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The Pesos, The Tubs, Frankie Cosmos, 30th Floor Records

Avete presente quei blog o quei recensori che cominciano una recensione descrivendo le loro azioni della giornata, come se a qualcuno potessero interessare? Beh, non è mica un caso se poi recensiscono lodandoli i vari Franz Ferdinand e Strokes di ‘sto cazzo.

Io invece sono duro e puro, così puro che non c’ho mai voglia di scrivere un bel niente. Però dai, oggi ci provo.

Finalmente faccio quattro recensioni in una non perché non abbia tempo per scriverne quattro separate, ma perché dei seguenti album c’è poco da dire, nel bene e nel male.

Quindi bando alle ciance, eccovi un po’ di succose novità dal mondo rock.


pesossssThe Pesos – Carpet Dope (2014)

Poco più di un album revival, tra il primordiale rock anni ’50 e il primissimo surf rock a tinte garage, ma questi Pesos hanno uno stile riconoscibile, al contrario dei vari Frowning Clouds e company che continuano a scopiazzare da Pebbles, senza che nessuno li redarguisca a dovere (tranne il sottoscritto).

Da “Carpet Dope” non vi dovete aspettare chissà che, se non un album piacevole e dalle gustose idee melodiche. Difficile rimanere impassibili di fronte al country scatenato di Cuntrysong, al surf di Heartbeat e di Hey Hey, devi avere proprio un cuore di pietra o essere un fan degli Interpol.

Molto divertente e chicca di questo esordio discografico Ghost (after life after party), che mostra la cifra stilistica dei Pesos, quest’aria gotico-adolescenziale ben lontana dalle riflessioni psichedeliche degli altri complessi californiani.

Questo gusto decadente si evince in particolare dalle ballate (per esempio BABY), le quali sono ad un passo dallo psychobilly, ma si fermano sempre prima, evitando la caricatura ma mantenendo quest’aria di dolci anni ’50 su una spiaggia, mangiando marshmallow e strimpellando una Cumberland Gap o una Rock Island Line.

Certo che i Pesos copiano, ma con intelligenza, e senza seguire la moda di questo psych garage annacquato. Bravi.


11071031_809596815795340_983619904241787842_nThe Tubs – Rags (2015)

Ecco, i Tubs invece sono quel revival che non ci prova nemmeno. Che poi neanche sono malaccio, hanno dalla loro una certa foga, però è garage pop come se ne sente da tanto, troppo, tempo.

La recensione di Manuel Graziani nell’ultimo Rumore si sofferma sulle capacità tecniche della band di ricreare un sound slacker pop della Madonna, ma io non ho idea di cosa sia, l’unica cosa che poso dire è che ascoltando i The Tubs mi sono ritrovato di fronte alla solita band da Burger Records, destinata a sbancare ai vari Burgerama, proponendo poche idee ma un sound molto modaiolo e che tira parecchio in questo momento.

Fra l’altro la loro etichetta originale è la Azbin, una di quelle che tengo sott’occhio per capire se ha intenzione anche lei di seguire questa esplosione garage pop o cerca di mettersi di traverso. Beh, ora ho qualche indizio in più.

Che poi se ogni dubbio non vi si è dissipato al primo ascolto, provate ad ascoltarvi più volte Lost and Found. Dai ragazzi, questo non è garage, questo è indie rock, c’è più Raconteurs in questo pezzo che in tutto “Consolers of the Lonely”. Ci stanno pure gli assoli cristo, GLI ASSOLI!

Hanno poche idee questi tre tizi da Gand e tutte già sentite.


943735_115014782035409_1339358064_nFrankie Cosmos – Zentropy (2014)

Greta Simone Kline, conosciuta come Frankie Cosmos o come Ingrid Superstar, è una delle figure più difficili da incasellare nel folk contemporaneo.

Figlia del mitico Kevin Kline (sì sì, musicista, ma prima di tutto Otto in Un pesce di nome Wanda) e di Phoebe Cates (la protagonista dei due Gremlins) dopo anni di gavetta pubblicando su Bandcamp qualsiasi cosa le passasse per la testa, è arrivata lo scorso anno ha completare la sua prima raccolta, che per lei è come se fosse il primo vero album.

Zentropy” è stato catalogato anti-folk, folk pop, indie folk e altre cazzate. Diciamo che che fa folk, ma non alla maniera del Greenwich Village, dato che siamo nel 2000. La sua leggerezza e le sue emozioni, quasi sempre accennate e che ti fanno sentire piuttosto bene, ricordano quel filone che unisce Katie Bennett e Rachel Gordon, quella musica intimista che non scava più nelle profondità dell’animo, ma ne coglie la superficie.

