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Psychomagic, The Molochs, Jefferitti’s Nile, Santoros

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L’operazione “rizzatil’uccello con la Lolipop Records” è iniziata! Se la Burger Records ha cominciato (e non da poco) a interessarsi a qualunque cosa si muova e suoni una chitarra, fregandosene della qualità (il più delle volte), la Lolipop è fedele al sacro vincolo dell’autenticità, quella forza latente nel rock che puoi esprimere solo urlando (o sussurrando) ad un microfono chi sei. Il loro catalogo da interessante è diventato il mio preferito in assoluto dopo pochi mesi di estenuante recupero, mica zucchine gente: questi due ragazzi californiani hanno tirato sù un’etichetta con i cojones belli grossi e bitorzoluti.

Dopo parecchi ascolti avrei dovuto scrivere parecchie recensioni, ma l’alcolismo e la pigrizia hanno preso nuovamente il sopravvento. Sembra che rum e studio non vadano d’accordo. Strano. Comunque sia, giusto perché è un imperativo categorico, ho fatto un enorme sforzo scrivendo brevissime recensioni di alcuni album che ho ascoltato di recente.

Alcuni sono carini, uno merdoso, un altro quasi un capolavoro, ma tutto sotto la illuminante guida della Lolipop, ultimo baluardo contro un garage rock sempre meno rock e sempre più moda.

Psychomagic – Psychomagic (2013)a3808446709_2

Se ieri sera fosse stati dalle parti di Los Angeles avreste potuto assistere ad uno show con The Memories, Joel Jerome, Wyatt Blair (progetto solista del batterista dei Mr.Elevator & The Brain Hotel) e Billy Changer (bassista nei Corners). Forse tra tutte queste realtà ormai consolidate della nuova scena garage vi sareste stupiti ad esaltarvi per gli sconosciuti Psychomagic dall’Oregon, protagonisti da qualche anno della scena psych garage.

Se non fosse per la Lolipop Records come avremmo fatto a scoprirli? I 43 scarni secondi di I Don’t Wanna Hold Your Hand sono troppo poco idioti per la Gnar Tapes, e troppo poco rock pop per la Burger. Le influenze pop di Mutated Love non devono spaventare, la linea psych è sostenuta dalle varie I’m Freak (ecco, questa quasi coerente con i prodotti della Gnar), I Wanna Be That Man, Hearthbroken Teenage Zombie Killer, ma le influenze che compongono questo album omonimo sono delle volte troppe.

C’è qualcosa di Late Of The Pier in I Just Wanna Go Home With You, ci troviamo addirittura il peggio di Elton John (sempre che ci sia un meglio) in Bottom Of The Sea!

Che razza di animale sia questo Psychomagic non ci è dato saperlo, un misto amarissimo di psych pop garage che delle volte esalta e altre tramortisce, senza però convincere del tutto.

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The Molochs – Forgetter Blues (2013)

Ma allora qualcuno che ha sposato la linea blues garage c’è! Certo, non è quella hard dei White Stripes, stavolta siamo su lidi molto intimisti, pregni di una poesia e di una potenza sconvolgenti.

Stiamo parlando probabilmente di una delle migliori band di tutta la scena contemporanea, motivo per cui non la troverete in cartellone con i big del momento, dato che se strafottono di aderire al sound patinato che sta facendo sbancare troppe band mediocri (Bass Drum Of Death, FIDLAR, Audacity), i The Molochs si rifanno ad un concetto di autenticità nella chitarra acustica che passa direttamente dal Greenwich Village fino ai Violent Femmes, così dolcemente disillusi, così dannatamente reali.

Il genio di Lucas Fitzsimons nel comporre musica perfetta per le sue ottime liriche è comprabile a quello di Warren Thomas, forse gli unici due cantori dei nostri giorni, alla faccia di certa merda che ci propinano le riviste passando fenomeni da baraccone come cantautori.

Il ritmo ineluttabile di una Oh, Man era davvero tempo che non lo ascoltavo, quanta amarezza in Drink the Dirt Like Wine, così minimale ed espressiva, lontanissima dalla freddezza e dall’isolamento di “Same Old News” di Tracy Bryan (Corners), non c’è un tentativo di descrizione né di allontanamento dal fruitore (come nella musica di Bryant), parole e musica seguono la melodia della necessità.

Stupenda, anzi: immensa cover di Syd Barrett, Wined & Dined, padrino della scena contemporanea come spesso ripeto e sottolineo, fino allo sfinimento.

Se vi volete bene (o se vi volete male ma non sapete esprimerlo) dovete comprare questo “Forgetter Blues”.

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Jefferitti’s Nile – The Electric Hour (2014)a2604003945_10

Non si fa che parlare di questo album da parecchi mesi, così alla fine ho dovuto acquistarlo! La potenza devastante e il wall of sound sono notevoli già di per sé, ma sono le miriadi di influenze sixties che compongono questo schizofrenico mosaico le protagoniste, spesso nella singola canzone ne puoi contare quattro o cinque.

Senza dubbio spaventerete non poco i vostri vicini mettendo a tutto volume Midnight Siren, tra Hawkwind, Ty Segall, Blue Cheer e la velata ma percepibile presenza dell’indie dei Late Of The Pier.

Detto questo dopo aver ascoltato a riascoltato “The Electric Hour” mi sono tremendamente annoiato. Va bene saturare lo spazio, va bene buttarci dentro grandi band come i Blue Cheer e gli Hawkwind, va bene passare da un genere all’altro senza troppi complimenti, però non c’è sostanza!

Insomma, prendete una band qualsiasi della Captcha Records che faccia psych e capirete che voglio dire. Qui la psichedelia è una scusa per mostrare un po’ di virtuosismo, tante paillette colorate e luci stroboscopiche, ma è tutta forma. Che cazzo di senso avrebbe quel gran casino di Stay On? Quale ricerca, quale concetto si cela dietro? Certo, direte voi, non è che per forza bisogna dare un senso profondo a tutto quello che si fa, sono d’accordo, solo che la musica dei Jefferitti’s Nile è pretenziosa, tracotante, barocca, senza motivo di esserlo!

Se fai due accordi e parli di quanto vorresti farti una canna mi sta bene, ma se devi fare terra bruciata del mio spazio vitale sonoro per infilarci tutto quello che ti passa per la tua mente bacata allora posso pretendere un minimo di senso, o no?

Ma poi quelle virate alla Coldplay in Upside? Non ve ne siete accorti? Davvero?

Mah, un album semplicemente ridicolo.

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a1462399879_10Santoros – Animals [EP] (2014) 

Ecco una band con le palle, pochi fronzoli e tante cazzate. Non lo nascondo: provo una profonda e poco dichiarata attrazione sessuale per i volti sudaticci dei Santoros, il loro psych garage sgraziato mi fa frizzare il ravanello. E poi sono messicani. Non lo so, mi sembra tutto troppo bello per essere vero!

Il lamento insopportabile di Jossef Virgen all’inizio di I Didn’t Know è di una bellezza estetica inarrivabile, le incursioni della chitarra di Adolfo Canales sono pura libidine.

L’attacco di Diego Pietro alla tastiera in Rabbits farebbe scendere una lacrima di pura gioia a Ray Manzarek. La sua successiva discesa negli inferi psych garage invece fa piangere d’invidia gli amici Mr.Elevator & The Brain Hotel, chissà come si è torturato le dita Thomas Dolas ascoltando questa Rabbits, un brano che dal vivo si presta al delirio totale, ma che trova la sua definizione nel sound unico e brillante dei Santoros.

Regà: so’ quattro dollari su Bandcamp. Quattro dollari, porcodemonio, quattro, manco lo so quanto viene in euro, meno di qualunque merda ingurgitiate durante la giornata, quindi poche scuse e comprate questo EP.

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Al Lover – Sacred Drugs

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Sapete che dovrei fare? Recensire i Goat.
No, davvero non sapete di chi sto parlando?
Dai gente, ne parlano in tutte le riviste, cristo anche Ondarock stravede per i Goat.
Sarebbe utile una recensione di questa band, per parecchi motivi. Intanto di traffico, sai quanta gente in questo momento sta cercando conferme su quell’album, o vuole insultare gente a caso che lo ascolta? C’è un certo hype attorno alla faccenda, ma già tra una settimana potrebbe calare. Però ho un problema. Non ho il becco di un quattrino.

Quindi eccovi Al Lover e la sua ultima fatica: “Sacred Drugs”! Che dirvi se non STATENE ALLA LARGA, porcapaletta. Al Lover è l’ennesimo figlio dei fiori psichedelico preconfezionato per gli sciroccati, lo ascoltano con trasporto solamente i redattori di Noisey e gli avventori all’Austin Psych Fest (di cui Al Lover è il dj ufficiale), i quali a inizio maggio di ogni lisergico anno si ritrovano a danzare sulle note di queste cacofonie psichedeliche, imbottiti di allucinogeni dalla dubbia provenienza.

Ho delle difficoltà ad apprezzare la psichedelia fine a se stessa. Tipo gli Acid Mothers Temple. Che cazzo c’avranno di interessante ancora non l’ho capito, e ho ben cinque album loro (il self title del ’97, “La Novia”, “Electric Heavy Land”, “Absolutely Freak Out (Zap Your Mind!!)” e “Univers Zen Ou de Zéro à Zéro”) che ascolto e riascolto ogni qualvolta un amico sgrana gli occhi perché «come fanno a non piacerti?» semplice amico mio: la loro musica non ha direzione.

