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Magnetic Fields – Quickies

Etichetta: Nonesuch
Paese: USA
Pubblicazione: 2020

Quando  un artista arriva al dodicesimo album e questo è pure palesemente un passatempo, il rischio che sia una schifezza così raccapricciante da rivalutare persino “How to Dismantle an Atomic Bomb” è del 99%. Ma per Stephin Merritt e i suoi Magnetic Fields le cose sono andate piuttosto bene, e “Quickies” è un disco che merita di essere ascoltato, apprezzato e (perché no?) amato dissolutamente. 

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Alga Alma – Alga Alma

…gli oggetti restano
le persone spariscono…
Alga Alma, Gli oggetti

“Alga Alma” è un disco in cui sembra non succeda mai niente, ma è un’illusione, provocata dal fatto che guardiamo il fluire del fiume dal suo alveo.

L’approccio all’ascolto non può essere quello del sedersi comodamente sulla vostra sedia IKEA e mettere PLAY, perché gli Alga Alma non hanno fatto un album da ascoltare pezzo per pezzo, quanto uno di quelli che metti sù per ascoltare altro. Vi sembrerà contorto come pensiero, ma se ci riflettete un attimo non è forse il fulcro concettuale di buona parte della musica elettronica tra gli anni ’60 e ’70? I lunghi ed interminabili accenni melodici di “Alpha Centauri” dei Tangerine Dream, che non si compiono mai in un vero ritornello, ma nemmeno in un riff riconoscibile, se ascoltati con attenzione porteranno inevitabilmente all’esasperazione! Ciò che rende magnifici quei paesaggi sonori sono la loro incredibile capacità evocativa, ascoltando “Alpha Centauri” è come se fossimo stati catapultati nello spazio profondo, secondo direttive estetiche precise che riescono così a provocarci sensazioni specifiche, non è necessario essere sempre attenti ad ogni passaggio, è la musica stessa che vuole che il pensiero sia digressivo. Ma quali sono queste “direttive estetiche”?

Nel caso dell’album del complesso tedesco dobbiamo calarci nell’immaginario dell’ascoltatore medio del 1971, all’epoca la musica elettronica per il pubblico generalista era strettamente legata ad un immaginario fantascientifico (il primo film con una colonna sonora interamente di musica elettronica è “Il pianeta proibito”, del 1956), e nella ricerca musicale di quel periodo c’erano diverse riflessioni riguardanti il cosmo come sostituto spirituale al Dio religioso (pensate all’influenza dei santoni indiani, al mito del Brahmā creatore del “gioco del mondo”). Questi elementi, assieme a molti altri che non cito per amor di sintesi, rendevano quei suoni così poco “radiofonici” qualcosa di appetibile anche per un pubblico meno di nicchia. Esisteva una predisposizione culturale che gli artisti esprimevano come urgenza. Ciò che invece definisce la ricerca musicale degli Alga Alma è un’estetica subacquea, altrettante estraniante ed evocativa, ma che eccede proprio nel proseguire quel discorso musicale forse un po’ troppo nostalgico, protraendosi consapevolmente verso una nicchia di appassionati.

Ogni pezzo di questo album potrebbe essere un’estensione degli ambienti sonori che affastellano “Rock Bottom” di Robert Wyatt e già solo per questo meravigliano, disegnando tensioni con poche ma essenziali variazioni timbriche, al tempo stesso però mi chiedo cosa aggiungano a quanto abbiano già fatto in questa direzione molti artisti debitori del kraut e della sperimentazione elettronica. Uscendo nel 2020 certi passaggi più ansiogeni, claustrofobici quasi (come il finale di Tempo da perdere o l’apertura di Mi sono alzato) provocano certamente sensazioni in linea con l’isolamento forzato che sta rivoluzionando la nostra idea di quotidiano, ma lo fanno guardando indietro, almeno musicalmente parlando. 

Alga Alma è essenzialmente un duo composto da Devid Ciampalini e Luca Tanzini, due veri e propri cavalieri dell’underground italiano, con le mani in pasta in diversi progetti, e la band non nasce certamente adesso, si è infatti già fatta notare nel 2018 sempre per la DestroYO, ed ha sicuramente radici improvvisative che intrecciano diverse personalità e luoghi d’Europa. Non è un caso se nell’album è presente anche Flavio Scutti degli originali Nastro, anche lui bazzicatore ostinato dell’underground italiano, sopratutto romano.  Questi sono tre artisti che hanno nelle loro rispettive carriere di fatto preso in giro la “retromania”, l’hanno resa estetica con l’accortezza di mutarne il contesto d’origine e declinandolo in forme più adatte a quello italiano, ma non credo sia il caso di quest’album.

“Alga Alma” riesce ad evocare quello che vorrebbe con precisione e passione, senza passare necessariamente dalla composizione intesa come premessa all’espressione, ma giocando con l’improvvisazione e lasciandosi trascinare come il fondale di un fiume. Stiamo quindi comunque parlando di un esperimento riuscito, pregno di nostalgia e di intimismo, che trova nel suo miglior pregio, ovvero la digressione da certi canoni rock-elettronici degli anni ’70, anche il suo peggior difetto.