Se questo è dovuto all’eccessiva svendita del nostro intimo con i social network (e, perché no, dei blog) non lo so, ma quella che una volta era una musica che sondava tramite le parole quello che agli altri non dicevi, ora tenta solamente di evocarli quei sentimenti, senza spogliarli della loro meraviglia.

Questo fa Frankie Cosmos in “Zentropy”, ma a mio avviso è ancora lontana dalle geniali rime di Katie Bennett o da una forma canzone pienamente riconoscibile.

Un album piacevole, fatto di cose impalpabili ma non per questo meno reali.


0004491504_1030th Floor Records: Various Artist – Synth Fighters (2015)

Sono tornati. Purtroppo.

Non paga del successo del precedente esperimento, l’etichetta inglese 30th Floor Records ci riprova, richiama all’ordine i suoi artisti retro-wave per un nuovo, sfolgorante progetto. Reinterpretare i temi musicali di Street Fighters II e di Super Street Fighters in chiave (sorpresa sorpresa) retro-wave.

Ad aprire questo gigantesco progetto attorno al nulla più assoluto ci sono i nostri cari Future Holotape, quelli di “Analog Renegades”. Proprio come dissi a Dicembre dell’anno scorso questa musica avrebbe fatto sfaceli in una pellicola come Kung Fury (che comunque si è avvalsa di una tamarrissima True Survivor, che grazie alla strabiliante interpretazione di David Hasselhoff ha toccato le 15 milioni di visualizzazioni di YouTube, decretando il successo di Kung Fury, per mia somma gioia) e dopo una parentesi così lunga anch’io mi sono dimenticato di che cazzo stavo scrivendo.

Ah, ok, questa retro-wave è molto funzionale a questi progetti, dove una musica del genere ha un senso di esistere, ma nel contesto di un album non sa di un signor cazzo. A meno che tu non sia un fan sfegatato di Street Fighters, s’intende,

Ancora peggio gli album delle singole band che hanno partecipato a questo “Synth Fighters”, un continuo riciclo del synth pop anni ’80, un’operazione meramente estetica che cavalca un’onda nemmeno tanto alta.

D’Angelo And The Vanguard, russian.girls, Gangbang Gordon, The Stevens, Total Control

INTERNETHATE

Le recensioni di oggi sono davvero particolari per questo blog, r’n’b, hip pop, pop sofisticato, tutta roba che di solito non prendo in esame per due motivi:

  • non mi interessano,
  • notoriamente non ci capisco una emerita mazza, ed è meglio star zitti quando non sai un signor cazzo dell’argomento.

Però, dato che sono un grandissimo cojone, voglio anch’io metter bocca su faccende che non mi riguardano. In fondo è a questo che serve internet, no?

Scherzi a parte (mamma che ridere) questi sono album che ho aquistato, che ho ascoltato parecchio e sui quali c’è qualcosa da dire (o da inveire, dipende) sennò col cacchio che mi mettevo a scrivere un post nella mia unica mattinata libera.

Eeeee via con le danze!

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angeloD’Angelo And The Vanguard – Black Messiah (2014)

[So bene che con questa recensione mi butterò addosso tanta di quella merda che da domani assomiglierò clamorosamente al demone-merda di Dogma, ma vabbè, succede.]

Esattamente come con i Goat l’opinione pubblica si è fatta sentire, tutti i critici nostrani ed internazionali si sono piegati a novanta per un nuovo album assolutamente inutile, “Black Messiah”. Ma è mai possibile che nel 2015 io debba sentirmi dire da riviste che si professano rock che un album di r’n’b una tacca sopra il riesumato Prince, oltretutto versione raffinata del r’n’b made in MTV, sia un fottuto capolavoro? Anche perché visto il plauso incondizionato di critici piuttosto “importanti” (tra cui l’uomo a cui piacciono gli Who ma “Tommy” gli fa cagare) io l’ho comprato subito, senza fiatare. Da perfetto idiota.

Tutta colpa di quei impasticcati dei Daft Punk e il loro dannato ritorno al funky, genere troppo spesso legato alla merda per eccellenza, la disco music, come nel caso dei due francesi, mentre i cari D’Angelo And The Vanguard (tornati dopo vent’anni con tanto di canale Vevo su YouTube!) sporcano il funk di r’n’b e reminiscenze Funkadelic, inutilmente pompate ed esasperate da testi politically incorrect, collocandosi così lontani dai balletti imbarazzanti con Pharrell, ma non per questo vanno adulati a-prescindere.

