto. Lo potete trovare gratuito su Bandcamp, un ottimo modo per passare un po’ di tempo in pace e divertire un pizzico il cervello.

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a3759368139_2Burnt Ones – Gift (2014)

Barrettiana band della Castle Face Records dei Thee Oh Sees, ed in effetti questi Burnt Ones hanno dei palesi rimandi alla band di John Dwyer, anche se non sono di certo riconducibili alla sezione ritmica.

Se la batteria raddoppiata di Shoun e Finberg assieme alle folli cavalcate al basso di Petey Dammit erano il fulcro del garage rock dei Thee Oh Sees (capito Dwyer?), nei Burnt Ones non c’è un vero protagonista, il suono è impastato, quasi trasognato.

Un simpatico divertissement intorno al garage californiano e a Syd Barrett, quest’ultimo presente sopratutto nelle nenie psichedeliche (come Money Man e Bye Bye Floating Charm), ogni tanto sovvengono degli interventi elettronici e il ritmo cerca di essere più trascinante (Spell Breakers), la il mood rimane sempre sommesso. Non mancano momenti di puro imbarazzo, come in Caterpillar, in cui psichedelia, videogioco e gospel si uniscono all’unico scopo di non farci capire un cazzo.

Non c’è un pezzo che spicca fra gli altri, sono tutti discreti, ma dopo un solo ascolto sono quasi certo che finiscano dritti dritti in un cassetto, pronti per prendere la polvere per molto, molto tempo.

Ennesima con un bel sound ma nessuna idea.

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a3158177872_2Evening Meetings – s/t (2012)

Craig Chambers, Mattew Ford, Min Yee e Erin Sulivan, ovvero tre quarti dei geniali Dreamsalon, quelli di “Soft Tab”, l’album che ho recensito e ho lodato sperticatamente e che voi dovete ancora comprare. Stronzi.

Poco prima di esordire con il garage psichedelico di “Thirteen Nights” (2013) ecco i primi schizzi di quello che sarà “Soft Tab”, ovvero l’album che sto riascoltando di più da qualche tempo a questa parte.

Già in Wipe & Face si percepiscono gli influssi post punk, mentre in Shimmer Street il garage del primo album, ed è forse la cosa più affascinate dell’album questa costante dicotomia tra le due anime, quella psych garage e quella post punk.

Un album che, in sé, è interessante ma non trascinante, una curiosità per capire da dove arrivano tutte quelle idee che compongono il mosaico perfetto di “Soft Tab”.

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a4259119950_2Guantanamo Baywatch – Chest Crawl (2012)

Questo trio dall’Oregon sono tra le esperienze live più cataclismatiche degli ultimi cinque anni di garage rock. Un incontro incestuoso tra Cramps e Dick Dale, l’unico problema per i Guantanamo Baywatch è che questo “Chest Crawl” rende forse la metà della loro potenza dal vivo.

Deprecabili, osceni, sfacciati, con un cantante-chitarrista tra l’imbarazzante e l’ignobile, è praticamente impossibile non amarli. Fanculo le recensioni d’oltreoceano che gli danno degli striminziti 6, questi almeno un 7 se lo pigliano senza troppi perché, mi viene in mente l’acida Sad Over You che dal vivo è una perversione surf punk di incredibile efficacia, da sola per quanto mi riguarda vale il prezzo (basso) dell’album.

Momenti strumentali surf davvero fuori di testa, liriche demenziali e tanta voglia di sballarsi. L’unica cosa che potrebbe rovinare completamente la band è che imparino a suonare. Speriamo non gli accada mai.

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Ausmuteants – Order of Operation

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Is there any shared creed, code, ideal or mantra that the band shares or lives by?
No fat chicks.

Vi piace il synth pop? Allora adorerete fino allo sfinimento gli Ausmuteants, pochi cazzi e fine della recensione.

No? Davvero? È che c’avrei da studiare per gli esami, da comprare le diciotto bottiglie di rosso per il poker di sabato e… e vabbè, prima il dovere poi la lussuria.

Direttamente dall’Australia (o almeno credo) gli Ausmuteants sono tra le quelle band che invece di guardare ai sixties si sta interessando agli eighties. Mentre i Dreamsalon riscoprono Pere Ubu e Fall, mentre i Corners si sfondano di Gun Club e synth punk, mentre i Nun risciacquano nel pop gli immortali Einstürzende Neubauten, questi pazzi Ausmuteants sono una sorta di Devo dei tempi moderni, solo che invece di addobbarsi come un albero di natale e professarsi cultori di una filosofia spicciola buona solamente per riempire le note dell’album, questi sono davvero fuori di testa.

Sebbene i suoni ricordino quelli degli ottanta più synth questa band è radicata nel suo tempo e il loro terzo album uscito quest’anno è senza troppi giri di parole un fottuto capolavoro, dove la follia dadaista è sinonimo di informazione (quella schizofrenica di internet), dove il porno non è più trasgressione, dove è inutile parlare di de-evoluzione ma piuttosto di de-personalizzazione progressiva del soggetto.

