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WOW – Come la notte

Era un po’ che covavo questa recensione, esplosa in concomitanza col primo raffreddore stagionale. Preparatevi ad essere infettati.

Podcast – Gli album peggiori delle band migliori

Sì, ok il titolo fa schifo ai cani, ma il podcast è interessante a bestia. Ci stanno Television, White Stripes, Velvet Underground, Rolling Stones, insomma roba che scotta gente! Sparatevelo nelle orecchie e serbatelo per un po’ tra il cerume, perché la prossima settimana non andiamo in onda (di solito è ogni martedì alle 21:30 su Radiovaldarno).

«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Hallelujah!, New Berlin, Magic Cigarettes, G. Gordon Gritty

Ma non li recensisci il Trio Banana?
E gli Inutili?
E Tab_Ularasa?
Ma ti piacciono i Go!Zilla?
E la retrospettiva su Wyatt?
E la discografia di mia nonna?
E la carbonara me la fai?
Però senza pancetta eh, che sono vegetariano.

Vi voglio bene. Anzi no.


Hallelujah! – Hallelujah! (2015)

Ve la ricordate la Depression House Records? Quelli che avevano fatto uscire quel bel 7’’ dei Blind Shake in terra italica? Beh, che ricordiate o no fottesega, l’importante è che adesso non commettiate l’errore di non ascoltarvi il deflagrante esordio degli Hallelujah!

Mi avete svoltato la settimana Hallelujah e non lo sapete. Lunghi tratti in treno e bus riempiti dal frastuono di Fugazzìn messa in loop finché  il cervello non fumava via tutta la merda della giornata. Un garage così cattivo così ignorante era un po’ che non lo sentivo.

Un attacco magniloquente come quello di Red Mestruo si fotte buona parte della concorrenza californiana, in particolare quella edulcorata della Burger, così intenta a cercare belle melodie canticchiabili sotto la doccia che ha dimenticato cos’è il sudore, l’attitudine.

È un insulto questo 12’’, in primis al buon gusto, e poi alle logiche che vogliono il garage, oggi seguito in Italia da sempre più fanzine e riviste dedicate, come un genere addomesticabile e addirittura piacevole.

Non c’è malinconia psych o revival sixties con quelle voci mai urlanti ma al massimo cantanti, non c’è mai nemmeno un attimo di tregua se è per questo.

Quasi sembrano cascarci sapete? Quando parte Space si percepisce un pizzico di Psichedelia Occulta (con quel gusto kraut e space rock che piace molto alle formazioni psichedeliche nostrane) e con un po’ di rock teutonico, ma bisogna solo pazientare un po’ per farsi di nuovo travolgere da un wall of sound inclemente.

Grazie Hallelujah per avermi ripetutamente violato l’apparato uditivo, spero di poterlo rifare presto con del nuovo materiale incandescente.

New Berlin – New Berlin (2015)

Ve lo ricordate Michael Flanagan? Quello delle Deep Secret tapes? Forse è meglio se la smetto con le domande.

Mr. Flanagan oltre a produrre musicassette del miglior garage texano ha una sua band: i New Berlin per l’appunto, e si dia il caso che spacchino moderatamente.

Un garage asettico, minimale ma senza per questo risultare freddo e palloso. Mi ricorda vagamente i lavori solisti di Tracy Bryant (Corners) in particolare i momenti più felici di “Same Old News” con quella mescolanza di un pop raffinato alla Alex Chilton e garage scanzonato, ma c’è sopratutto del post punk nel sound che non può passare inosservato.

Propongo di concentrare le nostre forze, offuscate da anni di alcol e scorribande, sulle due cover presenti in questo brevissimo esordio, che entrambe riescono grazie all’interpretazione della band a delucidarci sul suono di questa Nuova Berlino:

I Don’t Care dei grandiosi Ramones ha un gusto teutonico potente, se l’ascolti troppo rischi te ti vengano i capelli biondo-nazi di David Bowie in “Low”, i NB riescono a spurgare i Ramones dalla frenesia punk, lasciandoci addirittura un un velo di malinconia, concentrandosi sulla melodia cantilenata e un ritmo ipnotico. Bird on a Wire di Leonard Cohen conferma queste sensazioni, la totale assenza di profondità nel suono e una ricerca estetica che è con una gamba nel lo-fi e con l’altra nel sound chiarissimo-pulitissimo-altissimo dei Young Marble Giants.

In generale è sorprendente la facilità con cui i New Berlin pescano melodie orecchiabili e riff garage della Madonna, Radium è uno strumentale a tinte surf che persino nell’asetticità del sound ti fa alzare il culo dalla sedia, Taco Madre ha una sezione ritmica banalissima e un riff anche peggio, eppure fila che è una meraviglia, sarà anche i pezzi durano in media 1 minuto e mezzo (per me un fottutissimo merito).
Escono ogni anno centinaia di album/EP garage che spaccherebbero i culi a destra e a manca se solo i pezzi durassero poco! Che cazzo ci fai con un pezzo garage rock da 5-6 minuti?!? Gli unici che potevano permetterselo erano i Plan 9, ma loro sapevano suonare, il 99% delle band garage NO!

Comunque un album che si apre con un pezzo che si chiama Hardcore Punk ed invece di spararti nelle orecchie una roba alla Black Flag ti fa l’assolino new wave e il riff garagista vecchia maniera va solo encomiato con fiumi di birra – rigorosamente super-scontata al discount.

Magic Cigarettes – Magic Cigarettes (2015)

Dicevo: a che cazzo serve fare un pezzo con più di 5-6 minuti di garage rock? Un modo intelligente per ovviare al problema ripetitività è mescolare il garage ad altri generi, renderlo più elastico e predisporlo a variazioni e nuove dinamiche. Ed è più o meno questo quello che fanno i Magic Cigarettes.

L’anno scorso avevo ascoltato il loro “Demo EP” apprezzando la tecnica, ma non molto la sostanza. Per carità: bel tiro My Harmony, carucce le influenze barrettiane (Cut Your Wail) ma c’era troppo testosterone per me (assoli, raffinatezze stereofoniche, dinamiche già ascoltate mille e mille volte che servono solo a mostrare i muscoli agli amici musicisti). Comunque dato che non avevo buttato via tutto, tantomeno il ricordo delle cose buone, mi sono ascoltato il loro album omonimo uscito quest’anno.

E mi tocca confermare amaramente che i Magic Cigarettes da Rovereto non hanno fatto quel salto che speravo. Non ho nemmeno tante critiche oggettive da muovere contro questo esordio psichedelico-garagista, che non riesce ad essere virtuoso come un “Typical System” degli australiani Total Control ma ci prova, e non ha nemmeno un pezzo da sfondamento come Loner dei francesi Volage che riesce a rendere più che passabile un album altalenante come “Heart Healing”, per cui rimane come una pièce teatrale incompiuta, ben scritta, con una bella messa in scena, ma di una roba che bene o male abbiamo già visto parecchie volte e senza spiccare in nessun aspetto in particolare.

Ciò non toglie che ci troviamo di fronte ad un prodotto ben confezionato, ma con pochi momenti interessanti e che alla lunga stanca nel suo barocchismo sonoro.

G. Gordon Gritty – Still Not A Musician (2015)

Se ne sta su una panchina con Jay e Silent Bob, probabilmente in cuffia i Red Krayola quando ancora si poteva scrivere con la “C”, e continua a non essere un musicista il nostro G. Gordon Gritty.

Fino a poco tempo si faceva chiamare Gangbang Gordon e mi aveva violentato il cervello con un EP davvero poco convenzionale “Culturally Irrevelent”. Continua così l’epopea di GGG, insofferente e irriverente non-punk non-rocker da Wakefield, con questo “Still Not A Musician” ripesca dalla sua produzione e prosegue nella sua visione super-oggettiva sia della musica (disorientante, ritmicamente improbabile e melodicamente disturbante) che del mondo che lo circonda, descritto con cura e senza artifici.

Un continuo dialogo tra realtà e mente, che rende questo album la vera opera d’arte del lo-fi, anche perché è l’unico album dove ha effettivamente senso usarlo!

“I’m not a musician. It’s just what I do.” canta, se così si può dire, GGG, 34 canzoni senza sconti di alcun genere verso l’ascoltatore, canzoni dove GGG desidera avere un accento da straniero,  dove si lamenta dei group projects, dove un attimo prima sta per esplodere e poi rappa qualche delirante pernsiero sulla giornata o sulle ragazze che non se lo filano, perché lui è uno che pensa.

Pillole di weird-rock (Life At The ABC, rivisitata proprio da “Culturally Irrevelent”), invettive a tutto quello che gli passa in testa con una chitarra scordata in mano (Achin’ Like A Traveler), sentori di Pussy Galore, di noise, persino di Oblivians, ma che scompaiono velocemente, perché non ci sono coordinate nel flusso di coscienza che GGG declama svogliatamente al microfono.

Non so se è davvero così culturalmente irriverente il lavoro di GGG, cosa lo è al giorno d’oggi dopo che abbiamo ascoltato davvero di tutto? Direi semmai che è interessante questa visione ultra-oggettiva della musica come espressione del suo ego in forma pura, senza struttura musicale ma solo con caotiche impressioni sonore che spaziano dalla banalità al nonsense (Hidden Track), quasi non gliene fregasse niente che ci sia qualcuno in ascolto.

Personalmente non faccio fatica a descriverlo come un album rock, la critica ha accettato cose ben più improbabili e sperimentali, quello che GGG fa non è un eccesso di virtuosismo o di stronzaggine, piega il genere a una sua immagine fregandosene del contesto, fregandosene di chi ascolta, fregandosene a volte persino della musica.

The Doors – The Doors

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I Doors sono stati forse la band più rappresentativa degli umori hippie, riuscendo a catalizzarli in una musica trascendentale e al tempo stesso teatrale, sciamanica, febbrile, che sì apre le porte della percezione, ma al tempo stesso è soggettiva in modo angosciante, i testi dei Doors sono una lunga delirante poesia, un De Profundis che Jim Morrison cantò per se stesso, un poema morboso e straziante fino all’irreversibile fine.

Non è di certo un caso che Morrison volesse fare il regista cinematografico, le visioni descritte dal cantante-sciamano sono chiare, nitide, anche se senza una soluzione di continuità. Si dice che Morrison fosse alimentato dall’odio verso i suoi genitori e da una strana visione che lo perseguitava, quella di un gruppo di indiani sanguinanti che narra aver visto da piccolo durante un viaggio, canta in Peace Frog dell’energia sciamanica che dai loro immobili corpi lo penetrava nel profondo, le porte della percezione erano state aperte, tutto entrava e tutto usciva, in poco tempo Morrison divenne un ubriacone molesto, un poeta affascinante, un timido studente e un’esplosivo casinista, come se tutte quelle anime cercassero di farlo impazzire, ma lui invece di resistere a questa schizofrenia tribale lasciò che questa lo trasportasse e lo guidasse oltre.

