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Podcast – Gli album del Kuore <3

Per concludere la prima stagione di Ubu Dance Party abbiamo voluto sperimentare questo format, in realtà tra i primi ad esser stati ideati ormai 4 mesi fa. ‘Fanculo la critica e gli atteggiamenti da sapientoni di ‘sto gran cazzo, stavolta si parla col KUORE (o QUORE, che dir si voglia), perché la musica è anche emozioni, anche se a scrivere questa parola mi è salito uno strano conato, gusto vaniglia e birra della COOP.

Bando alle ciance cari fedeli seguaci del party più sconsiderato che ci sia, godetevi questa rinfrescante puntata, con Ubu Dance Party ci si ribecca a Settembre!

«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

The Frowning Clouds – Legalize Everything

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Ok che mi piace da matti il garage rock, ok che mi piacciono le band australiane, ok che sono un sostenitore del “per fare qualcosa di nuovo devi prima imparare dalla tradizione”, ma sono anche convinto che “la tradizione è custodia del fuoco, non l’adorazione della cenere”, come disse il buon Gustav Mahler, e qui i The Frowning Clouds mi cascano proprio dal pero.

È inutile dire a giro che ti “ispiri” al garage rock, dì pure che vuoi fare la cover band di Kinks, Sound Sandwich, Crystal Chandelier e in generale riprendere il garage psych e blues senza aggiungerci nulla di più, così perlomeno sei onesto, non stai mica rubando in gioielleria!

Non solo, dopo l’esordio omonimo del 2013, con ben 14 tracce di pura nostalgia sonora, eccoli l’anno dopo sfornare “Legalize Everything”, praticamente una continuazione dell’album precedente. Manco il tentativo di migliorarsi nel fare la cover band!

Che poi mi stanno pure simpatici a me ‘sti cinque ragazzi, perché alcuni riff sono succosissimi (elettrizzante Carrier Drone) e riascoltare del garage blues che non siano i White Stripes ci può stare, anzi ci deve stare (No Blues), però dopo un po’ o sei fissato con questo genere o ti scassi i coglioni, è ineluttabile.

La voglia di ricongiungersi con i figli dei fiori è meno interessante di uno che si spacca bottiglie in testa. Mi spiego: se almeno Ty Segall, che non è propriamente un genio della composizione, ci mette la rabbia (un po’ borghese, ma va bene comunque) invece i Frowning Clouds ci buttano addosso nenie psichedeliche come Leopard Print Tint, cantante con gioia e piano piano, per non disturbare nessuno, non molto diversi da un Jeffrey Novak qualunque.

Su dodici pezzi almeno sei sembrano riempitivi. Non male.

Move It sembra uscita fuori da “The Piper At The Gates Of Dawn” con un finale finto sperimentale che ti fa prudere le mani.

Radio Telescope è un esercizio psichedelico che non si capisce bene cosa ci incastra col resto. Perchè non facciamo dei paragoni con la scorsa recensione, ovvero con “Trash from the Boys” dei Pink Street Boys, anche loro garagisti ma senza nostalgia? Ma sì dai. Anche lì ci troviamo di fronte ad una Korg Madness di cinque minuti che non va da nessuna parte, ma ha un senso nel contesto dell’album, la sua natura ripetitiva (“a bordone”, per gli stronzi) che ci trasporta dolcemente verso la loro personale idea di psichedelia, si congiunge col resto dell’album che vuole essere un tributo alla contemporanea stagione garage californiana ma allo stesso tempo la de-contestualizza nella fredda ed europea Islanda, d’altro canto in Radio Telescope subiamo due minuti e mezzo di rumori già sentiti e risentiti che dovrebbero rifarsi alla tradizione sixties, ed invece sono solo un triste copia-incolla di una sperimentazione morta e sepolta, ormai iper-sfruttata e prosciugata.

Che poi ti ascolti in cuffia una Somewhere Else ed è ovvio che apprezzi il lavoro sul suono, e anche le capacità tecniche della band, non pazzesche ma adeguate, però cazzo mi compro un qualsiasi album di Electric Prunes, Acid Gallery e compagnia cantante e sono a posto, a cosa mi servirebbe la stessa solfa solo registrata meglio? Boh.

Personalmente adoro il ritmo cadenzato di See The Girl, è proprio il genere che piace a me, però che dovrei dire? Mi piace=compralo? Di tutta l’incredibile scelta garage degli ultimi cinque anni i Frowning Clouds rientrano a far parte dei revivalist, ovvero quelli meno interessanti.

