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Podcast – Le Grandi Delusioni

Sicuramente sarà successo anche a voi, no? Vai dal tuo spacciatore di dischi, ti fai consigliare qualcosa in base ai tuoi gusti, spendi un bel ventone o anche più, torni a casa per sparatelo dritto dritto nel condotto uditivo e… BANG! È una merda.

A me è successo parecchie volte, in questa puntata di Ubu Dance Party ve ne elenco 8 particolarmente scottanti.

«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Jack White – la discografia (parte terza)

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— clicca QUI per la prima parte, clicca QUI per la seconda parte —

2007-2010: GLI ULTIMI RUMORI

Dopo aver lasciato la V2 Records con un pugno di mosche ecco arrivare in scivolata la Warner Bros. Records, con tanti milioni che rischiano di dare alla testa al buon vecchio White. 

Ci sono voluti 10 anni per arrivare al sesto e ultimo album dei White Stripes, di gran lunga il peggiore della loro fortunata discografia. “Icky Thump” (2007) esce sia per CD che per vinile, ma con delle leggere differenze tra i due prodotti (fatto che stranamente non segnala mai nessuno) nella registrazione della title track e di Rag And Bone.

Icky Thump è un bel pezzo rock con le influenze messicane che sporadicamente segnano questo album, diviso a metà tra sperimentazione e folk. Segue una You Don’t Know What Love Is (You Just Do As You’re Told) con un bel riffone ma senza rabbia, di maniera

La parte centrale dell’album, che comprende l’ultimo pezzo del lato A del primo LP e tutto il lato B è una debacle senza precedenti300 M.P.H. Torrential Outpour Blues (il peggior blues della premiata ditta), Conquest (una vergogna senza precedenti), Prickly Thorn, but Sweetly Worn e St. Andrew (This Battle is in the Air) (due pezzi folk senz’anima) sono il punto più basso della loro discografia, di questa parte si salva solo il Bone Broke, un pezzo comunque troppo lungo. Con il riff di Bone Broke i vecchi Stripes ci avrebbero fatto un pezzo punk da due minuti scarsi. 

Little Cream Soda dimostra che il successo non intacca la voglia di sperimentare di  White, peccato che la carica sperimentale non sia alla pari con la qualità.

Rag And Bone è uno dei pochi picchi di quest’album (nell’edizione in vinile è cantata solo da Jack) e dà anche l’inizio all’album vero e proprio. Sì perché quello che è successo prima era probabilmente frutto di qualche goliardata alcolica in fase di produzione. Spero.

Infatti il secondo LP si rivela decisamente il migliore contenendo due tra gli episodi più felici dei White Stripes, ovvero: I’m Slowly Turning Into You e Catch Hell Blues. La prima è l’unico pezzo dell’album che coniuga la spinta innovativa nel sound con il garage delle origini, il giro di organo, l’assolo distorto, la voce mefistofelica di White, tutto è perfettamente calibratoCatch Hell Blues è invece l’ultimo grandissimo pezzo blues della band, figlio di I Fought Piranhas Instinct Blues ma ben incastonato nel sound complessivo di “Icky Thump”, una perla.

A Martyr For My Love For You potrebbe benissimo comparire nella tracklist del secondo album dei The Raconteurs (che uscirà l’anno dopo) mentre Effect And Cause è il classico pezzo acustico a concludere l’album, l’unico pezzo folk degno di questo nome di tutto il disco. 

Ma a parte quella merda stratosferica di Conquest ‘ndo stanno le mitiche cover? E c’è da chiederlo? Ma ovviamente una è presente nella versione giapponese (sigh!) ed è Baby Brother di Vern Orr, ovviamente da spezzare il fiato, mentre nella versione per iTunes (doppio sigh!) ci sono sia Baby Brother che Tennessee Border del grandissimo Hank Williams. Cosa non fa fare il denaro…

È del 2008 la collaborazione con Alicia Keys. Another Way To Die è pezzo forte del nuovo “007: Quantum of Solace” (diretto da un un mediocre Marc Forster). 

