Archivi tag: rock acustico

Edoardo Bennato – I buoni e i cattivi

Retro della copertina di “I buoni e i cattivi”
Etichetta: Ricordi
Paese: Italia
Pubblicazione: 1974

Edoardo Bennato è stato, per una breve ma intensa stagione che va dal 1968 al 1977, una delle voci più autentiche e peculiari del rock italiano. Ha cominciato da bambino con suoi due fratelli nel Trio Bennato, per poi riallacciarsi alla musica nei suoi primi anni universitari in quel di Roma. Carismatico rielaboratore di grammatiche stantie, Bennato ha fin da subito presentato una precisa e sincera attitudine per la musica rock quanto per musica popolare italiana, mettendo in mostra le ipocrisie del sistema musicale nostrano per poi, nella sua lunga carriera, finirne divorato con tutte le scarpe. 

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Sanlsidro – A lo pesau, a lo bajo y a lo llano

Etichetta: Slovenly
Paese: Spagna
Pubblicazione: 2020

«Giuseppe ho un dubbio, ma tra quello degli Algiers e quello dei Black Country, New Road, qual’è il disco che spacca più i culi?»
«La tua è una domanda molto tecnica AssDestroyer09, ma per tua fortuna ho la risposta qua pronta per te: Sanlsidro
Capace di evocare le lande psichedeliche e febbrili di Cervantes, “A lo pesau, a lo bajo y a lo llano” segna l’esordio solista di Isidro Rubio sotto lo pseudonimo di Sanlsidro. Non cercatelo su Google, ci penso io ad inquadrarvelo. 

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Magnetic Fields – Quickies

Etichetta: Nonesuch
Paese: USA
Pubblicazione: 2020

Quando  un artista arriva al dodicesimo album e questo è pure palesemente un passatempo, il rischio che sia una schifezza così raccapricciante da rivalutare persino “How to Dismantle an Atomic Bomb” è del 99%. Ma per Stephin Merritt e i suoi Magnetic Fields le cose sono andate piuttosto bene, e “Quickies” è un disco che merita di essere ascoltato, apprezzato e (perché no?) amato dissolutamente. 

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Neil Young – “Live At Massey Hall 1971”

Etichetta: Reprise Records
Paese: USA
Pubblicazione: 2007

Non so perché, ma Neil Young è una testa di cazzo naturale. È l’amico che ne sa sempre più di te, che ti deride l’impianto stereo non-valvolare e che sa sempre qual’è la giusta posizione in camera tua dove ascoltare “Larks’ Tongues in Aspic” – probabilmente sarebbe capace di farlo anche con Robert Fripp in persona. Va comunque detto, a onor del vero, che l’ossessione di Young per la qualità del suono e dell’esecuzione lo ha portato a regalarci alcune delle live più epiche della storia del rock, roba da far accapponare la pelle anche al cinquantesimo ascolto. Oggi però non vi scriverò di una di queste, bensì di qualcosa che ha aspettato ben 36 per uscire nei negozi, rinfiammando il fandom youngiano come nessun album dopo “Harvest Moon” sarebbe riuscito a fare. “Live At Massey Hall 1971” fotografa Neil Young poco prima della sua esplosione commerciale, di fronte ad un pubblico caldissimo che lo ama e lo inneggia ininterrottamente. È da solo, senza band, seduto su una sedia che si prende tutto il tempo del mondo per accordare la chitarra, o che strimpella il piano per trovare le note giuste prima di cominciare il pezzo. È un chiacchierone, delle volte rimprovera (figurati), della altre si lascia andare a ricordi recenti, scherza. L’aria è quella delle grandi occasioni, il musicista da Nashville però non è permeabile alle richieste del pubblico, più che i classici propone canzoni nuove perché «non riesce a pensare ad altro», sono canzoni spoglie e ruvide in un modo che non sembra nemmeno davvero lui.