Il sui riferimenti sono Huxley e Jean-Luc Godard, dal primo comprende come le droghe, la mescalina in particolare, siano solo uno strumento per trascendere un piano della conoscenza che gli andava stretto, dal secondo imparerà a vedere il mondo per come è, descrivendolo così come gli appare, solo che il mondo che Godard descrive è il nostro, quello di Morrison invece appartiene alla sfera dei poeti e degli sciamani.

Di sicuro si può definire una carriera di successo quella dei Doors, ma se si cerca il capolavoro dobbiamo parlare del primo album, l’esordio omonimo targato Elektra Records. Già in “Strange Days” i Doors perdono qualcosa, sebbene un album con When The Music’s Over sia già di per sé definibile come un capolavoro, con il primo album dei Doors possiamo tranquillamente parlare di opera d’arte.

I Doors erano un’esperienza, un connubio principalmente di blues-rock e jazz senza precedenti, una sezione ritmica che passava dalla musica sudamericana allo psych rock ipnotico senza battere ciglio, Manzarek che con una mano impostava melodie esotiche o addirittura garage mentre con l’altra teneva una imperturbabile linea di basso, e Morrison che richiamava a sé gli spiriti di quegli indiani trapassati, urlando e danzando come in preda ad un trip di peyote.

Questo album ha ridefinito il genere e anche un’intera generazione di hippie, per quanto radicato in quella cultura è riuscito persino a superarla, perché la psichedelia dei Doors non è quella dei 13th Floor Elevators, l’aura misticheggiante non è posticcia come quella di Donovan, mistico e psichedelico s’incontrano in questo fuoco eterno acceso in un accampamento indiano, mentre il Re Lucertola danza nudo illuminato dalla luna, definirlo in un genere è francamente inverosimile.

Quando Manzarek fa ballare il suo Fender Rhodes nell’intro di Light My Fire tutto ti puoi aspettare tranne che un inno sessuale così intenso, così penetrante, così catartico. La prima parte è tutta di Krieger, un’intuizione geniale che grazie alle urla di piacere alla tastiera di Manzarek diventa arte, Densmore e Knechtel mantengono una sezione ritmica ipnotica per tutti i 7 intensi minuti, variando dallo psych rock al jazz, Morrison trasforma il testo di Krieger in un inno al suo fallo mentre nel finale sembra scoparsi con la voce il microfono.

Break on Through (To the Other Side) è uno degli apici del rock, una furia bestiale che propone ai pacifici hippie di spezzare le catene che li tengono imprigionati in questa dimensione con un ballo sciamanico attorno al fuoco di Morrison. Frastornante, immenso.

E poi quelle gentili discese nella nebbia dei sensi, The Crystal Ship e End of the Night, la chitarra di Krieger raggiunge un minimalismo siderale, la voce baritonale di Morrison più che accompagnarci ci avvolge, le parole propongono immagini spezzate, specchi rotti dove si riflettono tutte le nostre versioni alternative.

E quelle pillole di puro rock, un’evoluzione più viscerale e psichedelica dei Kingsmen, I Looked At You, Twentieth Century Fox, mentre il blues come moneta da giocarsi all’inferno come conferma Soul Kitchen. Perché ovviamente c’è anche il demonio, figura benevola e crudele, messaggero dell’aldilà inteso non come inferno, ma come quarta dimensione. La poesia di Morrison si inebria di figure e iconografie che riscrive su se stesso, compiendo un prodigio letterario di rara efficacia.

E poi The End… Più di We Will Fall degli Stooges, senza il bisogno della funerea viola di Cale, con il pizzicare i piatti di Desmond e i giri misticheggianti di Manzarek, con quella nenia funebre di Krieger ma sopratutto con le visioni apocalittiche di Morrison, l’ineluttabile che sconvolge ogni suo pensiero, quell’ulteriore, quell’altrove che Morrison sa come raggiungere, con la droga, col sesso, con la violenza. Le immagini sono di nuovo frammentate, inutile cercargli un senso, il senso è farsi trascinare come un corpo morto verso il baratro, alla fine di esso c’è una porta e una volta aperta tutto prende forma, tutto ha un motivo, anche se purtroppo solo per 11 minuti e mezzo…

Fifty Foot Hose – Cauldron

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Siamo nei primi anni ’60 a Burlingame, California. In questa cittadina si sta vivendo un boom industriale senza precedenti, le famiglie bene di San Francisco si trasferiscono qui nella contea di San Mateo, certamente anche per via di quel verde sfavillante che incornicia tutte le strade, ma sopratutto per le montagne di dollari che si accumulano nelle industrie e nei loro dintorni.

Figlio di una immigrata italiana “Cork” Marcheschi è un giovane con la passione per la musica di Edgar Varèse, nel 1962 passa il tempo sperimentando suoni e stravaganze su sintetizzatori fatti in casa alla bell’e meglio, facendo inorridire i vicini con suoni gutturali, strani gorgoglii e voci siderali.

Deciso com’era di far provare l’ebbrezza di quei rumori a tutta la comunità di Burlingame, sempre nel ’62, assieme a dei suoi amici italo-americani, da alla luce gli Hide-away, una band dallo sgangherato R&B, modellato sull’influenza di “Poème électronique” di Varèse, del jazz di ‘Frisco e del blues che ascoltava saltuariamente per strada. Da questa formazione verrano fuori gli Ethix, ovvero la band in cui Marcheschi si impegnerà in una sperimentazione più consapevole, la band dalle cui ceneri nascerà uno dei complessi più importanti della storia del rock: i Fifty Foot Hose.

Come dite?
Che razza di storia è mai questa?
Chi cazzo sono i Fifty Foot Hose?
Non saranno mica la solita merda proto-punk, proto-kraut, proto-cazzi e proto-mazzi?
No amici miei, niente del genere.

Il loro esordio, “Cauldron” del 1967, è stato uno degli album del rock psichedelico più seminale della sua generazione. Throbbing Gristle, Pere Ubu, Bauhaus, Chrome, cristo, probabilmente in questa lista c’è pure tua nonna, si perde a vista d’occhio il numero delle band che hanno subito il fascino della follia controllata di questo album.

Considerando che la stessa introduzione che avete appena letto la troverete per almeno altri TRECENTO album su internet, ci tengo a precisare una cosa. Prima di tutto che mai come ora si stanno svelando le fragili basi della critica rock, piena zeppa di “capolavori seminali”, troppi, in particolare nella psichedelia, che poi ad ascoltarli sono spesso tutti uguali, e magari stampati per la prima volta nel 2002 (per cui hanno influenzato ‘sta gran ceppa).

Non so dove volessi andare a parare con questo discorso, probabilmente mi sto rimbambendo, ma volevo dire che ci sono album che possiamo DAVVERO definire imprescindibili per la comprensione storica della psichedelia, come “Psychedelic Lollipop” (1966) dei Blues Magoos, o Sgt. Pepper (1967) dei Beatles. Ma la questione cambia, e non poco, quando dobbiamo giudicare quegli album che hanno DEFINITO il genere non solo nella loro epoca, ma ben oltre. (però basta col Caps Lock, eh)

Come non citare i primi tre dei Silver Apples, attivi fin da inizio 1967, sperimentatori assoluti, ma anche l’esordio del ’68 degli United State Of America, Piper (1967) dei Pink Floyd, il secondo album dei leggendari Kaleidoscope (“A Beacon from Mars”, 1968) e “Parable of Arable Land” (1967) dei Red Crayola, questi sono tutti album che non hanno semplicemente definito il genere, ma ne hanno esteso l’influenza fino ad oggi. Questi sono quelli che vanno ascoltati a manetta, ma non perché ce lo dice il Julian Cope o il Simon Reynolds di turno, ma perché sono una figata!

In questo calderone di genialità allucinogena non abbiate remore alcun di inserire i Fifty Foot Hose tra i protagonisti assoluti.

Ah, già, stavamo parlando di loro. Eravamo rimasti agli Ethix, giusto?

Nel 1966 esce il loro primo singolo, un vero e proprio schiaffo in faccia al buon gusto: “Skins/Bad Trip”. Skins è una specie di garage rock tutto storto e stonato, ma il piatto forte è senza dubbio Bad Trip. Degno di un titolo così diretto, Bad Trip è una cacofonia malata, urla e rigurgiti acidi si susseguono su una base musicale indefinita, uno degli esperimenti più deprecabili e meravigliosi mai sentiti nel rock di ogni tempo e declinazione, puro dadaismo infantile.

Inutile dirvi il successo planetario che ne seguì.

Fu David Blossom, il chitarrista degli Ethix di Marcheschi, che decise di fare un passo avanti nella sperimentazione, così sempre nel ’66 formano una nuova band con Larry Evans, anche lui chitarrista, Kim Kimsey alle pelli, Terry Hansley al basso e sopratutto Nancy Blossom alla voce (all’epoca moglie di David ma futura sposa di Cork!).

Chiusi in una camera con un Theremin, dei Fuzz-Tone e uno speaker in plastica, appartenente ad una nave della marina americana della Seconda Guerra Mondiale, cominciarono un po’ per gioco un po’ per reale necessità artistica a formare quell’arabesco psichedelico che sarà “Cauldron”.

Ad inizio 1967 gli ormai Fifty Foot Hose finiscono alla Mercury Records, al cospetto di band già affermate come i Blue Cheer. Dopo qualche sessione di prova, con l’aiuto di Dan Healy (Grateful Dead) dettero alla luce per la Limelight Records “Cauldron”. Ne furono stampate 5000 copie.

Se per molti complessi dell’epoca l’ispirazione arrivava dall’esperienza diretta di droghe più o meno pesanti, per i Fifty Foot Hose la cosa era un po’ diversa. A parte Larry Evans, che era il più canonico del gruppo, gli altri si sparavano in vena Morton Subotnick, John Cage, Terry Riley, Steven Reich, Luigi Russolo, il musicista più commerciale che conoscevano era Archie Shepp. Tutto poteva venirne fuori, ma di certo non un qualcosa di consueto.

Allora, si parla dell’album? Ma non lo sapete che Bertoncelli disapprova quelli che si mettono lì a scrivere di ogni traccia del disco, come una specie di elenco asettico? E ci frega qualcosa?

