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Ween – The Pod

trasferimento

Etichetta: Chocodog Records
Paese: USA
Pubblicazione: 1991

Frank, give me a pork roll egg and cheese, if you please, with some gravy fries.
Sink into a greasy mega-weedge and I sneezed and it blew my mind.

Lettore, in uno slancio di propositività: «Scusa eh, sono passati 5 mesi dall’ultima recensione, manco un’introduzione per dirci che fine hai fatto, se continuerai a scrivere, facci magari un recap degli ultimi album che hai ascoltato, anche una lista del cazzo se non ti va di fare recensioni, insomma ‘ste cose qua ecco, un minimo d’introduzione.»
Recensore, mentre da fuoco alle bollette con l’ultimo goccio di scotch: «Fottiti.»

*Ahem* I Ween sono un duo formatosi a metà anni ’80, un progetto effimero e volgare che col passare del tempo è riuscito a crescere fino a ritagliarsi un posto privilegiato tra le cult band di tutto il mondo. I due schizzati dietro questa creatura sono Aaron Freeman e Mickey Melchiondo, meglio conosciuti dai disadattati tipo me con i nomi di Gene e Dean Ween, i due “fratelli” degeneri del rock.

Per i puristi il loro miglior album è lo sprezzante doppio d’esordio in studio: “GodWeenSatan: The Oneness” del 1990. Per gli intenditori invece è il loro sesto album, il più maturo e raffinato, “The Mollusk” del ‘97. Per chi scrive, cioè me *ammicca*, la gara al disco più fico della tua band preferita della settimana è venuta a noia verso la terza media, anche se ogni tanto non mi disdegno a farla fuori dal vaso, quantomeno per il gusto di provocare i lettori che cercano solo conferme e non opinioni diverse.

Il motivo però per cui voglio stimolarvi all’ascolto di questo turpiloquio musicale dal nome “The Pod”, seconda (s)fatica dei Ween, è perché di tutti gli album mai usciti nella storia del rock questo è uno dei pochi che riesce a coniugare libertà creativa, cazzeggio e dissacrazione alla fruibilità. Sebbene io abbia spesso letto e sentito che i primi album dei Ween siano un prodotto esclusivo per veri hardcore listener, gente abituata a fare colazione con pandistelle e “Twin Infinitives”, la verità è che probabilmente questi hanno ascoltato giusto due pezzi del primo album, mentre la puntina ha continuato a scorrere nei solchi dell’immaginazione.

“The Pod” sfida l’eclettismo di Zappa come i Tenacious D fanno con Satana nel loro film, ovvero senza alcuna speranza di averla vinta. Eppure lo fanno lo stesso e lo fanno con stile. 23 canzoni per 78 minuti di puro delirio demenziale sono un rischio che nessuno prima di loro si era mai preso, nemmeno Zappa, che comunque tramite la satira e il demenziale veicolava forme di contaminazione musicale che hanno fatto la fortuna del prog e del rock più sperimentale. I Ween invece sono i figli menomati di Half Japanese e Primus, bislacche creature che sanno riffare durissimo come i migliori Butthole Surfers (Frank) fino a creare atmosfere sixties malate e distorte all’inverosimile (Captain Fantasy), e non  posso che apprezzare enormemente il fatto che non s’atteggino da eruditi decostruzionisti prestati alla musica, elargitori di controcultura tra una protesta studentesca e un apericena. Per quanto strana e fuori dagli schemi la band è, banalmente, un’emanazione del suo contesto storico, non dissimile nelle influenze dai gruppi rock-pop che stavano sfondando su MTV, ma la loro libertà d’interpretazione di quei canoni li rende gli unici ad averli davvero superati.

