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Come ti cracko Spotify e te la mando in culo, caro mio musicista del menga

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Il terrore delle multinazionali.

Quando si parla di pirateria su internet finisce sempre in caciara. Oddio, anche quando si parla di ricette per la torta di mele il rischio di trovarsi la mail intasata di minacce è reale, su internet riusciamo sempre ad esprimere il meglio di noi. Comunque sia: Spotify, blablabla.

Ma davvero le migliaia di paladini del web che adesso si schierano a spada tratta per i diritti dei musicisti non hanno mai scaricato nulla d’illegale su internet? Non hanno mai visto una puntata di Danger 5 su un sito poco raccomandabile, non hanno mai scaricato il rar di un album dei Shudder To Think giusto per sapere come suonava? Niente fumetti sfogliati col puntatore del mouse, nessun software di cui non possiedono la copia fisica? Hmmmmmmmmm.

Macché, tutti questi indignados mai e poi mai hanno giocato ad una versione crackata di Caesar III, e nemmeno si sono mai sognati di scaricarsi un bel film in 4k, e proprio in virtù di ciò adesso possono battere il pugno sul loro virgulto e villoso petto e far risuonare la loro cassa toracica con virile onestà.

La verità è che ci siamo talmente abituati a scaricare roba, dai tempi leggendari di Napster ed eMule, che continuare a farlo anche oggi dove internet non è più il Far West pare una cosa normalissima, come pagare 1 euro per il caffè al bar. Ma non è così. E non va un cazzo bene.

Prima di internet e di tutto questo streaming si masterizzavano i CD, c’erano i bootleg e un sacco d’altra roba per evitare di pagare quanto avresti dovuto per avere più o meno lo stesso prodotto che marciva sugli scaffali. Perché sì, la cultura ci rende più ricchi dentro ma per molti dovrebbe essere gratis. Nessuno poi che ci spieghi come si fa se la cultura dev’essere gratis a pagare gli artisti. Gli elargiamo una paga fissa a tutti? Oppure gli stipendi li calcoliamo in base ai like su Facebook? O in base agli iscritti al tuo Vevo? Ma tanto che te ne frega a te, te vuoi soltanto che sia gratis e tanto ti basta, che siano loro a capire come procacciarsi il vil denaro.

Anche il buon vecchio Captain Beefheart tra le sue più famose massime aveva questa: «I don’t want to sell my music. I’d like to give it away, because where I got it from you didn’t have to pay for it.» Però i dischi non li ha mai messi in vendita a 0,00$. Vedete, è bello dire che la cultura dovrebbe essere disponibile per tutti, lo è altrettanto dire che restando seduti su una panchina senza far nulla si partecipa alla pace nel mondo, peccato però che non sia vero. E poi stai occupando abusivamente il posto letto di un musicista.

Ora: non voglio mettermi a fare lezioni di morale, altrimenti cadrei nel tranello anch’io, e credo ci sia una sostanziale differenza nello scaricare illegalmente un album dei Scorpions piuttosto che uno dei Maniaxxx. La prima è che gli Scorpions non hanno tanto bisogno di altri dollaroni; la seconda è che se ascolti gli Scorpions scientificamente hai dei gusti di merda. Per cui scaricare “Love at First Sting” per poi deriderlo con gli amici è ok, scaricare un EP dei Maniaxxx, dire a tutti che sono fighi, ascoltarteli notte e giorno per poi rammaricarti se non fanno un nuovo album perché non possono pagarsi nemmeno le insalate Rio Mare per le trasferte, ecco: in questo caso sei proprio uno stronzetto.

Io posso capire l’astio verso le major e il livore nel vedere che nel 2018 i CD costano ancora un casino e nessuno sembra far nulla per migliorare le condizioni per il compratore – senza al tempo stesso funestare le speranze di guadagno dei giovani artisti non allineati con le mode del momento. Anche perché Spotify non è migliore di nessuno in questo campo, lascia le briciole agli artisti e comunque fa pochi utili (come Deezer o Bandcamp), perché alla fine della giostra alla gente di pagare per l’arte non gliene può fregare di meno.

Ci sarebbe inoltre un altro discorso da fare: non è che dietro un album ci siano solo “gli artisti” (che poi in questi anni di saturazione del mercato sono davvero pochi a potersi fregiare del titolo), ma anche tutta una filiera che permette loro di esprimersi al meglio. Chi li paga gli ingegneri del suono, i produttori, i distributori? E quanto?

Chi è dentro il meccanismo conosce quali sono gli stipendi reali (quando ci sono) nel mondo al di fuori delle classifiche e del mainstream, ma chi è fuori vede solo un anonimo file mp3 caricato su un torrent da un nickname di un tizio che sta dall’altra parte del mondo.