Si comincia con And After, e già Marcheschi mette le mani avanti. Rumore. E la melodia? E la tonalità? E il ritmo? Roba per vecchi rincoglioniti. Un terremoto sottomarino apre le danze, un suono che Chrome e Pere Ubu conoscono molto bene.

Segue la dodecafonia psichedelica di If Not This Time, con la voce di Nancy adesso in primo piano, qualcuno ci ha sentito qualcosa dei Jefferson Airplane, scazzando ovviamente. If Not This Time è un pezzo inconcepibile per i Jefferson come per buona parte della scena psichedelica, troppo colto, troppo intricato, dannatamente estraniante e comunque fruibile.

Opus 777 con i suoi 22 secondi anticipa di quattro anni “Alpha Centauri” dei Tangerine Dream.

Primo ed ultimo calo di stile dell’album la canticchiabile The Things That Concern You di Evans, giuro che sembra uscita fuori da “In the land of Grey and Pink” dei Caravan, piuttosto fuori posto insomma.

Dopo l’intermezzo elettronico di Opus 11 scoppia la furia psichedelica di Red The Sign Post, una meraviglia stereofonica che mostra i muscoli della band, brevissimi assoli, virtuosismi elettronici, rumori assordanti e un finale deflagrante.

Ultimo intermezzo elettronico, For Paula, e poi un’altra esplosione di colori, suoni, odori, visioni con Rose. Il dialogo tra la voce di Nancy e la chitarra di Blossom è puramente sessuale, senza alcun dubbio, un continuo stuzzicarsi senza vergogna, fino ad un’orgia con tutta la band che culmina a 3/4 del pezzo.

Si arriva senza protezioni al volo vertiginoso di Fantasy, 10 minuti senza riferimenti, un capolavoro questo davvero senza tempo, degno della potenza evocativa di War Sucks dei Red Crayola. Blossom con la chitarra fa quello che cazzo gli pare, Terry Hansley praticamente dà fuoco al basso mentre Kim Kimsey, che in un primo momento tiene stabile la jam infernale, perde i freni inibitori, fino al culmine che viene spezzato dalle note di una chitarra acustica, per poi risalire verso il caos. Montagne russe psichedeliche, un continuo sù e giù che non dà mai un attimo di respiro, melodie psych che si mescolano a dadaismo e cacofonia. Quasi meglio di una birra fredda d’estate.

E dopo una tale follia controllata la mente viene nuovamente sconvolta… da una improbabile cover di Billie Holiday. Amatissima da Nancy, God Bless the Child viene infarcita di interventi elettronici del tutto arbitrari, rendendola quantomeno particolare. Personalmente non ho mai ben capito il perché di questo pezzo, però suona da Dio, per cui gliela abboniamo.

E quando pensi di averle sentite tutte, ma proprio tutte, ecco Cauldron, un finale criptico, un collage dadaista di voci, alcune deturpate orribilmente, un’esperienza angosciante e incomprensibile, degna della new wave più spinta e concettuale.

Quello che discosta questo album dalla produzione a lui contemporanea è l’incredibile quantità di riferimenti culturali più o meno immediati, e la perfetta armonia tra sperimentazione spinta e fruibilità.

Trascendendo generi, influenze e se vogliamo anche ogni norma del buon senso, i Fifty Foot Hose non fecero in tempo a fare il secondo album (doveva chiamarsi secondo le leggende “I’ve Paid My Dues”) che si sciolsero, lasciando comunque ai posteri un album tra i più seminali e belli della storia del rock.

Built To Spill – Perfect from Now On

UNITED STATES - APRIL 10:  Photo of BUILT TO SPILL and Jim ROTH and Brett NELSON and Doug MARTSCH and Brett NETSON and Scott PLOUF; Posed studio group portrait L-R Jim Roth, Brett Nelson, Doug Martsch, Brett Netson and Scott Plouf  (Photo by Wendy Redfern/Redferns)

Dato che le riviste di tutto il mondo stanno elogiando oltremodo il ritorno a 33 giri dei Built To Spill (che non credo sia ancora disponibile per noi mortali, e comunque me lo potrò permettere alla meglio verso natale) mi pare quantomeno adeguato passare del tempo a scrivere di quanto sia stato importante “Perfect from Now On”, il loro terzo album del 1997, e di come questo meraviglioso disco dovrebbe essere considerato uno di quelli da avere ad ogni costo, come il primo dei Pink Floyd o “Aftermath” dei Rolling Stones.

È che, essenzialmente, se non hai ascoltato Perfect ti sei perso semplicemente il meglio degli anni ’90. Un’unione trascendentale tra Syd Barrett, Captain Beefheart e l’hardcore, un incontro, quello tra i primi due, già celebrato nel 1980 dai Soft Boys di Hitchcock, ma che nei Built To Spill trova nuova linfa vitale da una generazione che di grunge non c’ha proprio un cazzo.

Ok ok ok, forse Beefheart c’entra poco, forse la loro ispirazione erano effettivamente Barrett, la seconda ondata hardcore e certamente Hitchcock, forse di Zoot Horn Rollo e di Jeff Cotton non gliene fregava una cippa a Doug Martsch, però i suoi Built To Spill hanno spesso il piglio ordinatamente scalmanato della Magic Band, molto più dei Mule di P.W.Long, tanto per dire.

E quel piglio da blues storto nella forma ma non nell’anima si sente eccome nel micidiale attacco di Distopian Dream Girl, uno dei più belli della Storia Del Rock (la mia personale classifica recita più o meno così: 1) Moonlight On Vermont, 2) Old Pervert, 3) Humor Me, 4) Psycho, 5) 1969, 6) Louie, Loui, 7) Distopian Dream Girl e via dicendo, comunque sia è una classifica parecchio suscettibile a cambiamenti). Beh, ok, quello è un pezzo dal secondo album, però se una band sa fare una roba così vorrà pur dire qualcosa!

Quello che caratterizzava “There’s Nothing Wrong with Love”, il secondo lavoro dei BTS, era la freschezza dei pezzi, molto dinamici e zeppi di spleen anni ’90, mentre in Perfect il suddetto spleen diventa dominante, e la forma si modifica attorno alla sostanza. I tempi si allungano, la consapevolezza aumenta.

Ecco, spleen è una parola chiave per comprendere fino in fondo questa band (Alberto Leone nella bio per Ondarock la userà seicento volte, crist’iddio), ma lo spleen cos’è? È giovanile malinconia, è insofferenza verso la vita e i suoi avvenimenti, un concetto ovviamente universale sempre esistito e cazzi e mazzi, ma che trova la sua definizione, nell’ambito del rock, negli anni ’90.

Il grunge riprende l’hard rock, anche se è figlio dell’hardcore, i Built To Spill riprendono la psichedelia anche se sono figli dell’hardcore. Badate bene che è questo il punto di svolta, la cosa che rende i BTS tra i grandi dei ‘90. L’hard rock come genere è una gabbia espressiva: intro, riffone, melodia, riffone, assolo di trenta minuti, melodia, chiusura (se dal vivo aggiungersi: “altro assolo”), o lo fai così o fai un altro genere, c’è poco da fare. Ma i BTS se ne straffottono di Deep Purple, Led Zeppelin e amenità varie, prendono il genio sregolato di Barrett e lo reinterpretano da bravi figli dei vari “Zen Arcade”, “Damaged”, “Double Nickels on the Dime” e via dicendo.

Per cui se la malinconia di Barrett era comunque stemperata dalla voglia di raccontare strane favole, qua lo spleen si scontra con la rabbia hardcore punk (politica sì, ma anche generazionale), e quello che ne viene fuori è la musica instabile, nervosa, dinamica ma ordinata dei BTS.

Nel primo album del ’93, “Ultimate Alternative Wavers”, ci sono ancora troppe incertezze. A volte si sfocia nel manierismo, mescolando una grande potenza espressiva ad eccessi chitarristici (penso a Shameful Dread), ma è comunque un esordio CON LE PALLE, dove Martsch mostra i muscoli e la sua eccezionale abilità come compositore.

Gli basta un anno per sfornare “There’s Nothing Wrong with Love”, una sorta di concept album/manifesto generazionale. I suoni sono più puliti, la chitarra appare più definita, e i suoi dialoghi elettrici continui drappeggiano ogni pezzo superando i vincoli estetici della psichedelia classica (e avvicinandosi tantissimo ai Dinosaur Jr.), il sound ormai è loro e loro soltanto. Tra riff azzeccati e finali inaspettati si arriva al vero capolavoro dell’album, che ho già citato ma che ri-cito perché questo è il mio cazzo di blog, ovvero Distopian Dream Girl.

E poi niente, dopo questi due album tosti, ma non eccezionali, bisognerà aspettare fino al 1997 per trovarsi di fronte alla magnificenza di “Perfect from Now On”. Ad ascoltarlo oggi questo album, come i precedenti, ha un grosso problema: è davvero anni ’90. Uno strano problema direte voi, appartenere ad un periodo musicale è inevitabile, anche se sei un genio avveniristico sei comunque “figlio del tuo tempo”, ma nei BTS si soffre un po’ per la voce, stuprata da migliaia di band su MTV, ci si storcono ogni tanto le budella per il suono della chitarra, diciamo che la superficie, il primo impatto, non è quasi mai dei migliori. Questo discorso però è valido solamente se sei nato nei ’90, come me, altrimenti cazzotenefrega.

Ma se si supera l’iniziale sconcerto di trovarsi di fronte a quei suoni che hai volontariamente dimenticato per cedere la tua anima ai Ramones, ecco che viene fuori tutta la grandezza della band. Prima di tutto la tecnica, non buttata lì per farsi belli, ma al servizio del discorso musicale/spleen, come nei nove minuti di Untrustable/Part 2 (About Someone Else), inizialmente monolitica, statica, e poi profonda, giocosa, inaspettata. Sebbene I Would Hurt a Fly sia il pezzo più conosciuto dell’album (anche perché rispecchia quell’idea comune di rock intimista anni ’90) è nel resto che la band compone un arazzo di dolce complessità, senza la pesantezza dei progger né l’autoreferenzialità delle band grunge.

Ma quanto è tirato l’intro di Made-Up Dreams? Già in quelle note acustiche e nella voce di Martsch c’è tutta la potenza inespressa di quello che seguirà. Come resistere al dialogo elettrico di Stop the Show, che culmina in un finale devastante e ipnotico?