Questi “artisti” stanno tutto il tempo a spararsi degli enormi rasponi metafisici sui loro strumenti, senza veicolare alcun messaggio se non le loro paturnie sull’Universo che cambiano di album in album, dipendentemente dalla loro nuovo fornitore di polvere di fata. Credo siano molto più validi album come “Parable Of Arable Land” dei mitici Red Crayola, ma pure il recente “Eleusis” degli Architeuthis Rex (che non è propriamente psichedelico, ma vabbè) , dove il rumore è sempre vettore di un messaggio, dove la musica è narrazione senza il bisogno di parole. Ma a che cacchio servono musicisti come questo Al Lover, a parte aiutarti a perderti nel labirinto dell’esistenza?

Non so nemmeno come descrivervi le tracce, dovrei elencarvi l’ordine di entrata degli strumenti? Parlare di tonalità, ritmo o emozioni e sentimenti? A me sembra una melma informe adatta solamente allo smarrimento allucinogeno, un’inutile paccottiglia di suoni, ritmi world music e nostalgia anni ’60 di una San Francisco che, grazie al cielo, non esiste più.

Ah, proprio quest’anno Mr. Lover ha lavorato ad un album con i Goat.

Ma lo sapevate che negli States sono tornate le musicassette? Ma che problemi hanno? Non mi dite che è per la crisi, per favore, queste stesse band che pubblicano in musicassetta hanno sempre disponibile la copia in digitale dell’album (che costa meno), e non dite che è una questione di purezza del suono perché tra un Flac e una biro non c’è battaglia.
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Kadavar – Kadavar

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No, non sono l’omonima band metal italiana, sono tedeschi e sono discretamente allucinanti.

Primo 7’’ e primo EP entrambi l’anno scorso ma possiamo già immaginarci un certo quantitativo di sfaceli da parte di questi Kadavar.

L’opening stoner-psichedelico di All Our Thoughts mette subito dei paletti che saranno poi le fondamenta di questo breve lavoro: potenza, riff ben congeniati, progressioni, grandissima qualità nella registrazione e nella composizione, potenzialmente dal vivo devastanti.

Saranno circa un migliaio le band che si cimentano nello stoner, ma sono pochissime quelle che riescono a scrivere dei pezzi che dopo due anni non vengano irrimediabilmente a noia. I Kadavar invece sembrano già un classico di cui non puoi fare a meno, una band imprescindibile per capire lo stoner (e anche la nuova ondata psichedelica) contemporaneo.

Il riff di Forgotten Past sembra uscito da “In The Future” (2008) dei Black Mountain, imperniato però dalle influenze che arrivano dalla solita California e non dalla nostalgia vagamente folk e alla lunga pedante della band di Stephen McBean.

Il rock contemporaneo è tornato al garage e alla psichedelia, e da due anni sta riscoprendo con la stessa profondità lo stoner e il rock-blues (Blues Pills), non che questi generi siano stati mai abbandonati, ma le esigenze storiche li riportano all’attenzione come il più importante fenomeno rock underground. Si è passati dall’interiorizzazione della ribellione col punk post-hardcore (vedi “Zen Arcade” degli Hüsker Dü) all’interiorizzazione e basta dell’indie rock (vedi “2” dei Black Heart Procession) per tornare alla ricerca dell’effimero (il garage) e dell’estraniazione dalla realtà (la psichedelia) con suite lunghissime, che non sono quelle geniali quanto classiche e manieriste alla Acid Mothers Temple, ma sono quelle scarne, piene di feedback e errori alla Harsh Take.

L’età contemporanea tra crisi economica e perdita dei valori (la stretta correlazione tra globalismo e relativismo) si concretizza nei riff portentosi e ipnotici di Zig Zags, nel garage cafone di Ty Segall, nella psichedelia lisergica dei Thee Oh Sees.

L’epica cavalcata di Goddess Of Dawn rende bene l’idea, fino a qualche anno fa questo pezzo poteva essere considerato del mero revival, mentre oggi è dannatamente più contemporaneo di qualsiasi album indie (e sicuramente più sensato di qualsiasi nuovo aborto degli Arctic Monkeys).

Ah, fra l’altro i Kadavar sono anche dei discreti musicisti. Una Creature Of The Demon dal vivo dev’essere una jam infernale fottutamente estraniante (quanto di più ricercato anche nelle avanguardie italiane tipo In Zaire).

L’impressione che mi resta di questa band dopo qualche ascolto è di tre tizi che ci tengono davvero e hanno del talento da vendere, e credo che ci metteranno un bel po’ prima di sfornare qualcos’altro, questo perché la cura della registrazione e delle composizioni è altissima, maniacale per certi versi.

Se vi piacciono i riffoni ben mescolati con un pizzico di psichedelia (più Black Mountain che Hawkwind, tanto per capirci) allora acquistateli senza ulteriori indugi, rimarrete estasiati.

  • Pro: stoner devastante che deve tanto al primo rock-blues, non semplice revival ma ottima musica.
  • Contro: se preferite lo stoner più legato allo space rock rimarreste delusi.
  • Pezzo consigliato: All Our Thoughts.
  • Voto: 7/10

LINK ALLA PAGINA BANDCAMP (dato che ogni volta che metto mini-player dopo qualche ora scompare misteriosamente)

Fuzz – Fuzz

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Secondo voi davvero mi sarei fatto sfuggire l’ultimo album di Ty Segall, anche se mascherato da side project?

Solo che più va avanti il californiano e meno parole si trovano per descrivere la sua musica. Invece che raffinarsi il buon Segall sta regredendo alle sembianze di un cavernicolo, andando a ripescare suoni e sensazioni di fine anni ’60 inizi ’70.

Mollata la sindrome post-depressiva di “Sleeper” (2013) e senza ricercare i furori lancinanti di “Slaughterhouse” (2012) questa volta il californiano prende le bacchette e si appropria della batteria sempre con la solita classe che lo compete, suonando come un dannato cane (e ci piace proprio per questo!).

Lasciando che sia Moothart (il bassista normalmente) a prendere le redini della chitarra solista il sound spregevole di Segall vira decisamente sulla psichedelia e l’hard rock. Eh, ma mica quella roba alla Time con White Fence che abbiamo assaporato tra alti e bassi in “Hair” (2012), qua si gioca pesante sul serio.

Le evoluzioni psichedeliche dei Blue Cheer incontrano la lentezza e la mastodonticità dei Black Sabbath, copulando in una bella ammucchiata a tre con gli Hawkwind, poche orette di jam dopo partoriscono i Fuzz.

Che c’è da dire? Riff su riff che si susseguono con micidiale ineluttabilità, Segall pesta sulla batteria come un bambino arrabbiato, Charles Moothart spara migliaia di decibel contro un pubblico attonito, Roland Cosio smanaccia su un basso le cui note non si colgono con precisione, ma le ripercussioni telluriche sono notevoli.

Sminuito dai poveri miscredenti che si stanno menando forte il cambio con esperimenti noise e sull’ultimo disco di Chelsea Wolfe, questo ennesimo atto di terrorismo sonoro perpetuato da Segall è quanto di più rock si possa chiedere ad un essere umano. Non mangerà pipistrelli, ma è pur sempre un figlio del buon Satana.

Stanotte sacrificate i vostri dischi dei Radiohead al caro Satana e al suo figlio primogenito: Ty Segall.

  • Pro: poche cose uscite di recente, a tutto volume, fanno tremare la terra come questo album.
  • Contro: beh, a parte il sound hard, il rock infernale e i riffoni da erezione perpetua, non c’è altro.
  • Pezzo consigliato: Fuzz’s Fourth Dream.
  • Voto: 7,5/10

Thee Oh Sees – Carrion Crawler/The Dream

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Gentili lettori,
quanto vi propongo oggi è un album di una band che fa stracciare i vestiti di dosso anche ai critici più testardi. Peccato che i voti mediamente alti e i complimenti strascicati vengano spesso rilegati alle ultime pagine, lasciando in copertina gli ultimi aborti degli Arcade Fire.

I Thee Oh Sees sono, e tremo al dirlo, la miglior rock band dell’ultima generazione. Se tremo nel dirlo è per molte ragioni.

La prima è certamente il fatto che oggi definire cosa sia “rock” è sempre più difficile. Non per me, ma il resto della critica che pur di recensire undici miliardi di album al giorno più dell’altra rivista musicale fanno diventare rock anche “AM” degli Arctic Monkeys (per loro la linea di confine è sempre più confusa).

Dimenticandoci di punto in bianco che fare rock non è imbracciare una chitarra e vomitare ovvietà da un microfono, ma è farlo in un certo modo e con dei validi motivi. E il modo e i motivi si sentono parecchio da quelle casse, cazzo se si sentono!

Per i confusi e gli anfetaminici: i motivi non devono per forza essere “alti”, come i modi non devono essere per forza virtuosistici, basta che non siano artificiali. Puoi anche voler diventare i nuovi Beatles, fare un mucchio di soldi e raccatarre figa in ogni angolo, ma se da questi propositi vengono fuori i Ramones è una cosa, ma se invece vengono fuori gli Strokes significa che qualcuno sta mentendo. E i Ramones erano troppo fatti per per riuscirci in modo credibile.