I fratelli Ween sono peggio di Beavis & Butt-Head, adorano descriverti cose disgustose e grottesche nel dettaglio e guardati contorcere nauseato, figli di un’epoca che nella deformazione di TV e cultura pop fondava la propria cifra stilistica (pensate a film come Gummo di Korine o ad artisti come Matthew Barney), persino le copertine dei loro album dissacrano quelle di storici album rock impegnati, quasi a prendere le distanze da qualsiasi velleità intellettualoide (“The Pod” è chiaramente una parodia di “The Best of Leonard Cohen” del ‘75). Non vi accaldate lettori consapevoli, so bene che questa capacità di sgomentare tramite la rielaborazione di frammenti della cultura pop è stata elevata in quegli anni da tante altre band, i primi due esempi che mi vengono in mente sono Flaming Lips e Beck, anche loro considerati dei weird nell’ambito della musica mainstream. Detto ciò, faccio comunque fatica a ricordare un album di questa (chiamiamola) scena completo ed esaustivo come “The Pod”, c’è tutto il passato il presente e anche il futuro! Young Signorino dite che l’avrà ascoltata Molly? E i Black Mountain di “In The Future” non si sentono presi di mira in Don’t Sweat It? Se vuoi il noise punk eccoti servito con Strap on that jammypac! Ti piacciono gli anthem alla Gloria dei Them? Che ne dici di una versione alla Butthole Surfers con Laura? Vuoi le ballad? Ce ne sono due senza senso e con un tiro malatissimo: Alone e Moving Away. C’è anche un pezzo diviso in due parti (che poi avrà degli altri seguiti!), The Stallion, cha fa figo e tira il cazzo dei proggettari. Ci sono gli assoli per i nostalgici dei ’70, ci sono i coretti per quelli dei ’60, c’è tutto e non è mai uguale a se stesso!

Le influenze sono così tante che non sembrano nemmeno tali ma quasi intuizioni spontanee. Fa un certo effetto ascoltare pezzi come Pollo Asado, capace di mescolare Jad Fair a fenomeni indie a noi contemporanei come Mac DeMarco – sì, uno ci può sentire i Meat Puppets, ma certe timbriche non possono non far pensare alla moderna retromania. Ci sono cose assurde come l’attacco di Demon Sweat per il quale maniaci del suono come Bryan Ferry avrebbero dato un braccio. Insomma, è davvero un calderone pazzesco ‘sto “The Pod”, secondo doppio album della band dopo l’esordio, eppure mai dispersivo quanto coeso come un blocco di cemento. Gene e Dean all’epoca della registrazione in studio erano affetti da una mononucleosi che li aveva spompati, magari non è solo una suggestione che questa malattia così smaccatamente adolescenziale abbia modificato l’appeal generale, amalgamando tutte le canzoni in una melassa ipnotica e al contempo febbrile.

No, non è un disco faticoso “The Pod”, semmai è dannatamente divertente e necessario, fuori dallo schema del rocker tutto capelli e testosterone ma non per questo costretto a girovagare tra i generi “alti” per legittimarsi. Questo è il rock bello come mamma l’ha fatto: stupido, grezzo e volgare. Per tutti gli altri ci sono gli U2.

Jad Fair & Daniel Johnston – It’s Spooky

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Etichetta: 50 Skidillion Watts Records
Paese: USA
Pubblicazione: 1989

Sometimes when I’m watching television
and I’d think the most of the people in the movie
are probably dead
and it’s spooky

Premessa necessaria: a me Daniel Johnston mi fa cagare dalle orecchie e mi stimola la diuresi più che parlare con i passerotti. Johnston è diventato un culto solo perché riflette tutto quello che di imbarazzante c’è in noi, e in più un tale Kurt Cobain voleva fare l’alternativo davanti alla TV (che poi va anche bene, quel poco di notorietà che hanno da noi i Meat Puppets la devono esclusivamente ai Nirvana). Però. Ci sono sempre delle eccezioni. Sempre. E sono messe lì per farti ricredere su ogni decisione che hai preso negli ultimi 28 anni: è questo il lavoro giusto per me? scelsi la giusta università una volta finita la fogna liceale? sarà davvero lei la ragazza che mi scoperò per vendicarmi della mia fidanzata? sarò mai capace di scrivere una recensione decente? No. Avrei decisamente dovuto prendere farmacologia. Però adesso siamo qui. Io e te. Che bella coppia eh? Tu, davanti allo schermo voglioso di leggere una recensione di un disco che, probabilmente, non ti interessa poi così tanto ascoltare, ed io qui, mentre dovrei fare l’inventario come un bravo commesso con un contratto da fame, scrivo di quanto mi stia sulle palle Daniel Johnston. Splendidi.

La malinconia infantile di Johnston però ha indubbiamente un fascino universale. Difficile non sentire qualcosa durante l’ascolto di Pot Head, perché la voce e quella struggente melodia ti colpiscono sulle palle con un gancio destro mentre tu guardavi il sinistro. Detto questo però gran parte dei pezzi di Johnston non vogliono dire un bel niente, se non stronzate random di un tipo che chiaramente ha avuto qualche problema nella “fase anale” della sua crescita.

