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Podcast – Il new garage oltre gli USA!

Oltre il new garage di Ty Segall e dei Thee Oh Sees c’è qualcosa? Dite la scena francese? Perché quella australiana no? E quella cyperpunk tedesca? E quella psych italiana? E quella weird-punk-sperimentale islandese? In questo episodio di Ubu Dance Party niente Coca-cola per i nostri radioascoltatori, ma i soliti schiaffi e ottima musica che ci compete.

«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Magic Shoppe – Triangulum Australe EP

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Ieri abbiamo parlato del Boston Fuzzstival, un evento che riunisce i più talentuosi complessi new garage, psych e derivati vari del Massachusetts e dintorni. Alla fine dei conti la line-up non è che sia un granché, tante belle speranze, ma sopratutto tanto conformismo, un evento assai tragico in un genere come il garage, oggi appiattito dalla moda esplosa in California.

La colpa, probabilmente, sta nell’aver ridotto la furia iconoclasta del garage rock (penso ai Monks, ai Troggs, agli Stooges) al semplice DIY (Do It Yourself), che aveva ancora un senso nell’hardcore punk, un senso perlopiù politico o comunque di antagonismo, ma oggi nell’era di internet, di Soundcloud e Bandcamp, significa che chiunque prenda una chitarra in mano e suoni “alla Sonics” faccia del sacro e intoccabile garage rock.

Ogni tanto ci siamo trovati di fronte a band che, sebbene apprezzino il movimento in sé, cercano di esporre una offerta musicale non proprio piatta come come l’encefalogramma di Gasparri. Ho recensito Ausmuteants (adorati dai garagisti italiani, giustamente), Nun, Dreamsalon, Molochs, Running, i Thee Oh Sees prima che a Dwyer gli fondesse il cervello, robe così insomma.

Quello che voglio dire, prima che vi posti la foto di io che mi masturbo rileggendomi («mmm, oooh come sono bravo, mmm»), è che i Magic Shoppe da Boston, Massachusetts, potrebbero rientrare tra quei gruppi che non si limitano a scopiazzare Moby Grape e compagnia cantante.

Al primo ascolto di ”Triangulum Astrale” li ho scambiati per i Brian Jonestown Massacre, e mi è sembrato un punto a favore mica male. Pensai: nel girone infernale della neo-folk-psychedelic ho forse pescato qualcosa di davvero interessante?

Magic Shoppe è un progetto di Josiah Webb, già collaboratore dei Ghost Box Orchestra (altra famosa realtà bostoniana) e batterista nei Difference Engine (band shoegaze degli anni ’90), che consta di ben quattro chitarristi, più un basso e batteria, senza contare almeno una quindicina di collaboratori esterni.

Da questo numeroso brain-storming uscì nel 2010 il loro primo EP, “Reverb”: un nome, una religione. Cugini moderni dei leggendari Spacemen 3, ma senza scadere nel revival copia-incolla, questi sei ometti si produssero in quattro tracce una più tosta dell’altro. Sì, ok, i riverberi, sì ok, l’eterno wannabe Velvet Underground, ma pezzi come Dead Poplar mica crescono nel giardino sotto casa tua. L’EP sembra nostalgico, ma non lo è nella sostanza, e sopratutto si rifà alla seconda età psichedelica senza scimmiottarla.

Nel 2011 con i quattro pezzi di “Reverb” più altri quattro completano il loro primo album: “Reverberation”, piuttosto osannato dalla critica underground che lo ha ascoltato (quindi due o tre blog), ma per me uno strano intruglio di cose che non mi sarei mai aspettato dopo il primo EP, e che mi lasciano talvolta più perplesso che convinto.

Time To Go sembra una canzone uscita fuori da un bootleg di Peter Gabriel, Transparency è un mix di shoegaze e soft rock non proprio riuscito, Haunted Hollywood è brutta anche senza i miei commenti, alla fine della giostra Burn Right Through è l’unica novità degna di nota. L’album però riscontra un certo interesse, anche perché, ed è vero, non è la solita sbobba.

Sembra che si sia persa la verve iniziale, e poi nel 2014 arriva questo EP che tutto potrebbe sembrare tranne che un album dei Magic Shoppe.

Sì, l’eco dei riverberi è rimasto (come anche quell’intro che apriva ogni pezzo di “Reverberation”, qua presente solo nella prima traccia), ma il suono è più caldo e acustico. Sembra quasi che i Brian Jonestown Massacre siano passati per fare quattro chiacchiere, e tra una lager e una canna ne sia venuto fuori questo EP.