Il rock vero si sente.
Quando ascolto un pezzo qualsiasi degli Strokes non sento niente, a parte una smodata voglia di raccogliere fiorellini in giardino e guardare in TV X-Factor. Quando ascolto i Thee Oh Sees mi si rizzano a porcospino tutti i peli delle palle, vorrei spaccare tutti poster di Frank Zappa in camera con la tavoletta del cesso e guardare Beavis and Butt-Head in streaming.

La storia dei Thee Oh Sees è davvero strana.
Se gran parte delle rock band cominciano coverizzando qualche pezzo con gli strumenti comprati qualche natale di troppo fa da mamma e papà, John Dwyer (leader della band) comincia con esperimenti noise allucinanti.

Il primo nucleo della band si forma nel 1997, denominati Orinoka Crash Suite pubblicheranno tre album che ad oggi ascoltiamo in tutto il mondo solo io e John Dwyer.

34 Reason Why Life Goes On Without You / 18 Reason To Love Your Hater To Death” meglio conosciuto come “1” è una di quelle cose per cui o hai una mente aperta all’esperienza emotiva REALE oppure dopo due minuti fuggi dalla stanza violentato mentalmente. L’esperienza noise non è da tutti, ma se vi piace il genere i primi tre album degli Orinoka vi faranno esplodere il cervello.

Dopo questa avventura composta di rumori, fruscii e ambienti sonori al limite dell’umana sopportazione, la band si volge a sonorità più garage e al formato canzone universalmente riconoscibile. Formano così gli The OhSees che nel 2007, con l’arrivo di Petey Dammit possono trasformarsi nei definitivi Thee Oh Sees.

Con quella chitarra che suona come un basso Dammit dona a Dwyer il sound definitivo, un ponte trascendentale che unisce Syd Barrett, Soft Boys, Fuzztones e Ty Segall.

Non c’è un album che si possa definire “poco riuscito”, dal primo (“The Master’s Bedroom is Worth Spending a Night In”, 2008) all’ultimo (“Floating Coffin”, 2013) eppure ne hanno fatto uno che forse forse è “il più riuscito di tutti”.

Ecco: “Carrion Crawler/The Dream”, uscito nel 2011 qualche mese dopo “Castlemania”, è la sintesi di tutto il sound, delle idee e della follia dei Thee Oh Sees.

Concepiti come due EP diversi Carrion e Dream vengono fusi in unico album, unendo così la vena puramente psichedelica a quella più spiccatamente garage della band. La prima parte apre proprio con Carrion Crawler (chi gioca a D&D sa già a cosa si riferisce) monumento del rock psichedelico, un nuovo classico indimenticabile.

Segue Contraption/Soul Desert, fusione di un loro vecchio pezzo con Soul Desert, fra l’altro la mia preferita dei Can pre-”Tago Mago”. I ritmi ripetitivi, perfetta sintesi di acidi e introspezione, si confermano con la successiva Robber Barons.

Una specie di space-garage quello di Chem-Farmer, con un lavoro portentoso delle due batterie di Lars Finberg e Mike Shoun. Un surf-rock indemoniato.

La breve Opposition (With Maracas), formula garage che sembra la versione velocizzata e sbarazzina di The Whipping Continues (un geniale, acido e rumoroso pezzo contenuto nel precedente “Castlemania”) ci apre alla seconda parte. Il tema musicale sta cambiando repentinamente, portandoci da altri lidi ben più duri e molto meno introspettivi.

The Dream, anticipata da quei brevi accordi così geniali da imprimersi nella mente per sempre, è il cavallo di battaglia di questo album, la sua potenza garage-caotica dal vivo è inebriante, un’orgia sonora che prolunga un orgasmo per sette-otto minuti di furiosa live.

Seguono velocemente perle di saggezza garage impressionanti (Wrong Idea, Crushed Grass), molto più imprevedibile e camaleontica Crack in Your Eye. Degna conclusione la scalmanata Heavy Doctor.

Non c’è bisogno di aggiungere altro, il rock dei Thee Oh Sees è un buco nero che risucchia tutta la storia mantenendo una propria originalità, la quale deriva da una mente geniale e da dei compagni altrettanto degni, un sound unico perché vecchio ma estremamente moderno. Da ascoltare esclusivamente senza cuffie.

La musica di questa band avrà (e già ha) delle ripercussioni decisive nel sound della California. E oltre.

  • Pro: tutto quello che c’è di buoni dietro la parola rock.
  • Contro: se vi piace il rock in tinta pop vi sconsiglio vivamente i loro album, vi risulterebbero inutilmente noiosi.
  • Pezzo consigliato: vi consiglio i due title track, Carrion Crawler e The Dream.
  • Voto: 8/10

Pink Floyd, la discografia (parte seconda)

[questo post è preceduto da questo]

Ritorniamo nel 1969 con “More”, un’opera interessante ma quanto mai sopravvalutata. In sé l’album contiene della buona musica, non un vero e proprio passo avanti per i Pink Floyd, ancora alla ricerca di una vena creativa che esploderà l’anno successivo, però c’è un qualcosa che inficia pesantemente su questo album come su “Obscured by Clouds” del ’72: questi due album erano pensati in teoria per essere colonne sonore.

Fare musica per film è una cosa seria. La musica dev’essere non solo accompagnamento, ma deve rientrare nel progetto filmografico ed essere una parte narrante attiva. Per quanto Moroder sia bravo (ehm) la colonna sonora rifatta di “Metropolis” è uno scempio mai visto, aggiunge parole, concetti e suoni del tutto estranei all’opera di Lang, distorcendone inevitabilmente la visione. Al contrario la semplice The End di Jim Morrison, che Francis Ford Coppola ha voluto per il suo “Apocalypse Now”, funge come un coro greco donando profondità al personaggio e ci aiuta a comprendere meglio la poetica e il messaggio che sta dietro al film. Per non parlare di lavori ben più raffinati dove la musica è ancora più importante dell’immagine per comprendere lo sviluppo della narrazione come in “Trois coleurs: Bleu” di Kieślowski, oppure nei film del grandissimo Sergio Leone musicati da Ennio Morricone, dove il regista (un totale ignorante in fatto musicale) per ideare una scena partiva quasi sempre dalle note di Morricone, costruendo il montaggio in sincrono con esse.

Quello che invece fa Schroeder (il regista di “More” (1969) e di “La Vallée” (1972) musicati dai due album sopra detti dei Pink Floyd) è un’operazione di tragico copia-incolla, prendendo i pezzi composti dai Pink Floyd e incollandoli nei suoi film raramente con criterio. “More” per i primi ’50 minuti sembra un film di propaganda per le droghe (ma per fortuna non è così), e la musica è messa lì senza un vero perché, già con “La Vallée” ci sono dei riferimenti ben precisi tra musica e trama, ma il lavoro di sovrapposizione delle tracce in alcuni momenti del film è abbastanza casuale, o comunque non riesce mai appieno.

Nel ’70 ci provano addirittura con il genio Antonioni, l’album si chiama come il film: “Zabriskie Point”; una prova leggermente migliore come incastonatura cinematografica, anche se quasi tutte le proposte musicali dei vari artisti impegnati col film non furono molto apprezzate da Antonioni (i Floyd parteciperanno con tre pezzi, di cui due originali, ma inizialmente dovevano occuparsi dell’intera colonna sonora). Da ascoltare Come In #51, probabilmente la miglior versione esistente di Careful with That Axe, Eugene.

Presi come album “More” e “Obscured by Clouds” hanno i loro pregi e i loro difetti, e per quanto mi riguarda sono entrambi dischi più che dignitosi (anche Clouds, che a livello di composizione è banale, ma il suo dialogo con l’azione filmica è migliore di “More”), ma come musica per film fanno proprio pena.

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Il 25 ottobre del 1969 esce “Ummagumma”, assieme al celebre bootleg in Belgio con Frank Zappa. “Ummagumma” è un doppio, in bilico tra la sperimentazione e nostalgia.

La nostalgia si esprime con il primo disco, una live, dove i Floyd ripercorrono la loro breve storia: dalla psichedelica cosmica di Astronomy Domine al pandemonio controllato di A Saucerful of Secrets (sonorità che saranno riproposte nel celebre “Pink Floyd: Live at Pompeii” del ’72).

Il secondo disco è certamente il più interessante (ma non necessariamente il migliore). Ci tengo a far notare come nessun membro dei Pink Floyd dirà mai di esser stato soddisfatto dal proprio lavoro in questo album, rinnegato da quattro quarti della band. Proprio per questo “Ummagumma” risulta essere il miglior album dei Floyd del post-Barrett fino al ’70, la libertà creativa, i problemi, le pressioni, le angosce e le diverse personalità vengono fuori con prepotenza, un disco autentico e che denuda i singoli membri e li mostra in tutti loro difetti. Con Sysyphus Wright mostra intanto di essere quello con le basi musicali più solide, e come per i Velvet Underground e gran parte dei movimenti d’avanguardia conosce bene John Cage e i suoi insegnamenti. Con un sound angoscioso e forzato Sysyphus resta la prova di maggior spessore dell’album. Grantchester Meadows e Several Species Of Small Furry Animals Gathered Together In A Cave And Grooving With A Pict sono due uscite di Waters molto divertenti quanto fini a stesse. Non ha intenti “alti” il buon Waters, e forse con queste due composizioni sembra quasi beffarsi un po’ del resto della band, quando in realtà come confermerà negli album successivi non si discosterà poi così tanto da questa idea goliardica di sperimentazione.