Non c’è un pezzo in più, è tutto proprio come dovrebbe essere. E senza quella forzatura di essere un manifesto generazionale, come nell’album precedente, Perfect diventa uno specchio fedelissimo della sua generazione, con tutti i suoi difetti e le sue sorprese, con l’introspezione e la necessità di essere ascoltati dagli altri.

La cosa bella è che dopo il ’97 i BTS hanno continuano a sfornare album (cinque in tutto, contando il nuovo arrivato, “Untethered Moon”) e non ci riescono proprio a far cagare. È più forte di loro. Qualcosa di buono lo trovi sempre, un’idea, un guizzo. Però l’inesplicabile tensione giovanile di “Perfect from Now On” rimarrà lì, in quella dimensione dove mettiamo momenti brutti e belli, con i contorni ormai sfumati dalla malinconia.

Big Naturals – Big Naturals

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Etichetta: Greasytucker
Paese: UK
Pubblicazione: 2015

With a sound like yours, what kind of shows d’you end up playing?
As long as we’re not pigeon-holed into any genre we are happy to play with literally any type of band or artist, or for anyone to enjoy or hate the music for that matter. I guess we’re just too damn old and jaded to be rockstars.
(da un’intervista della band al Bristol Live Magazine)

Un duo, basso elettrico e batteria, dove il basso può trasformarsi in un urlo come in un sibilo, dove il sound spazia dal kraut rock all’hardcore, dove la batteria da metronomo ineluttabile perde il senso del ritmo (e noi dello spazio), sperimentazione consapevole. In quel di Bristol lo chiamano krautpunk.

I Big Naturals non potevano che nascere a Bristol, e dove sennò, la città con la scena musicale più solida d’Europa dopo Torino con la sua Psichedelia Occulta. Jesse Webb, il batterista, dopo cinque anni a vagare di band in band si unisce al progetto Big Naturals nel 2014, quando il progetto era tutto sulle spalle di Gareth Turner, un bassista al quale le quattro corde stanno odiosamente strette. 

Ascoltare il loro esordio omonimo è un’esperienza totalizzante, sebbene la povertà dei mezzi di registrazione si percepisce eccome la potenza illimitata della loro musica, un flusso interrotto di drone e kraut, con un orecchio verso il garage californiano e le sue devianze europee (Pink Street Boys), la psichedelia c’è ma non la fa mai da padrona, al massimo, come in Neda, diventa parte integrante del flusso senza reminiscenze hippie alla cazzo buttate là per far revival.

Giocano i Big Naturals, con qualcosa che ancora non riescono a controllare pienamente. Islamaphobia è un accenno che dura poco meno di un minuto, eppure si percepisce da questo tutto il contesto: è un album sulla paranoia che ci circonda, sulle paure e le incertezze del futuro mentre il mondo attorno a noi sta cambiando, e non sempre in meglio.

Tribalismi, rituali, misteri, siamo ancora su una sponda europea, l’influenza brtistoliana dei The Heads è presente come quella contemporanea italiana (Squadra Omega, La Piramide Di Sangue, Mombu), ma anche degli americani Shooting Guns e di quel genere di sperimentazione lì, senza contare Can, Faust, Amon Düül II e, come fa notare giustamente SI TRUSS in un suo articolo per Drowned In Sound, i primissimi Oneida.

I Big Naturals vanno contestualizzati in una scena che vede la dub step come padrona assoluta, e mentre parte del metal commerciale e del jazz più avanguardista sono ben contenti di poter dialogare con questo genere, i rocker lo vedono come il nuovo nemico contro cui fare fronte comune (come ai tempi della disco music sempre in Inghilterra, che portò alla Factory e poi alla negazione dell’ideologia punk su cui essa fu fondata). Ma in USA il garage punk sta diventando una barzelletta, la Burger Records sforna sempre più band copia-incolla senza idee e con un sound tutto uguale, e tutti quelli che restano fuori da queste direttive psichedeliche diventano underground nell’underground. Come risponde a tutto questo il duo da Bristol? Con il ritmo kraut di A Good Stalker, con la paranoia fatta musica ed energia.

Ecco, energia, una parola abusata nel descrivere certo rock più veloce o più evocativo, a seconda delle sensibilità, quando invece l’energia è qualcosa di misurabile, di calcolabile. Nel caso dei Big Naturals si può parlare con cognizione di causa di energia intesa come joule, perché la potenza è il mezzo con cui arriva il concetto. Questa non è musica d’avanguardia, non vuole innalzasi nei confronti della scena rock mondiale, piuttosto copia tutto quello che a Gareth Turner sembra essere figo e lo ripropone tutto assieme, come in un flusso di coscienza, come un vomito liberatorio dopo una serata di bagordi e repressione.

Il kraut è presente nel drumming come nelle sperimentazioni con basso, il punk è presente nella sia nella sua essenza nichilista e auto-distruttiva, sia come sguardo disincantato sulla realtà.

Un album mastodontico, di proporzioni incalcolabili, di pura estetica rock, una musica che lascia i suoni evolversi al ritmo del pensiero, delle volte soffermandosi ostinatamente su un particolare, delle altre accennando e basta, ma senza mai fermarsi, come una mente in continuo fermento, come la febbrile paranoia che ci pervade tutti.

Harsh Toke – Light Up and Live

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Credete che i festival come Coachella siano solo per fighette che si bagnano ad ogni uscita degli Arcade Fire? Quando pensate alla California invece delle belle spiagge e delle tette vi vengono in mente feedback lancinanti, molta birra e tante, tante belle tette? Beh in questo caso gli Harsh Toke sono la band che fa per voi.

Capitanati da due skater famosissimi in patria (c’è Justin “Figgy” Figueroa alla chitarra, al basso Richie Belton) gli Harsh Toke non si pongono di certo chissà quali seghe mentali, o rasponi materiali, quando si approcciano al rock, il loro sound è un mix decisamente riuscito di Hawkwind, Blue Cheer, prog classico e jam infernali, non lontani dai riff potenti e decisamente vintage dei Kadavar. Non è un caso se l’etichetta sia la stessa, questa Tee Pee Records, piccola e misconosciuta, ma con qualcosa da dire in mezzo a tutto questo revival ’60-’70 californiano.

Chiaramente parlare di revival per Thee Oh Sees, Ty Segall, White Fence, Kadavar, Blue Pills e via discorrendo è riduttivo (anche se in alcuni casi, come nei Blue Pills, è fin troppo esaustivo), ma non percepire Syd Barrett nei Thee Oh Sees significa esser sordi (mentre ridurli solo a quello significa esser scemi).

Cosa c’è da dire sulle quattro tracce che compongono “Light Up and Live”? Pochissimo.

Da un certo punto di vista la mancanza di un concetto alla base di questi album può far storcere il naso a qualcuno. Perché continuare con viaggi psichedelici nel 2014, sopratutto se privi di importanti novità? Beh, diciamo pure che qualche nota differente gli Harsh Toke ce la mettono in questo album. Intanto la struttura dei brani, fluida, ineluttabile, più che ricercare una perfezione (King Crimson) lascia scorrere le idee, tramortendo. Certamente è fluida anche la struttura di un “Alpha Centauri” dei Tangerine Dream, come di qualsiasi album degli Acid Mothers Temple, ma i giri di basso ammiccanti ai Black Sabbath, i riff che volano fino a perdersi nella stratosfera (i già citati Hawkwind), la grezzità del suono lontano dal perfezionismo tecnico tipico del prog fanno di “Light Up and Live” un ponte di contatto tra i rimandi agli Spacemen 3 negli Zig Zags e le violente derapate strumentali nei Thee Oh Sees (Lupine Dominus).

Rest in Prince e Weight of the Sun sono unite nella musica, ma la band di Figueroa non ci dà punti fermi o momenti di riflessione, preferisce frastornarci fino all’inverosimile. Ma il vero schiaffo arriva con la title track, dieci minuti che già a metà esplodono con una potenza devastante per poi prolungarsi fottendosene altamente della tensione, delle regole, del buon senso e della fruibilità, ma ha un motivo tutto questo o è della musica semplicemente senza idee?

Il senso c’è, ed è un po’ disperso in tutte le pubblicazione californiane (e quelle in linea col sound californiano) contemporanee, il bisogno di creare un muro che invece di dividere inglobi tutto. L’alienazione degli anni ’60 che si poteva provare negli Acid test (mentre i Grateful Dead stordivano folle di fumati) nasceva con premesse del tutto diverse da quella delle odierne furiose e psichedeliche sessioni di jam degli Harsh Toke, i muri che propongono le band di oggi essenzialmente sono espressione di un menefregismo generazionale devastante.

No brains inside of me, no brains inside of me ripetono con leggerezza i Thee Oh Sees in Maze Fancier, ed è quello che urlano anche Ty Segall, gli Zig Zags e questi Harsh Toke. La leggerezza non passa più dalle canzonette, dalla melodia (facile o complessa che sia), ma dalla alienazione da un mondo allo scatafascio per cause che non riusciamo a capire o che proprio non vogliamo capire, questa generazione, la mia generazione, definita senza valori né cervello né speranze trova la sua perfetta espressione musicale proprio in questo nuovo ambiente californiano. 

In certe declinazioni ci sono molte similitudini nel fenomeno italiano del momento, la Psichedelia Occulta, anche se con certe differenze che mi fanno preferire quest’ultima al rock californiano. La meravigliosa trasposizione del mercato di Porta Palazzo dei La Piramide di Sangue, che dalle impressioni di un album straordinario composto da numerosi artisti come “SUK Tapes and Sounds from Porta Palazzo”, tirano fuori un pezzo per il loro ultimo lavoro come Esoterica Porta Palazzo, dimostrando quanta profondità ci sia in questo movimento di cui molti parlano, ma che nessuno sembra voler criticare in modo più professionale e approfondito. Più simili al sound californiano ci sono gli In Zaire, per esempio.

Vabbè. come la solito perdo il filo del discorso e finisco a parlare d’altro, ci vuole pazienza…

Che dire, vi consiglio questi Harsh Toke, assieme al disco vi consiglio di sorseggiare della buona birra, se siete pigri come me e gli album ve li fate portare a casa allora vi consiglio (e tre) Beerkings per le birre, un sito allucinante che ho conosciuto da poco e che sto amando più della mia ragazza. Ci sono pure i voti e le recensioni delle birre, il che vi fa sembrare molto più raffinati di un drogato qualsiasi.