Struttura dronica, grande cura del suono (con tutti i limiti di una produzione da due lire), ottima intesa tra i musicisti e sopratutto qualcosa da dire. Trip Inside This House e Midnight In The Garden potrebbero benissimo essere uscite nel 1995, magari nel secondo album dei soliti Brian Jonestown Massacre, ma al contrario del piglio elettrico e anarchico di “Methodrone”, qua si respira un’aria più riflessiva, e probabilmente Webb tira anche troppo sul freno a mano.

Non è un caso se il pezzo più intrigante di questo lavoro sia Shangri-La In Reverse, davvero una perla rara: sitar, le registrazioni delle chitarre mandate al contrario, campane tibetane, eppure con una personalità LORO, senza dover per forza sembrare dei cazzo di figli dei fiori come i Lejonsläktet!

Con più coraggio questa potrebbe essere una grande band, retaggio shoegaze, animo alternative anni ’90, buona conoscenza della psichedelia anni ’80, e una solida àncora che li lascia ormeggiati al nostro tempo.

Stiamo parlando solo di impressioni, di idee buttate lì, ma se qualcuno con un po’ più di coraggio è in ascolto forse potrebbe cavarci fuori qualcosa di interessante. E scusate se è poco!

All The Way è il pezzo che apre il loro primo EP, gustatevelo in live:

Cherry Glazerr – Haxel Princess

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La band di oggi è una piccola realtà californiana a cui sono molto affezionato, il loro primo album dell’anno scorso non l’ho recensito perché, come al solito, sono dannatamente pigro.

Papa Cremp” e il suo etereo shoegaze è un album legato a sensazioni decisamente dream pop piuttosto che garage, a conti fatti è l’album che “MCII” di Mikal Cronin doveva essere nella mente del musicista californiano.

A meno di un anno di distanza esce questo “Haxel Princess”, una pillola indie rock piacevole e con delle sorprese.

La voce dolcissima e le note eteree della chitarra sono di Clementine Creevy, che qualche anno fa chiusa nella sua cameretta scrisse qualche pezzo da mandare alla Burger Records, la quale riconobbe le potenzialità di Creevy e spinse per la formazione della band che ha firmato “Papa Cremp”, i Cherry Glazerr.

Questo trio (chitarra, basso, batteria) da il suo meglio in pezzi come Grilled Cheese e Haxel Princess, con un alternative rock che suona molto meno nineties dell’ultimo album dei canadesi Pack A.D.. Lo shoegaze è davvero mitigato dalla poca propensione di Creevy di fare più casino del dovuto, mantenendo un equilibrio che non ridonda mai.

Alcuni pezzi sono davvero corti, come la nenia dolce e amara di Glenn The Dawg o nella alternative pop Teenage Girl, e in generale le canzoni non superano quasi mai i tre minuti mantenendo l’album leggero e maledettamente modesto. Ma questa modestia non è da intendersi come incapacità, piuttosto come una presa di posizione in confronto all’eccessivo protagonismo di tante personalità dell’underground californiano ora che riviste e blog si sono accorti di loro. Ovviamente questa non è la Loro presa di posizione, ma è quello che ci leggo io nella mia mente contorta.

Per me i Cherry Glazerr rappresentano quanto c’è di buono nel sottosuolo, meno potenti e immensi di band come Has A Shadow, Nun e Harsh Toke, ma sono tre ragazzi autentici con qualcosa da dire, senza doversi per forza auto-incensare ad ogni intervista.

Bloody Bandaid è un piccola perla che mostra le capacità liriche-emotive di Clementine Creevy.

Così a primo acchito vi confesso che preferivo “Papa Cremp”, ma devo anche premettere che la band è davvero giovane e ha ancora il meglio da dare. Alcuni pezzi che presentano nelle live o in qualche approfondimento radiofonico prospettano sorprese. Aspettiamo e vediamo.

  • Link utili: se volete ascoltare tutto l’album cliccate QUI per la pagina bandcamp, se non resistete al fascino indie di Clementine e volete chiederle di prendere un gelato insieme discutendo di Kundera cliccate QUI per la pagina Facebook della band.

Godetevi questa Had Ten Dollaz, probabilmente uno dei pezzi di punta del prossimo album, è uscito credo in questi giorni il 7 pollici:

Dopo un po’ di shopping musicale a Hollywood nel Amoeba Music, cosa avranno acquistato i Cherry Glazerr?