Etichetta: destroYO / Ambient Noise Session
Paese: Italia
Pubblicazione: 2020
Link: Bandcamp

Tab_ularasa/ Aaron Rumore – La sfida è farlo male

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Doppio turno di lavoro, ho la testa ancora obnulata dall’alcool del giorno prima mentre dimentico il chiavistello dentro il negozio, sono le 19:30 e tra poco più di un’ora sarò a casa.  In treno apro il portatile e quasi si staccava lo schermo, attaccato con lo scotch e tante madonne. A voi non frega un cazzo di tutto questo e lo capisco, però il mood di quando sei lì-lì per fruire di qualcosa è importante. Tutte le cazzate sull’oggettività vanno bene quando hai quindici anni e ce l’hai col “sistema”. Il giorno prima Tab_ularasa mi aveva mandato in anteprima il suo nuovo video, e così me lo volevo sparare prima di dedicarmi al mio sport preferito: dormire.

Da quello che ho capito due anni fa, d’estate, Tab e Aaron Rumore (musicista e produttore con la sua Körper/Leib) si sono ritrovati e hanno composto assieme uno split che sta per uscire soltanto adesso (25 Aprile) per la Bubca Records, e già il titolo mi esaltava: “La sfida è farlo male”. La premessa di un approccio picassiano in genere mi stuzzica sempre, ma quella sera, come vi ho detto, non ero proprio nel mood giusto. Clicco sul link e mi sparo il video mentre già penso al morbido contenuto nella fodera del mio cuscino.

Ripresa dall’alto una piccola macchinina verde compare in basso e va verso il centro del pavimento color vinaccia. I primi accordi di La sfida è farlo male mi ricordano Le allettanti promesse di Lucio Battisti, però storto e distorto. Degli strani sbuffetti neri compaiono sullo schermo, a metà tra animazioni e rumore. La macchina intanto si è scontrata con un’altra da Formula 1 gialla, e altre macchine che arrivano da tutti i lati cominciano pian piano ad accumularsi al centro.

Salire su queste scale
ha smesso di far male

Ad un certo punto un bel riffone cattivo alla Alley Cats spezza tutto e comincia il pezzo di Tab. Cosa?! Guardo bene il titolo del video: “Tab_ularasa / Aaron Rumore – La sfida è farlo male / La bugia (Bubca Records 2018)” E no cazzo, ma come? Un video solo per due canzoni? Che nemmeno si splitta, continua uguale a se stesso come se non ci fosse differenza! L’idea che Tab avesse prodotto un solo video per due canzoni diverse mi aveva francamente deluso, mi sembrava come se ci fosse una sorta di gerarchia sballata dove il video soggiogava analmente il contenuto musicale, così chiusi il portatile e non ci pensai più fino al giorno dopo.

Ripresomi definitivamente dal post-sbornia e dal post-lavoro decido di rivedermi il video, e solo quando premo su “play” ricordo cosa mi aveva fatto incazzare, ma decido di continuare. Da bravo stronzo quale sono non m’ero accorto che in realtà il video non si limitava all’accumulo di automobili giocattolo, e all’arrivo del pezzo di Tab, La bugia, la faccenda prendeva una piega particolare.

L’uso dell’analogico per Tab serve per rimandare ad una dimensione ulteriore, che non necessariamente deve coincidere con la nostalgia, ma piuttosto con uno sguardo antropologico sui fenomeni analogici e la loro condizione di precarietà. Il gusto per il rumore, onnipresente in tutte le produzioni di Tab, è tanto sonoro quanto visivo, il rumore è una texture, certamente, ma è anche una cifra visiva di deperibilità. Se ad una prima vista il video possa effettivamente apparire come un rimando all’infanzia e ai suoi giochi, diventa invece chiaro in un secondo momento che questo è un depistaggio.

Da bambini costruire è solo il momento che antecede la distruzione. Qua invece il gioco sta proprio nel “farlo male”, inteso anche come dolore fisico, palpabile, oltre che psicologico (Salire su queste scale/ ha smesso di far male). Questo autoscontro post-apocalittico in stop-motion non è casuale ma è volontario, come ad esorcizzare la fisicità dello scontro stesso. Le liriche di Aaron, quasi biascicate e nascoste dai filtri del rumore, si scontrano tra di loro allo stesso modo. Quando comincia il pezzo di Tab la faccenda si fa ancora più chiara:

Troppi filtri
troppi vetri
si frappongono al vedere
tutto è falso
tutto è vero
non c’è verità che sia
la bugia, la bugia
l’unica via, l’unica via

Ecco che quindi il rumore dell’analogico, la sua stessa essenza deperibile e continuamente ancorata alla nostra memoria (non solo personale ma collettiva) si denuncia come filtro per la realtà, che quindi automaticamente la mistifica, ne deforma la sostanza. Ma è proprio la bugia, la deformazione, l’unica verità che ci resta.