Ora però parliamo di cose serie: chi sarebbe questo Jad Fair? Se te lo chiedi probabilmente non sai nemmeno chi siano gli Half Japanese, e sarebbe troppo lunga da discuterne qua, magari facciamo la prossima volta, pizzata e birra dove vuoi tu. Ora come ora quello che ti basta sapere è che Jad Fair non è un menomato sessuale come Johnston, ma è uno dei personaggi più difficilmente inquadrabili dell’underground americano. Già attivo nella prima metà degli anni ’70, Fair è un songwriter a dir poco eccezionale, che alterna lavori estremamente toccanti (This Could Be The Night) a follie nonsense (No More Beatle Mania), per poi riempire la sua personale discografia di un sacco di album autoreferenziali che però hanno sempre il gusto acidognolo dell’urgenza emotiva. Capirete il mio sconcerto quando scoprì che Jad Fair, un mio mito personale per quanto riguarda la coerenza artistica dietro ogni suo progetto, anche quello più scabroso e inascoltabile, aveva collaborato più volte con Daniel Johnston alla fine degli anni ’90. Lo capisci, nevvero?

It’s Spooky” uscito nel 1989 è un album che non ho mai voluto ascoltare, perché non mene fregava un cazzo, semplicemente. Poi un giorno, attanagliato dalla noia e dal mal di vivere, clicco distrattamente su un link di YouTube: Frankenstein Vs The World. Quanto odio le eccezioni.

Questo album è una figata non perché c’è Jad Fair, ma perché c’è Daniel Johnston. Fair ci mette certamente la sua vena freak e irriverente, ma Johnston è la molla emotiva dietro l’album, la sua palese incapacità letta troppo spesso come eccesso di sensibilità, in questo caso lo è sul serio, alla faccia mia e di Kurt Cobain.

La batteria non riesce mai a tenere il tempo, le liriche non seguono neanche le strutture più banali, le voci di Fair e Johnston sono imbarazzanti e le melodie elementari, eppure tutti questi elementi assieme che negli Half Japanese era motivo di goliardia e insolenza, in questo album sono come un gospel liberatorio di tutti i malanni del mondo. C’è una gioia irrequieta, inconsapevole e bizzosa, che si smuove tra le coperte mattutine che ricoprono l’ascoltatore, sembra quasi di ascoltare una musicassetta nascosta sotto montagne di vecchi fumetti. Fair ci mette un metodo, Johnston ci mette tutta l’anima.

Non c’è dunque contrasto, non c’è da una parte un lavoratore onesto dell’underground che impone una sua cifra estetica e dall’altra un coglione, “It’s Spooky” non è una collaborazione, è frutto di una sola testa dalla quale sono cresciute delle sensibilissime antenne che captano i disagi interiori e li esteriorizzano con genuina immediatezza.

Cosa diversifica l’approccio di un gruppo come gli Half Japanese da questo album? O quello di un qualsiasi altro disco di Johnston? Nel primo caso manca la follia programmatica, lo scherzo portato alle estreme conseguenze. Del secondo quel totale spaesamento emotivo e la perdita dei punti fermi che rendono la vita vivibile (ecco, ho appena capito perché Johnston spacca, ‘ste cristo d’eccezioni!). “It’s Spooky” è sì melanconico e irriverente, ma con un solido fondo d’ottimismo e amore che rende l’ascolto molto più spensierato e partecipe. (sì, lo so che è una reiterazione, l’avevo già detto qualche rigo fa, però mi piace parlarti, seguire con avidità il tuo sguardo curioso mentre ti inietto tutte queste stronzate sù per il tuo affascinante cervelletto)

Non vedo l’ora di partire la prossima settimana, staremo tre ore in auto e una di quelle è già prenotata per un lungo e totalizzante ri-ascolto di questo strano e curioso album, che prende vita fin dai primi istanti di silenzio, sgattaiolando tra le nostre corde più fragili senza romperle mai, pizzicandole con gioia e sana malinconia.

Hallelujah!, New Berlin, Magic Cigarettes, G. Gordon Gritty

Ma non li recensisci il Trio Banana?
E gli Inutili?
E Tab_Ularasa?
Ma ti piacciono i Go!Zilla?
E la retrospettiva su Wyatt?
E la discografia di mia nonna?
E la carbonara me la fai?
Però senza pancetta eh, che sono vegetariano.