The Narrow Way è un’occasione per David Gilmour di dimostrare di possedere una qualche dote compositiva. Alla fine non và oltre il compitino, ma le atmosfere si collegano comunque all’irrequietezza che aleggiava nella band e quindi nel mood nell’album stesso. Si conclude il giro con The Grand Vizier’s Garden Party di Mason, il più onirico dei quattro. Virtuosismo (non incredibile) senza direzione. Anche nel loro volto più sperimentale i Pink Floyd deficitano però di narrazione musicale. Meglio se mi spiego, però.

Album ormai conosciutissimi come “Parable Of Arable Land” (1967) dei Red Crayola hanno nella loro dimensione caotica un sottoinsieme narrativo piuttosto forte. Il disco è un passaggio ipotetico da “Junkie” (1953) il romanzo di Burroughs (edito in Italia con il titolo “La scimmia sulla schiena”) al free-jazz più spinto, frutto di una esperienza (la droga) che viene narrata tramite il caos più inascoltabile. La narrazione in un disco sperimentale può essere la chiave di lettura più affascinante e funzionale, che permette all’ascoltatore di non limitarsi ad un ascolto attivo ma meramente tecnico, quanto ad una immersione diversa dal solito nell’ambiente sonoro, fatta di stimoli e impressioni che devono essere colti dalla nostra personale sensibilità. In questo senso non si discosta nemmeno così tanto un album come “From The Caves Of The Iron Mountain” di Steve Gorn, Jerry Marotta e Tony Levin , un viaggio straordinario in queste meravigliose montagne che ha nei suoi ambienti sonori dei rimandi narrativi piuttosto espliciti (il suono dei passi, per esempio).

“Ummagumma” è un dunque un ottimo sunto dei Pink Floyd nel momento di passaggio tra Barrett e Waters.

Prima di passare ad “Atom Heart Mother” soffermiamoci un attimo su Roger Waters, in particolare con il suo primo album solista  per il film “The Body” (“Music From “The Body””) del 1970. In realtà l’idea e la composizione di questo album, per alcuni sperimentale (per me un passatempo, oppure una sorta di musica descrittiva morbosamente realista), è di Ron Geesin, lo stesso che comporrà per i Floyd la mastodontica suite di Atom, autore assolutamente marginale, celebre per una continua spettacolarizzazione di esperimenti musicali di nessun valore. La sperimentazione per Waters è un qualcosa di leggero, divertente ma non troppo irriverente, difatti Waters non vuole essere un profeta della musica rock, piuttosto ha quella spinta nell’invenzione a tutti i costi di matrice infantile (perché non porta a nulla, non perché sia scritta male).

L’idea di un suono sperimentale commerciabile nasce proprio con i Pink Floyd (anche se ha i suoi precedenti nella Tobacco Road dei Blues Magoos e in “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, con la sostanziale differenza che per i Floyd divenne un marchio di fabbrica) ma nasce in primis da Waters, che già con i suoi interventi in “Ummagumma” riesce a utilizzare il linguaggio della sperimentazione in chiave incredibilmente soft-rock.

Atom Heart Mother” era essenzialmente il “o la va o la spacca” della band, orfana definitivamente di Barrett e senza le sue idee così appetibili al mercato dovevano per forza di cose concludere qualcosa. Grazie a Geesin riusciranno a donare alle impressioni inizialmente confuse dei singoli membri una unitarietà inaspettata (di questa esperienza faranno tesoro fino a “The Wall”, per poi dimenticarla senza un motivo preciso).

Il primo lato di “Atom Heart Mother” è occupato dalla suite composta da Geesin (il quale non vedrà mai il suo nome stampato sull’album, anche se da qualche anno i legali hanno rimediato a questa “svista”) che mescola senza timore sperimentazione (Red Crayola, Magma) al blues e al prog rock. Probabilmente la suite più divertente della storia del rock assieme a Echoes (di cui parleremo dopo). Difficilmente il rock meno impegnato riuscirà a sfornare musica di questo livello, non ci sono dubbi: per quanto riguarda il soft rock commerciale i Pink Floyd di Waters sono il meglio a disposizione, e questa suite lo certifica. Il lato B propone quattro tracce, la prima minimalista e in bilico tra l’intellettuale e l’effimero, ovvero If di Waters, la bella e nostalgica Summer ’68 di Wright (che conferma la sua statura compositiva nei confronti di Waters, genio sregolato senza direzione fino al ’79), seguita dalla ottima Fat Old Sun di Gilmour, ancora oggi un suo cavallo di battaglia nelle live, una delle sue poche composizioni degne di nota. Conclude la carrellata Alan’s Psychedelic Breakfast, composta da tutti i membri della band e che trova la sua definitiva consacrazione nel leggendario bootleg “A Psychedelic Night” sempre del 1970.

Poco prima dell’uscita di questo album, come detto “o la va o la spacca” (e andò assai bene, sbancando anche in U.S.A.) uscì anche la prima raccolta dei Pink Floyd, che non è “Relics” la quale uscirà l’anno successivo, ma bensì “The Best of Pink Floyd” meglio conosciuto nelle recenti ristampe come “Master of Rock”. Questo disco è un vero e proprio spaccato della band nel periodo più critico, ovvero il passaggio di consegne da Barrett a Waters, e ci propone tutti pezzi o coevi e precedenti a “The Piper at the Gates of Dawn”, quasi una bocciatura ufficiale di quanto fatto oltre quel primo leggendario album!

Ripresi dalla botta di soldi arrivati con “Atom Heart Mother” (i quali aiutano sempre a ritrovare una certa autostima) nel 1971 pubblicheranno il ben più famoso”Relics” (la copertina originale era un disegno di un fantasioso strumento musicale, quella odierna rappresenta lo stesso strumento ricostruito da Storm Thorgerson e poi regalato a Mason, autore del disegno originale), il best of anche stavolta prende molto da Piper, ma spuntano fuori singoli dagli album successivi: i Pink Floyd stanno finalmente superando la sudditanza dal genio di Barrett.

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Poco prima di “Relics” viene fatto uscire “Meddle” (sempre nel 1971), un disco che ho amato profondamente, di certo uno di quelli che ho ascoltato di più da adolescente, ma che negli ultimi anni ho dovuto ridimensionare non poco (questo non toglie il piacere dell’ascolto, sia chiaro).

Difatti il buon “Meddle” è la più grande presa per il culo mai sentita nel rock (ok, non la più grande, però ci voleva una cosa d’effetto se no qua ci s’addormenta). Non per la musica, che è tutt’altro che scarsa o mal suonata o cazzi e mazzi. Ancora una volta il lavoro di ingegneria del suono è impressionate (non lo abbiamo detto di Atom, ma è un discorso trasversale che d’ora in poi vale per tutti gli album dei Floyd che prenderemo in considerazione), ci sono pezzi che sono nella leggenda, ma il concetto dietro l’album e la sua composizione ne sviliscono non poco il prodotto finale.

“Meddle” è il copia-incolla di Atom, non solo per struttura del disco in sé (un lato per la suite e l’altro per i pezzi singoli) che va bene, ci mancherebbe, è una libertà indiscutibile e che non toglie né dona valore ad un album, ma per il copia-incolla della struttura della suite (con pochissime variazioni in generale), e poi per l’aver trovato delle sonorità che “funzionano” e averle riproposte tali e quali senza alcun tentativo di migliorare il prodotto musicale finale.

I Pink Floyd, leggasi anche come “Roger Waters e i suoi fantastici amici”, hanno trovato la formula magica per fare della musica tutta uguale ma vendibile come unica. Il sound particolare e inimitabile e la cura certosina dal punto di vista ingegneristico sono da una parte una sicurezza per i fan (vedi me, che adoro il disco in questione) ma certamente non sono un pregio per chi vuole avvicinarsi ai Pink Floyd con ormai una certa cultura rock appresa negli anni.

C’è poco di sincero e di autentico in “Meddle”, lo studio freddo e distante della band fa poco rock, ma piuttosto pop o soft-rock da masturbazione emo-tiva. Che poi tutto questo sia filtrato dal Rock e dalla sperimentazione non cambia il risultato finale. La critica sociale nei Floyd praticamente non esiste, e la capacità liriche di Waters, oggi innalzato come uno dei più grandi parolieri del rock, sono in realtà assi povere di contenuti e sopratutto a livello letterario (ovvero a quello che le compete, nulla più, nulla meno) sono piuttosto mediocri. Quello che resta alla fine è un sound.

Stavolta il lato A ci presenta i singoli e il B la suite. One of These Days già contiene in in potenza qualcosa di “The Dark Side of the Moon” ed è uno pezzi più riusciti nella carriera dei Pink Floyd. Poi c’è Fearless tra le migliori collaborazioni made in Waters/Gilmour a mio modesto avviso, semplice ma intensa, favolosa  l’intuizione di Waters di inserire il You’ll Never Walk Alone (anche se, se non ricordo male, il sample usato da Waters deriva da un collage di un altro musicista, ma non mi sovviene alcun nome, inoltre questo post lo sto scrivendo a braccio in piena notte, dunque abbiate pazienza per queste dimenticanze o imprecisioni del cazzo!) famosissimo coro dei tifosi del Liverpool. Si chiude con San Tropez e Seamus, un lato A di un pop raffinato ma sopratutto, non mi stancherò mai di ricordarlo, straordinario per l’ingegneria del suono. Si è persa quasi totalmente la vena psichedelica.