Ad un certo punto irrompe una scavatrice giocattolo che rimette ordine nel disastro automobilistico, la quale però si rivela essere un inquietante giocattolo di Minni della Disney. Questo genere si situazionismo Tab lo sta sviluppando su più piani, sia con i magazine da lui curati, che nei collage e nella musica. Non necessariamente bisogna intravedere connessioni di tipo volontario, ma già lasciarsi andare allo spaesamento (di brechtiana memoria) è un buon modo per capire la direzione concettuale di ogni lavoro del chitarrista dal Valdarno.

Aaron è chiaramente influenzato dalla New York degli primi ’60, quella di Godz e Fugs, dell’intervento poetico che si declama attraverso la dissacrazione dei canoni estetici del rock da classifica, e quello che mi aspetto da questo Split è un bel viaggio tra canzoni tronche e intuizioni situazioniste, un album che lontano dal perseguire una fruibilità rockettara lasci libero spazio all’interpretazione e allo sguardo di chi ascolta.

Ora scusatemi ma sembra che anche oggi ci sia da fare un po’ di straordinario, per cui ‘fanculo ‘sta merda, mi sparo la playlist su Spotify della line-up del prossimo Beaches Brew.

Bo Loserr – Activation

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Etichetta: Bubca Records
Paese: Italia
Pubblicazione: 1 Ottobbre 2017

Ho già dovuto mettere il piumone. Avrei una voglia matta di whiskey e sono solo le 9:21 del mattino. Non ho un lavoro, ma quasi, quel quasi che un giorno è euforia e quello dopo paranoia. Tutti ottimi motivi per ascoltarsi dalla mattina alla sera le cinque tracce di “Activation” di Bo Loserr.

Qualche mese fa, colpito da un delirio ormonale, ho presentato alla radio ShitKid, una tipaccia svedese dalle sonorità garagiste-vaporwave, ma quello che forse stavo cercando non era il caldo abbraccio della nostalgia ma il freddo e asettico gusto di una drum machine. Bo Loserr ha una faccia da schiaffi, a vederlo sembra un ragazzino della suburba in fissa con King Krule senza alcuna voglia di alzarsi dal divano, eppure stranamente la sua musica racconta tutt’altro, senza che per questo mi faccia cagare. Anzi.

Il ritmo e il timbro quasi chiptune di Dads mi colse del tutto impreparato la prima volta che la ascoltai, dato che conoscendo l’etichetta pensavo fosse il solito punkettone sfatto in salsa garage. Le uscite della Bubca Records, volutamente fuori da ogni logica di ricerca intellettuale, sono sempre dannatamente intelligenti. Le stesse sensazioni di congelamento e paralisi adolescenziale (tipiche ormai fino ai 30 anni abbondanti) che caratterizzano una gemma del pop australiano come “Around the House” dei Chook Race, in questo breviario di Bo Loserr, che adesso scorre di sottofondo mentre scrivo, vengono esposte con una immediatezza che fa male.

«Everything feel alright without you.» Litiga col patrigno Bo Loserr, che lo sfida senza pudore: «You are a tough guy, ah? C’mon, show me how tough!» La musica si spezza, si apre un varco che Bo Loserr sa di non riuscire a descrivere tramite una composizione, ma vuole comunque mantenere quell’urgenza nel modo più chiaro e puntuale possibile. E così ci ritroviamo ad ascoltare uno pseudo-estratto da una lite, immerso nel rumore più sterile che abbiate mai sentito.

Registrato male, senza soluzione di continuità da un pezzo all’altro, questo strano EP sembra uscito fuori da una qualche oscura collezione in chissà quale cantina.

Dopo qualche giorno di ascolto serrato mi sparo anche un video, montato da quel bastardo di Tab_Ularasa (il testone dietro la Bubca Records e tanti altri progetti di cui abbiamo largamente discusso QUI), e non sono rimasto per nulla sorpreso che il pezzo scelto fosse proprio quell’Activation che dà il nome all’EP e da cui ho preso le citazioni sopra.

Il video è un ri-montaggio di un vecchio documentario della RAI ripescato da una VHS, probabilmente sull’antico Egitto o sugli scarabei. Tab seleziona alcune scene di vita di uno Scarabaeus sacer, l’insetto coprofago tanto caro agli antichi egizi, presentato nella sua banale quotidianità, dove si lotta tutti i giorni per un la propria merda, portandosela a giro e cumulandone sempre di più. Insomma, quella vecchia volpe di Tab vuole spingere proprio su questa interpretazione di Activation, sull’accumulo. Quello che ci definisce è anche tutta la merda che ci portiamo dietro senza però spargerla a giro, il carico di bagagli emotivi fatto però di odio, risentimento, litigi, sconforto. Verso la fine il video sembra che abbia le convulsioni, i micro movimenti avanti-indietro dell’ambiente denunciano una febbre sopita, un’energia nascosta, un sole imprigionato.