Vi voglio bene. Anzi no.


Hallelujah! – Hallelujah! (2015)

Ve la ricordate la Depression House Records? Quelli che avevano fatto uscire quel bel 7’’ dei Blind Shake in terra italica? Beh, che ricordiate o no fottesega, l’importante è che adesso non commettiate l’errore di non ascoltarvi il deflagrante esordio degli Hallelujah!

Mi avete svoltato la settimana Hallelujah e non lo sapete. Lunghi tratti in treno e bus riempiti dal frastuono di Fugazzìn messa in loop finché  il cervello non fumava via tutta la merda della giornata. Un garage così cattivo così ignorante era un po’ che non lo sentivo.

Un attacco magniloquente come quello di Red Mestruo si fotte buona parte della concorrenza californiana, in particolare quella edulcorata della Burger, così intenta a cercare belle melodie canticchiabili sotto la doccia che ha dimenticato cos’è il sudore, l’attitudine.

È un insulto questo 12’’, in primis al buon gusto, e poi alle logiche che vogliono il garage, oggi seguito in Italia da sempre più fanzine e riviste dedicate, come un genere addomesticabile e addirittura piacevole.

Non c’è malinconia psych o revival sixties con quelle voci mai urlanti ma al massimo cantanti, non c’è mai nemmeno un attimo di tregua se è per questo.

Quasi sembrano cascarci sapete? Quando parte Space si percepisce un pizzico di Psichedelia Occulta (con quel gusto kraut e space rock che piace molto alle formazioni psichedeliche nostrane) e con un po’ di rock teutonico, ma bisogna solo pazientare un po’ per farsi di nuovo travolgere da un wall of sound inclemente.

Grazie Hallelujah per avermi ripetutamente violato l’apparato uditivo, spero di poterlo rifare presto con del nuovo materiale incandescente.

New Berlin – New Berlin (2015)

Ve lo ricordate Michael Flanagan? Quello delle Deep Secret tapes? Forse è meglio se la smetto con le domande.

Mr. Flanagan oltre a produrre musicassette del miglior garage texano ha una sua band: i New Berlin per l’appunto, e si dia il caso che spacchino moderatamente.

Un garage asettico, minimale ma senza per questo risultare freddo e palloso. Mi ricorda vagamente i lavori solisti di Tracy Bryant (Corners) in particolare i momenti più felici di “Same Old News” con quella mescolanza di un pop raffinato alla Alex Chilton e garage scanzonato, ma c’è sopratutto del post punk nel sound che non può passare inosservato.

Propongo di concentrare le nostre forze, offuscate da anni di alcol e scorribande, sulle due cover presenti in questo brevissimo esordio, che entrambe riescono grazie all’interpretazione della band a delucidarci sul suono di questa Nuova Berlino:

I Don’t Care dei grandiosi Ramones ha un gusto teutonico potente, se l’ascolti troppo rischi te ti vengano i capelli biondo-nazi di David Bowie in “Low”, i NB riescono a spurgare i Ramones dalla frenesia punk, lasciandoci addirittura un un velo di malinconia, concentrandosi sulla melodia cantilenata e un ritmo ipnotico. Bird on a Wire di Leonard Cohen conferma queste sensazioni, la totale assenza di profondità nel suono e una ricerca estetica che è con una gamba nel lo-fi e con l’altra nel sound chiarissimo-pulitissimo-altissimo dei Young Marble Giants.

In generale è sorprendente la facilità con cui i New Berlin pescano melodie orecchiabili e riff garage della Madonna, Radium è uno strumentale a tinte surf che persino nell’asetticità del sound ti fa alzare il culo dalla sedia, Taco Madre ha una sezione ritmica banalissima e un riff anche peggio, eppure fila che è una meraviglia, sarà anche i pezzi durano in media 1 minuto e mezzo (per me un fottutissimo merito).
Escono ogni anno centinaia di album/EP garage che spaccherebbero i culi a destra e a manca se solo i pezzi durassero poco! Che cazzo ci fai con un pezzo garage rock da 5-6 minuti?!? Gli unici che potevano permetterselo erano i Plan 9, ma loro sapevano suonare, il 99% delle band garage NO!

Comunque un album che si apre con un pezzo che si chiama Hardcore Punk ed invece di spararti nelle orecchie una roba alla Black Flag ti fa l’assolino new wave e il riff garagista vecchia maniera va solo encomiato con fiumi di birra – rigorosamente super-scontata al discount.