Echoes è una sintesi perfetta del sound dei Pink Floyd, copiando quanto fatto con Geesin (rivelatosi un spunto di fondamentale importanza per la loro carriera a venire, e ringraziato a suon di patate) riescono condurci in un viaggio immaginifico, costruito con sapienza ma anche con una certa dose di freddezza. Resta un pilastro della composizione del soft rock, ben poca roba nel prog che vedeva i King Crimson sfoderare in due anni “Lizard” e “Island” (preparandosi all’apice compositivo di “Lark’s Tongues In Aspic” del ’73) e i Soft Machine robetta come “Volume Two” e “Third”. I paragoni con la scena progressive ormai non reggono più, ma i Pink Floyd sono già un prodotto a sé stante, proprio come voleva Waters.

Divertente il “caso” italiano di Paolo Ferrara e del suo “Profondità”, un album che creò qualche diatriba anni fa a causa di alcune assonanze con i pezzi dei Pink Floyd, se non addirittura dei veri e propri plagi. Secondo qualcuno la band di Waters avrebbe copiato molte idee da questo disco di Ferrara per poi inserirle in album come “Meddle” ma anche in “The Dark Side of the Moon” e “Wish You Were Here”. Vi invito all’ascolto delle tracce facilmente reperibili su YouTube, capirete da voi come le sonorità siano ben oltre la data suggerita da Ferrara (1972, secondo l’esimio), ma resta comunque un album piacevole e per niente scontato. Un caso simpatico, nulla più.

Nel ’72 esce “Obscured by Clouds”, sul quale direi di aver speso il giusto numero di righe. Ma nel 1972 esce anche il meno conosciuto “Pink Floyd – Zürich 1972”, con una bellissima versione di Childhood’s end da Obscured, che merita l’ascolto per quanto mi riguarda.

[per la prima parte clicca qui, per la terza qui]

Mikal Cronin – MCII

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Cosa ci si aspetta da un disco come “MCII”?

Probabilmente non tutti conoscono ancora Mikal Cronin, un bravo ragazzo californiano dal sound grezzo e violento che con dischi come il precedente (omonimo del 2011) e il bellissimo “Reverse Shark Attack” con Ty Segall si è imposto, almeno per la critica musicale, come tra i giovani più interessanti di una California rivitalizzata nella psichedelia e nel garage.

Quindi riponiamoci la domanda: cosa ci si aspetta da un disco come “MCII”?

Semplice: due palle come mongolfiere, casino, garage e divertimento a sfinire.

Ma nella vita non tutto è come vorremo che fosse.
Comprato all’uscita nella speranza che il buon Cronin mi rompesse definitivamente le casse, sembra che il mio più recente acquisto invece mi stia rompendo assai i coglioni.

La virata di Cronin è quella per un rock più “arioso” nei riff, che ammicca in modo svergognato ad un garage imbonito da spiaggia californiana più che da festival della birra con i Thee Oh Sees in scaletta.

Le prime tre tracce scorrono, non c’è che dire, in confronto a qualsiasi altro lavoro di Cronin c’è una certa armonia, il suono varia dal pulito allo sporco senza intoppi, mix e produzione con i fiocchi. Dei tre pezzi che ci introducono al secondo album di Cronin segnalo solamente Am I Wrong, leggermente più animata o quantomeno personale, un buon livello di composizione (ma sempre elementare, il che va bene finché cazzeggi, ma non quando fai finta di fare roba “seria”).

Si rialza Cronin con See It My Way, che sembra uscita pari pari da “Hair” di Segall e White Fence, con un pizzico meno di psichedelia. La forma “singolo” però mi disturba. Cronin ha confezionato un perfetto biglietto da visita per radio e TV, non è un caso se quindi la critica lo accoglie come il suo miglior lavoro.

See It My Way non è un brutto pezzo (il testo ha anche un che di garage), ma un po’ come You Make The Sun Fry, singolo da “Goodbye Bread” di Segall, appare studiato a tavolino e manca di autenticità, se capite cosa intendo.

Peace Of Mind nella sua “confezione da spiaggia” non perde una certa piacevolezza, inficiata comunque da un continuo rimando a sonorità troppo commerciali per non essere notate.

Quando le mie speranze ormai sembravano perse in un abisso di chitarre acustiche e giovani californiani palestrati in camicia hawaiana arriva Change, che sulle prime mi rinsavisce, e in effetti il riff funziona bene, peccato che il resto subisca un po’ ancora questo forzato imbonimento.

Provo una certa rabbia per questo cambiamento di rotta.
Non sono di certo uno che si affeziona ad un sound, se un artista che mi fa cagare cambia rotta e mi piace è ok, e anche se un rocker incazzoso diventa una checca rifatta a me va bene se la musica comunica comunque qualcosa. La rivoluzione nel sound dei Meat Puppets da “Meat Puppets II” a “Up On The Sun”, sebbene mi abbia scombussolato sulle prime, mi ha regalato uno dei miei dischi preferiti, tutt’ora il mio preferito della band.

Quindi porcamiseriamaledetta non me ne frega nulla se Cronin adesso si sente a contatto con Madre Natura e deve farcelo percepire pure a noi a suon di litanie acustiche, perché se ci metti l’anima, se ci metti il rock, va più che bene. Ma non è proprio il caso di questo album.

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La chitarra è diventata light senza un motivo preciso, perché non c’è nulla nella musica e nella composizione che lo giustifichi, è tutto decisamente piatto, ripetitivo, impersonale e tragicamente scontato. Un bel cambiamento in confronto al primo album: “Mikal Cronin”.

Don’t Let Me Go è un altro pezzo che sembra proprio pensato per essere un bel tormentone per i giovani californiani che viaggiano a tutta birra per strade deserte con la radio a palla, una cosetta che non dispiace a nessuno, che non ferisce ma nemmeno colpisce, superficiale.

Non più cosa aspettarmi mentre il disco volge a Turn Away. Almeno si finge di cambiare ritmo, ma le sonorità restano quelle. Encomiabile lo sforzo di donare all’album un sound ben definito, e vorrei tanto che voi capiste che VA BENE e oltretutto è PIACEVOLE, ma che essenzialmente manca di passione.

Con Piano Mantra entra in gioco pure un piano che spizzica qua e là qualche accordo degno di Allievi, mentre si aggiungono degli archi e il tutto prende il colore di un Leonard Cohen poco ispirato, spezzando inspiegabilmente la trama sonora fin qui portata avanti. I testi che seguono non sono certo di un T.S.Eliot o di un Bukowski, ma questo nel rock va bene, tranne quando la musica e il tono fanno pensare che il musicista abbia qualcosa di profondo e importante da dirci (ed invece ci becchiamo una riflessione alla Baci Perugina). Su queste sonorità (in realtà no, ma vabbè) e con un’idea più genuina di climax consiglio vivamente Panic Attack #3 degli italiani a Toys Orchestra: così si scrive un cazzo di pezzo.

No, vabbè, sono troppo scazzato per questo disco, davvero troppo.

  • Pro: beh, mica fa cagare.
  • Contro: santo cielo se fa cagare…
  • Pezzo consigliato: Apathy. È del disco precedente dite? E secondo voi non lo so?
  • Voto: 4,5/10

White Fence – Cyclops Reap

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Prenoto “Cyclops Reap” del buon White Fence più o meno una settimana fa. Sentivo il bisogno di un po’ di sana psichedelia.

L’Università occupa da qualche giorno qual gran salone vuoto del mio cranio, e fa un casino della Madonna. Cazzo, mi sono sparato a mille “Slaughterhouse” di Segall perlomeno cento volte, ma niente gesùd’amoreacceso, il cervello è impappinato alla grande.

Mi dicevo: devi scrivere una sudicia recensione, hai un blog per quello, non puoi lasciarlo marcire e baggianate varie. Così mi sono messo ad ascoltare un sacco di roba a rotazione, ma niente di cui valesse la pena parlare.

L’altro ieri sono sceso in garage alla ricerca di qualche disco o musicassetta dimenticata, ho tirato fuori dall’oblio certa merda che nemmeno vi sognate: dagli Incubus ai Red Hot è uscito di tutto, tutta quella roba che per un motivo o per un altro in camera mia non ci entra nemmeno se butto giù tutte e quattro le pareti.

Più cercavo di concentrarmi più vagavo senza meta.
Ieri sono uscito per andare in fumetteria, una cosa che non facevo da almeno due anni (e ho la fumetteria sotto casa!). Ritornare in quel posto speravo mi sconquassasse un po’, desideravo una sorta di reminiscenza cosmica, ricordarmi di quando ero quattordicenne e coglione, e invece niente, assolutamente niente.

Per entrare nella fumetteria devi prima passare dal benzinaio di fronte, dove lavora il proprietario. Uno scambio veloce di gesti esplicativi e ci capiamo subito, prende le chiavi e mi apre. La fumetteria è piccola, appena sei dentro vieni disorientato da mille colori acidi, l’odore della carta si mischia a quello della benzina, le luci si rifletto sulla plastica protettiva che ti divide dai numeri più costosi e rari.