L’alcolismo adolescenziale, la funzione catartica della musica rock, il rifiuto della figura paterna: Bo Loserr ben lungi dal voler essere il cantore di una generazione, descrive il suo mondo, la sua piccola realtà, la sua microscopica fotografia di un atomo e degli elettroni che di girano attorno, con il piglio di uno che si alza tutte le mattine scavando.

Podcast – La leggendaria intervista a Tab_ularasa

UDP #12
Da sinistra: il vostro blogger preferito, Tab_ularasa, DJ Lowrenzo.

L’anno scorso ne ho fatte parecchie di interviste, ma tutte in ambito extra-musicale, e per quanto mi riguarda aprire un ciclo sul podcast proprio con Tab_ularasa è stato un sogno. Tab è una delle personalità più poliedriche e fottutamente fuori di testa che ci siano nel sottoterra italiano, uno di quelli che potrebbe scrivere la pagina DIY di Wikipedia auto-citandosi come unica e incontrovertibile fonte (di stronzate ovviamente – con affetto Tab <3). Ora però sono ben quattro giorni che ne parlo bene per cui temo mi stia ammalando o qualcosa del genere.

Comunque sia per Ubu Dance Party è stata in generale una bellissima puntata, culminata con la live di Tab e conclusasi con le solite stronzate di DJ Lorenzo.

«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Supernova, ovvero sulle funzioni del video-clip nel 2017

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Ho riguardato questo video sei o sette volte da martedì, e ho ascoltato Supernova con lo schermo buio almeno altre quattro.

In questi giorni sto riconciliando molto del mio tempo con la musica, principalmente per gli impegni radiofonici che, a discapito persino di vere e proprie disgrazie, continuano e stanno riscuotendo un microscopico successo. Tab_ularasa è un musicista che dai tempi dello split con Muddy Mama Davis mi ero ripromesso di scoprire, e più vado a fondo e più definirlo “musicista” mi sembra una limitazione d’intenti inaccettabile.

Sui Centauri ho già scritto e detto tanto per quanto mi riguarda, una band che ha dalla sua un modo di interpretare il noise estremamente emotivo, quasi fragile, nel primo album fin troppo dispersivi e ripetitivi (anche se con dei picchi notevoli – Alpha Centauri A), nello split con i Dead Horses più incentrati. Personalmente li adoro, ma mi rendo conto che il loro approccio tende a cercare quasi una risonanza emotiva nell’ascoltatore, che se non la coglie ne rimane del tutto indifferente, quando non infastidito.

(Sì, siamo ancora nella premessa, ma adesso vi espongo il fulcro del discorso, cazzoni) Se c’è effettivamente un aspetto peculiare nella musica ai tempi di internet quello è il tempo. O almeno così credevo. Per me l’avvento dei formati digitali doveva annichilire i formati classici, i 7”, i 33 giri, le musicassette, i CD, per favorire formati sempre più “pesanti” ma di qualità, liberando gli artisti dalla necessità di pubblicare dischi che durino un tot, con il singolo che duri un tot, con il video che taglia il pezzo di un tot per renderlo più fruibile, e via dicendo. Il tempo ormai lo decidiamo noi, è la nostra merce di scambio e non più quella del media che deteneva tutto l’intrattenimento e lo elargiva rateizzato al fruitore. Ma a parte le mode revival e nostalgiche, a parte che ancora adesso il disco, l’album, la fa da padrone, c’è un elemento che mi ha fatto riflettere nuovamente.

Sabato scorso ero in Sicilia ad una festa di laurea, una roba che di solito eviterei come la birra analcolica evita me, ma si da il caso che il laureato in questione sia un mio grande amico, per cui prendo i biglietti da Pisa ed eccomi lì. Mi ritrovo ad un certo punto a parlare con un giovane musicista palermitano (22 anni), so che non ve ne frega niente per cui vado dritto al punto: ad un certo punto dice che fare i video per promuovere la propria musica è un retaggio del passato, una roba buona solo a prendere la polvere sugli scaffali. Non sono d’accordo. Il video-clip nell’era di YouTube fa MILIARDI di visualizzazioni, ben più di quanto potessero permettere canali tematici come MTV, e i numeri tendono ancora a salire, non a scendere. In molti casi si è persino raffinata la tecnica, raggiungendo sintesi estetiche deliziose, spesso più appaganti della musica che fa da contorno.

Ma se invece di fare video-clip i video dell’era di internet fossero un tutt’uno con la musica? Pensateci: tutti i nostri dispositivi sono ormai collegati ad uno schermo, è quasi impossibile avere un supporto per ascoltare musica che non ne abbia, a parte i classici stereo (ma anche lì…). Se si esautorasse il video dalle esigenze promozionali e diventasse compendio se non addirittura parte integrante del discorso musicale, sarebbe un’eresia?