Ci sono a giro Molochs, Dreamsalon, Ausmuteants, ci siamo goduti i Thee Oh Sees che hanno riesumato Barrett e lo hanno riportato qui da noi, come fece per gli anni ’80 un certo Robyn Hitchcock, insomma, di roba che ha davvero riscoperto i sixties ma cercando di donargli la propria impronta e nuovi significati ne abbiamo ascoltata a bizzeffe. E questi non ci vanno nemmeno vicino.

Diciamo solo che se proprio hai bisogno di ballare al ritmo garage notte e giorno, e ti sei già stufato dei The Seeds, dei Monks e dei Rats perché ogni giorno vuoi un album nuovo da consumare, allora “Legalize Everything” saprà allietarti le prossime 24h.

Tra l’altro guardando il video che segue ho pensato che sarebbe il caso di recensire i The Memories, che fanno praticamente la stessa cosa solo con una auto-ironia feroce. Loro invece ci credono, cazzo.

The Abigails – Tundra

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Buono! Stai fermo lì! Sì, lo so, il country ti fa cagare, ma solo perché sei uno stronzo supponente. Lo dico per te amico, ti stai perdendo della grande musica.

Ti presento Warren Thomas, il quale sebbene sia cresciuto a suon di punk è venuto sù come un trasognato Hank Williams, la sua è una voce profonda d’altri tempi e ha l’aria di uno che la sa lunga.

I The Abigails nascono dalla necessità di Thomas di esprimere il suo country su un palco, possibilmente in una bettola nascosta nel deserto del Mojave, viaggiando su una roulotte scassata. Eppure questo country-man  dal suono arido e caldo viene dalla garagista Los Angeles, ed è prodotto dalla solita Burger Records, e come se non bastasse uno dei suoi amici più stretti, Wyatt Blair, suona negli psichedelici Mr. Elevator & The Brain Hotel.

Tutto questo non ha niente a che vedere con quel sound da saloon di Always, eppure siamo sempre nella assolata California.

Parla d’amore Thomas (sì, beh, parla di “fica” come piace dire a lui), parla di Gesù, ma se ne frega di credere in qualcosa, lui racconta la vita tramite le potenti immagini bibliche (No Jesus) e i cliché del romanticismo spicciolo, e lo fa come non si sentiva da tempo.

Già nel 2012 con “Songs Of Love And Despair” aveva espresso il suo carisma e il suo magnetismo, ma con “Tundra” (2014) si aggiungono melodie davvero memorabili (The One That Let Me Go) e grandissime cavalcate country. L’universalità di pezzi come Story Of Pain dovrebbe convincervi, non è una questione di suono più o meno nostalgico, ci sono certe cose che possono essere raccontate solo in questo modo, con quella poesia elegante e sofferta, mentre la chitarra viene acidamente pizzicata da un residuo di galera che vi sta fissando da inizio concerto.

C’è qualcosa di immenso in questo “Tundra”, non so se parlare di capolavoro perché oggi qualsiasi cosa è un dannato capolavoro frutto di un incredibile genio, abituati come siamo a non dare alcuna importanza alle parole stiamo umiliando la musica che ci esalta. Diciamo solo che Warren Thomas è un musicista e un ammaliatore, sporco e fragilmente autentico.

Il ritmo incalzante di 29 è un apripista perfetto, il finale strascicato e ironico di Ooh La Lay chiude l’album con meravigliosa auto-ironia.

L’album tiene botta pezzo per pezzo, le liriche di Thomas e la sua forza istrionesca valgono già da sole l’acquisto, poi ci sono quei piccoli capolavori come Medication che decine di band garage avrebbero voluto scrivere (sembra uscita fuori da un album dei The Seeds!), insomma gente, stiamo parlando di uno degli album più piacevoli di quest’anno, non importa se avete un sacco di pregiudizi sul genere, ascoltare questo ragazzo è un buon modo per farvi passare la spocchia.

  • Link utili alla popolazione: se volete ascoltarvi in streaming questa meraviglia non avete che da cliccare forte QUI per la pagina Bandcamp della band, se invece avete bisogno di dire a Warren che al prossimo giro la birra la offrite voi cliccate QUI per la pagina Facebook.

Che dite, ce lo schiaffiamo qualche video?

Cioè, guardate come cazzo sta Warren:

Questa è Black Heil dall’album d’esordio:

Sempre nel nostro Van preferito:

The Litter – Distortions

The+Litter

Quello che vi propongo oggi è un acquisto sicuro, anche se non di eccelsa qualità concettuale.

Sì perché credo che ogni tanto ci sia bisogno di far girare sul piatto un disco che alla fin fine non abbia chissà quali pretese, ma che faccia quel pizzico di rumore che comunque ci allieta la giornata.

E di rumore “Distortions” ne fa, dato che Warren Kendrick lo volle chiamare così perché l’intero album è caratterizzato dall’uso smodato del fuzz-tone.