Young si concede il lusso di arrivare non preparato, con qualche canzone ancora da ricamare. Proprio lui, quello tutto fissato con la precisione e la qualità, che abbassava o tagliava del tutto le voci del pubblico in post-produzione per lasciare la purezza dell’interpretazione intatta, testardo fino all’inverosimile, ma in questa specifica occasione magnificamente impreciso, nervoso, emozionato. Certo, ormai ci siamo abituati a questo tipo di uscite, il celebre “Unplugged” dei Nirvana ad MTV trovava le sue vette nelle reinterpretazioni emotive di Cobain di Meat Puppets e di Leadbelly, o il bellissimo “Skonnessi” degli Skiantos, dove la poesia demenziale di Freak Antoni suonava molto meno ironica e significativamente più malinconica. Ma “Live At Massey Hall” è diverso perché non è Neil Young che interpreta acusticamente Neil Young, è Neil Young che mette in scena l’origine delle sue canzoni, l’intuizione melodica soggiacente ad ogni cosa.

La banalità delle prime note di Journey Through the Past si eleva appena la voce ci cade sopra, come se la stesse improvvisando per la prima volta, con quella freschezza che scompare quando ci ripensi l’istante dopo averla suonata. Così anche in See the Sky About to Rain è come percepire l’aria fredda che annuncia la fine dell’estate, mentre in Cowgirl In the Sand albeggia il calore della primavera, è l’esperienza più empirica che un’artista possa provocare per esprimere la caducità dell’ispirazione. Non è un album che ha segnato un’epoca, come potrebbe poi, è uscito talmente in ritardo da sembrare più un reperto archeologico, quando ancora il folk aveva ricordi vividi dei suoi maestri, in compenso è la cristallizzazione di un passaggio storico traumatico per il rock, al massimo della sua popolarità e in piena frammentazione tra sottogeneri, ed è – chiaramente – un momento chiave per Neil Young, popolarissimo cantante canadese, ormai ad un passo dal diventare un’icona, con quello che ne consegue. Tutte queste tensioni sembrano incontrarsi per un attimo a Massey Hall, tra un sorso di birra e una chiacchierata tra amici, prima che le note di On The Way Home spazzino via tutto il quotidiano e fissino quel momento per sempre.  

Dopo aver ascoltato questo album ammetto che mi ci vuole un po’ per riprendere in mano “Harvest”, “Zuma”, ma anche “Rust Never Sleeps” che sebbene sia un’altra live, soffre di quell’epica forzata e retorica del rock ormai alla fine degli anni ’70. In questo disco c’è tutta la grandezza di un artista immenso, che con una voce e una chitarra può far ballare centinaia di persone mentre fuori ulula scuro il vento, oppure può farle piangere al chiuso delle loro case, a cinquant’anni di distanza, e senza nemmeno capire bene il perché.

L’eterna adolescenza dei Violent Femmes

Articolo di: bfmealli

Violent-Femmes-

Il tempo è il critico più spietato: smonta, ridimensiona o sminuisce del tutto determinati artisti che, ai loro tempi, erano considerati dei grandi. La difficoltà maggiore, in un’opera d’arte non è tanto piacere ai propri contemporanei ma non sopperire alla spietata onta del tempo. D’altra parte ci sono dei monoliti così ben piantati al suolo da non smuoversi minimamente con l’incedere degli anni e, quando penso quali opere possono fregiarsi di tale capacità, sicuramente non posso non citare i Violent Femmes.

I Violent Femmes hanno commesso lo stesso magnifico errore di Orson Welles: hanno toccato il loro massimo vertice al primo colpo. Anche se il resto delle loro produzioni possiamo considerarlo buono il paragonare non regge tra il primo capolavoro con le seguenti opere.

Ciò che mi ha incuriosito, riguardo al disco del trio di Chicago è come è possibile che il loro garage acustico possa essere ancora fresco, come riesca ancora a parlare a tantissime persone nonostante le rivoluzioni musicali che ci sono state dal 1981, data del loro primo disco, fino ad oggi. Ciò che mi ha portato a trarre delle conclusioni sono due ragioni: 1) La genuina sincerità musicale, priva di fronzoli, di stereotipi, di virtuosismi inutili e 2) la capacità di riuscire a comunicare un disagio, uno stato, che è l’adolescenza.

Per capire meglio l’importanza dei Violent Femmes è giusto leggerne i testi. Le parole dipingono uno stato adolescenziale che tutt’oggi resta vivo. Il disco parla di giovani, ai giovani, senza volere essere giovani (cosa davvero difficile se si considera la monoliticità dell’impresa).