Anni fa era piuttosto in voga il pensiero che grazie alla libertà donata da internet ci sarebbe stata una nuova primavera musicale, piena di sperimentazione e di grammatiche innovative. La verità invece è che il fruitore medio è pigro, e preferisce andare sul sicuro, si addormenta con la sua confort music e si auto-isola in una nicchia, senza nemmeno scavare tanto affondo, per cui chiunque proponga effettivamente della musica che sposta i confini di certi generi, scompare, affoga tra l’indifferenza dei navigatori. Questo IMHO è il grande fallimento della critica musicale, chiusa nelle riviste e incapace di riacquistare autorità agli occhi dei più giovani, buona solo a proporre quello che arriva dai soliti noti, diffidente ai nuovi linguaggi perché non gli ricordano i bei tempi andati con le chitarre e il 4/4.

La kultura, poi ti kura, con premura (cha cha cha)

‘Sta cazzo di cultura, lo sapete no? Ma sì, è colpa della cultura se in Italia le cose vanno male, è che non c’è cultura, non s’insegna la cultura, non si pratica la cultura. Però son tutti che anelano cultura, che veicolano cultura, che secernono cultura da tutti i pori e fori del loro corpo, in particolare da quello che non vede mai il sole.

L’Italia è l’unico paese in cui il numero di scrittori supera di gran lunga quello dei lettori, inoltre per diritto di nascita siamo tutti Tacito, Giulio Cesare, Leonardo Da Vinci e Manzoni, per non dire Dino Zoff ecco. Eppure, sebbene il problema sia la cultura, quella degli altri e mai la nostra, negli ultimi 30 anni la parola stessa è scomparsa dal panorama politico, sostituita da diverse mode (il “contratto”, “l’anti-berlusconismo”, il “federalismo”, la “rottamazione”, “l’onestà”), tutte robe passeggere, le solite cotte estive italiane, che vedono il popolo acclamare il nuovo Re per poi scoprire di averlo sempre odiato. C’è sempre Shakespeare di mezzo, porcaputtana.

Comunque sia l’idea che ci possa essere una scelta, che si debba rinunciare a qualcosa per avere qualcos’altro, è talmente avulsa all’italiano tipo da essere considerata amorale. Io voglio Netflix, Sky, Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon Prime, Mediaset Premium, tutto tutto, però posso pagarne solo uno, altrimenti è una truffa. Alla faccia di chi in quelle aziende ci lavora ma non fa il manager o il Wolf of Wall Street della situazione.

La scelta implica un pensiero prima, una riflessione. Scelgo quel libro perché conosco l’autore e mi piace molto, anzi no prendo quell’altro perché devo leggermi ogni tanto un classico, anzi no prendo quello perché un’opera di saggistica sulla politica contemporanea mi fa comodo per contestualizzare meglio gli eventi che leggo sui giornali, anzi no, non mi merito di essere felice, mi compro un romanzo di Giuseppe Genna. Insomma, scegliere.

Internet ci ha fatto dimenticare cosa vuol dire scegliere, cosa vuol dire desiderare, per cui bisogna applicare un maggiore autocontrollo ai nostri impulsi ruberecci. A cosa serve avere su iTunes l’intera discografia di Frank Zappa se poi ti ascolti sempre i soliti due album? Stai accrescendo la tua cultura? Oppure stai facendo il contrario, impigrendoti nell’ascolto superficiale e non attivo, nella ricerca spasmodica di un riff che ti prenda subito, di una melodia afferrabile, di una cultura di puro consumo?

Non c’è gusto in Italia ad essere coglioni

Se cracki, scarichi, ascolti roba su streaming illegali, spesso e volentieri raconti a giro la favoletta strappalacrime dei pochi denari nel tuo portafoglio di pezza. Io campo con poco meno di 700€ al mese, per lo Stato Italiano sono talmente al di sotto della soglia di povertà da fare soltanto pena, eppure i dischi che mi interessano me li compro, i libri pure e persino i film! È vero: vado spesso dall’usato, ma non c’è niente di male, oggi è così, domani migliorerà. Nessuno dice che sia sbagliato scaricare per poter avere un assaggio di quel prodotto, tastarlo per benino prima di acquistarlo magari ad un prezzo oneroso. Mi chiedo però quanti davvero passano all’acquisto, ed invece scaricano compulsivamente riempiendo intere memorie esterne di cose che non guarderanno, leggeranno ne ascolteranno mai.

Nella vita reale fra le altre cose faccio il critico teatrale, pensate che i teatri mi regalino sempre i biglietti? Oppure che il quotidiano per il quale esce il mio pezzo mi paghi sempre in tempi ragionevoli? Ma questo non significa che devo comportarmi come uno stronzo, e fare l’italianata e cercare di amicarmi quella della biglietteria, oppure procurarmi il pass di qualcun altro. Sembra che sia insito nella narrativa popolare che “furbo” sia sinonimo di “modello di vita” mentre “ligio” di “coglione”.

Il problema non è la crack di Spotify o chi e con quali improbabili scuse si sente autorizzato a usarla, il problema è quella logica che vede i beni culturali come banali passatempo, forme di intrattenimento puramente ludiche.

Ci siamo dimenticati cos’è la dignità, era talmente bello potersi scaricare tutta la discografia dei Rolling Stones che non abbiamo pensato al tipo che ne ha curato la remasterizzazione. Il quale, probabilmente, una volta tornato a casa si spara l’intera filmografia di Ken Russell subbata da ∞zIO§Gabbo§OIz∞ il quale ha una perversa passione per il comic sans.