  • Lo Consiglio: a tutti quelli che “Doremi Fasol Latido” non fa per niente cagare, che adorano le jam infernali con chitarre scordate e la birra artigianale. O anche solo un lattina di Heineken.
  • Lo Sconsiglio: se siete dei progger convinti non è roba per voi, insomma in questo blog i Dream Theater non erano buoni prima e ora fanno schifo, son sempre stati una merda masturbatoria. 
  • Link Utili: cliccate QUI per la pagina Bandcamp degli Harsh Toke con due jam da 21 minuti ciascuna (!), cliccate invece QUI per il sito della Tee Pee Records, se volete godere delle splendide sensazioni di Esoterica Porta Palazzo allora cliccate QUI

E ora qualche video:

una devastante live dei Toke

qui con Lenny Kaye (!!!) che suonano Gloria (!!!)

e infine qualche allucinante lacchezzo con lo skate di Figueroa

 

Zig Zags – 10-12

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Non hanno nemmeno pubblicato un solo sudicio album, eppure mi fanno impazzire.

Quando una band unisce garage, punk, psichedelia e metal senza fare un pastrocchio (o della fusion pseudo-intellettuale) per me vuol dire che ha le carte in regola.

Il ritorno progressivo al garage “esoterico” (e passatemela, dai) alla Nuggets partito dalla California non è semplice revival o una moda. Lo sta certamente diventando, basta considerare la sterzata commerciale di Mikal Cronin o la nascita di nuove band copia-incolla come gli Hot Lunch (quelli dalla Pennsylvania non quelli glam metal da San Francisco) ma la furia del rock autentico, fatto di sudore e feedback, resiste strenuamente alla base.

Queste band non sono mosse come nei ‘60s dalla voglia di spiccare il volo seguendo il nuovo sogno Beatles (sarà stato almeno il 96% delle band), o magari proprio contro la distopia Beatles (vedi i Monks), perché oggi non c’è un modello o un nemico, oggi si combatte contro il nulla.

Sono un trio gli Zig Zags, voci acide, chitarre distorte che spaziano dall’hardcore punk fino agli Spacemen 3, batteria spesso martellante, ipnotica. Cosa c’entrano con questa guerra al grande nulla di mia totale invenzione?

Quando la politica repressiva di Reagan negli USA si fece pesante l’hardcore sembrava l’unica risposta possibile (anche contro la plastica zuccherosa che radio e televisione di stato promulgavano), ma in quel caso c’era un nemico da combattere e non c’era nemmeno troppo tempo per pensarci sù. Si imbraccia una chitarra e si registra con gli amici in garage o nella palestra della scuola, era vero rock perché spesso ignorava le regole base per suonare decentemente, facevano le cose così come venivano, lasciandosi trascinare dalla rabbia che a quel punto divenne forma. Per questo molti album del periodo sono straordinari, perché trascendono la fruibilità per accettare la sostanza, non c’era una ricerca estetica a priori nel tentare di riprodurre la sensazione di repressione, ma era questa stessa a visitare le band e a farsi strada nelle pessime registrazioni di buona parte della produzione hardcore.

Il garage contemporaneo, quello senza un nemico ben preciso, trova la sua dimensione ideale nell’interiorità. Non denuncia, semmai ammalia con brusche virate drone e un abuso di ritmi martellanti, costruendo un muro di rumori lancinanti quanto rassicuranti.

Ty Segall è un po’ il ragazzo di città che ha voglia di sfogarsi, mette sul piatto buona musica ma senza chissà quale profondità, i Thee Oh Sees sono la band che hanno sondato meglio finora le possibilità di questo nuovo garage sprofondando nella psichedelia, gli Zig Zags, a mio modesto (modestissimo) avviso saranno quelli che lo eleveranno definitivamente.

Unione ideale tra le jam catastrofiche e anarchiche degli Harh Toke, meno puerili dei Criminal Hygiene, restando nella classica forma-canzone gli Zig Zags combattono questo vuoto che ci circonda senza lasciare un attimo di respiro all’ascoltatore, e lo fanno con una propria personalità.

10-12” è una raccolta uscita in un numero limitato di musicassette e in formato digitale su Bandcamp, sono spizzichi e bocconi di una band in fase di crescita, dove non mancano le banalità come i colpi di genio.

C’è ovviamente una buona parte di garage punk senza pretese (se non quella della fruibilità), parliamo di Randy, Tuff Guys Hands, Turbo Hit (gran bel singolo, fra l’altro), Down The Drain, Eyes, I Am The Weekend, No Blade of Grass, che poi altro non sono se non la base che sorregge la struttura sulla quale  gli Zig Zags svilupperanno il loro sound dal 2012 ad oggi.

Ma il ritmo, la distorsione, quell’helter skelter autistico che inconsapevolmente è la risposta alla desolazione quotidiana (vuota ormai di qualsivoglia senso e futuro) si trovano in Human Mind, Love Alright, Scavenger e Monster Wizard. E aggiungiamo a questo elenco anche la recente Voices of the Paranoid, una versione disillusa e acida dei Thee Oh Sees.

Probabilmente sono in errore nel contestualizzare una musicassetta composta perlopiù di banale garage punk in un discorso così ampio e difficile da decifrare quali sono i nostri tempi, la contemporaneità. O forse no. Fatto sta che qui non si sente la mancanza del Vero Genio come negli album di Ty Segall (sempre in equilibrio tra convenzionalità e grande rock), o quella di una opera davvero compiuta nei Thee Oh Sees (anche se con “Carrion Crawler/The Dream” ci sono andati vicino), la strada che hanno imboccato gli Zig Zags sembra una di quelle che lasciando il segno, se non nella musica quantomeno in chi la ascolta.

  • Lo Consiglio: a chi sta amando questa California e i suoi protagonisti, ma anche a chi cerca del punk decente o della psichedelia d’annata senza per forza cadere nel revival.
  • Lo Sconsiglio: a chi crede siano una band per intellettuali (anche se dalla mia recensione sembrano potenzialmente la band preferita da Heidegger), a chi cerca nel punk qualcosa di più Clash piuttosto che della fottuta psichedelia.
  • Link Utili: per la pagina Bandcamp clicca QUI, per l’altra recensione che ho scritto sulla band invece QUI.

[I lettori attenti si saranno accorti che è sono scomparsi i voti e i vari Pro e Contro che mettevo alla fine di ogni recensione. Ho deciso che era meglio così.]

Rodriguez – Cold Fact

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Gun sales are soaring, housewives find life boring
Divorce the only answer smoking causes cancer
This system’s gonna fall soon, to an angry young tune
And that’s a concrete cold fact.

Rodriguez, This Is Not a Song, It’s an Outburst: Or, The Establishment Blues, 1970

Quando nel 1998 uscì “Dead Men Don’t Tour: Rodríguez in South Africa 1998” il documentario che testimonia la gloriosa tournée di Rodriguez in Africa non erano ancora in molti in occidente a conoscere uno degli album più belli degli anni ’70 e del folk rock in generale.

Ma nel 2012 con il nuovo documentario sulla sua vita: “Searching Sugar Man” e l’oscar nel 2013, “Cold Fact” di Rodriguez diventa un caso musicale senza precedenti.

Dava le spalle al pubblico Rodriguez, non cercava di certo lo show, a lui interessava solo la musica e la protesta sociale. Vicino politicamente agli strati sociali più bassi a cui appartiene fieramente, sarà per tutta la vita un attivista in prima linea, ma nell’America degli anni ’70 che vedeva bene il bianco Bob Dylan, un tizio dal nome così messicano che inneggiava a qualche rivalsa sociale non è che si attirasse chissà quali simpatie, né era facilmente sponsorizzabile dall’etichetta che se lo era ingaggiato.

Tutti gli addetti ai lavori ci credevano: Rodriguez era un fenomeno unico, anche meglio di Dylan per alcuni, sarebbe scoppiato. Ed invece non successe nulla, o almeno: nulla negli USA.

Ed è infatti in Sud Africa dove i primi due album di Rodriguez conosceranno un successo assoluto, divenendo ben presto il musicista rock più ricercato in tutto il paese. La sua musica ma sopratutto i suoi testi saranno il simbolo della lotta anti-apartheid, ma solo grazie ad un giornalista Rodriguez verrà a sapere di tutto questo polverone attorno ai suoi dischi, e solamente nel 1998 (!), mentre i soldi delle vendite erano ormai spariti chissà dove.

Quest’uomo che tutt’ora viva nella sua umile casetta a Detroit, senza nemmeno il riscaldamento, aveva già trovato la felicità nella sua semplice vita, e oggi regala pochi ma intensi concerti in giro per il mondo per poi lasciare il ricavato alle figlie e agli amici più stretti.

Un uomo vero, di quelli che mettono gli ideali davanti alla strada più facile, affamato di giustizia e di buona musica.

Quello che colpisce di “Cold Fact” è che riesce a prendere il meglio di Dylan e dei Love con un pizzico di Donovan senza mai strafare, sebbene alcune strane idee nella registrazione tutto sembra perfetto così com’è, un Classico senza tempo di cui pochissimi erano a conoscenza.

I testi sono forse la parte migliore, intensi, maturi, commuoventi nella loro commistione di realtà e poesia, è come se la Detroit degli Stooges e degli MC5 invece che urlare dalle casse ci venisse spiegata sommessamente non da una dirompente rock star, ma da un operaio qualunque, anche se con la magia e la saggezza della voce di Rodriguez.

Sugar Man, il pezzo che apre “Cold Fact”, si basa su una delle melodie più riuscite di sempre, mischiata ad impressioni lievemente psichedeliche. Segue la più intraprendete Only Good for Conversation, certamente la più rock di tutte le sue composizioni, è pezzo di apertura della sua recente live al Glastonbury Festival dell’anno scorso.

Indimenticabili le note e le parole di Crucify Your Mind, Inner City Blues, Like Janis, Rich Folks Hoax, Jane S. Piddy, straordinario il tono dylaniano di The Establishment Blues, incredibile I Wonder un singolo che normalmente si penserebbe dal successo assicurato, ed invece nascosto negli anni a discapito di tanta merda riscoperta da critici annoiati. L’unico pezzo che mi lascia delle perplessità all’ascolto è Gommorah (A Nursery Rhyme), forse il più posticcio e meno espressivo.

Un disco che non è possibile recensire senza apparire dei perfetti idioti, l’immediatezza e la genialità di Rodriguez non hanno bisogno che di queste parole: uno dei migliori dischi album folk rock di tutti i tempi.