Tab_ularasa con il video di Supernova mi ha effettivamente messo un po’ in crisi. Non mi piace intellettualizzare laddove non c’è nessuna urgenza di farlo, questo vorrei metterlo bene in chiaro adesso. È infatti inoppugnabile che riflettere su come la musica cambi in base ai formati di trasmissione della stessa sia fondamentale. Se RCA durante una ripartizione della produzione negli anni ’40 non avesse deciso che la Musica d’Arte andava stampata nei 33 giri e quella pop nei 45 non avrebbe dato il via all’infinita schiera di piccole etichette che furono il terreno fertile per la nascita del rock (aiutati anche dai bassi costi dei nastri magnetici tedeschi), inoltre il formato così breve portò i musicisti pop a rendere i loro pezzi più brevi e veloci. Il formato quindi non è solo un fattore, è IL fattore.

In questo momento per me ascoltare Supernova con il video (che sia su PC o smartphone poco importa) è un’esperienza diversa artisticamente che ascoltare il pezzo e basta, questo non perché la musica dei Centauri non sia efficace di per sé, Supernova è un pezzo davvero azzeccato, forte di un climax distopico davvero ben riuscito, merito di una conoscenza dei mezzi davvero superlativa, ma il video di Tab_ularasa ne completa il discorso senza stravolgerlo

Certo è che parlare d’arte farebbe rizzare anche i peli del culo a Tab, questo è poco ma sicuro, basta ascoltarsi la sua produzione da solista per carpire la sua idea al riguardo, ma per me è in torto marcio. Il suo modo diretto di esprimersi, sporcando il più possibile la comunicazione (proprio come è nella realtà), il suo sforzo “soggettivista” mi ricorda quello di G. Gordon Gritty, che elimina di fatto ogni velleità artistica ma che in realtà ci regala un nuovo punto di vista, che proprio nella sua soggettività pura e scarna è (stacce) una forma d’arte.

Quello che vediamo nel video in pratica è un documentario su una famiglia di giraffe, probabilmente in VHS, la materia di cui è fatto il supporto video è quasi tangibile per quanto è usurata, quel gusto un po’ retrò di certi video contemporanei (anche vaporwave) non è qui però presente. Per Tab_ularasa la materia e la sua percezione sono elementi fondamentali della sua estetica, basti dare un occhio ai suoi collage o alla splendida copertina dei Rawwar per rendersene conto. Quando si sente cantare «I’m an asshole» vediamo il maschio della giraffa sedurre la femmina con una buona dose di ignoranza animale, e il quadretto familiare successivo col figliolo grazie all’accompagnamento musicale sembra quasi quello della (im)perfetta famigliola di provincia, magari pure tossici. La tragedia che si dipana nel mezzo del video poi sembra quasi trasformarsi in un documentario su Forcella o sulla adolescenza in generale. La prima volta la percezione che ebbi guardandolo fu come se quelle giraffe fossero degli alieni, evoluti ed intelligenti come noi, ma troppo diversi per comprenderne la tecnologia e la saggezza, ma che alla fine dei conti si rivelassero identici nella sostanza, nell’amore, nella violenza, nel dolore, nella morte.

Ma probabilmente sono solo io, dovrei smetterla di leggere Queneau e Sartre appena sveglio diocristo.

Podcast – Dots, Rawwar, Centauri, Ty Segall

E allora sì cazzo. Puntatona di Ubu Dance Party, l’unico podcast di rock underground che non le manda a dire. A meno che non mi ritrovi a letto con l’influenza (odio l’influenza). 3 album italiani uno meglio dell’altro e una feroce stroncatura al Biondo che fa impazzire il mondo.

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«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Rawwar, Thunder Bomber, Thee Oh Sees

Tre recensioni toste di roba che ho ascoltato di recente, avrei voluto mettere qualcosa in più ma è stata la settimana di merda per eccellenza.

RAWWAR – cassetta

Intanto c’è Tab_ularasa, il che ci piace. Poi ci sta Zulfux dei Dead Horses e dei mitici For Food, ci metti anche Doctor Dead del Trio Banana e il rischio di trovarti di fronte ad un album di soli rutti e scorregge diventa quasi una certezza. Ed invece questi tre simpaticoni decidono di fare la cosa più semplice del mondo: divertirsi assieme. Certo, di solito quando uno si diverte risulta anche allegro, invece per i Rawwar evidentemente passare del tempo assieme spassandosela equivale al produrre del garage blues maledettamente abrasivo.

Di solito nel punk così come per il fratellone garage si parla di rabbia in termini creativi, e quando pensi al garage blues se proprio non sei un depravato ti vengono subito in mente gli Oblivians e gli anni ’90. Direi che è normale, no? Ma in questo specifico caso, nelle tre canzoni cagate fuori da quello immagino essere stato un pomeriggio freddo e insipido, c’è più rancore che rabbia (e più noise che garage blues anni ’90).

Nelle liriche il tema del luogo in rapporto al soggetto (andare-muoversi-allontanare) non è affrontato con il piglio intellettualoide di certo punk (non sempre negativo eh, penso agli Alley Cats), questo è un punk senza anthem, un garage senza giri orecchiabili, potete percepire i Pussy Galore ma senza il loro tiro infernale, non c’è nemmeno una melodia trasognate alla Centauri, tre pezzi e nemmeno un accenno di piacevolezza. L’ho trovata una cosa profondamente bella.