Il problema ancora una volta è l’egoismo, quel brutto ceffo sempre seduto sul divano, che si infervora solo quando gli entrano nel giardino, mentre lui invece in quello degli altri ci gira bellamente in bermuda e infradito. Coi calzini, s’intende. Vogliamo le cose gratis, ma non non lavoreremmo mai a gratis, né mai di fronte al successo ci contenteremo della paga minima.

Il mondo è proprio come te lo metti in testa, c’ha ragione Truppi – però senza poesia.

Skiantos o della consapevole virtù della demenza

Articolo di: bfmealli

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Gli Skiantos non esistono più. Da quando Roberto Freak Antoni è morto l’eredità della sua arte è solo quella dei dischi della sua band. Vorrei far notare a chi non ama più di tanto questo gruppo, a chi li reputa degli idioti o chi soltanto li ignora, quanto la vera potenza artistica di questa masnada di musicisti bolognesi fosse la messa in scena dei loro concerti.

Principiamo da un assunto piuttosto dovuto: Freak Antoni non era un coglione. Freak Antoni già nel periodo dell’esplosione commerciale del punk (1977) era ben oltre a quel genere ridicolizzandolo e sminuendolo con filastrocche, rime ovvie e testi stupidi. Non c’è nessun messaggio dietro alle sue parole, nessuna vera denuncia, solo e soltanto la dimostrazione della stupidità umana cantata in 2/4, con riff serrati e chitarre distorte. Gli Skiantos non vogliono apparirci né simpatici né compiacenti: la loro era una vera e propria idiosincrasia nei confronti del pubblico e verso le proprie radici musicali. Il punk per loro non è uno stile di vita, è la satira di costume di un movimento puerile, stolido e sostanzialmente vuoto. Quando cantavano “Brucia le banche, bruciane tante, calpesta le piante” non c’era dietro una dichiarazione di anarchia né, tanto meno, un’araldica manifestazione di violenza verso il potere quanto un’immedesimazione sarcastica nei confronti dei tanti giovani teppisti con indosso chiodi di pelle e jeans strappati. Gli Skiantos avevano capito che l’unico vero modo per far capire la stupidità umana era essere loro stessi, principalmente, degli stupidi. Diventare un manipolo di coglioni, insomma, per mostrare, come uno specchio, ai veri coglioni, la loro misera natura umana.

Il più alto livello concettuale, perché di arte si parla, degli Skiantos, sono stati gli ultimi concerti live. Una lunga carriera trentennale costellata da album magnifici e meno buoni, da canzoni immortali, amorali e, talvolta, avanti coi tempi e canzoni che pure loro si vergognavano di riproporre. Il fatto è che avevano, negli ultimi anni, creato un florilegio di canzoni che, se messe insieme, una ad una, riuscivano perfettamente nello scopo di manifestare al meglio il loro imperativo morale artistico. Negli ultimi brani della loro carriera c’è la canzone Merda D’Artista, un’invettiva nei confronti dell’arte, di come venga spesso pomposamente concepita e di quanto la merda, in sostanza, sia più sincera e diretta dell’arte perché “la merda è solida e l’arte è metaforica”. I loro ultimi live erano una lunga discesa nei meandri della stupidità umana, tutta italiana, senza scampo, senza nessuna possibilità di rivalsa, pessimisticamente, grottescamente sconfitti nella loro stupidità. Non è un caso infatti che ogni loro concerto si concludeva con Largo All’Avanguardia, dove viene reiterata la frase “Siete un pubblico di merda”. Nella loro immedesimazione l’ultimo barlume era per coloro che erano riusciti a scavare oltre la superficie demenziale e guardare dentro al baratro di profondità concettuale di questa band, forse – mi voglio sbilanciare – la miglior band italiana da un punto di vista artistico.

Il loro compito non era facile. Gli Skiantos non sono un gruppo che vuole far ridere, vuole far riflettere, cosa che in molti hanno sempre ignorato. Per loro non c’era gusto in Italia ad essere intelligenti e questo loro manifesto lo mettevano in pratica con le loro canzoni e con la resa, l’ultima prima della morte, di Freak Antoni che, ormai stanco e malato, sempre considerato solo un buffone, decise di concludere l’avventura della band. Nemo propheta in patria, come recitano i Vangeli, per gli Skiantos è più che dovuto. L’aver tentato di mostrare ai propri connazionali la loro stupidità, la loro insulsaggine, la loro demenza non li ha fatti purtroppo riuscire nel proprio scopo. Gli Skiantos sono dei perdenti consapevoli di partire sconfitti, sin dall’inizio, ma non per questo si sono arresi, hanno tirato avanti finché la morte non ce ne ha privati. Hanno dedicato la vita alla propria svalutazione intellettuale, hanno deciso di comportarsi da dementi per rifletterci per quello che siamo. Ma noi, come specchi, l’unico tipo di riflessione che abbiamo fatto è stata esclusivamente quella di rispecchiarci e ridacchiare e non quella di ascoltare e pensare.

Se vuoi leggere altri deliri del buon vecchio bfmealli non hai che da cliccare qui: L’algebra del bisogno.