Nel 2008 Jack White e Brendan Benson presentano al mondo “Consolers of the Lonely” secondo e finora ultimo album dei The Raconteurs, un album che regna supremo su tutta la produzione indie di quell’anno, più ispirato del primo ma a tratti fin troppo ricercato e rifinito, il prodotto fin qui più commerciale di Jack White.

Il riff facile e appetibile di Salute Your Solution, l’indie pop da classifica di These Stones Will Shout, il garage pop di Five On The Five, il rock da stadio di Hold Up (con tanto di ritornello da cantare a ritmo con le braccia tese verso la band), la progressione banale al piano di You Don’t Understand Me, sono i punti meno interessanti dell’album. Per carità, c’è sempre quello straordinario talento nel creare melodie già sentito in passato, ma ormai lo stupore lascia spazio alla banalità.

I pezzi decenti sono la title track che coniuga bene il riff garage al indie rock da Coachella o Lollapalooza, Old Enough è un pezzo che sembra rubato al primo album (anche se senza quella punta malcelata di malinconia perde tantissimo), Attention è un pop rock energico e ben costruito.

I pezzi forti sono l’inaspettata cover di Rich Kid Blues direttamente da “Terry Reid” (1969), secondo album di (pensa un po’) Terry Reid, conosciuto perlopiù per aver rinunciato al ruolo di cantante sia nei Led Zeppelin che nei Deep Purple, mentre la conclusiva Carolina Drama è il classico pezzo acustico con cui White ama concludere in questo periodo i suoi album. 

Dopo aver interpretato brevemente Elvis nel divertentissimo e brillante “Walk Hard: La storia di Dewey Cox” (davvero brevemente), nel 2009 si cimenta nel super-progetto: The Dead Weather

Alison Mosshart alla voce (The Kills), Dean Fertita alla chitarra (Queens of the Stone Age), Jack Laurence di nuovo al basso (Greenhornes, Blanche, The Raconteurs) e Jack White alla batteria (il suo primo amore). Insieme formano il classico super-gruppo e come il 99% dei super-gruppi propone un musica auto-celebrativa del tutto inutile.

Il lato A di “Horehound” bene o male tiene. 60 Feet Tall è di rara piattezza, Hang You From The Hevens uguale, I Cut Like A Buffalo già meglio, So Far From Your Weapon tiene il passo e si migliora un po’, Treat Me Like Your Mother è garage mascherato (era meglio lasciarlo nudo) dopo di che il nulla.

Si salva la cover di New Pony di Bob Dylan, ed è la peggiore di tutte le cover prodotte da Jack White

Che dire, un progetto inutile tranne per le tasche dei diretti interessati, sorretto solo dalla spasmodica passione dei fan di Jack White. Il secondo album, “Sea Of Cowards” (2010) timidamente definito “superiore al precedente” dalla critica che, quasi all’unanimità, non se l’è sentita di stroncare un album con il Profeta Jack White, in tutta sincerità fa cacare come il precedente. Dura giusto una mezz’oretta, hanno capito che la cosa migliore e far felici i fan di White e delle volte sembra di sentire i Raconteurs sperimentali. Terribile.

2012-oggi: UN CHITARRISTA QUALUNQUE

Tra collaborazioni, TV e apparizioni varie avevo perso di vista Jack White così tanto da aver quasi del tutto ignorato ad aprile del 2012 l’uscita di “Blunderbuss” il suo primo disco solista.

Era agosto ed ero ad Atene, stavo facendo un interrail che percorreva tutto l’est Europa, e ogni volta che potevo fermarmi a comprare qualche album lo facevo. A prezzi stracciati ho acquistato vinili stupendi, dai Rare Bird ai Cracker, passando per Ian Dury e Joe Cocker. Arrivato ad Atene finisco in questo piccolo negozio dove stavo valutando l’acquisto di un “Safe & Milk” ristampato quando la mia attenzione si focalizza su un tizio blu su una copertina blu. Jack White? Beh, perché no?