Ci passavo le giornate in quel posto e ragazzi, sebbene sia davvero un buco, nessuno mi notava più di tanto. Conoscevo a memoria la disposizione dei fumetti in tutti gli scaffali, le loro copertine, gli autori, i prezzi. Lì comprai la prima edizione originale di Watchmen (la prima in volume, vorrei sottolineare), mi costò parecchio potete scommetterci, e oggi non so se rifarei mai una cazzata simile.

Compro il secondo numero de “L’Immortale” di Hiroaki Samura per un’amica e chiacchiero un po’ col tipo della fumetteria. Quello mi racconta un po’ di quanta merda sta collezionando ora che le leggi per le fumetterie stanno cambiando radicalmente. Sapete che adesso nell’arco di un anno devi avere venduto più di quanto hai comprato se no ti chiudono baracca e burattini? Praticamente chi cazzeggia col fumetto adesso si ritrova come il mio amico fumettaro sotto casa, che ha dovuto distruggere un sacco di begli albi e firmare una serie di documenti che lo confermavano a norma di legge per non chiudere. Bella merda.

Tornato a casa trovo White Fence ad aspettarmi.

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È arrivato, ma non so se ho tanta voglia di ascoltarlo.

Lo metto sù tanto per fare qualcosa e mi butto sul letto.

Cyclops parte, ed io intanto me ne sono già andato. Non riesco davvero a concentrarmi in questi giorni, così la prima traccia, Chairs in the Dark se ne va senza che io possa dirgli addio.

Cerco di immaginarmi Fence davanti a me, seduto sulla mia sedia a dondolo che strimpella i suoi pezzi, uno dietro l’altro.

Sento l’odore dell’estete, il mare fermo come un lago e il sole che lascia solo afosi ricordi all’orizzonte. Batte i piedi sulla sabbia Fence, tiene a mala pena il tempo mentre latra come il più stanco dei Syd Barrett.

Appena parte Pink Gorilla perdo il senso del tempo e mi ritrovo in una discoteca vuota, i neon mi illuminano la camicia di un schifoso rosa che non sa davvero di nulla. Fence è ancora lì, stavolta con la sua band (dei coniglietti rosa che suonano palesemente svogliati), appena finisce questa serie di accordi molto The 13th Floor Elevators ritorno in spiaggia.

Un vento leggero si alza, diventa tutto in bianco e nero, finché a metà di White Cat tutto torna odiosamente a colori.

Mi alzo dal letto solo per finire per terra, Fence come un menestrello sotto anfetamine, saltella attorno a me stonando l’impossibile.
Il volume sale e scende, la velocità sembra rallentare per poi riprendere a correre, il disco sembra fermarsi di colpo, la puntina sembra piegarsi ma Fence la riprende per un pelo e tutto scorre come prima.

Sono in mezzo ad una strada, mi fulminasse Beefheart se non è quella di “Help!”, il film dei Beatles che ho rivisto qualche notte insonne fa. Fence però non fa il cazzone come quei quattro scarafaggi, lui se ne sta seduto in mezzo alla strada che suona Only Man Alive, una palla massacrante, ma quando se ne va?

Su Run by the Same mia madre bussa alla porta di camera mia << devi buttare l’immondizia >> mi dice, o così ho capito, le rispondo che finisco di sentire quest’ultima traccia e vado.

Le chitarre si mescolano, Dylan, Donovan e Barrett stanno suonando tutti assieme, ma che ci fanno ancora qui? Non mi sembra abbiano nulla di nuovo da dire. Ora basta: prendetevi Fence che se ne sta lì steso a terra, non lo posso vedere in questo stato! Ecco, andatevene, ho un sacco di cose da fare qua…

Se solo trovassi la giusta concentrazione…

The Black Keys – Rubber Factory

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Prima di recensire questo disco vanno fatte delle premesse:

  1. i Black Keys mi piacevano (assai), ma ora sono tra le peggiori band a giro (e vi spiegherò perché);
  2. tutto quello che hanno fatto i Black Keys lo avevano già fatto i Sonics e i Music Machine, tranne che per “Attack & Release” per cui va fatto un discorso diverso (e vi spiegherò anche questo);
  3. Coca-cola e Pepsi non sono veramente diverse per gusto o colore, ma lo sono concettualmente (sì, c’entra, e vi spiegherò perché).

Da questi tre punti, che sono le premesse necessarie per continuare questa recensione, ricaviamo i quattro passaggi fondamentali per Una Buona Recensione: 1) la storia della band; 2) la musica a cui fa riferimento; 3) la recensione del disco; 4) le conclusioni del caso.

1) La band, formata soltanto da Daniel Auerbach (cantante e chitarra) e Patrick Carney (il batterista), si ritrova nel 2001 a cazzeggiare assieme senza troppe pretese, quando nel 2002 fanno uscire “The Big Come Up”, il loro primo disco, e diventa subito un successo. Non si sa bene se sia culo o cos’altro, ma il garage-rock-blues di questi ragazzacci funziona.

Nel 2003 con “Thickfrekness” sembrano aggiustare ancora un po’ il tiro, misurandosi con un rock piuttosto hard nella filosofia del low-fi. Il secondo disco è davvero un passo avanti. Sebbene mi piaccia consigliarli entrambi a chi mi chiede “ehi, ma chi sono ‘sti Black Keys?” devo dire che Thicky ha una marcia in più. Più rumoroso, più casinista, più garage.

Continua il successo per la band, anche se molti critici nostrani sembra che credano fermamente che prima di “Attack & Release” non li cagasse nessuno (perché non se li cagavano loro). Invece già col secondo album, prodotto dall’ottima etichetta Fat Possum Records (che annovera nomi come quelli di Iggy Pop, Andrew Bird, i Caveman, i Dinosaur Jr. e altri) i plausi dalla critica americana non sono pochi, e i loro pezzi si sentono ovunque, dalle radio ai cinema.

Arriva nel 2004 “Rubber Factory”, un lavoro egregio a mio avviso (e il mio disco preferito dei Keys), ma ne parleremo meglio dopo.

Con “Magic Potion”, disco uscito nel 2006, comincia il declino. Il sound si addolcisce, il rock sembra un tantino stantio, non voglio dire che non sia rock, dico solo che è un rock svogliato, inutile fine a se stesso, senza energia! 

Intanto iniziano ad essere prodotti dalla Nonesuch Records (etichetta della Warner), e già nel 2008 accoglieranno anche la Danger Mouse. Il sound cambia, e parecchio.

Attack & Release” esce proprio nel 2008, l’arrivo della Danger Mouse si fa sentire, e il disco è quasi certamente il miglior lavoro della band, o quasi.

Il lato A risulta una bomba di psichedelia e rock d’annata, c’è l’elegiaca All Your Ever Wanted (un finale tra i più belli), godurioso il riff di I Got Mine che ricorda le cose migliori di Rubber, ma con un sound pulito e sofisticato (per quanto possa essere sofisticato un disco dei Black Keys), bella anche Psychotic Girl, insomma, un disco abbastanza cazzuto. Ma già nel lato B le cose si calmano. Sebbene pezzi come Se He Won’t Break siano cento volte meglio di qualsiasi cosa passi per MTV e affini c’è una certa artificialità nell’esecuzione. Insomma: non è la solita solfa, abbiamo lasciato il garage dei Sonics per andare a cercare lidi più complessi e raffinati.

Il sesto disco arriva nel 2010, è “Brothers”, questo è l’album che porterà i Keys ad essere conosciuti in tutto il mondo, ed è un delusioni totale.

Arrivato al negozio non mi siedo neanche per ascoltare, lo compro, speranzoso di sentirmi ancora qualche bel riff cazzuto e momenti di delirio, ed invece mi ritrovo preso in giro come poche volte nella mia vita! Cazzo gente, “Brothers” è una fregatura bella e buona! Un disco piatto, noioso, ripetitivo oltre misura! Non salto sulla sedia su nessun riff (che poi sono rumori indistinti), non c’è mai un cambio di velocità che si faccia notare, mai un’idea, assomiglia esageratamente a “Keep It Hid” (2009) il disco solista di Auerbach che altrettante perplessità mi lasciò a suo tempo. Che pena.

La solfa non cambia, anzi, peggiora, con “El Camino” (2011), un disco che suona come un affronto al rock duro e puro delle origini, il simbolo di una band venduta a MTV e ai colossi della musica.

Non solo il titolo riporta alla mente idee malsane come “Bananas” (perché chiamare un album come una macchina? Insomma, il titolo di un album è la sua presentazione, cosa dovevo aspettarmi da “El Camino”, una serie di sample di Chevrolet che sterzano a tutto fuoco?) ma oltretutto diventa il loro maggiore successo!

All’interno c’è di tutto per il campionario delle ovvietà e della noia, mi limito a segnalare i due pezzi migliori, se così si posso definire. Gold On The Ceiling viaggia abbastanza bene, il riff ti entra in testa come l’organo elettrico, ma non è che sia chissà che pezzo. Little Black Submarines sembra un tentativo di migliorarsi nella composizione, peccato che poi non lo sia, sembra un rock brutto, ignorante (che razza di aggettivi sono? Boh, è quello che mi è venuto in mente).

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2) I Black Keys, musicalmente parlando, partono con i Sonics, partono col garage. Sebbene nelle loro zone ci si ricordi perlopiù dei Devo, i Keys sotto sotto sono un po’ dei californiani in trasferta a Detroit. Dopo gli inizi rudi che band come i Von Bondies o gli Stripes hanno appena assaggiato, al contrario proprio del più famoso duo rock  si sono venduti alla grande, addolcendosi schifosamente, ipoteticamente pronti per suonare negli Hard Rock Café accanto a Rihanna.