Fra l’altro mi sono innamorato di Going South, c’è un riff che ricorda la furia micidiale degli Oblivians ma si perde in un mare di rumore asettico, un pezzo che deflagra per poi raggrumarsi come una ferita adolescenziale. 11/10

THUNDER BOMBER – LOOKING FOR TROUBLE

Al contrario dei loro amici Dots i Thunder Bomber fanno del tiro un espediente più hard rock. Ok, forse non mi sono espresso in italiano, volevo dire che laddove nei Dots c’è una vena quasi pornografica nel rapporto tra funky e punk, i Thunder Bombers sono più i Sonic’s Rendezvous Band senza l’ombra degli Mc5 addosso (molto meglio, eh?). L’energia che scaturisce da ogni singolo pezzo, a metà tra Rocket From The Crypt e Nashville Pussy,  rende “Looking For Trouble” un album decisamente da viaggio o da scazzo, ma che ho paura di dimenticare con la stessa facilità con cui passo da una pinta all’altra al pub.

Adesso cerco di fare mente locale, anche se in realtà arrivo da una settimana in cui mi sono scervellato all’inverosimile per una recensione de Il Girello (opera buffa della seconda metà del seicento), e anche perché Luca è stato gentile a contattarmi senza insultarmi come nel 90% delle mail che ricevo, e infine perché “Looking For Trouble” non è certo una merda, per cui vediamo se riesco a mettere in ordine i miei pensieri da bravo recensore provetto:

COSA MI PIACE Questa è facile, hanno un tiro micidiale, i pezzi anche se non sono particolarmente originali nella composizione mi sembrano molto schietti e con quella sincerità rock ’n’ roll alla Nashville Pussy che ogni ci vuole. Francamente non sopporto più l’heavy metal e l’hard rock da molti anni ormai, non che questo album sia heavy nel senso stretto della parola, però di solito queste sonorità mi fanno incazzare, stavolta no. Sarà perché invece di essere la solita band derivativa di Deep Purple o Led Zeppelin questi prima di tutto si divertono come i matti, e vaffanculo a tutto il resto.

COSA NON MI PIACE È un mio problema ragazzi, non sopporto più gli assoli. Sapete no quelli belli muscolari che arrivano telefonatissimi sulle tibie e ti spezzano le gambe? Mi sembrano eccessi steroidei da palestra, non ne posso più di sentire la solita struttura che si prepara ad ingravidarti senza consenso con l’onanismo del chitarrista di turno. Non ho niente contro il chitarrista dei Thunder Bomber, sia chiaro, va come le palle di fuoco come dicono nel Valdarno, per cui se vi piacciono le sbombardate siete sui lidi giusti. Io preferisco i Crime.

E con questo è tutto. Anzi no.

THEE OH SEES – A WEIRD EXIT

Eccoci al duemillesimo disco dei Thee Oh Sees, una band che in vent’anni (più o meno) ha azzeccato tre album che nel modestissimo avviso di questo blogger spaccano i culi e cagano in testa a qualsiasi stronzata in copertina su Rumore. Il resto della loro discografia… meh. Però dai, ci piazzano sempre qualche assolo alla Barrett, la sezione ritmica alla Cluster/Can/Faust, ma è dal 2013 che non fanno un album decente per il sottoscritto.

Sentite, non me ne frega un cazzo, le ultime robe di Dwyer sono davvero imbarazzanti, vi possono pure piacere per carità, anche perché la band sebbene i cambi di formazione dal vivo è una cosa splendida e lisergica, però “Drop”, lavoro incensato dalla critica e dai blogger hipsteroni è davvero un’accozzaglia di idee riciclate e laccate all’inverosimile. E anche quello dopo, com’era… ah, sì: “Mutilator bla bla bla”, originale come la Coca-Cola della Coop. Il vero problema della band è che l’ultimo cambio di formazione ha sputtanato la compattezza del sound e la sua forza distruttiva a 33 giri, e anche la creatività sembra scarseggiare.

E quindi “A Weird Exit”? Intanto diciamo che c’è ancora Tim Hellman dei mitici Sic Alps, che stavolta non fa la fighetta e pesta duro su quelle quattro corde, poi ci sta il buon Paul Quattrone (dei sopravvalutati !!! di Sacramento) e un tale Dan Rincon che assieme riesumano la sezione ritmica a doppia batteria, potente tanto quanto quella leggendaria di Lars Finberg e Mike Shoun. Ma al netto della potenza e di qualche cosina nuova “A Weird Exit” è solo un buon album e niente più, anche se rischiava di essere un capolavoro del calibro di “Carrion Crawler/The Dream”.