Sostanzialmente i White Stripes sono stati la colonna sonora dei miei anni al liceo, e sebbene gli ultimi album di Jack mi avessero fatto abbondantemente cacare l’idea di un Jack White che lascia perdere le super band e l’indie rock non poteva che attizzarmi.

Che dire di “Blunderbuss”? Un disco più che sufficiente, considerando che dal 2007 mancavano all’arco di Jack delle vere frecce da scoccare, qui qualcosa c’è, ma niente da far strappare i vestiti e uscire nudi, urlando, sotto la pioggia. Sebbene il talento melodico sia tornato più forte che mai e l’indie pop di ‘sto cazzo e andato a farsi fottere assieme alla sperimentazione intorno alla merda dei Dead Weather, questo è un album debole e che segna la fine di Jack White come uno dei protagonisti della scena rock mondiale.

Notevole Missing Pieces, scorre che è una meraviglia, mentre è nostalgica del garage punk di un tempo Sixteen Saltines (anche se molto più vicina ai Raconteurs o a “Icky Thump” che a “De Stijl”), irresistibile Freedom At 21

A vederlo non si direbbe mai, ma Jack White è invecchiato e parecchio. Posato, riflessivo, esterofilo fino all’impossibile, basta ascoltarsi Love Interruption, Blunderbuss, Hypocritical Kiss, Hip (Eponymous) Poor Boy, Take Me With You When You Go e On And On And On per capirlo.

Discrete I’m Shakin’ e I Guess I Should Go To Sleep

Una volta persa la furia giovanile Jack White si è immediatamente posato sugli allori. Si può essere immuni al fascino del denaro e del successo, ma non lo si può essere all’età.

Sta per uscire il nuovo album che, temo, non comprerò. Su internet potete trovare i nuovi singoli che presentano “Lazaretto”, ascoltandoli non posso che dedurre che sarà un lavoro nettamente inferiore al sufficiente “Blunderbuss”, ma di certo non vale l’acquisto con tutta la roba che c’è a giro. 

L’impatto di Jack White sul rock è stato deciso e limitato. Si è imposto subito per creatività, fruibilità e le vendite spropositate, non si può di certo dire che il suo peso storico sia notevole. Il garage rock dei White Stripes non ha mosso eccessivamente le acque, ad oggi i gruppi garage (principalmente della scena californiana) hanno altri punti di riferimento, piuttosto che rifarsi al blues del Delta preferiscono la psichedelia e lo space rock, niente Son House insomma, ma tanti Hawkwind e Blue Cheer

Oltre ade averci regalato tre album garage di rara potenza (“The White Stripes”, “De Stijl”, “White Blood Cells”) e un album rock monumentale come non se ne vedevano dagli anni ’70 (“Elephant”) Jack White non ha dato altro. Non che sia poco, anzi, è stato uno degli ultimi rocker degni di questo nome, e i White Stripes la miglior band rock del post-Nirvana (nel mainstream ovviamente), ma di seminale non c’è stato niente o niente è ancora fiorito, sta di fatto che ad oggi le band più influenti nel garage rock (Thee Oh Sees, Crystal Stilts, Ty Segall e compagnia cantante) hanno già bellamente dimenticato i White Stripes. 

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The White Stripes – The White Stripes

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[AGGIORNAMENTO ALLUCINANTE: in un momento di noia ho recensito l’intera discografia di Jack White, la quale contiene una versione aggiornata di questo post, se volete farvi un giro non avete che da cliccare QUI.]

Il primo disco è sempre il migliore. A volte il secondo, e a volte persino il terzo, ma dal quarto in poi sono casi davvero rarissimi. A questa statistica non si sottraggono nemmeno i White Stripes di Jack e Meg White, due nomi (d’arte) che hanno attirato attorno a sé una montagna di gossip di cui, sinceramente, non ce ne frega una benamata mazza.

Appena una band diventa famosa parte a bomba la divinizzazione della stessa, con la conseguente “fame” di gossip: di che si fa Jack White? Ma Meg se la scopa? Perché chiamarsi Jack White se poi non fai una band con Jack Black? E via discorrendo.