Pro: non ha difetti, ogni pezzo è indimenticabile.
Contro: se non ti piace Dylan e il cantautorato americano che cazzo lo compri a fare? Per poi insultarmi sul fatto che ti fa cagare? Bella storia!
Pezzo Consigliato: Sugar Man tutta la vita.
Voto: 8/10

Come mai lo strano titolo “Dead Men Don’t Tour“? Dovete sapere che il buon Rodriguez fu creduto morto per tantissimi anni nei modi più assurdi (tra cui il darsi fuoco durante una live), le varie false notizie che sono venute fuori nel corso degli anni sono dovute molto probabilmente alla mancanza totale di notizie sull’artista, dato che in Sud Africa e Australia era così ben conosciuto non si capacitavano come non potesse esserlo proprio in America!

Jeffrey Novak – Baron In The Trees

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Senza infamia e senza lode, lo collocherei in questo momento della sua carriera tra un Syd Barrett smorto e il più ispirato John Lennon, molto dei contemporanei The Mallard e White Fence e difatti anche lui come questi ultimi fa parte della rinascita (se mai c’è stata una “morte”) della psichedelia americana che ha sede fissa in California.

Jeffrey Novak è praticamente sconosciuto in Italia se non per la sua parentesi Cheap Time, mediocre tentativo di unire glam a garage come un tempo. Questo tizio rinasce in tempi recenti lasciando perdere definitivamente la vena glam (davvero, faceva schifo) e lasciando il garage ai vai Ty Segall e Crystal Stilts (che è in buone mani, fidatevi), protendendo per una psichedelia spicciola.

Lontano dalla magnificenza spesso dichiaratamente masturbatoria dei The Black Angels, lontanissimo dalla potenza e dalla genialità di Thee Oh Sees e Zig Zags, è certamente più affine alla forma-canzone alla White Fence, ma se il caro Fence è comunque ancorato ad un concetto (forse) un po’ posticcio della psichedelia, Novak dal canto suo è molto vicino all’ultimo Barrett del ’70, il che perlomeno ci fa capire che il ragazzo assume dosi di rock ben tagliate.

In soldoni il tizio ci sa fare e nel 2012 pubblica questo “Baron In The Trees” (credo ispirato in parte al celebre romanzo Il Barone Rampante di Italo Calvino, che se non avete letto siete brutte persone) che finalmente sono riuscito ad acquistare ieri, e che intende essere un po’ la summa del percorso di Novak e forse la prova della sua definitiva maturazione.

Quest’anno è uscito “Lemon Kid”, ma, ehi, appena avrò il grano vedrò di procurarmelo, intanto mi cucco/vi cuccate questo.
Novak non è un genio della musica, e di certo non è tra gli artisti di punta di questa nuova ondata garage-psichedelica che mi sta appassionando a livello discografico come niente nella mia vita, la sua psichedelia chiede poco e dà pochissimo.

In Baron la fa da padrone l’acidità di Barrett (presente sopratutto nella performance vocale), ma la musica è molto pop prima ancora che rock. Eppure nella sua confezione abbellita di archi (Parlor Tricks) di rimandi floydiani esagerati, di pezzi impacchettati ad arte (Watch Yourself Go) di hit accattivanti (Here Comes Snakeman) di tutti quelli che invece di prediligere la via più “estrema” della psichedelia, fondendola con drone e garage, si sono buttati su un’idea più melodica e modesta, Jeffrey Novak ne risulta senza alcun dubbio il più gradevole.

Si merita una pacca su una spalla, il tizio.

“Baron In The Trees” per quanto mi riguarda è involontariamente un classico. È un metro, un modulo, come cristosanto posso dire… ecco: un esempio di cosa si è preso dal passato e di come lo si riutilizza oggi negli anni ’10 del 2000.

Al contrario di tutte le band psichedeliche principali di questo momento Novak viene dal Tennessee, più precisamente dalla rigogliosa capitale Nashville, patria del country. E già da qui si può capire come proprio il buon Novak riesca a dare il suo meglio entro i 4 minuti (meglio se 3 o due e mezzo), con poche note ben posizionate, una melodia sempre orecchiabile e il tutto registrato decentemente.

Sebbene sia un po’ più acida la title track che chiude questo brevissimo album (anche troppo, solo 9 pezzi per un totale che sfiora la mezz’ora!) il resto si libra nell’aria con leggerezza e una buona dose di maturità.

Un ottimo passatempo e un simpatico acquisto natalizio. Lo consiglio a chi tra un feedback e l’altro vuole un attimo riposarsi e tenere qualcosa di decente di sottofondo. Non c’è bisogno di ascoltarlo con attenzione, va giù liscio come il vino che comprate al Penny Market, senza infamia e senza lode.

  • Pro: scrollatosi di dosso il glam e buttandosi in Barrett, Novak ha trovato se stesso e della buona musica.
  • Contro: nessuna pretesa di alcun genere, un disco che non ha niente da dire.
  • Pezzo consigliato: Baron In The Trees.
  • Voto: 6/10

Zig Zags – Scavenger/Monster Wizard

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[Sì, lo so, non è una recensione vera e propria, e quasi una presentazione, ma cazzo, ero in uno stato d’animo trascendentale allucinatorio mai subito prima!]

Quando mi sono ritrovato ad ascoltare il loro ultimo pezzo, uscito su bandcamp nel consueto formato 7’’ da punk rocker sfigato, sono saltato sulla sedia.

Ho pensato: ci siamo! Che gli Zig Zags fossero sulla strada giusta era già chiaro a quei quattro asociali tipo me, un sound potentissimo perfettamente in linea con il nuovo garage americano, ma qualcosa di più ha toccato questi ragazzi di belle speranze.

Non so bene cosa cazzo scrivere, perché li sto ascoltando a tutto volume proprio in questo momento, le mie casse ruggiscono di un rock spaventoso ed io sono chino su questo cazzo di quadernino e non capisco, non non non non non [seguono frasi sconclusionate qui censurate]

La mia testa è del tutto franata, i riff distorti all’inverosimile, un low fi non più nostalgico ma dettato da un imperativo categorico che ha trovato la sua dimensione in un determinato spazio metafisico tra garage, drone e psichedelia! Se i Fuzz riprendono i Blue Cheer e i Thee Oh Sees sono il nuovo ideale psichedelico, gli Zig Zags evolvono il garage rock contemporaneo slegandolo definitivamente col passato (altro che il compitino applaudito dalla critica di John Reis!).

La loro carriera probabilmente comincia attorno al 2009-2010, la loro prima pubblicazione risale a ottobre dell’anno scorso, sempre un EP da 7’’ dal sound molto drone e psichedelico. Monster Wizard/Turbo Hit” è il rumore puro alla “Metal Machine Music” finalmente ritornato alle sue radici rock, controllato e addomesticato senza però perdere la sua forza primordiale.

Monster Wizard è mille volte più potente di qualsiasi cosa uscita in ambito garage, gli Zig Zags hanno probabilmente raggiunto la massima vetta in questo senso. Il sound degli Stooges e degli MC5 incontra finalmente i feedback lancinanti di Ty Segall e la musica drone, passando per “Carrion Crawler/The Dream” dei Thee Oh Sees. Nemmeno i Thee American Revolution raggiungono queste vette di devastazione sonora.

Già Turbo Hit sembra più “umana”, più “normale”, ma è solo perché ormai Monster Wizard ci ha aperto la mente a un mondo infernale di rumori e distorsioni talmente rock da far impallidire il 99% della produzione contemporanea.

Finalmente il 3 gennaio di quest’anno pubblicano il loro primo album, che per me è stato una mezza delusione al primo ascolto, ma cazzo, era solamente il primo ascolto.
“10-12” come si può intuire è una raccolta di tapes della loro finora breve ma straordinaria carriera.

Un fastidiosissimo rumore di sottofondo che mi insegue fin dalla breve Psychomania mi avverte subito che d’ora in poi le cose saranno un po’ diverse dal solito.
Prometto che farò presto una recensione di questo album, ma finora sono riuscito solo a subirlo passivamente, mi annichilisce del tutto.

Sempre nel 2012 avevano anche pubblicato un breve LP con Iggy Pop, “If I’m Luck I Might Get Picked Up”, la cosa migliore che abbia mai sentito cantare all’Iguana dai tempi di “Fun House”.

In realtà, come scoprirete da voi, l’ultimo 7’’ uscito dei Zig Zags sono due singoli già usciti tempo prima, uno nel disco sopra citato e uno nella loro prima pubblicazione ufficiale, si intitola infatti “Scavanger/Monster Wizard”.

Ma allora, se sono pezzi che ho già sentito tempo prima, perché saltare ancora una volta dalla sedia?

Perché gli Zig Zags rischiano di finire tra le mie band preferite di sempre, e forse non soltanto tra le mie.

  • Pro: la miglior band garage contemporanea.
  • Contro: se non vi piace la drone, il garage rock, la psichedelia, cazzo ci state a fare in ‘sto blog ancora non l’ho ben capito.
  • Pezzo consigliato: sono solamente due e molto brevi, non essendo un album, quindi direi che potete fare lo sforzino di cuccarveli tutti e due.
  • Voto: 9/10

MGMT – Oracular Spectacular

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Gli MGMT sono proprio il classico fottuto e odioso esempio di come la fama uccida la musica.

Si può parlare di rock per gli MGMT?
Certamente, sotto la folta coltre di elettro-pop c’è un’anima psichedelica che proviene dal garage più spensierato, filtrato dignitosamente da esplosioni funky mai ridicole.

Però (e questo “Però” pesa tanto) la grandezza di questa band si esprime e si consuma tutta nelle prime cinque tracce del primo album, dopo di che la fama e i soldi si sono divorate ogni residuo di talento del duo di Brooklyn.

Cacchio gente, “Oracular Spectacular” è un signor disco, un esordio* con i fiocchi e i contro-fiocchi. E lo è ancor di più alla luce di recenti sviluppi funky e disco nella musica rock, da Panic Station degli eredi dei KC & the Sunshine Band (i Muse) al nuovo disco di George Clinton ovvero “Random Access Memories” (aka Daft Punk). Ma mentre questi due esempi mainstream sono IL MALE questo primo album dei giovanissimi MGMT era una boccata d’aria fresca.

Comunque se ce l’ho ancora con RAM dei Daft Punk è solo perché prima non mi dispiacevano affatto (e voglio presto recensire la loro discografia in un solo post presto o tardi), ma il loro ultimo album è quanto di più anacronistico e commerciale (nel senso peggiore del termine) che abbia mai posato la sua plastica sul mio piatto.

Tornando a noi: cosa c’era di giusto in “Oracular Spectacular”?
Tutto! Dal sound dell’album ai singoli pezzi un album d’esordio così è solo da incorniciare.