Ora basta cazzeggiare, recensiamo.

3) “Rubber Factory” mi eccita.
Ma non come la caffeina.
Ecco, avete capito.

Quando ho udito le prime note di When The Lights Go Out intuì che questo era un disco per me. Lento, blues, garage, questo pezzo ferma il tempo attorno a me, con pochi accordi raggiunge l’anima (o le palle, fate voi) e mi stuzzica nel profondo.

Poi avviene. Rubber parte a razzo, senza esclusione di colpi mi assesta sul groppone riff assassini come quello di 10 A.M. Automatic, robette come Just Couldn’t Tie Me Down e All Hands Against His Own non passano inosservate ai tuoi vicini.

Da qui in poi potrei tranquillamente citarvi ogni pezzo leggendo il retro del cd, questa roba scotta amici miei! Girl Is On My Mind è un pezzo energico, cattivo, ma la perla del disco per me è la cover di Grown So Ugly, la quale col cazzo che è presa dall’originale di Robert Pete Williams, ma asseconda quella geniale e irripetibile versione del grandissimo Captain Beefheart, direttamente da “Safe as Milk” (1967). Già solo questo vale il prezzo del disco.

Ma non è finita qui.

4) Le conclusioni non sono niente di trascendentale: la Coca-cola è arrivata prima della Pepsi.

Forse questo non vi dice niente, ma se la Coca sono i Sonics e la Pepsi i Black Keys, allora il discorso cambia. Perché se la Coca non avesse avuto gli esperti di marketing che la pubblicizzavano a suo tempo, oggi non se la filerebbe nessuno. Ma uno zoccolo duro di intenditori continuerà a preferire la Coca alla Pepsi. Perchè mai, direte voi, solo per una stupida questione su chi ci è arrivato prima? No, è perché c’è una differenza concettuale di fondo: la Coca ha già detto tutto mentre la Pepsi ripete a pappagallo! 

Non solo: quello che la Coca ha detto lo ha detto quando nessuno era pronto ad ascoltarla, quando il mercato voleva la limonata (melodie country-rock orecchiabili), prima che l’invasione delle multinazionali (la British Invasion) distruggesse quello che fin lì era stato conquistato! La Pepsi non ha solo una differenza di tipo cronologica, è concettualmente un abominio! Vuole sopperire alla Coca travestendosi come tale, ma deviando l’ardore rivoluzionario degli albori per vendere di più! Questa è la tragedia dietro i Black Keys!

Detto questo “Rubber Factory” è un bel disco, anzi: è l’ultimo disco con le palle dei Keys, perché sebbene abbiano preso il sound dai Sonics l’hanno fatto con passione e personalità (le tinte blues sono loro, tanto per intenderci), mentre con “Brothers” e “El Camino” hanno fatto cassa sul loro nome per storpiare la Grande Lezione del garage delle origini, lasciando il rumore ma togliendo l’anima.

  • Pro: il loro capolavoro, un buon disco garage-rock in tinta blues.
  • Contro: fa rabbia pensare che si siano sputtanati in questo modo, perché il disco non ha proprio alcun difetto.
  • Pezzo Consigliato: bellissima la loro versione di Grown So Ugly, un bel tributo al mitico Beefheart.
  • Voto: 7/10

The Move – Move

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Negli anni ’60 sono venute sù così tante band che oggi è davvero difficile fare il punto della situazione.

Un genere particolarmente sfigato è il progressive, oggi noto perlopiù grazie ai gruppi più influenti. Si và dalla musica complessa e consapevole dei Weather Report ai barocchismi degli Yes alla genialità di Peter Gabriel con i Genesis. Purtroppo molte band che furono come un ponte ideale per il prog e i suoi sviluppi vengono tutt’ora ignorate. Tempo fa parlai dei Rare Bird, band eclettica che decise di andare avanti con un hammond, due tastiere, una batteria, un basso e nemmeno mezza chitarra, tirando fuori dal cappello un disco eccezionale nel 1970 come “As Your Mind Flies By”. Oggi invece ci concentreremo su una band molto diversa.

Le influenze che portarono il prog a diventare un genere ben (insomma) definito sono state tantissime, e non tutte d’accordo con loro! Si va dalla psichedelia nel garage rock a John Cage e alle tecniche stocastiche, fino a Anthony Braxton e magari qualcosa dalla musica di fine ottocento.

Comunque nella maggior parte erano band che nascevano sulla scia dei deliranti anni ’50-’60, ragazzi che vedevano nella strumentazione elettrica una via di scampo e un simbolo della lotta contro al generazione precedente, la loro emancipazione, la loro libertà.

Alcuni di essi a forza di sperimentare iniziarono ad interessarsi ai generi suddetti, cominciarono ad affinare la loro tecnica, e sempre in quegli anni iniziarono i primi bisticci tra le band.

Il successo incredibile degli Who portò in quel di Londra una lotta musicale senza paragoni. Ogni quartiere si sentiva in dovere di rispondere, ma la guerra dei mod era una vera e propria guerra a suon di chitarra e batteria!

Tra le band più rappresentative ci sono certamente gli Small Faces, ma è ingiusto che il tempo si sia lasciato dietro una band eclettica come i The Move.

I The Move nascono proprio come risposta a questa situazione musicale, una risposta di tutto punto che racchiudeva in sé alcuni dei maggiori talenti della Londra dell’epoca. Roy Wood fu il filo conduttore della band, dai The Nightriders ai Move fino ai Electric Light Orchestra: la sua sarà una carriera in decisa ascesa, potremmo dunque definire i Move come il momento di passaggio per Wood dall’anonimato alla fama.

Cosa c’è nei The Move che possa far presagire al salto con gli ELO?

Tante cose, anche se al contrario degli ELO i The Move erano un progetto in continuo movimento (come si intuisce dal nome della band), si ispirarono ai Beatles come ai Faces, ai Byrd e ai Creem, e tentarono molto presto, cioè già al secondo disco, di appoggiare appieno il movimento prog inglese.

Nel 1970 con “Shazam”, e nel 1971 con “Looking On” riuscirono a ritagliarsi un posto importante in quella difficile Londra, mischiando pop basilare al prog e a qualche timida sperimentazione.

A mio modestissimo avviso il lavoro più interessante è il primo disco, omonimo ovviamente, del 1968, il quale racchiudeva le esperienze della band dal ’65 fino a quel momento. Fu una band molto vivace politicamente, niente a che vedere con i feroci MC5, ma ricevettero denunce e censure di ogni genere. I loro testi andavano da gente chiusa in cliniche per l’infermità mentale ad attacchi a noti politici, alcuni dei loro pezzi degli ultimi ’60 hanno ritrovato la luce solo negli anni ’90!

The Move - Move

“Move” è un disco pop, con tinte prog, decise virate psichedeliche e qualche tentativo sperimentale (davvero accennato e ingenuo). Con le dritte di Dennis Cordell e della Regal Records Zonophone questa band sembrava pronta per sbancare ovunque.

La Regal fu tra le etichette che unite si trasformarono nella EMI, e gran parte del suo valore lo deve proprio alle orecchie di Cordell, produttore di successi mondiali come “A Whiter Shade Of Pale” (1967) dei Procol Harum e il glorioso “With a Little Help from My Friends” (1969) di Joe Cocker.

Sì, ok, mi sono un po’ perso in seghe mentali come al solito.

Il disco si apre con Yellow Rainbow, da Barrett ai Beatles per i Move c’è un passo, certamente a livello compositivo non hanno niente da invidiare ai secondi, magari peccano un po’ di creatività.

Segue bene Kilroy Was Here (Wood è un trascinatore nato), conferma la psichedelica vena creativa anche (Here We Go Round) The Lemon Tree con una una ingenua sezione d’archi che fa sorridere senza infastidire.

Molto garage la Weekend di Bill and Doree Post, molto Beatles Walk Upon The Waters.

Flowers In The Rain è una di quelle cose per cui ringrazi gli anni ’60. Spensieratezza derivata da un uso poco ragionevole di acidi, con quegli effetti sonori che sarebbero quasi ad un livello narrativo (è presente un effetto temporale). Ricordo che anche Le Orme, nel loro primo disco, nel singolo Oggi Verrà utilizzarono un effetto simile (un po’ più scrauso magari) ma senza donargli questa piccola, timida, valenza narrativa. È comunque un punto a favore per i The Move.

Hey Grandma spinge sul rock, e non possiamo che apprezzare. Il disco fin qui non annoia mai, nessun capolavoro, ma buona e sana musica popular.

Useless Information è un riempitivo semplice senza motivo di esistere. Più divertente e filo-zappiana Zing Went the Strings of my Heart, una nota di colore decisa nell’album.

Daje cogli archi con The Girl Outside, un sound molto italian style, ma non c’è da sorprenderci. I Move hanno avuto un breve ma intenso momento di popolarità in Italia, grazie al singolo Blackberry Way (ideato assieme all’Equipe 84, in Italia è conosciuta come Tutta Mia La Città), addirittura nel ’71 i The Move canteranno in Italiano con Something nel loro disco”Looking On”.

Fire Brigate è simpatica, ma nulla più. Mist on a Monday Morning fa molto primo prog, con l’idea del suono del clavicembalo e gli archi e Wood che canta come un vero lord inglese. Gustoso.