Peccato che la musica non c’entri un bel niente con queste idiozie. C’è da dire che è nato a Denver, il che è fondamentale per comprendere i vari perché della sua musica. White è un bianco che si sposa con il blues dei neri mischiandolo con una buona dose di garage-rock, cresciuto nella città dove poteva meglio conoscere i classici dei due generi.

Le sue prime uscite come musicista non sono certo formidabili, ma pian piano Jack inizia a trovare uno stile tutto suo, già percepibile in “Makers Of High Grade Suites“, tre pezzi registrati assieme a uno dei fratelli Muldoon dei The Muldoons, usciti soltanto nel 2000.

Probabilmente “Makers Of High Grade Suites” è il lavoro che segnerà in maniera indelebile il sound della chitarra di White nei White Stripes, suono che perderà progressivamente con i The Raconteurs, e poi con i Dead Weather (dove spesso suonava la batteria) e infine nel suo ultimo lavoro da solista, “Blunderbuss (2012), dove riecheggia qualcosa del suo retaggio garage in Sixteen Saltines, anche se l’esecuzione è una delle più anonime del focoso chitarrista.

La voglia di spaccare i culi, comunque, sembra ormai persa. Intuibile forse già ai tempi di un suo flirt poco conosciuto con Beck in “Guero” (2005) dove suona il basso in Go It Alone con fare tragicamente blues sulla solita verve noise-intellettuale del bravo Beck. La sua attenzione per una musica meno intuitiva del garage trova la sua totale definizione in un progetto assieme a Alison Mosshart, l’eclettica cantante dei The Kills.

I Dead Weather sono stati un po’ la negazione di un percorso fin lì fatto da White. Non c’è una reale evoluzione in “Horehound” (2009) e in “Sea Of Cowards” (2010), al massimo una unione di intenti nel far convergere il sound dei Kills, dei Queens Of The Stone Age, dei The Raconteurs e dei White Stripes. Il solito super-gruppo insomma, un primo disco interessante (perché propone suoni interessanti) e un secondo noiosissimo (perché li ripropone spudoratamente).

Il dramma di White è quello di non aver trovato una valvola di sfogo ideale per la sua straordinaria creatività dopo l’esperienza degli Stripes. In generale trovo che il suo meglio lo dia proprio in quel garage-rock con tinte blues che caratterizzano i suoi lavori iniziali, piuttosto che in questa sua veste moderna di vate del rock and roll in tinta twist, che sebbene produca dei bei pezzi non hanno nemmeno l’ombra dell’energia e della potenza di dischi come “De Stijl” (2000) e “White Blood Cells” (2001).

Poi ci sono i premi, le collaborazioni, i film (abbastanza divertente il corto dove Meg e Jack interpretano se stessi) e tantissima altra roba, però per la lista della spesa esistono le biografie.

Una di cosa di cui invece proprio non mi capacito è lo schieramento netto che si è creato contro il primo disco degli Stripes (che spesso si allarga ai primi tre). Ho letto addirittura che “White Blood Cells” sarebbe un disco studiato a tavolino perché è il terzo disco di una serie di album tutti uguali (che è una spiegazione del cavolo, a questo punto gente come Zorn, Segall e Zappa vanno a farsi friggere).

Il primo disco degli Stripes risente ancora tantissimo dell’esperienza con “Makers Of High Grade Suites”, è sopratutto garage, e di certo non è così banale come lo vogliono far passare. Inoltre parlare di banale nel garage è qualcosa di talmente idiota che è difficile da categorizzare. Dai The Castaways ai The Datsuns sono cambiati gli strumenti, sono migliorate le sale di registrazione, ci sono state tantissime influenze che hanno cambiato il sound tipico di questo genere, e il garage nei primi del 2000 ad un certo punto divenne un’accozzaglia di cose spesso difficilmente definibili (con questo non voglio certo dire che è tutta merda, diosanto! Cioè, quanto amo io “Electric Sweat” dei The Mooney Suzuki pochi al mondo!).