Magic Cigarettes – Magic Cigarettes (2015)

Dicevo: a che cazzo serve fare un pezzo con più di 5-6 minuti di garage rock? Un modo intelligente per ovviare al problema ripetitività è mescolare il garage ad altri generi, renderlo più elastico e predisporlo a variazioni e nuove dinamiche. Ed è più o meno questo quello che fanno i Magic Cigarettes.

L’anno scorso avevo ascoltato il loro “Demo EP” apprezzando la tecnica, ma non molto la sostanza. Per carità: bel tiro My Harmony, carucce le influenze barrettiane (Cut Your Wail) ma c’era troppo testosterone per me (assoli, raffinatezze stereofoniche, dinamiche già ascoltate mille e mille volte che servono solo a mostrare i muscoli agli amici musicisti). Comunque dato che non avevo buttato via tutto, tantomeno il ricordo delle cose buone, mi sono ascoltato il loro album omonimo uscito quest’anno.

E mi tocca confermare amaramente che i Magic Cigarettes da Rovereto non hanno fatto quel salto che speravo. Non ho nemmeno tante critiche oggettive da muovere contro questo esordio psichedelico-garagista, che non riesce ad essere virtuoso come un “Typical System” degli australiani Total Control ma ci prova, e non ha nemmeno un pezzo da sfondamento come Loner dei francesi Volage che riesce a rendere più che passabile un album altalenante come “Heart Healing”, per cui rimane come una pièce teatrale incompiuta, ben scritta, con una bella messa in scena, ma di una roba che bene o male abbiamo già visto parecchie volte e senza spiccare in nessun aspetto in particolare.

Ciò non toglie che ci troviamo di fronte ad un prodotto ben confezionato, ma con pochi momenti interessanti e che alla lunga stanca nel suo barocchismo sonoro.

G. Gordon Gritty – Still Not A Musician (2015)

Se ne sta su una panchina con Jay e Silent Bob, probabilmente in cuffia i Red Krayola quando ancora si poteva scrivere con la “C”, e continua a non essere un musicista il nostro G. Gordon Gritty.

Fino a poco tempo si faceva chiamare Gangbang Gordon e mi aveva violentato il cervello con un EP davvero poco convenzionale “Culturally Irrevelent”. Continua così l’epopea di GGG, insofferente e irriverente non-punk non-rocker da Wakefield, con questo “Still Not A Musician” ripesca dalla sua produzione e prosegue nella sua visione super-oggettiva sia della musica (disorientante, ritmicamente improbabile e melodicamente disturbante) che del mondo che lo circonda, descritto con cura e senza artifici.

Un continuo dialogo tra realtà e mente, che rende questo album la vera opera d’arte del lo-fi, anche perché è l’unico album dove ha effettivamente senso usarlo!

“I’m not a musician. It’s just what I do.” canta, se così si può dire, GGG, 34 canzoni senza sconti di alcun genere verso l’ascoltatore, canzoni dove GGG desidera avere un accento da straniero,  dove si lamenta dei group projects, dove un attimo prima sta per esplodere e poi rappa qualche delirante pernsiero sulla giornata o sulle ragazze che non se lo filano, perché lui è uno che pensa.

Pillole di weird-rock (Life At The ABC, rivisitata proprio da “Culturally Irrevelent”), invettive a tutto quello che gli passa in testa con una chitarra scordata in mano (Achin’ Like A Traveler), sentori di Pussy Galore, di noise, persino di Oblivians, ma che scompaiono velocemente, perché non ci sono coordinate nel flusso di coscienza che GGG declama svogliatamente al microfono.

Non so se è davvero così culturalmente irriverente il lavoro di GGG, cosa lo è al giorno d’oggi dopo che abbiamo ascoltato davvero di tutto? Direi semmai che è interessante questa visione ultra-oggettiva della musica come espressione del suo ego in forma pura, senza struttura musicale ma solo con caotiche impressioni sonore che spaziano dalla banalità al nonsense (Hidden Track), quasi non gliene fregasse niente che ci sia qualcuno in ascolto.

Personalmente non faccio fatica a descriverlo come un album rock, la critica ha accettato cose ben più improbabili e sperimentali, quello che GGG fa non è un eccesso di virtuosismo o di stronzaggine, piega il genere a una sua immagine fregandosene del contesto, fregandosene di chi ascolta, fregandosene a volte persino della musica.