Peccato che sia stato seguito da “Congratulations” (2010), che io acquistai con la scratch cover, l’unica vera sorpresa di un disco piatto e senz’anima, e dal nuovissimo “MGMT” (2013) che forse nella loro testa doveva essere considerato come un nuovo inizio ed invece si è rivelato essere la definitiva pietra tombale sulla band.

Il problema di recensire album così è che inutile spenderci parole a caso citando altre band o ripercorrendo a ritroso le influenze che lo hanno generato, “Oracular Spectacular” è semplicemente un buon disco, ma che raffrontato a questa nuova tendenza funky (a volte mascherata tramite la dubstep altre dall’elettronica) si rivela come un piccola profezia scevra di ogni inflessione data al mercato o dalla moda.

  • Pro: psichedelici, moderni, festosi, mai idioti o esageratamente scontati.
  • Contro: la differenza tra le prime cinque tracce e le seguenti cinque è abissale.
  • Pezzo consigliato: Weekend Wars.
  • Voto: 7,5/10

*in realtà il loro primo album sotto il nome di The Management è “Climbing to New Lows”, assai dignitoso anche se senza la maturità acquistata successivamente, ma il progetto MGMT oltre al rinominarsi si pone anche delle coordinate che potenzialmente potevano regalarci album più che discreti. Peccato.

PUBBLICITÀ SUBLIMINALE:
c’ho un canale su YouTube. Mi dispiace.

The Litter – Distortions

The+Litter

Quello che vi propongo oggi è un acquisto sicuro, anche se non di eccelsa qualità concettuale.

Sì perché credo che ogni tanto ci sia bisogno di far girare sul piatto un disco che alla fin fine non abbia chissà quali pretese, ma che faccia quel pizzico di rumore che comunque ci allieta la giornata.

E di rumore “Distortions” ne fa, dato che Warren Kendrick lo volle chiamare così perché l’intero album è caratterizzato dall’uso smodato del fuzz-tone.

Il garage dei The Litter è elettrico oltre ogni immaginazione, le casse sembrano emettere fulmini mentre le tracce si susseguono, il che credo sia un ottimo incentivo per l’acquisto di un album di fottuto rock, no?

Cos’altro hanno questi The Litter? Beh, nulla.

“Distortions” esce nel 1967 sull’onda del successo del 45 giri “Action Woman / ”Whatcha Gonna Do About It”, pubblicato da un’etichetta a me sconosciuta (la Warick). Se consideriamo quanto il garage aveva dato fino al ’67 il disco dei The Litter non sorprende né colpisce per una qualche idea in particolare, sono i soliti cinque ragazzini bramosi di fama che indossano vestiti di dubbio gusto e suonano come un Woody Guthrie impasticcato.

L’anno prima uscì dei The Seeds il loro primo album omonimo, una pietra miliare per il rock, un garage a tinte acide che spesso anticipa il punk (No Escape), era uscito un album pieno di ironia e contenuti serissimi come “Black Monk Time” dei The Monks (Complication), The 13th Floor Elevators, Electric Prunes e Blues Magoos tenevano alto il vessillo psichedelico mentre i Sonics spianavano la strada per il punk duro e puro (Strychnine). I The Litter nel 1967 erano in ritardo per la festa.

Un’altra cosa interessante è che “Distortions” è un album di cover, i Litter se ne fottono altamente di scrivere qualcosa di pugno, massacrano a suon di fuzz-tone gli Who, gli Small Faces, gli Yardbirds, cazzo si prendono pure Spencer Davis Group, non si fanno mancare nulla queste fighette di Minneapolis.

Però lo spirito di quei folli anni c’è tutto in questo album, anzi “Distortions” nella sua povertà concettuale è un disco che suona sporco e vivo come pochi nella storia del rock.

Mai un calo di tensione, mai un momento di noia, mai una pausa. La qualità espressa da Jim Kane, Dan Rinaldi, Tom Murray, Bill Strandlof e Denny Waite è strabiliante, e tutto in rigoroso MONO (tranne che per The Egyptian).

Questo è un album che dovrebbe far riflettere tutte quei dannati musicisti perfettini che se non registrano “da Dio” manco pubblicano un loro ruttino. Eppure a volte non servono nemmeno le idee, occorre solo quella fiamma indomabile che il rock incarna nelle sue esplosioni elettriche.

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L’album si apre con la bellissima Action Woman, un monolite del garage rock presente in qualunque collezione si rispetti su questo nobile genere. Se non ti convince un pezzo così sei messo male.

Via subito a razzo con la cover degli inglesi Small Faces, Whatcha Gonna Do About It? che orfana della voce di Marriott si riprende con delle indemoniate sferzate chitarristiche di Rinaldi. Un classe unica.

Siamo alla terza traccia e già possiamo sentirci pienamente soddisfatti dell’acquisto, perché Codine in questa veste distorta è quanto di più rock si possa immaginare. Lenta, potente, elettrica.

Somebody Help Me è un brit-rock basilare suonato da dei geni.

Substitute è la prima cover degli Who, e passa pieni voti. Anche inspiegabilmente del lotto è il pezzo che ha sofferto di più l’inevitabile scorrere del tempo (in coda c’è spazio pure per The Mummy di Tommy “Zippy” Caplan).

Si conclude il primo lato con la psichedelia stereofonica di The Egyptian.

Parte di corsa I’m So Glad con le solite impressioni elettriche col fuzz-tone che riempiono la stanza di luce.

Seconda e ultima cover degli Who, anche A Legal Matter tiene il passo.

In Rack My Mind si presenta pure un’armonica, ma niente blues o folk music del cazzo, fuzz-tone in funzione e garage incazzato per tre minuti e mezzo.

Soul Searchin’ e Blues One elettrizzano le palle con gaudio. Troppo bravi per essere vero.

Si conclude anche questo giro di giostra, ma per chiudere una chicca: I’m A Man, in una versione veloce, distorta e sporca come non l’avete mai sentita.

Il bello di questi album è che non devi scriverci sopra più di tanto, né ci vuole troppo a convincerti, ti piace il rock? Adori il rumore più sgradevole? Sotto la doccia canti The Witch dei Sonics? Beh, stronzetto, o stronzetta che sia, devi avere questa merda.

  • Pro: è rock gente, che altro volete sapere? Cazzo, certo che con i Pro e i Contro ultimamente sto proprio messo male…
  • Contro: se non ti piace il garage lo terrei lontano due sistemi solari da te.
  • Pezzo Consigliato: le prime tre tracce sono da antologia.
  • Voto: 7/10

Pink Floyd, la discografia (parte prima)

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Questo speciale sulla discografia dei Pink Floyd [diviso in tre parti, questa, quella e quell’altra] lo faccio per allontanarmi ufficialmente da due categorie di pensiero sulla band:

  •  la prima è quella per cui The Piper at the Gates of Dawn” è l’unico disco decente della loro discografia, per me non è così, anche se lo ritengo il migliore (tranquilli, spiego anche il perché);
  •  la seconda categoria è quella per la quale qualsiasi cosa abbiano prodotto i Pink Floyd, dagli album alle raccolte, dai singoli ritrovati ai bootleg, fino ai dischi solisti  dei componenti della band è oro colato, dannato oro colato. O comunque meglio di tanta altra roba a-prescindere;

I Pink Floyd sono stati la terza band rock che ho conosciuto, subito dopo Genesis e Led Zeppelin, non c’è dubbio che esista un legame affettivo tra me e il gruppo, non lo nego né tanto meno cercherò di negarlo proponendovi una visione oggettiva della loro discografia, le mie opinioni sugli album sono un miscuglio che va dall’ascolto giovanile e passivo fino alla riflessione storico-contestuale, senza dilungarsi troppo e senza alcun punto di riferimento se non la mia esperienza.

Non parlo quasi mai delle band fuori dal contesto degli album prodotti, non mi interessa, ho letto biografie di molti gruppi e anche dei Pink Floyd, ma non le ritengo quasi mai rilevanti a meno che non ci sia una diretta correlazione tra il prodotto finale e la percezione dell’ascoltatore (badate bene: non dell’autore ma dell’ascoltatore).

Possiamo cominciare?
Bene.

Piuttosto celebri i primi passi dei Floyd, spesso ci si dimentica come la band non soffrì mai così tanto la fame come qualcuno dice, infatti già con i primi singoli da Arnold Lane/Candy and Currant Bun fino anche ai meno celebri Apple and Oranges e Julia Dream riscuoteranno subito un buon successo. Il pubblico che accoglierà i Pink Floyd di stampo fortemente “barrettiano” è un pubblico ormai ben allenato alla psichedelia (quasi sempre legata al garage almeno in America), in fondo anche Fresh Garbage degli Spirit era un hit, i ragazzi ascoltavano i The Leaves, i Canned Heat, il grandissimo Tim Buckley, i The Move, i Jefferson Airplane e duemila altre band che non mi metto qui a elencare.

Quindi il sound dei Floyd non era ostico per niente alle orecchie europee e statunitensi, in particolare per essere una band psichedelica i Pink Floyd non tratteranno mai male l’ascoltatore e quasi mai lo porteranno ai limiti della sopportazione, anche nelle sperimentazioni più “estreme” i Pink Floyd resteranno sempre ben aggrappati a dei canoni estetici e comunicativi universali.

La forza carismatica di Barrett dettava legge nella band, la sua creatività esplosiva lo poneva inevitabilmente al di sopra degli altri membri. Probabilmente Syd Barrett è stato uno dei musicisti più influenti di tutta la storia del rock, e la portata di questa influenza non è ancora stata ancora stimata con precisione.

Anche singoli come It Would Be So Nice di Richard Wright soffrono fortemente l’ascendente musicale di Barrett, si salva proprio il b-side di questo singolo, ovvero Julia Dream di Roger Waters, non così tanto forse, ma di certo se c’era una personalità che voleva spiccare nella composizione di singoli appetibili (non facendo carta carbone di Barrett) quello era Waters.

I Floyd si fanno strada nei locali più “in” del momento, la psichedelia in quegli anni sta già perdendo la sua carica rivoluzionaria iniziale per diventare un divertissement per la medio-borghesia, la gente leggeva Burroughs, Kerouac e Bukowski, ma pochi ne assimilavano il contenuto, stava nascendo una moda.

PINK FLOYD - THE PIPER AT THE GATES OF DAWN A

Nel 1967 esce “The Piper at the Gates of Dawn”, con molta probabilità il più grande album psichedelico di tutti i tempi, e anche quello che ne decretò la fine come genere (nella sua accezione classica, of course), inoltre è uno degli album più seminali di sempre e che ancora oggi ha delle influenze gigantesche (Thee Oh Sees, White Fence, Jacco Gardner, Jeffrey Novak, solo per citarne alcuni dei giorni nostri).