Gli accenni sabbathiani (Gelatinous), il loro garage psych delirante ormai marchio di fabbrica registrato (Dead Man’s Gun), è tutta roba già sentita negli album precedenti con poche variazioni, e questo fa incazzare. Ovviamente è roba buona, ci mancherebbe ragazzi, ma l’abbiamo già sentita nei quattromila album precedenti! I momenti migliori sono sicuramente i due pezzi più dilatati e sperimentali: Jammed Entrance e Crawl out from the Fall Out, una botta di vita che – devo essere sincero con voi, non mi aspettavo nemmeno per un cazzo. C’è persino l’influenza dei migliori Brian Jonestown Massacre nella finale The Axis, forse uno dei pezzi più affascinanti nella loro intera discografia. Però… non c’è troppo da dire in realtà.

Sembra che Dwyer si sia ormai normalizzato, tutti gli elementi che rendevano i Thee Oh Sees un gruppo unico nel panorama garage mondiale, tra i più seminali di sempre e con non pochi proseliti, ormai sono diventati rassicuranti tappeti sonori balsamici, accomodanti muri di suono privi di qualsivoglia necessità. Certo è che qualche guizzo quest’ultimo album ce l’ha, e anche di un certo capriccio ecco, per cui non vendiamo la pelle dell’orso prima di averlo ucciso.

https://open.spotify.com/user/micolash90/playlist/47PY2PDY9uePxoJm34bqBI

Centauri / Dead Horses split

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Etichetta: Lepers Production
Paese: Italia
Pubblicazione: 1 Novembre 2016

La malinconia celata in un feedback può essere difficile da cogliere, un rumore in fondo è solo un rumore, eppure da John Cage a Iannis Xenakis ne abbiamo di esempi di come il rumore possa diventare vettore di sensazioni, riflessioni, e perché no: emozioni.

Nella storia del rock ne abbiamo ascoltati di rumori assordanti eppure significativi, dai Velvet Underground ai Sonic Youth, non mi sento affatto fuori luogo ad inserire in questa esclusiva famiglia il denso discorso sonoro dei Centauri. Questa band prodotta da una delle migliori etichette italiane del momento, la barese Lepers Production, riesuma la semplicità melodica di certo alternative degli anni ’90 e la immerge in stratificazioni rumorose incredibilmente espressive.

Il loro esordio discografico credo sia del 2014, con “Centauri” (of course), una deliziosa vertigine di noise e Faust, ma non i Faust degli inizi ma quelli laconici di “The Faust Tapes”. Il martellio del piano che si perde in uno spazio siderale saturo di frequenze di Alfa Centauri A, spiega meglio di quanto io possa fare l’eleganza dietro questo album (il suo continuo, Alpha Centauri B invece rigurgita del rock un po’ come i Pussy Galore nel bel mezzo del delirio sparavano un blues infernale).

Personalmente provo quasi una venerazione per questo lavoro, sopratutto quando mi ritrovo a leggere riviste come Rumore dove si parla di espressività in merito all’ultimo lavoro di Lady Gaga, laddove quell’espressività anche se ci fosse è stata talmente sviscerata da avere poco da aggiungere, i Centauri invece sono una di quelle band che si muovono tra i confini dei generi, non cercando di scavalcarli ma piuttosto spingendoli un po’ più in là. La tensione fantascientifica della band, più Tangerine Dream che Sun Ra, si sposa con un folk trasognato, e non senza un certa meraviglia ci ritroviamo a navigare nel nostro universo interiore.

Lo split uscito questo primo Novembre con i Dead Horses è un evento per chiunque abbia a cuore l’underground italiano. I Dead Horses, trio acustico dalla febbrile Ferrara, altro non sono che una declinazione dei For Food di cui abbiamo già parlato in una entusiastica recensione che vi linko qua.

Quindi che cosa succede in “Centauri – Dead Horses”?

I Centauri si presentano con tre tracce, proseguendo il discorso del loro “The Centauri Tapes” (eh), sposando una vena piuttosto malinconica e incredibilmente efficace, che esplode in tutta la sua meravigliosa fragilità nei 5 minuti di Unza.

I Dead Horses tornano dopo il loro folgorante debutto per la Bubca Records di Tab_Ularasa, e presentano quattro pezzi ormai rodati. Anche se li accumuna una certa urgenza espressiva non sono da confondersi coi siciliani Pan Del Diavolo, nei Dead Horses è tutto “in potenza”, quasi mai la tensione deflagra in un coito rockeggiante. Il rumore c’è anche qui, se The Cross sembra uscita da una casa di produzione indie, Before you judge me suona come se fosse stata partorita tra il sangue e le urla di un garage di periferia.

La musica dei Dead Horse raggiunge vette mistiche, scompare la rabbia di certo folk italiano da classifica per far posto ad un lento rituale misterico.

Due anni fa Mirrorism e For Food hanno segnato rispettivamente delle vette da raggiungere nel panorama nostrano, l’anno scorso gli Hallelujah!, evoluzione dei Vairus, hanno esordito con uno dei più potenti 12” che abbia mai sentito, e quest’anno Centauri e Dead Horses spostano ancora più in là il confine.
E meno male che la musica in Italia fa cagare.