Chiude una versione un po’ infima di Cherry Blossom Clinic, certamente il loro capolavoro, ma in questo singolo c’è solo la potenza di quello che poi sarà atto nell’album successivo, ovvero “Shazam”, dove troneggia senza dubbio una Cherry Blossom Clinic Revisited di ottima fattura, psichedelica e prog oltre modo, uno dei miei pezzi preferiti del ’70 per follia e goliardia.

Insomma, “Move” dei The Move non ha cambiato le nostre vite alla fine di questo ascolto, ma non ci ha nemmeno fatto pentire dei soldi spesi.

  • Pro: un disco da custodire come documento storico, in “Move” potete sentire tutte le influenze che definirono alle orecchie della gente generi come il garage, il prog, la musica psichedelica e il pop raffinato degli ELO.
  • Contro: pochissimo, le ingenuità in questo caso sono un valore aggiunto per me!
  • Pezzo Consigliato: non è di questo disco, ma Cherry Blossom Clinic Revisited è davvero un gioiello perduto dei ’70. Godetevelo.
  • Voto: 6,5/10

Rare Bird – As Your Mind Flies By

Rare Bird

Parlare di prog è sempre difficile.
Prima di tutto una considerazione: è un genere piuttosto da checche. Ma io lo amo oltremodo.

La sua struttura così semplice lo rende un terreno estremamente fertile per i barocchismi, inoltre fa anche sì che lo si possa mischiare con qualsiasi genere esistente, dal free-jazz all’elettronica.

I cultori del prog sono sparsi in tutto il mondo, purtroppo anche il materiale disponibile è sparso in tutti gli stramaledetti angoli del mondo, ed è spesso introvabile, o a prezzi inaccessibili per un uomo con una sola vita da vivere. Non è un caso se il disco di cui oggi vi parlo l’ho trovato nei bassifondi di Belgrado la scorsa estate, ad un prezzo per loro molto alto, ma grazie ai magici poteri dell’inflazione divenne per me accessibile.

Dei Rare Bird, fateci caso vi prego, non ne parla nessuno. Nessuno. Sono tra le band più sconosciute del prog, ed è una cosa davvero strana. Vedete, i veri appassionati di prog, per farsi odiosamente fighi con gli amici, amano scovare dischi sconosciuti di band improbabili (e improponibili), per poi propinarle in serate accompagnate da metanfetamina e dvd di Spongebob. Eppure i Rare Bird si trovano ancora in una condizione di limbo assai particolare.

In realtà qualcosa per cui gli Uccello Raro (ok, me la potevo risparmiare) sono ancora ricordati c’è. Purtroppo, però.
Nel 1970 uscì un loro 45 giri, con una hit: Sympathy. Fu un successo mondiale, un grande colpo per la band, peccato che la canzone faccia davvero cagare. Cioè, dannazione, è una roba un po’ Beatles sotto LSD e Procol Harum in stato confusionale, senza contare che è oltremodo noiosa. Dove sono i barocchismi? I sali-scendi vorticosi? È per me incomprensibile come un band che arriva al successo con una palla allucinate come questa possa fare un disco che spacca il culo come “As Your Mind Flies By“.

Un attimo ancora però.
Il loro primo disco, ovviamente titolato “Rare Bird” come la band, esce nel 1969, ed è una mezza fregatura. Cioè, l’inizio è decisamente epico: Beautiful Scarlet (il link è di una versione live, mille volte più figa di quella da studio) certamente non è un pezzo che sprizza di originalità, ma è suonato decisamente bene. Ok, magari non è così epico, però dai, è interessante. Il resto del disco invece è assai anonimo e poco interessante.

Ma in difesa di “Rare Bird” (1969), va detto che in quell’anno lì non è che esistessero poi chissà quali esempi di prog. E riascoltando il disco, contestualizzandolo nell’anno in cui è uscito, ne riesce abbastanza rivalutato.

I Genesis si erano appena presentati e non si può di certo dire che “From Genesis To Relevation” fosse già un lavoro maturo. I Van Der Graaf Generator cominciano il loro glorioso percorso con “The Aerosol Grey Machine“, carino, ma confuso. Invece King Crimson quell’anno tirarono fuori un dannato capolavoro, un disco che è ancora considerato uno dei massimi esempi di progressive rock della storia: “In The Court Of The Crimson King“. Mamma mia! Direbbe Super Mario.

In Italia Le Orme produssero una versione edulcorata di In “The Piper At The Gates Of Down”, ovvero il geniale “Ad Gloriam“, mentre sul fronte trash c’è l’indimenticabile “In Cauda Semper Stat Venenum” dei tragici Jacula (sì, a parte Le Orme, il nulla più totale).

In questo contesto va detto, in tutta onestà, che i Rare Bird avevano prodotto un disco con un sound piuttosto maturo, e decisamente molto prog. Proprio sotto In “The Court Of The Crimson King”, come consapevolezza, c’è il primo disco dei Rare Bird. Poi chiaramente andrebbe fatto un altro discorso sulla qualità del disco, e cazzi e mazzi, ma sai che palle!

Comunque arriva il 1970, e con lui i capolavori internazionali del Prog. Non mi metto a fare l’elenco, l’unica cosa che si può dire è che ogni band trova il suo sound, si cominciano a sviluppare il folk, il jazz e la musica tradizione all’interno di tracce molto lunghe, l’idea di suite nel prog ormai si fa strada. E non mi vergogno affatto ad affermare che il miglior disco di quell’anno magico fu proprio “As Your Mind Flies By“.

As Your Mind Flies By

Prodotto dalla famosissima Charisma Records, un po’ l’etichetta per eccellenza del prog inglese, il disco non solo dimostra che la band ha studiato, si è migliorata, ed ha sviluppato una personalità unica, ma pone nuovi limiti al prog ancora neonato.

What You Want To Know è in assoluto il pezzo più bello che abbia mai aperto un dannato disco prog dopo 21st Century Schizoid Man. Una cosa: non usano la chitarra elettrica. Sono un gruppo rock. Fanno prog. Non usano la chitarra elettrica. Poteva essere una merda, ed invece è bellissimo. L’hammond suonato da Graham Field è pura poesia, non c’è la potenza (e anche la volgarità, che amiamo) di Jon Lord, ma nemmeno il tocco jazz di Steve Winwood, è una cosa tutta sua, poesia.

Si arriva a Down On The Floor, un bellissimo pezzo che non ha nulla da invidiare alle produzione coeve dei Genesis, tanto per fare un nome. Sebbene uno spiccato carattere “medievaleggiante” non è niente che si possa ricondurre per esempio ad “Alchemy” (1969) dei Third Ear Band, o a qualcosa dei Jethro Tull, i Rare Bird sono esageratamente moderni e unici.

Hammerhead conferma l’eccezionale forma dell’organista (non ho detto che è virtuoso, dico solo che sa che sa che note toccare, senza stupidi barocchismi), le doti vocali di Gould non sono eccelse, ma non facendo niente di trascendentale fa già moltissimo. Il sound complessivamente è calibrato molto bene, e la band se ne esce con eleganza, senza gli inutili orpelli del prog più pomposo, come in molte cose degli Emerson, Lake & Palmer (che sarebbero stata tanta roba senza un quinto delle note che mettevo ad ogni pezzo).

I’m Thinking conclude il primo lato con potenza e armonia. Folle e geniale connubio tra un prog fatto di fughe con l’organo e uno più rilassato, una amalgama che non lascia niente al caso. Uno dei miei pezzi preferiti di tutti i ’70. Nel finale Steve Gould si lascia scappare un sommesso wow, come se anche lui si fosse accorto che stavano facendo qualcosa di Grande.

Il lato B…
Non so davvero come parlarvi del lato B di questo disco.
Una delle prima suite dell’epoca prog si nasconde in questo lato. Si chiama ovviamente As Your Mind Flies By, ed è forse la più bella suite di tutto il genere. Incredibile come già nel ’70 i Rare Bird avessero assimilato il prog, praticamente in questa suite ci sono i cinque successivi anni racchiusi, sintetizzati. Non è normale. È qualcosa di visionario, pazzo, controcorrente.

La critica elogiava questa band, ma nessuno sembrava comprenderli a fondo. Eppure questo disco, in confronto a gran parte dei dischi prog, non soffre di abrasioni dovute al tempo, sembra nuovo, brillante, moderno. Sarà perché è un capolavoro nascosto, sarà perché non è sulla bocca di tutti, sarà perché quando lo metti sul piatto non ti aspetti molto, forse una qualcosa tipo alla The Nice, o al massimo alla The Move, ed invece ti becchi questo capolavoro della musica popolare, una delle massime espressioni del suo genere.

Se amate il prog dovete avere questo disco.

  • Pro: è un disco piuttosto avanti con la sperimentazione prog fino al 1970, dimostra una maturità eccellente, nessun orpello, nessun riempitivo, nessuna infiltrazione di jazz o blues, è un prog esageratamente puro per l’epoca. Inoltre la chitarra è sostituita da un piano elettrico alquanto ispirato.
  • Contro: se non ti piace il prog è una pappa noiosissima, una roba da checche che piangono davanti a “Picture At An Exhibition” e non hanno un orgasmo ascoltando gli MC5.
  • Pezzo Consigliato: ascoltatelo tutto, dalla prima traccia alla suite.
  • Voto: 7/10