Quello che hanno fatto gli Stripes è stato portare indietro le lancette, riportare il garage ad essere diretto, sincero e ingenuo, quando ancora i metri di paragone erano Son House e gli Stooges. Se poi prendiamo in esame proprio questi anni c’è nel garage un ritorno alle origini pazzesco, si ruba ai MC5 ma anche al primo garage di origine psichedelica, si riprendono i Rats, si riprende Kim Fowley, si riprende anche gente fuori dagli schemi come Syd Barrett!

I primi tre dischi, sputtanati dalla critica italiana, hanno anticipato di almeno cinque-sette anni questa tendenza. Ty Segall, oggi, lo dimostra abbastanza bene.

Detto questo il garage degli Stripes si esaurirà ad una velocità sorprendente, e il minimalismo voluto da Jack White verrà ripreso solo in parte, anche se credo sia una delle cose più belle mai fatte nel garage, perché unica nella sua semplicità. Alla faccia dei detrattori.

The White Stripes-The White Stripes

Il disco è prodotto dalla Sympathy for the Record Industry, una delle più gloriose etichette americane, che annovera talenti del calibro dei Bad Religion, dei Suicide, i Von Bondies (con i quali White ha avuto un forte diverbio tempo fa), i New York Dolls e addirittura i The Gun Club. Non male!

L’album è decisamente eterogeneo nel sound, la chitarra troneggia con riff minimali, nessuna distorsione barocca, niente assoli da undici minuti, zero virtuosismo, siamo proprio tornati alle basi, solo energia.

Jimmy The Exploder è questo ed altro. Il punto di forza di White è certamente la facilità con cui introduce riff su riff. Il ragazzo non si prodiga in copia-incolla, è piuttosto ispirato, semmai.

Consideriamo un attimo la questione della batteria di Meg. Non è Meg che suona male, Meg suona semplicemente da cani, ma è questo quello che sa fare, ed è questo quello che Jack vuole da lei. White non fa la sua musica e poi ci mette Meg, ma costruisce i pezzi partendo proprio dai suoi ritmi da “scimmione” (definizione sua, mi astengo da giudizi estetici), in pratica utilizza i ritmi di questa batteria minimale per non uscire fuori dagli schemi, si pone un auto-limite antro il quale fare esplodere la sua creatività.
Poco originale?
Va bene…

Il disco scorre giù veloce e assassino, Stop Breaking Down, del grande Robert Johnson, è un pezzo forte, rapido e minimalista, ma in potenza anche lento e barocco, The Big Three Killed My Baby è uno dei singoli con più forza degli ultimi anni del garage, Suzy Lee viaggia sulle corde del blues e del garage come in Sugar Never Tasted So Good.

Bellissime Cannon e Astro, un paio di accordi, potenza e quella vocina straziante di Jack che urla al microfono.

I pezzi sono tutti i ottima fattura, come anche la cover di Dylan (One More Cup Of Coffee) e l’ennesima versione del classico blues St. James Infirmary, che, udite udite, trova in questo disco degli Stripes la sua consacrazione, almeno per me (mi fa tremare le budella, che ci posso fare?).

Il disco si chiude con la luciferina I Fought Piranhas, bellissima prova di slide e potenza.

C’è poco da dire su questo disco, ma molto da ascoltare.
Magari stavolta con un po’ più di umiltà.

  • Pro: garage non purissimo, un ritorno alle origini del genere nelle sue venature più blues.
  • Contro: troppo leggero. Sebbene ci siano delle sferzate anche importanti, pezzi come  When I Hear My Name sono potenzialmente delle bombe, ed invece sembra che White preferisca la versione light.
  • Pezzo Consigliato: amo Astro. Lo so che ho qualcosa di sbagliato dentro, ma sono fatto così!
  • Voto: 7/10

[approfitto degli Stripes per informarvi che ho un nuovo blog (ancora???) di recensioni cinematografiche, Alla Ricerca Del Bellerofonte]