Muddy Mama Davis – In Vulva

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Seguo la pagina Bandcamp della Siamo solo noise Records dal Dicembre 2013, ovvero da quel “SUK Tapes and Sounds from Porta Palazzo” che reputo seminale per una buona parte della scena occulta italiana. Questa etichetta torinese negli ultimi due anni ha pubblicato un po’ di tutto, da album registrati nel cesso alla drone più abrasiva, con una coerenza anti-hipster da applausi e scorregge a scena aperta.

Qualche giorno fa (credo fosse giovedì, ma sembrerebbe che l’alcol non aiuti a orientarsi nei giorni della settimana) hanno messo sul sito uno split che mi ha svegliato dal torpore esistenziale provocatomi dall’ascolto continuativo di garage rock senz’anima.

Leggo «Muddy Mama Davis» e chi cazzo è? Dopo cinque minuti le mie sinapsi umide di bourbon cominciano a saettare del puro piacere, tradotto istantaneamente dai timpani fracassati dai decibel in libertà. Il suo piglio blues è elettrico come quello del Muddy Waters di “Electric Mud”, il suo garage rock è spietato e osceno come quello dei Troggs, questo tipo, questo Muddy Mama Davis, sembra spuntato fuori da una Detroit italiana sotterranea, per carità l’altro rocker con cui divide lo split, tale Tab_Ularasa, spacca di brutto, sia chiaro, però l’avrò ascoltato giusto due o tre volte, niente in confronto alle centinaia di riproduzioni che hanno reso MMD il rocker più odiato dai miei vicini nell’arco di un pomeriggio.

In questo split MMD ci butta dentro tutto il suo EP uscito nel 2013, “In Vulva”, 12 minuti scarsi di pura attitudine punk, senza troppi girigogoli e senza la benché minima autoreferenzialità – messaggio ai garage rocker italiani: solo perché non suoni quella merda degli Stato Sociale non vuol dire che sei Iggy Pop, cristo, smettetevela di tirarvela!

Infatti Vorrei essere un indie rocker va dritta al dannato punto, ovvero lo sfottere tramite La Musica e non tramite Facebook, e senza il bisogno di mandare l’altro a cagare ma definendo la propria diversità rispetto a quell’altro («Vorrei essere un indie rocker/ ma non lo sono»). Questa è attitudine cari miei.

Ok, “In Vulva” sono “solo” 12 minuti, ma vuoi mettere 12 minuti senza sentire qualcuno LAMENTARSI perché questo paese fa schifo o perché la squinzia del piano di sotto non gliela dà? Quanto è eccitante potersi sentire un album con la presenza di almeno una chitarra elettrica senza la continua sottolineatura di quanto uno è punk duro-e-puro?

Ho rotto gli occhiali da sola mastica e digerisce buona parte della produzione garage californiana, ormai edulcorata dal verbo Burger Records, orfana dei loro perversi padri fondatori (Troggs, Kingsmen, Stooges, Sonicsormai rincoglioniti). Lo steso discorso vale per Calogero, ma qui ci si scontra con un garage blues che ricorda la chitarra di Jack White nei primi due album dei White Stripes, il tutto condito da delle liriche piene di giocoso nonsense.

Però in questo breve EP c’è un capolavoro, un pezzo che merita di entrare nella vostra collezione (che sia in CD o digitale fregacazzi) : Corona (la grande fuga).

Per Massimo Recalcati, come spiega a Christian Raimo nel libro-intervista “Patria Senza Padri” (Minimum Fax, 2013), Fabrizio Corona è un maître-à-penser dei nostri tempi, capace di svelare la tensione verso l’eterno godimento dell’italiano medio (rappresentato dai vari Lele Mora, Berlusconi e compagni di zoo vari), e in Corona (la grande fuga) MMD non è poi così lontano da questa interpretazione.

Prima costruisce la fuga di Corona (fra l’altro: geniale la citazione a Ai Se Eu Te Pego! nella bocca del capo della DIGOS portoghese) con una furia garage delirante e surrealistica, infine trasforma le sue fotografie, quei quadri dove l’osceno desiderio di una erezione eterna e la dissolutezza non libertina ma nichilista vengono ritratti senza filtri, in uno degli inni punk più belli di sempre «c’è Simona, la cocaina, Bobo Vieri e i pugni in faccia, i bocchini a Lele Mora mentre Coco va coi trans, Trezeguet con le puttane, Gilardino è omosessuale? a Marazzo piace il cazzo e a Sircana… piace il cazzo»

Niente politica intesa come propaganda, niente riflessioni sulla crisi economica, niente canzoni d’amore tossiche (credo che ne escano dieci al giorno, non è figo, è solo banale, fatti ‘sta spada con la tua donna senza necessariamente tradurla in un 4/4 pseudo-esistenziale, grazie), fare garage è un’arte diretta che fa dell’autenticità il suo unico vessillo. E quel gran cazzone di Muddy Mama Davis ci riesce alla grande.