Il garage dei The Litter è elettrico oltre ogni immaginazione, le casse sembrano emettere fulmini mentre le tracce si susseguono, il che credo sia un ottimo incentivo per l’acquisto di un album di fottuto rock, no?

Cos’altro hanno questi The Litter? Beh, nulla.

“Distortions” esce nel 1967 sull’onda del successo del 45 giri “Action Woman / ”Whatcha Gonna Do About It”, pubblicato da un’etichetta a me sconosciuta (la Warick). Se consideriamo quanto il garage aveva dato fino al ’67 il disco dei The Litter non sorprende né colpisce per una qualche idea in particolare, sono i soliti cinque ragazzini bramosi di fama che indossano vestiti di dubbio gusto e suonano come un Woody Guthrie impasticcato.

L’anno prima uscì dei The Seeds il loro primo album omonimo, una pietra miliare per il rock, un garage a tinte acide che spesso anticipa il punk (No Escape), era uscito un album pieno di ironia e contenuti serissimi come “Black Monk Time” dei The Monks (Complication), The 13th Floor Elevators, Electric Prunes e Blues Magoos tenevano alto il vessillo psichedelico mentre i Sonics spianavano la strada per il punk duro e puro (Strychnine). I The Litter nel 1967 erano in ritardo per la festa.

Un’altra cosa interessante è che “Distortions” è un album di cover, i Litter se ne fottono altamente di scrivere qualcosa di pugno, massacrano a suon di fuzz-tone gli Who, gli Small Faces, gli Yardbirds, cazzo si prendono pure Spencer Davis Group, non si fanno mancare nulla queste fighette di Minneapolis.

Però lo spirito di quei folli anni c’è tutto in questo album, anzi “Distortions” nella sua povertà concettuale è un disco che suona sporco e vivo come pochi nella storia del rock.

Mai un calo di tensione, mai un momento di noia, mai una pausa. La qualità espressa da Jim Kane, Dan Rinaldi, Tom Murray, Bill Strandlof e Denny Waite è strabiliante, e tutto in rigoroso MONO (tranne che per The Egyptian).

Questo è un album che dovrebbe far riflettere tutte quei dannati musicisti perfettini che se non registrano “da Dio” manco pubblicano un loro ruttino. Eppure a volte non servono nemmeno le idee, occorre solo quella fiamma indomabile che il rock incarna nelle sue esplosioni elettriche.

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L’album si apre con la bellissima Action Woman, un monolite del garage rock presente in qualunque collezione si rispetti su questo nobile genere. Se non ti convince un pezzo così sei messo male.

Via subito a razzo con la cover degli inglesi Small Faces, Whatcha Gonna Do About It? che orfana della voce di Marriott si riprende con delle indemoniate sferzate chitarristiche di Rinaldi. Un classe unica.

Siamo alla terza traccia e già possiamo sentirci pienamente soddisfatti dell’acquisto, perché Codine in questa veste distorta è quanto di più rock si possa immaginare. Lenta, potente, elettrica.

Somebody Help Me è un brit-rock basilare suonato da dei geni.

Substitute è la prima cover degli Who, e passa pieni voti. Anche inspiegabilmente del lotto è il pezzo che ha sofferto di più l’inevitabile scorrere del tempo (in coda c’è spazio pure per The Mummy di Tommy “Zippy” Caplan).

Si conclude il primo lato con la psichedelia stereofonica di The Egyptian.

Parte di corsa I’m So Glad con le solite impressioni elettriche col fuzz-tone che riempiono la stanza di luce.

Seconda e ultima cover degli Who, anche A Legal Matter tiene il passo.

In Rack My Mind si presenta pure un’armonica, ma niente blues o folk music del cazzo, fuzz-tone in funzione e garage incazzato per tre minuti e mezzo.

Soul Searchin’ e Blues One elettrizzano le palle con gaudio. Troppo bravi per essere vero.

Si conclude anche questo giro di giostra, ma per chiudere una chicca: I’m A Man, in una versione veloce, distorta e sporca come non l’avete mai sentita.

Il bello di questi album è che non devi scriverci sopra più di tanto, né ci vuole troppo a convincerti, ti piace il rock? Adori il rumore più sgradevole? Sotto la doccia canti The Witch dei Sonics? Beh, stronzetto, o stronzetta che sia, devi avere questa merda.

  • Pro: è rock gente, che altro volete sapere? Cazzo, certo che con i Pro e i Contro ultimamente sto proprio messo male…
  • Contro: se non ti piace il garage lo terrei lontano due sistemi solari da te.
  • Pezzo Consigliato: le prime tre tracce sono da antologia.
  • Voto: 7/10