Ovviamente la meraviglia delle loro liriche si rafforza se pensiamo che questo disco parla di una generazione che viveva ancora nella guerra fredda, dove i cellulari ed internet non esistevano, dove la società non si era così tanto deformata dai meme e dai social network. Eppure i deliri da marijuana di Blister In The Sun sono gli stessi che potrebbe avere un ragazzo del 2015; le pene amorose di Confessions non sono poi così distanti da quelle che un adolescente oggi potrebbe provare; lo stesso vale per quel sentimento di spleen che ben descrive un disagio dovuto all’età, al luogo natio ed alla noia come viene cantato in To The Kill.

I Violent Femmes parlano e parleranno ad ogni generazione un linguaggio universale fatto di strumenti acustici, gioie, pene, sconfitte, vittorie, amori, tradimenti e frustrazioni che ogni adolescente vivrà fin tanto che il mondo non conoscerà il Fallout.

Se vuoi leggere altri deliri del buon vecchio bfmealli non hai che da cliccare qui: L’algebra del bisogno.

Delirium – Dolce Acqua

Nello scorso post avevamo chiacchierato dei Soundgarden, stavolta cambiamo decisamente direzione.

I Delirium furono tutto, ma proprio tutto, tranne che un gruppo di successo. Tutte le beghe della prima band di Ivano Fossati furono strettamente legati all’inusuale metodo di promozione dei loro lavori. Prima pubblicano un disco che non caga nessuno, anni dopo pubblicano singoli di successo, l’anno dopo ancora tirano fuori l’ennesimo disco senza seguito, e poi pubblicano singoli che ricalcano pari pari quelli vecchi e quindi non se li fila più nessuno. Beh, il loro destino si concluse nell’arco di ben tre album.

Chiaramente rivalutati e recentemente riorganizzati, i Delirium sono un pezzo di prog italiano ormai stra-conosciuto, ma come tutto il prog non vengono quasi mai contestualizzati in modo decente.

Prima di tutto sono figli dei ’60 e si sono presi il ’68 in faccia senza concedersi troppi spazi di riflessione. Un cultura musicale (e non soltanto) in pieno cambiamento, che sperimenta veramente di tutto comprendendo nel migliore dei casi il 30% di quello che facevano. Piano piano di artisti auto-consapevoli ne escono fuori e la loro lunga gavetta servirà per fondare gruppi che entreranno nella leggenda (Le Orme, Il Balletto Di Bronzo, la P.F.M. e moltissimi altri), i Delirium di gavetta non ne fanno tantissima dato che già ad un anno dalla loro nascita (conosciuti allora come I Sagittari) diventano famosi in tutta Italia vincendo concorsi qua e là.

Il 1971 seguiva ad un anno per la musica meno incasinato di quanto si pensi. Sebbene la rivoluzione in ambito concettuale portata prima da Beefheart con “Trout Mask Replica (1969) e in ambito artistico più ampio con “Desert Shore (1970) di Nico, il rock non seguirà di certo quella direzione, e il 1971 sfornerà capolavori come “3” dei Soft Machine e sarà figlio della tragicità di “The End Of The Game“, il disco che sancì l’uscita dai Fleetwood Mac di Peter Green. Il contesto musicale internazionale stava prendendo delle direzioni ben precise, in Italia invece si stava instaurando il regime del prog.

Nel 1971 esce “Dolce Acqua” sotto l’etichetta storica della Fonit Cetra (New Trolls, Osanna e Renzo Arbore tanto per citarne alcuni), però in questo disco d’esordio dei Delirium le premesse non sono delle migliori. La band propone sulla carta un miscuglio si può dire delirante di jazz, prog, rock e blues, un po’ di Jethro Tull, un po’ di King Crimson. E invece…

“Dolce Acqua” sorprende prima di tutto per la straordinaria eterogeneità dei pezzi. Come avrete capito se avete letto il mio post precedente, sono piuttosto fissato sul sound di un disco, sul rapporto tra una traccia e l’altra di un album e la sua riuscita in un ascolto  completo. “Dolce Acqua” in questo senso è una delle cose migliori mai uscite in Italia.