Che poi, come con i Goat, a me mica fanno cagare al 100%, il groove assassino di 1000 Deaths per esempio è indiscutibile, ci sono dei musicisti che venderebbero l’anima a Sly Stone per suonare così, però che cazzo c’è da dire su un album del genere? Ha un bel tiro, ha un bel groove, fine. E questo basterebbe a decretarlo a capolavoro?

Belle anche le liriche, ma nulla per cui strapparsi i capelli.

Dopo una settimana di ascolto ho messo sul piatto “Maggot Brain” dei Funkadelic, e credetemi: mi sono sentito una persona migliore.

link a YouTube

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10723566_472216169585570_1463938047_nrussian.girls – Old Stories (2014)

A rieccoci con la Lady Boy Records, etichetta islandese che ci ha già donati i Pink Street Boys. Stavolta con russian.girls la questione è piuttosto diversa, siamo davvero lontanissimi dal garage incasinato dei PSB e in generale da qualunque cosa suonata con una chitarra elettrica.

Questa strana creatura nasce dalla contorta mente di Guðlaugur Halldór Einarsson (impronunciabile membro dei Captain Fufanu, band elettronica sperimentale), una sorta di folle artista ambient autore di questo questo criptico “Old Stories”.

Il primo impatto con questo “Old Stories” è stato abbastanza… difficile (l’ho essenzialmente odiato) ma nel tempo mi sono reso conto che spesso tornavo all’ovile islandese per riascoltarmi certi passaggi, per riappropriarmi di certe sfumature. Era come se davanti a me si stagliassero colori e linee del tutto casuali, e non riuscissi a capire il senso di quegli schizzi informali. Ma allontanandomi progressivamente (con la mente) mi sono reso conto che il tutto faceva parte di un quadro troppo grande per risultare chiaro al primo colpo d’occhio.

“Old Stories” è praticamente la Psichedelia Occulta Islandese, un viaggio nelle trame esoteriche e criptiche delle loro discoteche e nella loro alienante modernità. E giuro di non essere ubriaco mentre sto scrivendo (il che fra l’altro è una novità).

Non so bene come categorizzare questo album, principalmente perché sono estremamente ignorante sul frangente ambient avant-garde e via dicendo, però roba come Snake Bloker (ovvero un’incubo cubista dei Tortoise) mi intriga per la sua lontananza dal mondo e dal mio modo di pensare (anche la musica).

Un’esperienza che consiglio a chi ha già dimestichezza col genere, altrimenti statene bene alla larga.

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a3621126830_10Gangbang Gordon – Culturally Irrevelerent [EP] (2014)

Della BUFU Records riparleremo sicuramente, e probabilmente proprio per Gangbang Gordon.

Dadaista, irriverente, sconclusionato, senza dover riprendere la de-strutturazione portata avanti dai maestri come Captain Beefheart o dai perfidi Pussy Galore, questo genio da Wakefield riesce a suo modo a de-costruire il garage moderno, con una leggerezza a tratti addirittura pop (Live At The ABC).

Fa tutto lui, chitarra, voce, batteria, drum machine, dj set, tutto in una maniera sfrontata e disorganica. Non so bene come riesca a distruggere le basi della melodia riuscendo comunque ad essere melodico. I ritmi “beefheartiani” di Passed In My MCAS Exam mescolati agli interventi new wave della chitarra non sembrano infatti lontani dall’immediatezza del garage pop di Jay Reatard, o dalle melodie perfette di Alex Chilton, il che, se permettete, è piuttosto notevole.

L’hip hop sgangherato di Orgullo de Rappers, il disorientamento ritmico, timbrico e armonico di Las Days of Work, praticamente tutto in questo album porta stupore e riflessione, ma senza la premessa di una presa per i fondelli della contemporaneità.

Infatti la cosa bella di Gangbang Gordon è che riesce ad ideare la sua musica a tratti nonsense guardandosi attorno e descrivendo quello che vede, con cura ma senza nemmeno pensarci troppo sopra, risultando molto più realistico e coerente di quanto possa sembrare ad un primo impatto.

L’angoscia e la confusione di Miss Cheevas credo chiarisca piuttosto bene le potenzialità espressive di questo sconosciuto one-man-show dal Massachusetts, uno degli EP più belli che ho ascoltato nell’anno appena passato.