Order of Operation” è uscito a Settembre per la Goner e la Aarght Records, polverizzando di fatto tutta la scena garage, che dopo questo album sembra talmente fuori luogo da provocare un sincero imbarazzo anche a chi, come me, la adora anche nelle sue sfaccettature più ridondanti. La copertina richiama ai moderni manuali di istruzione per PC, con una fotocopiatrice in bella vista, eppure il senso di distacco del bianco-nero-grigio e quel suono così sintetizzato e freddo, nelle loro mani diventa pura furia punk.

Capisco che Bertoncelli consigli di non recensire più i singoli pezzi, ma come cazzo fai quando ti trovi di fronte a qualcosa di talmente paradossale come Bolling Point, dove il feedback degli Stooges e il ritmo ballabile dei Talking Heads si mescolano come cioccolata in polvere e latte, o forse no, o forse questi Ausmuteants sono veramente l’unica novità in una anno dove le riviste rock cercano nuovi spunti nell’elettronica, nella dubstep, nell’alt pop (che definizione di merda) o nei nuovi album di cinquantenni/sessantenni che ormai hanno dato tutto a tutti, tranne al fisco.

Quando parte Freedom Of Information non sai bene se stai ascoltando degli scapestrati dal CBGB o degli artistoidi da SoHo, ma poi le liriche ti riportano ad un mondo più reale, perché è quello che hai intorno mentre la ascolti.

Furia e demenzialità si incontrano in We’re Cops, una specie di hardcore punk suonato da dei Devo impasticcati, oppure sentite come le atmosfere dark dei Nun che si possono ritrovare nei primi istanti di Family Time vengano spazzate via dalla chitarra post punk di Shaun Connor o come direbbe Jake Robertson «fake synth punk», è meraviglioso come gli Ausmuteants riescano a declamare slogan senza senso o parlare di disgrazie (tra cui il suicidio) mantenendo sempre un’allegria nevrotica, è come ascoltare dei commenti su Facebook interpretati da David Thomas!

Quanto sono potenti e poetici i due minuti scarsi di Wrong? La poesia non è nel testo ma nella commistione tra testo e musica, proprio come nella diametralmente opposta Felix Tried To Kill Himself (composta mentre Robertson rifletteva sul proprio suicidio guardando La Strana Coppia di Gene Saks), proprio non mi spiego come facciano questi pazzi a riuscire a mantenere una così geniale tensione fra ritmo e liriche per tredici tracce, non rallentano mai, non si stancano, riescono sempre a trovare una melodia (o un rumore) dannatamente interessanti ed a incastonarci le parole giuste, non importa che sia un testo descrittivo o semplicemente casuale, l’effetto è sempre lo stesso: armonia.

Come si può realizzare in modo innovativo un classico pezzo stile inno punk come 1982? Ma è chiaro: con quel sound piatto del synth di Jake Robertson, quella chitarra pulita ma incazzata di Shaun Connor, la sezione ritmica garage punk di Marc Dean (basso) e Billy Gardener (batteria) sembra tutto banale e innovativo allo stesso tempo, non sai mai se gli Ausmuteants ti stanno prendendo per il culo oppure stanno facendo della fottuta arte inconsapevolmente.

C’è una importante evoluzione dall’esordio (“Slip Personalities”) e dal secondo album omonimo dell’anno scorso. Nel primo pagavano una certa sudditanza ai grandissimi Chrome, regalandoci comunque momenti notevoli (Blood Nose ha un giro di synth che mi fa impazzire), nel secondo i pezzi raramente superavano i due minuti e l’estetica alla Kraftwerk (troppo distaccata) ogni tanto veniva fuori, certo c’erano i Kinks (Bad Day è una geniale versione non-riesco-a-suonarla di You Really Got Me) e perle punk geniali come No Motivation, ovvero quello che gli Hives non sono riusciti ad essere in vent’anni di carriera in una sola canzone. Ma sopratutto Shaun ha preso in mano i testi e i concetti, elevando la band da semplici cantori delle solite stronzate (sesso, droga e rock and roll) a dissacratori delle stesse, rimescolandole, denudandole e contestualizzandole come poche band o forse nessuna, prima.

– Va bene – diranno i più rompicazzo – tanta roba, però non sono mica i Goat con le loro atmosfere anni ’70 e le influenze nordiche-mistiche-tribaleggianti-alt-rock, perché dici che ‘sti sgorbi hanno prodotto un capolavoro? – Perché quando quando dei ragazzini che hanno come copertina su Facebook una loro foto con indosso delle tette finte, tirano fuori un album così, dove si scoprono gli automatismi e la schizofrenia dell’informazione e della parola nei nostri giorni, allora SÌ, quella è arte.

Non so se ho sbattuto la testa troppo forte, ma dopo una settimana di ascolto “Order Of Operation” mi sembra sempre più bello, sempre più incredibile, sempre più un capolavoro del garage rock contemporaneo.

La citazione all’inizio dell’articolo, e le altre sparse a giro, le ho prese in prestito da questa bella intervista alla band dal mitico blog It’s Psychedelic Baby, ve la linko QUI.