L’idea, piuttosto ingenua in realtà, è quella tanto in voga del concept album. Se facevi prog dovevi fare almeno un concept album se no non eri nessuno. Ne sono uscite di schifezze mica male, ma per fortuna controbilanciate da capolavori inestimabili. “Dolce Acqua” ha una narrazione veramente debole che si rifà ad un retaggio spiritualista-naturalista che tirava parecchio tra i giovani sessantottini. Le tracce sono titolate in modo evocativo pseudo-intellettuale, il tutto contornato da una cover a metà tra un graffito e un dipinto che dovrebbe riassumere i contenuti del presunto concept album. Vi lascio trarre le vostre conclusioni da soli.

Si comincia più che bene:

Preludio (Paura), e notare subito l’uso di un linguaggio tipico della musica classica in un ambito che però fa un po’ a botte (altre band sapranno invece far tesoro dei loro studi, e doneranno un po’ di filologicità a queste scelte), è un inizio davvero di un certo spessore. Un pezzo tra il beat e il rock acustico, le sonorità del flauto sono tra le più evocative e belle di sempre, di meglio si trova qualcosa soltanto nel terzo e ultimo disco proprio dei Delirium, “III (Viaggi Negli Arcipelaghi Del Tempo)“. Inoltre è una delle poche vette evocative di tutto il disco.

Movimento I (Egoismo) e il Movimento II (Dubbio) sono due pezzi strumentali che già complicano inutilmente delle belle idee. Un viaggio psichedelico tra la tecnica pura, tra l’altro non così eccelsa, e misti fritti di generi diversi. La cosa più incredibile è che non ledono in alcun modo all’orecchio, personalmente mi piacciono parecchio anche se con i loro limiti. To Satchmo, Bird and Other Unforgettable Friends (Dolore) riconferma le impressioni precedenti, anche se il dialogo tra gli strumenti in questo caso mi pare più efficace.

Sequenza I e II (Ipocrisia – Verità) continua il trend, portandolo però alla noia. Chiara la decisione di fare della musica a tratti quasi descrittiva, la scelta di un concept vuole essere rispettata in qualche modo, però se mancano le idee è inutile buttar lì riempitivi.

Johnnie Sayre (II perdono) prende il testo da una delle più celebri poesie della antologia di Spoon River, peccato per la musica, alquanto piatta e anonima. Il sound è comunque più che piacevole, di certo non vi metterete a pestare i piedi per terra ascoltandolo, però la piacevolezza lascia presto spazio alla ripetitività.

Favola o storia del lago di Kriss (Libertà) è il mio pezzo preferito di tutto l’album. In realtà non ha nulla di speciale, ma credo sia prima di tutto uno specchio fedele degli intenti della band e del loro contesto storico e sociale. Il testo conferma senza ulteriori dubbi la matrice ambientalista: sotto forma di favola si presenta l’angoscia di questo lago che vorrebbe conoscere cosa c’è nel resto del mondo, finché non compare questa sorta di spirito, presentato come un vento animato, che gli spiega quanto esso sia invece fortunato ad essere così lontano dal degrado umano e dalle sue immonde costruzioni. Lasciando da parte il testo sentite come la melodia, il ritmo, la voce, si mescolano tutte assieme e trovano un loro perfetto equilibrio. In un momento morto del disco (siamo nel lato b), quando la testa divaga tra tutti quegli spunti lasciati a metà nelle “fughe” strumentali, ecco un raccordo perfetto tra di essi e la futura presa di coscienza della band.

Il gran finale spetta a Dolce Acqua (Speranza), un gran bel pezzo prog, tra i più belli in assoluto, commistione ideale di tutti i sound presenti nell’album.

Che dire di più? Un disco da avere assolutamente per comprendere un periodo storico davvero esaltante per la musica italiana.

  • Pro: eterogeneità tra le tracce dell’album, alcuni brani sono tra i più rappresentativi del prog italiano.
  • Contro: ogni tanto momenti di noia.
  • Pezzo Consigliato: Favola o storia del lago di Kriss (Libertà), sintetizza temi, suoni, idee di un anno straordinario.
  • Voto: 7/10