Piper è una raccolta incredibile di idee e intenzioni, da una parte Barrett che vorrebbe diventare come Jimi Hendrix, dall’altra lo stesso Barrett che al massimo è l’incubo folle di Jimi (mettete in confronto Interstellar Overdrive a Uranus Rock, Syd è chiaramente contemplativo e introspettivo, Jimi estroverso e manierista). Distorto, confuso, allegro e irriverente, sono pochi gli aggettivi che sfuggono alla penna del critico quando si ritrova di fronte ad un disco così complesso quanto elementare, così importante quanto incompreso.

Qui c’è la sintesi di tutto il movimento psichedelico, diluito in brevi pillole appetibili (anche commercialmente) dalla fulgida e insana mente di Syd Barrett. Il resto della band fa da comparsa se eliminiamo Take Up Thy Stethoscope and Walk, il singolo di Waters che musicalmente però non si discosta dal sound imposto da Barrett (e intavola già dal 1967 quel personaggio che Waters si porterà dietro di critico dell’umanità, impegnato a discostare l’uomo dalla scimmia, un ruolo che, a parer mio, non riuscirà mai a interpretare in modo credibile).

Astronomy Domine, l’attacco di Lucifer Sam (geniale la recente cover dei MGMT), il riff di Interstellar Overdrive, lo scampanellio delle biciclette di Bike (splendidamente coverizzata nel secondo album di Ty Segall), tutto in Piper è passato alla leggenda. L’unico brano ereditato dai singoli è The Scarecrow (uscito quello stesso anno assieme alla celebre See Emily Play) per il resto Barrett dimostra la sua infinita capacità creativa, un genio incredibile.

Peccato che Barrett decise di bruciarsi il cervello, dimostrando ancora una volta che anche un genio può essere un perfetto idiota. In fondo anche un visionario come Kubrick disse che Spielberg è un grande regista, e lo disse da sobrio, dunque a posteriori possiamo dire che al buon Barrett non è andata poi così male.

Il successo di singoli come Interstellar Overdrive inizieranno i Floyd ad una carriera non proprio qualitativamente altissima nel cinema (diciamo pure merdosa, dai). La traccia sarà difatti utilizzata per “Tonite Lets All Make Love In London” di Peter Whitehead, un regista mediocre noto soltanto per aver registrato molte band rock agli esordi, lo si ricorda perlopiù per il precedente “London ’6667” che raccoglie due registrazioni dei Pink Floyd e qualche intervista. Secondo Wikipedia Whitehead è considerabile come un precursore del video-clip, ma è solo una delle tante voci imbarazzanti di Wikipedia, nulla più.

Nessun album dei Pink Floyd intaccherà in modo così profondo la musica rock, per quanto le vendite siano propense a farci credere che con “The Dark Side Of The Moon” e “The Wall” i Floyd abbiano espresso il loro meglio, il che non è improbabile almeno se consideriamo l’uscita di Barrett e l’inevitabile avvicendamento di Waters come la creazione di un’altra band diversa dalla prima, Piper è una pietra miliare che la musicologia deve prendere in considerazione in modo più serio e analitico, un monumento dalle proporzioni colossali.

L’attività dei Floyd tra il ’67 e il ’69 è frenetica, il che quasi sempre presuppone un notevole calo della qualità, eppure questi tizi riusciranno a produrre comunque qualcosa di interessante.

Senza il genio folle di Barrett i Floyd rischiano seriamente di diventare una copia edulcorata di Arthur Brown o dei The Move, ma si salvano grazie ad una serie di scelte dettate dal caso e dal cinismo di Waters.

Gilmour arriva per rattoppare i vuoti lasciati da Syd e porta un sound nella chitarra che pian piano verrà fuori e resterà nell’immaginario collettivo fino ad oggi. Una tecnica pulita, un suono sempre riconoscibile. Peccato che non valga un laccio di Barrett in quanto composizione, non è un caso se con l’insuccesso di Point Me at the Sky Waters deciderà conclusa l’esperienza dei singoli (sapendo bene di non poter più contare sulle idee geniali ma appetibili commercialmente di Barrett) e si concentrerà sugli album e sul donare un sound ben preciso alla band. Il suo.

Nel ’68 ci riprovano con il cinema, scrivendo qualche pezzo mediocre per il tragico “The Committee”, una merda allucinante del prode Peter Sykes, conosciuto dagli studenti del DAMS e dai nerd per aver dato vita al mitico serial “The Avengers”, un divertente serial inglese che seguiva la moda cinematografica del momento delle spy-story e si basava sui feuilleton a tinte poliziesche e pieni di figa.

Dopo questa indecente prova si rifaranno con “A Saucerful of Secrets”.

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Il disco è una pietra miliare della band, un po’ meno del rock. Perché dico questo? Waters prende le redini della band e la trasporta verso dei lidi pericolosi, dalla psichedelia di stampo garage si passa al prog inglese, ma sopratutto mette giù le basi per un sound talmente particolare da essere unico.

Se da una parte il sound inimitabile dei Floyd è una caratteristica che esalta i fan, dall’altra rende inattaccabili i suoi detrattori, i quali quelle sonorità proprio non riescono a mandarle giù. Forse il problema dei Pink Floyd di Roger Waters è quel lavoro da equilibrista che non porterà mai la band alla sperimentazione estrema come invece poteva sembrare con “A Saucerful of Secrets” e con “Ummagumma” dell’anno successivo, e neanche ad un tentativo di fare genere (tranne che per il caso “The Wall”).

Quindi sebbene Saucerful non sia una pietra miliare del rock (per quanto riguarda la composizione e la portata innovativa – che è di fatto nulla) è un disco abbastanza della Madonna. Bisogna chiaramente apprezzare il sound della band, ma questo vale per tutti i gruppi con un sound così “personale”, unito al fatto di avere a cuore il prog.

Saucerful è dannatamente prog, un prog che si muove in termini quasi mai seri o puramente tecnici, ci sono molti rimandi ancora alla psichedelia americana, e Barrett incombe sulla band come un fantasma che li tiene tutti per le palle (Jugband Blues). Per quanto mi piaccia questo album alla lunga stanca, spesso le idee buone vengono ripetute fino alla nausea, ma alcuni spunti sono indimenticabili.

L’atmosfera generale dell’album si percepisce da due tracce potenti e epiche sotto molti aspetti: Let There Be More Light e Set the control for the Heart of the Sun. Riff ripetuti all’infinito aleggiano nell’aria e scandiscono il tempo come in un rituale sacro, nel mezzo un mucchio di idee non sempre attinenti, ma ben costruite e sopratutto ben realizzate dal punto di vista dell’ingegneria del suono.

Ed ecco quindi comparire fin da subito un altro caposaldo che caratterizzerà la band in tutti i suoi album successivi, e in particolar modo da “Atom Heart Mother” in poi, ovvero la cura maniacale del suono dal punto di vista prettamente ingegneristico. Una carta che i Floyd sapranno giocare bene sempre dal 1970 in poi.

Detto questo Saucerful è stato molto rivalutato recentemente come album, forse anche troppo, in particolare considerando il brio del primo album, qui del tutto sparito.

Nel ’69 Barrett si ripresenta con l’uscita del singolo Octopus/Golden Hair, un prologo di quel che sarà “The Madcap Laughs”, il suo primo album solista del 1970.

Di “The Madcap Laughs” ci sarebbe molto da dire, ma se mi prolungassi per ogni album sarebbe un post ancora più tremendo di quanto già è. Delle sessioni di registrazione di questo incredibile disco si è parlato fin troppo, tanti ancora però non ascoltano con attenzione questo lavoro, come anche il successivo “Barrett” uscito qualche mese dopo (e con qualche acciacco in più).

Dalle leggende che lessi su quelle sessioni notai perlopiù due cose: la fragile e inconsistente personalità di Gilmour, quasi intimorito da Barrett, e la totale follia di Wyatt nel vedere in Barrett qualcosa che in realtà non c’era già più.

Il disco è ovviamente geniale, ben diverso dalle sonorità di Piper, maturato non direi, piuttosto Barrett si è dato ad altro continuando a sfornare singoli straordinari per ecletticità e commerciabilità (Terrapin, Love You, Here I Go, Octopus, Long Gone, She Took A Long Cold Look). Quello che si evince accostando il Barrett del dopo-Piper e il resto dei Floyd è che sebbene nella totale pazzia che stava divorando Syd in quegli anni era lui quello ad avere le idee chiare, al contrario del resto della band, la quale era alla disperata ricerca di singoli “alla Barrett”. Sarà la progressiva presa di posizione di Waters a salvare i Pink Floyd da un lento ma chiarissimo declino (almeno per i critici e per gli ascoltatori dell’epoca). Per lui sarà facile superare la passività di Gilmour, la timidezza di Wright e l’indifferenza di Mason per poter imporre la sua idea su cosa dovessero essere i Pink Floyd.

Le sonorità di Madcap derivano da tutto quello che Barrett ascoltava, dai Nice ai Soft Machine, ma sintetizzato dalla sua personalissima visione. Wyatt vedeva in Barrett un genio avveniristico, cosa che Barrett è stato finché la droga non gli ha bruciato il cervello. Ora era solo un genio sregolato, ma che da solo, senza cioè l’aiuto di altri musicisti e di amici, non avrebbe potuto fare molto.

Barrett” è l’ennesima (e ultima) prova di quanto detto: un genio unico, un fenomeno irripetibile, ma la sua portata è stata irrimediabilmente bruciata da una emotività prepotente che lo rese troppo fragile per questo mondo.

Lontano dalla pochezza della critica sociale di Waters (nulla in confronto ad altri musicisti coevi del bassista dei Pink Floyd), Barrett viveva in un mondo tutto suo, magnifico e terribile, fantasioso quanto tragicamente reale.

Quando a Lucca, al Summer Festival del 2006, Waters (per l’occasione accompagnato anche da Mason, me lo ricordo bene dato che c’ero anche io) dedicò la prima parte del concerto a Barrett deceduto il giorno prima, avevo sedici anni, e per quando idiota già lo fossi sapevo comunque bene che Barrett non avrebbe mai potuto fare altro ormai, dato il suo stato mentale e fisico, eppure mi sentì molto triste. Mi resi conto che un’epoca intera era stata spazzata via, e che quel concerto altro non era che un rituale pagano per ricordare quello che fu, come più o meno tutti i concerti dei sopravvissuti a quegli anni di sesso, droga e non sempre rock and roll.

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