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a2192467939_2The Stevens – A History Of Hygiene (2013)

Senza alcun dubbio il miglior album rock-pop del decennio, e per tanto non mi piace.

Detto questo questo, il viaggio composto da ben ventiquattro canzoni nell’adolescenza e nell’immaginario di inizi anni’90 di “A History Of Hygiene” è davvero ben costruito e perfettamente equilibrato, a tratti risulta persino evocativo.

Questi australiani ci sanno fare, le note malinconiche la fanno perlopiù da padrona, ma riescono quasi sempre a suscitare una nostalgia di tempi mai vissuti (The Long Vacation, Trail Of Debt, Legend In My Living Room, True Tales Of Half Time, o la elegiaca Come Outside e altre).

La cosa che mi convince di meno però è la ripetitività del sound e delle composizioni, che sì, possono anche cambiare ferocemente mood, ma senza mai riuscire a provocare un bel niente, né coi testi né con le idee musicali.

Ci sono anche delle influenze evidenti, come in Scared Of The Men che li avvicina a tratti agli Smiths, o un pizzico di Syd Barrett in pezzi come Blind In One Ear. Ci sono note più riflessive e interessanti dal punto di vista compositivo come Time Share Community Hall, insomma bisogna ammettere che del soft rock a tinte pop questo album riesce a condensare quasi tutto, ma senza mai svariare più di tanto.

Ecco però la cosa che mi convince di più: raramente ci si annoia. Il che potrebbe suonarvi strano, dato che vi ho appena detto che è un album essenzialmente con poche idee e rimescolate all’infinito, ma paradossalmente alla fine del lungo percorso ci si sente un po’ soli, anche perché i The Stevens, volenti o no, ti trascinano nei loro ricordi, nei loro angoli bui o luminosi, anche se sempre con troppa educazione e distacco per i miei gusti.

Chi ama questo album indica Hindsight come il pezzo di punta, ma a me le nenie alla Morrissey mi scassano abbastanza i coglioni (scusa Marta!) e gli preferisco di gran lunga l’angosciosa e “beatlesiana” Time Share Community Hall.

A mio avviso ben più interessanti dei tanto acclamati Pink Mountaintops di Stephen McBean.

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a2301055101_2Total Control – Typical System (2014)

Ci avevano lasciato i Total Control nel 2011 con lo stupefacente “Henge Beat” prodotto dalla Iron Lung Records di Seattle, un misto di Thee Oh Sees e Ultravox davvero azzardato, ma in linea con la nascente scena new post-punk californiana ora capitana dai Corners.

Parliamo un attimo di “Henge Beat”. Se la compattezza del synth in The Hammer sembra uscita dritta dritta da un album degli Human League, l’anthem garage di One More Tonight lasciava prospettare grandi fuochi d’artificio alla Ty Segall, una sorta di Ausmuteants più garage e meno synth, in pratica era un album riuscito a metà, dove non si capiva dove cacchio volevano andare a parare questi australiani! La cosa più bella è che TRE ANNI non sono serviti a schiarire le idee.

Non so se è un bene, ma il dialogo tra new wave e garage rock si fa ancora più denso in “Typical System”. Vi faccio un esempio con la seconda traccia, Expensive Dog, dove l’iniziale martellamento garage rock si perde a metà in una variazione new wave, per poi riprendere il ritmo forsennato alla Oblivians e infine ricadere in un incubo synth. Purtroppo questo dinamismo nella composizione non si ripeterà per tutto l’album, ma nei tratti in cui compare è evidente che le due passioni della band si stanno fondendo più armonicamente.

In effetti, a forza di riascoltare questo “Typical System” credo che un passo avanti i Total Control lo abbiano fatto, basta godersi il nichilismo esistenziale nelle liriche, o la distaccata ma potente Flesh War. Non me la sento di dire che siamo ai livelli dei Nun, anche perché in sole nove tracce non sempre l’estetica new wave risulta sufficiente a tenere botta.

Systematic Fuck ha degli interventi di chitarra sul finale che me lo rizzano, ma il resto del pezzo è del tutto fine a se stesso, noioso, ridondante. Liberal Party è semplicemente imbarazzante mentre The Ferryman è evidentemente un riempitivo, un riempitivo in un album di sole nove tracce!

Sebbene sia stato fatto un passo avanti importante (anche i 7 minuti densi di ottimo garage psych di Black Spring lo dimostranochiaramente) ancora il dialogo tra new wave, post punk e garage rock sembra raffazzonato, barcamenandosi tra grandissimi spunti e inutili variazioni sul tema.

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