Has a Shadow – Sky is Hell Black

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Questa orribile foto è l’unica che ho trovato di dimensioni decenti, rubata ad una intervista in spagnolo alla band su Noisey: http://noisey.vice.com/es_mx/read/entrevista-a-has-a-shadow

Fanno shoegaze su ritmiche garage rock in salsa low-fi e drone, vengono da Guadalajara in Messico, le loro copertine sembrano concepite da un Odilon Redon dada, si fanno chiamare Has a Shadow e spaccano decisamente i culi.

Le impressioni sonore di “Sky is Hell Black” tramortiscono e sono meno banali di quanto possano sembrare ad un primo ascolto. I giri di basso di Victor “Remi” Garay sono adattissimi per una band drone, la voce dall’oltretomba e l’organo esoterico di Daniel Graciano delineano lo spazio (mentre conduce le semplici variazioni della drum machine), Rodolfo Samperio aggiunge un pizzico di melodia con la chitarra elettrica e ovviamente la distorsione. Musica e testi di Marciano e Garay, testi che si proiettano in questo vastissimo spazio sonoro con una potenza simbolista di rara efficienza.

L’album si apre con John Lennon, il ritmo serrato di drone, garage e shoegaze si mescolano con le liriche (I’m a ghost /I’m the key /of your existential fiction /I’m a ghost) ma siamo ancora lontani dalle vette che seguiranno. 

La title track presenta il primo vero giro di organo riconoscibile, giri che diverranno un leitmotiv di “Sky is Hell Black”, un elemento fortemente garage magnificamente in disaccordo con i muri sonori darkeggianti e i testi. Il ritmo rilassato di Don’t apre alla parte più intrigante del disco.

Can’t Stop the Fall si presenta come un pezzo rubato a dei ipotetici demo di John Dwyer per “Floating Coffin” (2013), la chitarra di Samperio raggiunge acuti che spezzano la trama sonora per poi ricongiungersi come in un loop.

La trama musicale May Never avvolge l’ascoltatore, le immagini suggerite vanno dalla solitudine al bisogno di una ricerca, ma l’esperienza sonora si congiunge con Drive dove un riff portentoso si erge tra le complesse stratificazioni sonore (roba che avercene in “m b v” dei My Bloody Valentine!) completando un quadro musicale meraviglioso. 

Una intro garage o addirittura surf rock per Poison In Me, l’organo di Graciano continua a sviscerare giri garage perfetti, ma siamo ancora lontani dallo standard o dalla classicità se volete, qui i generi sono perfettamente mixati, si può tranquillamente dire che gli Has a Shadow fanno scuola a sé. Ci sono pure i cazzo di coretti, eppure col cavolo che sembra una di quelle banali ballate uscite fuori dal secondo album di Mikal Cronin o dal revival barrettiano di Jacco Gardner, siamo lontani anche dal garage drone di Thee Oh Sees o di “Slaughterhouse” di Segall, è proprio un altro pianeta.

The Way continua sulle stesse ricette sonore finora proposte, mentre il ritmo dark di Untitled di avvicina più ai Joy Division (permettermi la licenza di questo accostamento). 

Grazie alla californiana Captcha Records questo album si è fatto strada tra le band di Los Angeles provocando non poche ripercussioni, prima tra tutte lo splendido sound delle L.A. Witch di cui presto riparlerò in una recensione a loro dedicata.

Per quanto mi riguarda “Sky is Hell Black” è uno degli album più belli dell’anno appena passato, il tempo magari lo riscoprirà come un capolavoro, o forse lo dimenticherà del tutto, eppure questi Has a Shadow già da qualche anno sperimentano la loro darkgaze smuovendo le coscienze di chi ascolta, intanto io cercherò di recuperarmi il più possibile, voi cominciate pure da questo album, non ve ne pentirete.

  • Lo Consiglio: se ti attizzano i My Bloody Valentine e A Place to Bury Strangers ma li vorresti più dark e cattivi hai appena trovato il santo Graal.
  • Lo Sconsiglio: se lo shoegaze ti fa ogni volta alzare dalla sedia per controllare che la puntina sia ancora lì, se a Odilon Redon preferisci sempre e comunque una più comprensibile scuola veneziana del settecento allora questo album non fa per te. Davvero.
  • Link Utili: bene carissimi se volete ascoltarvi TUTTO l’album non avete che da cliccare QUI, se volete dire alla band che avete avuto un erezione ascoltando “Sky is Hell Black” cliccate QUI per la pagina Facebook, mentre se volete saperne qualcosa di più sul catalogo della Captcha Records non avete che da cliccare QUI.

E ora, come di consueto, qualche video:

Videoclip di Drive.

Bruttissimo videoclip di Sky is Hell Black (ma almeno potete sentì il pezzo).

Live micidiale e ipnotica dei nostri.