Che si fa ora, ce li spariamo un paio di video? Massì, dai…

Perfomance in studio di Felix Tried To Kill Himself:

Live di Freedom Of Information, con alla voce Shaun Connor (il pezzo d’altronde è suo):

Tracy Bryant – Breve discografia

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Tracy Bryant è la mente pensante dei Corners, probabilmente l’unica band in controtendenza di tutta la California garage (genere che adesso sta rinascendo sotto una veste modaiola anche in UK e Australia) che dal post punk dei Gun Club si è trasformata in una band new wave con tanto di synth.

a2648834949_2Nel 2009 esordisce con “Same Old News”, un poetico affresco minimal garage (sì, me la sono inventata) dove la furia e l’energia lasciano il passo alla riflessione, i suoni ovattati a tratti ricordano l’esordio dei Corners (come in Going Back Around) ma è Bryant l’unico protagonista, a volte a discapito della musica.

Si sente la vena pop di Alex Chilton, ma anche la vena più malinconica di alcuni pezzi di band post punk come Swell Maps (Stand and Stay è un piccolo capolavoro) e reminiscenze di Hüsker Dü (In A Cage). Bryant sperimenta umori e suoni, dal surf rock appena accennato di Same Old News alla breve pillola di pop malato Beach, sembra non avere un punto di riferimento né un coerenza di fondo se non nel tono, sempre sommesso, quasi ad aver paura di urlare.

Un album sussurrato, che non vuole far parlare troppo di sé, uno sfogo personale registrato davanti ad un microfono in una sala vuota. Eppure certe intuizioni come I’m Used to It, Sweeping The Floors e la stessa Same Old News non dovrebbero rimanere nascoste.

Mentre i Corners sono ancora un sogno Bryant sembra fregarsene di seguire la scia garage casinista, francamente sembra che gliene freghi poco di tutto.

a1325427342_2Esattamente un anno dopo Bryant ha già pronto “Something More”, un titolo sincero. Subito dalle prime note di Nothing To Me si notano le differenze con “Same Old News”, toni più aspri e a tratti più cupi, ma sempre con un tocco minimale, preferendo accennare piuttosto che spiegare.

Quello che manca a questo album sono le idee del precedente, sebbene più maturo “Something More” sembra meno ispirato, meno interessante, e sempre più un album fatto per se stesso e basta. Uno spiraglio lo apre il surf strumentale di Ghouls, già più in linea con l’esordio due anni dopo della sua nuova band.

Nel 2012 esce “Beyond Way”, il primo ottimo album dei Corners, con un post punk registrato da cani, scompare la timidezza e la vena intimista per far posto ad un punk più energico quando non deflagrante, grazie anche al bassista Billy Changer la vena minimalista prende anche una profondità nel sound notevole.

Quest’anno i Corner stupiscono ancora con “Maxed out of Distractions”, e Bryant ci riprova con il suo self title, stavolta profondamente diverso dai due precedenti.

a3131162118_2Il lo-fi è una schifosa religione, è vero, ma per Bryant non è una mera cifra stilistica, è un suono, un’idea. Il ritmo pop di questo terzo album sì ricorda il solito Alex Chilton, ma Bryant ha sviluppato la sua personalità, non si lascia più intravedere da dietro una tenda e si spoglia. Non c’è la vena anni ’80 di “Maxed out of Distractions”, piuttosto spizzichi di garage californiano (I’m Never Gonna Be Your Man) e del pop più raffinato (Star The Motor)  su questi binari si crogiola Bryant e un po’ si limita. Non mancano intuizioni formidabili come Creep e Bad News, ma in generale è sempre un album suonato e pensato per piacere a Tracy Bryant prima di tutto, il che delle volte può anche essere un pregio, ma Bryant fuori dai Corners non è sempre capace di creare melodie interessanti, pezzi come Tell You non troverebbero spazio né nel primo né tantomeno nel secondo album della band. Poi ad un certo punto arrivi ad una The Black Crow e percepisci dove si nasconde quel genio punk-pop che nei Corners ti ingabbia con Love Letters.

La Burger Records ha da poco fatto uscire “Tracy Bryant” assieme all’esordio di Billy Changer anch’esso self title che appena potrò (mooonnneeey) recensirò.

Un’artista particolare questo Tracy Bryant, così intraprendente con i Corners e così lontano dal mondo come solista. Se fossi in voi scaricherei la versione digitale del primo album (sono solamente 10$!) davvero uno degli esordi più intriganti degli ultimi anni, mentre gli altri due seguenti sono davvero troppo auto referenziali a mio modesto avviso, ma meritano un ascolto.

  • Link utili alla popolazione: ooook gente, eccovi qui i link a Bandcamp se volete ascoltare ADESSO questi tre album, cliccate con malizia QUI per “Same Old News”, invece cliccate con risolutezza QUI per “Something More” ed infine posate il vostro alluce QUI per “Tracy Bryant”.

«E che ce stanno i videooooooOOOoooo?» Sì. Ci stanno pure stavolta.

Il video più punk di tutti i tempi per Some Old News:

La garage pop Start The Motor dall’ultimo album:

E un po’ di Corners no?